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Il blog "L'apprendista libraio"
Siete alle prese con il solito cliente ignorante o sciatto che si avventa su un libro con la stessa partecipazione o competenza con la quale si approccerebbe a una scatoletta di latta? Avete le tasche piene dell’arroganza del neofita che entra per la prima volta in libreria con l’aria di chi la sa lunga? Un blog potrebbe fare al caso vostro. Continua

Particolare della copertina del libro di Claudia de Lillo
Partiamo dai numeri: cinque milioni di contatti e una media di circa cinquemila visite giornaliere. Cifre considerevoli, che diventano dati da capogiro se paragonati all’universo dei blog italiani. Continua

Una manifestazione di protesta in maschera - Credits: DG Jones via flickr
Forse è merito (o colpa) del web 2.0, forse dell’imminente esplosione degli e-book, o forse del mercato sempre più duro e inflazionato, sta di fatto che per uno scrittore è sempre più difficile districarsi nel mondo dell’editoria, dei contratti e dei diritti d’autore. Così in Rete è appena nato Scrittori in causa, un blog che cerca di fare luce sullo spietato mondo delle case editrici.
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Il blog "La vera editoria"
Si dichiara “un editor scazzato che dice quello che pensa e pensa quello che dice”, sostiene di avere cambiato “una decina di editori” e aggiunge: “sarebbe bello fare pubblicità ai miei romanzi, o agli autori che secondo alcuni vorrei esaltare, ma non è per questo che ho aperto un blog”. Continua

José Saramago - Credits: Ansa
“Blog che termine orribile! Non so da dove nasca esattamente la parola, ma i miei commenti, le mie osservazioni apparsi in Internet dal settembre del 2008 al marzo del 2009 sono i prolungamenti dei miei Quaderni di Lanzarote“. Continua
Goethe e Schiller sono diventati blogger. Ne dà notizia oggi La stampa. “Giesbert Damaschke, un germanista e giornalista tedesco esperto di informatica ha aperto un blog sullo scambio epistolare che unì i due poeti e drammaturghi a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento (www.briefwechsel-schiller-goethe.de). Un blog «in tempo reale», come lo definisce Damaschke: ogni lettera viene messa online esattamente con 215 anni di ritardo. Per intenderci: la prima missiva, inviata da Schiller il 13 giugno 1794, è comparsa il 13 giugno. Ieri è arrivata la risposta di Goethe, datata 24 giugno 1794. La prossima lettera sarà online il 25 luglio. Un mese di distanza tra un post e l’altro: inevitabilmente i tempi non sono quelli ultrarapidi di Internet, ma poco importa (…)“.
Enrico Brizzi
Il racconto di viaggio sta cambiando. Non più riflessione a posteriori sui luoghi visitati e le persone incontrate, ma diario in divenire, scritto (e letto) in tempo reale, mentre si visitano i luoghi e si vivono le emozioni. A renderlo possibile è la tecnologia e a cimentarsi in questa originale forma narrativa è Enrico Brizzi, uno che di sperimentare non ha paura. Diventato di colpo famoso a 19 anni con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Brizzi ha cambiato più volte registro passando dai tormenti adolescenziali del libro d’esordio all’iperviolenza di Bastogne, fino ad approdare al racconto di viaggio, anzi di pellegrinaggio, ne Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro, romanzo ispirato al viaggio a piedi fatto sulla via Francigena.
E sempre a piedi Brizzi è partito questa estate da Roma alla volta di Gerusalemme armato di un palmare sul quale annota le sue impressioni che è possibile leggere, quasi in tempo reale, sul portale GiraMi Mobile, servizio di informazione e intrattenimento di Milano disponibile gratuitamente per l’utenza mobile. In pratica Brizzi scrive il suo racconto per tappe su un cellulare, noi possiamo leggerlo sul sito oppure a nostra volta sul telefonino, scaricando il programma Pocket City.
A che punto è il viaggio? Dopo 28 tappe italiane Brizzi sta lasciando il paese alla volta della Grecia. Qui finisce la camminata e comincia la lunga traversata in barca a vela con un po’ di island hopping in Grecia, poi Cipro e finalmente l’arrivo a destinazione, previsto per il 18 luglio. Ma prima di lasciare Brindisi lo scrittore spiega così sul suo diario mobile il senso di questa avventura intrapresa con un gruppo di amici: “Siamo cinque ragazzi cresciuti in giro per l’Italia, cinque ragazzi che i primi capelli bianchi invitano a considerare uomini, e ci siamo convinti in prima persona che è meglio dare scandalo e continuare a camminare piuttosto che restare ubbidienti e pettinati a ripestare per la milionesima volta il cortile sotto casa. Perché per non immergersi due volte nella stessa acqua basta stare fermi in mezzo alla corrente, ma se si vuole vedere la fonte del fiume serve risalirlo con le nostre forze, e nessuno mai lo farà al nostro posto”. Sicuramente è il viaggio più documentato della storia: oltre al portale mobile, si possono seguire le avventure di Brizzi e compagni anche su un apposito blog e vederne le foto su flickr.

Essere cattivi. Essere cattivi sul lavoro. Essere cattivi da avvocati. Unite queste tre dimensioni dell’essere ed ecco qui la piattaforma di lancio dalla quale il protagonista di Anonima Avvocati, di Jeremy Blachman, in Italia pubblicato da Baldini Castoldi Dalai editore, si divincola per trovare il proprio equilibrio malefico. Questione di sopravvivenza, potrebbe dire qualcuno. Già, perché nello spietato mondo degli avvocati e dei grandi studi legali statunitensi, almeno secondo la scrittura senza peli di Blachman, o si è vittima o si è carnefici. O si è sulla piattaforma o se ne viene stritolati. Da qui l’idea geniale, che ha addirittura preceduto la stesura del libro. Creare un blog, pettegolo e salace, dove l’unica benvenuta fosse esclusivamente la verità. Per mettere in luce le meschinerie dell’ambiente scritte dai diretti interesssati in forma assolutamente anonima. Obiettivo raggiunto. Ma oltre a lei nel blog si sono infilati anche più di 100 mila visitatori al giorno. Un successo straordinario per un praticante di uno dei più importanti studi al mondo ormai pronto a quel punto per fare il salto verso la scrittura. Da qui l’idea del libro, anche questa un successo. Anonima Avvocati, in fondo piace perché è un insolito Camera café tra scrivanie, dove però si decidono le sorti di mezza giustizia americana. Dove tra un caso e l’altro ci si azzanna per una spillatrice e le caramelle della segretaria che il collega ha mangiato di nascosto. E dove i grandi mali dell’umanità, ferocia, narcisismo, sadismo diventano i sentimenti principali della narrazione e si declinano al quotidiano. Alla fine, però, è l’ironia a fare il miracolo. E a rappresentare quel paradiso perduto che forse può ancora salvare il mondo. Il racconto si snoda in modo così serrato da avere quasi tempi televisivi, cosicché non c’è da stupirsi se negli Usa è già in preparazione adesso una sitcom ispirata al romanzo. E in Italia, oltre al volume, è nata anche la versione nostrana del celebre blog americano da cui è partita tutta l’avventura professionale oltrechè di vita di Blachman. Chissà adesso che gli avvocati italiani non traggano ispirazione per movimentare la loro monotona vita d’ufficio.
- Tags: Amartya-Sen, blog, collaborazione, crescita-economica, economia-della-felicità, feltrinelli, luca-de-biase, naomi-klein, open-source, pil, social-network
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“Oggi non siamo più consumatori, risparmiatori, lavoratori, spettatori… Siamo persone. E da qui si riparte”. Questo è il mondo 2.0 secondo Luca De Biase, giornalista del Sole 24 Ore, esperto di cultura digitale, ottimista, come il titolo del suo libro Economia della Felicità, edito da Feltrinelli, lascia ampiamente intendere. Attenzione però. Il suo non è un ottimismo vago e buonista, basato sulla convinzione che nell’epoca dei blog siamo tutti fratelli, ma la consapevolezza che ci troviamo nel bel mezzo di una nuova era, e analizzandone le molteplici sfaccettature dobbiamo prendere atto che i modelli economici proposti fino a questo momento non sono più adatti allo scopo per il quale erano nati: condurci alla felicità.
Sarebbe contenta Naomi Klein nel leggere alcuni passi in cui De Biase, citando tra gli altri l’economista premio Nobel indiano Amartya Sen, afferma quanto sia insensato “sostenere, come alcuni fanno, che si possa scegliere un percorso di sviluppo che inizialmente neghi i diritti civili per accelerare la crescita economica e così combattere la fame”. Sembra un brano preso di peso da Shock Economy, l’ultimo saggio della Klein in cui la scrittrice canadese sostiene che proprio questo è stato fatto, con l’uso di violenza e torture in molti Paesi del mondo per imporre a forza il liberismo puro.
Il mercato che si autoregola è una panzana, afferma De Biase, le regole servono eccome, altrimenti si favorisce “l’emergere di protagonisti in grado di dettare le regole agli altri in base ai propri interessi particolari”: la parola corporation vi dice qualcosa? Finito l’impero del Pil, in cui la crescita era considerata come unico valore possibile da perseguire a qualsiasi costo, umano e sociale, De Biase si accalora nel sostenere che nell’era della conoscenza, nella quale ora ci troviamo, sono altri i valori sulla cresta dell’onda. Competenza, creatività e innovazione contano più di tutto e rompono con la loro forza ogni steccato ideologico e ogni protettorato economico. La collaborazione tra persone, resa possibile dalla rete delle reti, mette tutti noi nella condizione di essere proattivi e non più pubblico di compratori dei contenuti altrui.
Non solo, ma cambia il concetto di felicità in relazione al benessere. Da un po’ di tempo a questa parte gli economisti hanno dovuto smettere di fare finta che il fine possa essere disgiunto dai mezzi per ottenerlo. Perché ci servono più soldi? Se la risposta è “per comprare cose di cui non abbiamo bisogno” non è forse ora di smettere di pedalare in quella direzione? De Biase ci invita a prendere atto di una squallida tendenza: stiamo monetizzando cose che un tempo erano gratuite. Perché invece di dover fare i soldi per pagare cose che un tempo avevamo a disposizione gratis (come il tempo libero in famiglia che ora si passa a fare shopping nei centri commerciali) non torniamo a dare valore agli aspetti non finanziari della nostra esistenza, ovvero quelli in cui possiamo più pienamente esprimere noi stessi? Social Network, blog, software open source sono tutti prodotti di una società che attraverso la collaborazione volontaria e gratuita si sa dotare di strumenti utili che arricchiscono le relazioni tra gli individui.
Economia della felicità è un libro che può non trovare tutti d’accordo, ma contribuisce in maniera stimolante a descrivere il momento di forti cambiamenti che stiamo vivendo e aiuta a capire quali sono le opportunità da cogliere.

Dalle parole della letteratura a quelle delle rete. Non sempre il passaggio è facile e soprattutto non sempre può portare a risultati fecondi. È quanto sostiene lo scrittore francese Michel Houellebecq, pubblicato in Italia da Bompiani e da noi apprezzato in particolare per Le particelle elementari e Piattaforma. In viaggio in questi giorni in America Latina, prima in Argentina, poi in Cile ai suoi lettori venuti ad ascoltarlo nelle librerie di Buenos Aires, ha raccontato del suo rapporto con la tecnologia e con Internet, rivelando di non avere neppure una stampante in casa ma soprattutto, per la prima volta, ha parlato della chiusura del suo blog, spiegandone le motivazioni. “L’ho chiuso perché non ne avevo il tempo. E poi perché un blog non è scrivere come lo intendo io. La bellezza di un libro è che ha sempre una fine, un blog invece è un sistema che ignora la parola “fine”, come A la recherche du temps perdu di Marcel Proust. “Per fortuna” ha aggiunto “sono felice di non aver conosciuto Internet durante la mia infanzia. Ero timido e inibito, con Internet non avrei incontrato nessuno.” Lo scrittore nato all’Ile de La Réunion, ma parigino di formazione, non ha dunque peli sulla lingua. E se lo dice lui bisogna crederci. È stato, del resto, Houellebecq stesso, peraltro ex informatico di professione per tre anni, a scrivere in uno dei suoi romanzi che “le relazioni umane diventano sempre più difficili, ciò riduce di conseguenza la quantità di aneddoti di cui una vita è composta”.
Una curiosità. Michel Houellebecq ha rilasciato queste originali dichiarazioni sul suo rapporto con i blog e la rete nel corso di un’intervista amatoriale girata nella capitale argentina e immediatamente diffusa su Youtube. Chi di rete ferisce, insomma, di rete alla fine comunque perisce.
Guarda il video
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“Col blog ho ricevuto 20mila lettere da giovani precari in italia. Sono lettere che sembrano scritte da Fantozzi solo che sono vere, ti viene un cuore così”: Beppe Grillo nei suoi spettacoli presenta il libro Schiavi moderni che raccoglie le testimonianze di lavoratori d’ogni tipo: tantissimi nei call center, divenuti ormai il maggior ricettacolo per disoccupati. Poi nelle aziende e, cosa più incredibile, nel pubblico impiego.
Come B.B.: “Ho una laurea in una disciplina scientifica e lavoro presso il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Facciamo attività di ricerca nel settore della biodiversità forestale. I risultati scientifici non mancano, peccato che l’unico inquadramento previsto sia quello di operaio agricolo a tempo determinato. Questo significa uno “stipendio” sui 1.000 euro, malattia pagata al 50% dal terzo giorno, niente ferie, mancato riconoscimento del titolo di studio e altre amenità del genere. Grazie a questa legge capestro i nostri contratti sono fissati di durata trimestrale, in pratica questi tre mesi lavoro, i prossimi tre… chissà. La legge Biagi è purtroppo diventata una scappatoia per le aziende per fare ancora più soldi a scapito dei dipendenti ma nel mio caso è lo Stato italiano che si comporta esattamente allo stesso modo”.
Sono lettere di persone che “si ridono addosso” per non piangere.
Quel che emerge è il quadro sconsolante che cominciamo a conoscere: alla laurea o anche al master non segue il lavoro per cui si è studiato, anzi sono qualifiche spesso da tener nascoste perché altrimenti si è “troppo qualificati” e non si viene assunti. Tra le tante truffe ai danni dei finanziamenti europei c’è anche questa, in Italia: l’Ue finanzia corsi e master che poi portano a contratti a progetto ridicoli, quindi alla fine è come non averli fatti. Lo dice perfino il premio nobel per l’economia Stiglitz nella prefazione del libro (disponibile anche in versione digitale gratuita): “In Italia un precario ha una probabilità di esser licenziato nove volte maggiore di un lavoratore regolare, una probabilità di trovare un nuovo impiego, dopo la fine del contratto, cinque volte minore e fino al 40% dei lavoratori precari è laureato. Ma se li mettete a servire patatine fritte o nei call-center, perché spendere tanto per istruirli?”
- Tags: aldo-soliani, blog, bruno-fiorini, copyleft, copyright, creative-commons, guglielmo-pispisa, internet, jadel-andreetto, kai-zen, la-strategia-dellariete, libri, luther-blisset, mondadori, wu-ming
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Mentre si celebra la giornata internazionale del diritto d’autore, si moltiplicano i libri che lo mettono in discussione, lo adeguano ai tempi, ne rompono gli argini. Come Kai Zen, in libreria con La strategia dell’Ariete, il primo libro Mondadori in copyleft.
Panorama.it ha incontrato questo gruppo di anime diversissime, che partrecipano al fenomeno sempre più diffuso della scrittura collettiva con una nuova formula che ridisegna i confini del diritto d’autore (da Luther Blisset a Wu Ming). Si chiamano Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani. Vivono in città diverse (Bologna, Bolzano, Messina, Sesto San Giovanni-Milano). E comunicano solo via web, dove si sono incrociati nel 2003, partecipando ad un’iniziativa di scrittura a più mani.
Non c’è conflitto tra il copyleft e gli interessi commerciali di una grande casa editrice?
Non c’è nessuna contraddizione. Noi pubblichiamo tutto in copyleft. Questo significa che chiunque può riprodurre, esporre in pubblico, recitare e anche modificare le nostre opere. Le uniche condizioni che chiediamo sono di citare l’autore e non specularci sopra. Insomma, le regole del Creative Commons. Mondadori ha accettato subito l’idea, in modo molto naturale.
Eppure c’è ancora chi ha paura del copyleft…
Per noi il copyleft è questione di rispetto per il lettore e di onestà intellettuale. È un contatto diretto con il nostro pubblico. Ed è una possibilità creativa senza limiti.
In che modo?
Su kaizenlab.it è in corso un nostro progetto di scrittura a più mani. Per quanto riguarda la Strategia dell’Ariete, sul sito dedicato abbiamo aperto le porte ai lettori e ai navigatori che possono agire direttamente sulla storia, sui personaggi, e sugli spin off. L’iniziativa sta avendo un successo enorme. E ogni dieci giorni nasce un nuovo racconto apocrifo che mettiamo online.
C’è un anche un blog di Kai Zen?
C’è un myspace, che contiene anche un blog
Avete blog personali?
No. Il formato blog in realtà non ci è molto congeniale, preferiamo il wiki, e presto inseriremo delle parti in wiki sul sito del libro.
C’è un rapporto tra le dinamiche della rete e la genesi di un’opera corale come kai zen?
Il web ha influito soprattutto sulla struttura de La strategia dell’artiete, che è fortemente ipertestuale. È possibile far nascere da ogni pezzo del romanzo un intero racconto (o perché no, un nuovo romanzo). Si possono far germogliare i semi piantati con il glossario alla fine del libro, aproffondire le ricerche storiche, tracciare mappe, aggiungere suoni e immagini… Per questo abbiamo costruito il romanzo assieme al sito, in modo da lasciare molti punti aperti.
I consigli di Kai Zen per chi vuole cimentarsi con la scrittura di gruppo?
Il nostro metodo è piuttosto semplice. Ognuno di noi parte da una prima stesura individuale. Poi si montano le parti. Si continua con una serie infinita di editing di ognuno su tutto e, se si è ancora amici dopo le discussioni, si taglia, si aggiusta, si riscrive quanto necessario.
E i consigli per chi vuole approfondire il concetto di copyleft?
Ci sono molti siti che se ne occupano. Per esempio il sito Copyleft Italia, il sito di Creative Commons in cui è possibile creare una licenza ad hoc per i propri progetti. E poi c’è il blog di Antonella Beccaria che si occupa di queste tematiche da lungo tempo. E non possiamo dimenticare i15, un gruppo di lettori molto particolare che diffonde e promuove la scrittura in CL. Poi c’è Terra nullis, un atelier di scritture a sorgente libera… Ma ce ne sono molti altri legati anche al software open source e a Linux.
Che cosa significa Kai Zen?
Ha a che fare con un’espressione giapponese che significa “In continuo miglioramento”. Ma non si pensi che siamo vicini a filosofie orientali o misticheggianti. In realtà è anche il nome di una band che fa una musica piuttosto violenta. Ci piaceva la loro musica, il loro nome… e l’abbiamo preso.

È come una puntata di Sex and the city. Solo che le avventure sessuali sono più piccanti. E ciò che si racconta è successo davvero. Almeno, così si avverte nel blog Greek tragedy, dove per tre anni Stephanie Klein ha raccontato le sue giornate a Manhattan. Ora i suoi post sono diventati un libro, pubblicato in Italia da Sonzogno col titolo Nuda & Cruda.
Il diario nasce nel 2004, quando a Stephanie cade in testa un macigno. Giovane, bella, ricca e sposata con l’uomo perfetto, si accorge che tutto le calzava come un guanto, tranne il marito perfetto, che si rivelerà invece “un porco”. Tradimento e divorzio cambiano la sua vita. Seguono momenti di depressione sfogati sul cibo e dollari sperperati sul lettino dell’analista. Poi la svolta. Meglio provare il metodo Manhattan: “dove pullulano uomini che non fanno altro che chiederti di uscire con loro”. La cura funziona meglio della psicanalisi. Le giornate (e le notti) prendono un’altra piega. E le loro cronache si trasferiscono sul blog, che in poco tempo diventa uno dei più cliccati al mondo (al 2132.mo posto in classifica, sui 13milioni di blog presenti in Rete).
Ogni giorno 200mila persone cliccano su Greek Tragedy per sapere come e con chi ha passato la serata Stephanie. Lei è ormai una celebrità. The Indipendent le consegna lo scettro di “Regina Internet di Manhattan” visto che viene fermata per strada e i giornali si occupano del suo caso. Il Guardian definisce il suo blog “Il paradiso dei guardoni” perché Stephanie, che ormai frequenta i party più esclusivi, riversa foto e impietosi resoconti sulle sue pagine web.
Nel libro si alternano pomeriggi di shopping, chiacchiere intime tra amiche e approcci con improbabili corteggiatori. Non mancano i momenti drammatici, come dividere il conto della cena con un nuovo spasimante: una pratica “più disgustosa del sesso orale dopo il sesso anale”. La scrittura è sempre molto disinibita, ma il suo umorismo sa anche essere più sottile. E pagina dopo pagina si scopre anche un’altra Stephanie: una sorta di Bridget Jones in versione Prada e tacchi alti. Dietro flirt più o meno appaganti e un grande successo mediatico, si scopre una single come tante, alla disperata ricerca del grande amore. È anche questo il motivo di tanto successo. Che continua oltre l’approdo in libreria. E sarà presto sugli schermi tv in una serie prodotta da NBC Universal.
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