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Andrea De Carlo racconta il suo Durante, uomo senza regole che non sa mentire

Dal 30 aprile è in libreria il quindicesimo romanzo di Andrea De Carlo, Durante (edizioni Bompiani, 440 pagine). Un libro ambientato nelle colline marchigiane, nel Montefeltro, dove lo scrittore di origini milanesi ha scelto di vivere da anni. Nel “versante est della dorsale appenninica, dove il clima è molto più duro che dall’altro lato, con vento forte in ogni stagione, neve e freddo d’inverno, caldo d’estate, terreno argilloso che si trasforma in fango alla prima pioggia e diventa compatto come il cemento sotto il sole”, come scrive. Qui, nella piccola comunità sparsa sui colli, in case “appese su un lato o sull’altro di ogni crinale”, irrompe Durante, un uomo che ha superato la quarantina, alto e magro, capelli neri con qualche filo bianco, zigomi angolosi e occhi grigi. Un personaggio strano che sembra piovuto da Marte, senza concezione delle normali regole della società; pare ignorare “i codici per la comprensione e la descrizione del mondo che ognuno di noi impara fin da bambino”. Non sa mentire e vive di niente, scolvongendo le esistenze degli abitanti della zona.

Panorama.it incontra l’autore, per parlare del suo nuovo lavoro.

Andrea De Carlo, com’è nato Durante? E in quanto tempo?
Ho impiegato un anno e mezzo di lavoro. È nato da un’immagine iniziale, come sempre mi capita. Mi immaginavo qualcuno che vive e lavora lì, nella campagna del Montefeltro, e si vede arrivare un personaggio strano, con una macchina scassata. E poi la storia si è sviluppata da sé. Ogni volta, e questa volta ancor più del solito, le storie si sviluppano man mano, da sole, in modo sorprendente. C’è sempre l’elemento non aspettato, che poi è il più bello. Le storie sono lì, e tu che le scrivi sei il tramite per raccontarle.

Ma chi è Durante, questo personaggio singolare, che è intenso ma distante, che non conosce le regole della società, che seduce tutte le donne perché sa capirle, che non sa mentire e travolge le vite altrui portando ad altre verità? È un po’ una sua proiezione, o è come le piacerebbe essere?
Durante è un ibrido, ha delle parti di me, e anche delle parti di quello che vorrei essere. Ma ha anche echi di figure di film, di canzoni, di persone incontrate e conosciute. Ogni personaggio è sempre un cocktail di tanti elementi e ricordi, e Durante di certo è un ideale.

Come mai questo nome strano, Durante, che è anche una preposizione e un partecipio presente?
Mi piaceva che questa figura avesse un nome che si presta a tante interpretazioni. Durante è un nome di quelle zone marchigiane, la città di Urbania in origine si chiamava Casteldurante, ci sono le ceramiche durantine… E poi Durante è anche un nome antico, da cui deriva Dante. E può essere sia un nome di battesimo che un cognome.

Il libro è ambientato nelle Marche, nell’urbinate, dove lei ha scelto di vivere. E sembra che anche il paesaggio sia protagonista: ne scrive con un misto di amore e senso critico. Perché ha scelto questa regione per se stesso, e anche per Pietro, il narratore di Durante?
Le Marche mi piacciono perché sono molto meno conosciute di altri posti, come la Toscana, la Liguria o anche l’Umbria. Sono anche più difficili da raggiungere, meno vicine alle rotte tradizionali. Mi capita spesso di scoprire gente che non sa dove sia Urbino, o che pensa che Pesaro sia in Romagna, o Ascoli in Abruzzo. E mi piace lo spirito schivo ma non chiuso dei marchigiani: bisogna conoscerli per entrare in comunicazione. Lo stesso vale per i luoghi, che non sono quelli “facili” e “ideali” del Chianti. Volevo rappresentare un posto più vero e faticoso, che mi corrisponde molto.

Il narratore, Pietro, scopre in sé una dualità: è dibattuto tra la sensazione confortante di aver trovato la sua dimensione, in campagna, radicato a una sua quotidianità programmata, e la voglia di vagabondare e di andare alla scoperta, come fa Durante. La stessa dualità che c’era anche in Due di Due. La stessa che avverte lei?
Sì, anch’io vivo questa dualità. Mi piace molto avere un luogo che sia una base, ma ho anche bisogno di incontrare gente. E la storia di Durante è anche un modo di esplorare due modi diversi di essere, quello di Pietro, legato a un lavoro manuale, ben radicato, e quello di Durante, che non ha nulla e va per il mondo apparentemente senza rimpianti. Un po’ lo stesso gioco di contrasti e attrazioni di Due di Due, individui molto diversi di fronte, e ognuno che vede nell’altro ciò che a lui manca. Due opposti che si attraggono.

In copertina c’è la foto, scattata da lei, di un cielo arancio-violaceo. Lei ama la fotografia, così come la musica, che scandisce le varie parti del libro: che diverse capacità espressive trova in questi due mezzi, rispetto alla scrittura?
La foto della copertina rappresenta un tramonto milanese, incredibilmente. A Milano il cielo non c’è, c’è sempre una specie di cupola, e invece due-tre volte all’anno ecco che esplode, luminoso. E una sera, nel periodo in cui stavo scrivendo il libro, uscendo mi sono trovato di fronte questo incendio coloratissimo, e l’ho immortalato con la mia macchina fotografica digitale, che ho sempre in tasca. Della fotografia mi affascina la sua capacità di sintesi estrema. Se è significativa, concentra molti significati, e questa capacità un po’ gliela invidio visto che quello che si racconta in tante pagine può essere raccolto semplicemente in uno scatto. Anche la musica mi affascina molto perché non ha bisogno di parole, è irrazionale. Invece la prosa è un lavoro di costruzione meticolosa, devi mettere insieme tanti elementi, e non basta prendere uno strumento in mano e tirar fuori note che fluiscono. Certo, anche la musica è ricerca, ma di tipo diverso rispetto alla scrittura.

Arrivato al quindicesimo libro, guardandosi alle spalle, qual è il bilancio della sua carriera letteraria?
Vedo il percorso letterario come un cammino che faccio attraverso la vita, che man mano presenta questi romanzi, che raccontano come e dove sono io. Ogni volta è un riflettere sul momento che vivo. È come un viaggio, durante il quale si tiene un diario.

Ha mai paura di trovarsi di fronte al foglio bianco e non aver nulla da dire?
Lo metto in conto. Inizio a scrivere solo quando sento di avere qualcosa da raccontare, quando avverto l’urgenza. Non cerco di forzarmi. So che potrebbe capitare di non avere l’ispirazione, ma l’importante è non far lo scrittore per mestiere, per mantere il ruolo. È brutto quando uno scrive senza idee.

Ha già nuovi progetti letterari?
No, ho finito da pochissimo di lavorare alle ultime bozze. Ora ho bisogno di un lungo periodo in cui fare tutt’altro. Da metà maggio farò un giro per l’Italia nei teatri, tra musica e letture, con la bella possibilità di poter conoscere i lettori. Ogni volta che si termina un libro, è poi fondamentale uscire dal tunnel della scrittura.

Visto che ama il cinema (è stato anche assistente di Fellini nel film E la nave va), non c’è in programma l’adattamento cinematografico di qualche suo libro?
Ho sempre scoraggiato gli adattamenti cinematografici, anche se mi arrivano proposte. Treno di panna, il film che ho diretto ispirandomi al mio romanzo, mi ha confermato che un film è un po’ un tradimento del libro. Preferisco che le mie storie rimangano libri. E se un giorno arriverà un’idea da un regista interessante, magari la prenderò in considerazione.

Il suo penultimo lavoro, Mare delle verità, era una chiara presa di posizione contro alcune scelte del Vaticano, contro la sovrappopolazione del pianeta e alcune dinamiche globali. Anche in Durante c’è un lieve accenno al surriscaldamento globale. E lei partecipa pure alla campagna di GreenPeace “Scrittori per le foreste”
Credo che la problematica ambientale sia la madre di tutte le questioni, dalle mostruose disuguaglianze mondiali alle epidemie e alla fame. Mi angoscia molto che la specie umana continui ad aumentare, e che ci sia un’idea di crescita continua di fronte a risorse che invece non crescono. Io nel mio piccolo cerco di fare quello che posso. Partecipo alla campagna di GreenPeace, che sta dando risultati molto buoni. È una piccola cosa, però è la dimostrazione che ognuno, nel suo piccolo, può fare qualcosa.

LEGGI ANCHE: un estratto del romanzo “Durante” di Andrea De Carlo

Andrea De Carlo presenta il suo “Durante” in anteprima

Durante, il nuovo libro di Andrea De Carlo, esce il 30 aprile per Bompiani. Panorama ne anticipa un estratto. Dove compare il protagonista: un personaggio fascinoso e asociale che lascia il segno su tutti coloro che incontra.

Di Andrea De Carlo
Dopo un quarto d’ora Durante ha preso il cavallo per le redini e l’ha portato verso la staccionata, ha aiutato Samantha a smontare. Samantha ha toccato terra in malo modo, si è aggiustata subito i pantaloni e i capelli e le maniche della camicia. Ha detto “Mamma mia, che fatica”.
Il marito ha detto “Allora? Ce l’ha la stoffa dell’amazzone?”.
“No” ha detto Durante, senza enfasi.
“Cosa?” ha detto Samantha. Si è girata a guardarlo, leggermente teatrale.
“Non ce l’hai” ha detto Durante. Aveva un’espressione triste, con appena un accenno di sorriso.
“Be’, può imparare, no?” ha detto il marito. “In un tot di lezioni?”.
“Non credo” ha detto Durante, come se non ci fossero in gioco il suo interesse professionale e le loro malriposte aspirazioni.
“Come sarebbe?” ha detto Samantha, sembrava incerta su che atteggiamento assumere.
“È che non hai nessun senso dell’equilibrio” ha detto Durante. Aveva questo modo di calcare sulle parole chiave, ma per il resto il suo tono era pacato.
“Come si permette, questo?” ha detto Samantha, rivolta al marito e in parte anche a me e Astrid che assistevamo alla scena. “Ho fatto otto anni di danza classica, io!”.
“Non sono serviti” ha detto Durante, sempre in forma di semplice constatazione.
“Scusi tanto, signor maestro” ha detto il marito, alzando la voce. “L’equilibrio non dovrebbe insegnarglielo lei?”.
“Ci vorrebbero anni” ha detto Durante. “E non basterebbero, senza una disposizione mentale totalmente diversa”.
“Eh?” ha detto il marito, sempre più stizzito. “Allora a cosa servono queste lezioni? Per cosa paghiamo noi?”.
“A niente, in questo caso” ha detto Durante. “E non dovete pagarmi”.
“Io non ci credo!” ha detto Samantha la sua ormai ex allieva, vibrava di indignazione.
“Mi faccia capire un attimo, signor maestro” ha detto il marito. “Quale sarebbe il problema?”.
“L’attenzione” ha detto Durante. “È totalmente incapace di ascoltare dentro di sé, o fuori”.
“Ma che stai a dire?” ha detto la tipa. “Ma cccche stttai a ddddire?”. Continuava a passarsi una mano tra i capelli, girare su se stessa.
“Che razza di discorsi sono?” ha detto il marito. Come sua moglie e anche me e Astrid, era forse più sconcertato dai modi di Durante che dalle sue parole: dall’apparente candore con cui diceva la verità senza usare nessuno dei filtri della normale cortesia sociale.
“Vale anche per te, naturalmente” ha detto Durante, senza cambiare tono. “Se riuscissi a vederti dal di fuori, con quel telefonino. Non hai smesso un attimo di fare e ricevere chiamate, perché non sei in grado di essere qui”.
“Oh, chi ti autorizza a dire ’ste cose?” ha detto il marito. “Chi ti au-to-riz-za-aa?”. Agitava avanti e indietro una mano con le dita chiuse, ritto sulle punte dei piedi per essere alla sua altezza d’occhi.
“Ma, voi” ha detto Durante, lo guardava con i suoi occhi grigi. “Non avete chiesto la mia opinione?”.

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