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arte

Siete avidi lettori? Non perdetelo.
Leggete un libro l’anno?
È il vostro: L’inverno della cultura, impietosa denuncia del nostro imbarbarimento firmata Jean Claire. Per dargli ragione basta guardarsi attorno. Chiese e pale d’altare servivano un tempo alla “cultura del culto”? Oggi installazioni e mostre d’arte celebrano il “culto di una cultura” senza spirito né bellezza.
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Piccolo breviario d’arte. I racconti di Walser (1878-1956) su quadri e artisti, da Lucas Cranach a Paul Cézanne, sgorgano lievi come movimenti musicali, alcuni in poesia, altri in piccoli dialoghi scenici. I quadri si animano: Continua

La copertina del libro - Credits: Topipittori
Il pittore Massimo Caccia illustra la leggenda dell’arca di Noè nel libro C’è posto per tutti, edito da Topipittori. Si tratta di un volume dalle immagini delicate che racconta la storia dell’arca, reinterpretata con l’occhio dell’arte. Continua

Il maestro Silvano Bulgari - © Barbara Bonomelli
Si è appena conclusa a Bergamo una mostra sull’universo monumentale e prezioso del maestro Silvano Bulgari. Continua
Un particolare della copertina
Gaetano Cappelli ha il dono di una scrittura volutamente arzigogolata ma godibilissima, e sa raccontare storie in cui personaggi che di primo acchito sembrano assurdi, ma che sono in realtà perfetti tipi umani nostrani, si mettono irrimediabilmente nei pasticci. Quasi sempre lo fanno per soldi o per sesso, possibilmente entrambi. Proprio come accade nel nuovo romanzo La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo, edito da Marsilio, a Dario Villalta, gallerista con la passione per l’arte con la A maiuscola e costretto a “televendere” incomprensibili opere d’arte contemporanea, per le quali i riccastri suoi clienti sono disposti a sborsare cifre spropositate. La sua segreta passione per le belle vedove di una certa età lo condurrà a fare il passo più lungo della gamba, cimentandosi nella vendita, in un’asta segretissima, di una statua del Mantegna ritrovata in un’oscura casa di campagna in un paesino della Basilicata.
Tra pezzi grossi in odore di malavita, psicanalisti new age, chef truffatori, viveur da balera e scambisti infoiati, Cappelli è perfettamente a suo agio nel descriverci, spesso usando un dialetto lucano misto a molti altri idiomi (compreso uno spassosissimo lucano-latino) le avventure di Villalta condite di digressioni, tutte o quasi utili allo sviluppo della trama, in una farsa che trova in un hotel di super-lusso di fronte ai faraglioni di Capri il suo rocambolesco epilogo.
È il ritratto di un’Italietta in cui tutti vogliono tutto: fama, potere, immagine, trasgressione, ricchezza e, perché no, anche l’amore. Cappelli sfoggia la sua cultura in fatto di vini (del resto il suo romanzo precedente era Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo), arte (sembra chiaro che disprezzi quella contemporanea, a cominciare dalla sua star globale Damien Hirst) e cucina, con qualche incursione, ampiamente segnalata per chi fosse facilmente scandalizzabile e volesse saltarla, nel mondo del porno. Il romanzo ha ritmo ed è divertente, e Cappelli ha il pregio di raccontare i luoghi che conosce, riuscendo così a costruire personaggi credibili pur nei loro eccessi. Il suo unico difetto è forse quello di rivolgersi troppo spesso direttamente al lettore, togliendogli a volte il gusto di immergersi completamente nella storia.
LA GALLERY
Ogni nuova uscita di casa Bonelli è un piccolo evento. Ogni “numero uno” un piccolo tesoro per appassionati. Carlo Ambrosini, già all’opera come disegnatore e autore sulle pagine di Ken Parker, Dylan Dog e su quelle particolarissime di Napoleone, ha dato i natali a Jan Dix, un “investigatore” molto particolare.
Panorama.it ha incontrato Ambrosini per farsi raccontare qualcosa in più su questa miniserie bimestrale di 14 numeri appena approdata in edicola.
Chi è Jan Dix?
Un conoscitore, un osservatore d’arte; piccolo collezionista e mercante; pubblicista e scrittore (sempre d’arte) nonché consulente del Rijksmuseum di Amsterdam. Quarant’anni, fidanzato con Annika Hermans, la trentenne direttrice di una sezione della pinacoteca del museo. Dix gira il mondo per recupero, attribuzioni e acquisizioni di opere d’arte, ma anche per consulenze e conferenze. Vive ad Amsterdam in un loft in centro dove riceve la fidanzata, clienti vari e… ammiratrici.
Da quanto tempo è al lavoro sul personaggio?
Sono occupato da Dix praticamente a tempo pieno da più di due anni, dalla chiusura di Napoleone.
Doveva chiamarsi Pollock…
Già… ma la legislazione sulla tutela del diritto d’autore degli artisti morti da meno di settant’anni ci ha costretto (in virtù della sua fumosità) a rivedere, l’utilizzo del nome.
Cosa rappresenta l’arte per Dix? E per il suo autore?
Direi che per entrambi è uno strumento per gettare uno sguardo sul mondo. Una via preferenziale per acquisirne la conoscenza.
Quali sono state le fonti di ispirazione per la creazione delle storie e del personaggio?
Per la caratterizzazione dei protagonisti, ho creduto di ispirarmi a dei modelli fisici quali quelli di Jeremy Irons e di Giulia Roberts che vogliono essere solo riferimenti di massima ai quali i disegnatori, me compreso, dovranno attenersi ma che sono liberi di interpretare con il loro segno. Irons ha un fisico sufficientemente atletico per rincorrere e ammazzare qualche cattivo (infatti spara, anche se con una certa riluttanza) ma anche un viso credibile come studioso capace di approfondimenti intellettuali. Giulia Roberts, d’altro canto, mi sembra molto bella senza essere troppo stereotipata. Il debito con la fisionomia degli attori per me è funzionale soprattutto a comunicare con i disegnatori per intenderci sulle tipologie di massima. Altri due componenti fissi della serie sono il giudice Hilman (un vecchio giudice in pensione, mentore e confidente di Dix il cui nome è un omaggio al grande psicanalista e filosofo) e per finire, Gherrit, il suo assistente, un venticinquenne carino, dinamico e scanzonato studente di architettura.
Le attività di Dix nelle sue avventure saranno quella di perseguire i responsabili di furti, truffe o trafugamenti di opere d’arte, ma anche, forse soprattutto, quella di gettare uno sguardo più consapevole sulla realtà che lo circonda attraverso l’osservazione, lo studio e l’interpretazione dei contenuti tematici e poetici dei quadri, delle sculture e della produzione artistica in genere. Il taglio sarà quindi quello di un noir psicanalitico con rimandi (più o meno espliciti e in conformità con le leggerezza del linguaggio del fumetto) all’aspetto filosofico ed esistenziale del discorso artistico.
Sembra esserci un filo che lega “la corte dei miracoli” del giudice Hilman ad alcuni personaggi del mondo psichico di Napoleone…
Sì, anche i barboni del giudice sono scorie umane e quindi scorie psichiche. Naturalmente le scorie, nell’osservazione dei fenomeni, sono più significative di quello che si espone in vetrina. Posso dirti però che non hanno certo l’importanza che avevano gli spiritelli di Napoleone. Questi vivono aneddoticamente molto più sul fondo.
Jan Dix è una miniserie. Una scelta che in qualche modo sta dando nuova linfa alla Bonelli. Ha pensato immediatamente a Jan Dix in questi termini oppure poteva essere una serie classica?
La bimestralità prevista nelle uscite non è propriamente classica, ma mi consente di avere più cura del prodotto. La lunghezza della serie dipende dal gradimento e dalla pazienza dell’editore, diciamo che i 14 numeri sono garantiti, poi vedremo. Io comunque non ho pensato a un romanzo conclusivo di 14 puntate.
Gli artisti che abbiamo trattato nei primi numeri sono: Vermeer, Rembrandt, Pollock, Van Gogh, Hopper… ma anche soggetti di fantasia come un esangue e maledetto pittore di ex voto, o artisti primitivi costruttori di totem e di immagini animistiche. Il materiale per sviluppare la serie non manca di certo.
Napoleone è stato uno dei più interessanti e particolari personaggi di casa Bonelli, per le storie, per gli argomenti, ma anche per i disegnatori coinvolti. Su tutti (senza nulla togliere agli altri), lo stile decisamente sopra le righe di Paolo Bacilieri... I lettori possono aspettarsi lo stesso da Jan Dix?
Sì certo, Bacilieri è della partita e al momento sta ultimando la sua seconda storia. Lo staff di napoleone è confermato se si esclude che abbiamo perso Pasquale Del vecchio e acquisito un paio di nuovi autori, uno è Giez, l’altro, un autentico esordiente di talento: Andrea Borgioli. Gli altri sono i sempre ottimi Gabriele Ornigotti, Giulio Camagni (che è anche un interessantissimo pittore), Emiliano Mammuccari e naturalmente il sottoscritto.
La serie è già stata scritta e disegnata tutta?
Si, ho già scritto dodici delle quattordici storie, ne abbiamo cinque finite e le altre in lavorazione.
Che risposta vi aspettate da parte del pubblico?
Una buona solida e nutritissima nicchia di affezionati.
Dopo Dix?
Mi coglie impreparato. Chi lo sa?
Napoleone, dopo nove anni, è finito forse un po’ troppo bruscamente, non è possibile un suo ritorno, nemmeno con un albo annuale, decennale?
Ecco questa potrebbe essere eventualmente una possibile occupazione dopo Dix. Quello che succederà al prodotto fumetto nei prossimi anni comunque è sottoposto alle leggi dell’imponderabile. Staremo a vedere.
LA GALLERY

Delle congetture sul rapporto tra arte e follia s’è perso il conto. Nelle librerie, si annega tra storie così. E sopra tutti il soggetto preferito è Vincent Van Gogh. Come biasimare i frettolosi divulgatori? La biografia dell’artista serve episodi su un piatto d’argento. 23 dicembre 1890, notte, Vincent si scaglia su Gauguin con un rasoio e poi si punisce tagliandosi la parte inferiore dell’orecchio sinistro, che incarta e che porta in un bordello a mo’ di appassionato omaggio per una prostituta che gli toglieva il sonno. Al di là di come sia andata davvero, si tratta comunque di un gustosissimo episodio per gli amanti del genere macabro-romantico. Succede però che dietro al cliché di genio e sregolatezza c’è sempre dell’altro, ovvero un’umanità che non si liquida in fretta. Nella fattispecie: un Vincent Van Gogh col suo bel fardello di tribolazioni, ansie quotidiane, nevrosi. E bollato con quella che un’acerba psichiatria di fine Ottocento definiva schizofrenia, al pari di tutto ciò che agli strizzacervelli d’allora appariva indefinibile. Di quell’uomo, dei suoi affetti e delle sue complesse fatiche per non farsi stritolare dalla realtà s’è occupato Martin Gayford nel libro La casa gialla, uscito in Italia per i tipi di Excelsior1881.
Miracolosa e maledetta, quella casa gialla fu il luogo in cui Van Gogh dipinse quadri celebri come i Girasoli; dove andò incontro al malessere psichico che lo condusse fino al suicidio; e dove visse per nove settimane con Paul Gauguin. Gayford ricostruisce quell’incontro e quel periodo con l’esattezza degna di un testimone oculare. E la cronaca dei fatti gli serve per fare un passo in più. Tra le dissertazioni sull’arte e le scorribande nei locali notturni, l’autore s’infila anche nella testa dei due pittori: a scandagliarne gli affetti, le ambizioni, i pensieri. E lo fa radiografando tutti i documenti e le testimonianze disponibili, fino a quando non è più possibile tenere le redini della psicologia, perché la malattia mentale entra in scena come un intruso nella vita di Vincent.
L’artista sarà rinchiuso ripetutamente in una cella d’ospedale, in isolamento, solo con le sue allucinazioni e le sue crisi d’angoscia. E la speranza di tornare in quella casa gialla ad Arles sarà frustrata da una petizione dei cittadini al sindaco perché non consenta il ritorno di un “inquietante” vicino di casa.
Ci mancava solo il comitato civico a complicargli quella fatica di campare, archiviata infine con un colpo di pistola al petto.

Feedback, scritti su e di Franco Vaccari: un libro d’arte che costa come un tascabile (18,60 euro) e ripercorre l’opera di uno dei più grandi artisti concettuali italiani.
Vaccari ha scelto come suo mezzo privilegiato la macchina fotografica. E per quanto ogni artista si aspetti che le proprie opere generino conseguenze, Vaccari si è mosso fin dal principio della sua attività con l’intento preciso di innescare dei processi realmente osservabili: creare nuove situazioni determinate dalle sue opere. Ovvero generare feedback, come recita appunto il titolo del volume.
Un esempio tra i tanti è nell’opera Il mendicante elettronico (del 1973), in mostra allo spazio Oberdan di Milano nella rassegna dedicata all’artista fino al 27 maggio (qui la gallery con le alcune delle opere esposte). La location dell’opera è un angolo qualunque di una città qualunque, dove generalmente un mendicante tende il proprio cappello chiedendo l’elemosina e i passanti gli transitano davanti indifferenti. L’intervento dell’artista altrea però il comportamento dei passanti. Vaccari sostituisce il mendicante in carne ed ossa con un televisore che mostra soltanto l’immagine del cappello. Attorno al monitor cominciano così a fermarsi delle persone incuriosite. E dopo un po’ c’è un intero drappello di spettatori immobili davanti all’insolito spettacolo. L’operazione (ripresa a sua volta in un diversi scatti fotografici) mostra il paradosso tra l’indifferenza nei confronti di un clochard e la curiosità per un comune monitor. Ma si presta anche a riflessioni sul potere dei media e del gesto artistico.
Feedback, a cura di Nicoletta Leonardi, è edito da Postmedia books. E il titolo, parola chiave di ogni opera di Vaccari, si riferisce anche alla composizione interna del volume: un’antologia dei più importanti scritti usciti fin’ora sull’artista i quali, accostati a quelli dello stesso Vaccari, assumono la forma di in un botta e risposta tra le opinioni di critici e le idee del fotografo. Tra i contributi dell’antologia, gli scritti di Renato Barilli, Gillo Dorfles e Roberta Valtorta.
Qui una video intervista a Franco Vaccari
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