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Bompiani

Umberto Eco - Credits: Lapresse
Umberto Eco ripropone Il nome della rosa. A trentadue anni di distanza dalla sua prima uscita, uno dei più grandi successi letterari italiani ritorna per Bompiani in un’edizione riveduta e corretta dal suo stesso autore. Continua

Umberto Eco (AP Photo/Sebastian Scheiner)
Ovviamente quasi tutto è stato detto del grande Umberto Eco, che proprio domani compie 80 anni. Mi limito a rendergli omaggio: elenco (anzi metto in “lista”) cinque libri che, mi pare, rappresentano bene il suo percorso intellettuale e le sue fissazioni (che sono diventate anche le nostre).
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(AP Photo/ Ahmad Jamshid)
di Stella Pende
È come incontrare una parente sconosciuta, qualcuno che ha diviso perfettamente con te valori e vita, forse illusioni. Ma anche terre di dolore e di bellezza. Così è stato incontrare Susanna Fioretti e prima di lei il suo libro Involontaria (Bompiani), dove questa donna dagli occhi turchini attraversa la passione del suo mestiere di «volontaria» (delegata della Croce rossa italiana ed esperta del ministero degli Esteri in Mauritania, India, Yemen, Afghanistan, Mozambico, Sud Sudan) raccontando luoghi di terremoti e di guerre, amori struggenti, figli lontani ed eroi della bontà. Ma anche aguzzini e carnefici di poveri.
In questo suo libro, denso di pietas ma lontano dal piagnisteo e dalla vetrina di certa beneficenza glamour, Susanna scopre la grandezza della solidarietà militante, ma anche i suoi peccati più nascosti. Raccontando con sguardo acuto i limiti dell’azione umanitaria e smontando certe leggende di un mondo che spesso prende molto di più di ciò che dà. Sempre con passione condita da ironia.
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Il sito di Michael Cunningham
Si intitolerà Al limite della notte, uscirà in contemporanea negli Stati Uniti e segnerà il ritorno dopo tre anni di uno degli scrittori più amati (e premiati) della narrativa occidentale. Continua

A Courmayeur, in ritiro con gli altri concorrenti dell'Isola - Credits: ANSA/Angelo Musumarra
Lo scrittore Aldo Busi approda all’Isola dei Famosi fra mugugnetti moralistici e ovazioni. L’INTERVISTA

Particolare della copertina del libro La rabbia giovane di Ross Raisin
Sam Marsdyke ha diciannove anni e in passato è stato allontanato dalla scuola per un tentativo di violenza contro una compagna. Ma lui è certo che non fosse violenza. “L’hai costretta contro la sua volontà. Col cazzo, contro la sua volontà”. Eppure lei aveva il braccio coperto di lividi… E così come un escluso il ragazzo vive nella campagna inglese del Nord di York, aiutando il padre allevatore di pecore, vagando solo per le brughiere, rabbioso e concedendosi feroci scherzi alla gente del posto.
Ross Raisin nel suo romanzo d’esordio La rabbia giovane, edito da Bompiani (266 pagg.), dipinge il ritratto di questo emarginato imberbe. Fresca voce del panorama letterario britannico, 29 anni e lodato da colleghi più celebri come Colm Tóibín e J.M. Coetzee, lo scrittore originario dello Yorkshire ci presenta il libro come se uscisse dalle mani dello stesso Sam. In prima persona e con un linguaggio spesso cinico e rude, visionario e allucinato, Raisin ci fa entrare nella psiche del diciannovenne, nella sua antipatia per i moderni hippy, ricchi snob che dalla città si trasferiscono in campagna spinti da ideali bucolici, nel disgusto profondo per il piccolo paese in cui vive e per i suoi modesti abitanti, nella sua solitudine affrontata con ironia, nel suo lavoro con il gregge. “La pecora è la bestia più ottusa che ci sia in giro, cui bisogna dar da mangiare, pulire il culo, curare le zampe, altrimenti si ammala o si azzoppa. Sa il diavolo come le pecore se la siano cavata prima che arrivassero i pastori”.
Pian piano questo ragazzo solitario, strappato alla sua monotonia solo dall’arrivo di una quindicenne nella fattoria vicina, non può non attirarsi la simpatia del lettore, che rimane quindi disorientato quando entra anche nella sua distorta visione della realtà e capisce di trovarsi di fronte a un disturbato mentale. Uno stupratore.
La rabbia giovane è stato pubblicato in Inghilterra, America, Canada, Italia, Paesi Bassi.
Panorama.it ha incontrato l’autore Ross Raisin, che The Observer ha definito “uno scrittore da tenere sott’occhio: misurato, maturo, coinvolgente”.
Raisin, com’è nato La rabbia giovane (titolo originale God’s Own Country)?
Nasce con l’idea di un personaggio per cui si potesse contemporaneamente simpatizzare e provare repulsione. Poi ho deciso che questi doveva essere giovane e che doveva vivere isolato, sia in senso fisico che mentale, per questo ho pensato alla vita contadina. Quindi mi sono accorto che avevo anche l’ambientazione: la campagna.
Nel libro si parla con accuratezza sorprendente, soprattutto perché scritto da un giovane, della vita dell’allevatore e della campagna, dalla monta e dal parto delle pecore ai campi di colza… Esperienza personale o frutto di ricerche?
Soprattutto frutto di ricerche. Però anch’io ho avuto un po’ di esperienza di campagna, pur se da lontano, più da escursionista. Ma questo è il punto di vista esterno, diverso da com’è realmente la vita dei contadini. Per questo ho avuto l’esigenza di conoscere meglio le loro condizioni, le loro difficoltà, gente con una quotidianità faticosa che ha bisogno di sostegno.
Il tema trattato, di un ragazzo che sembra solo scontroso e ribelle e invece pian piano si delinea come un disturbato e maniaco sessuale, è alquanto scivoloso. Umanizzandolo e rendendolo simpatico si può rischiare di essere accusati di giustificare la violenza sessuale. Come si è posto di fronte a questo rischio?
È proprio questo il punto, è stato fatto appositamente. Di certo non volevo scusarlo, volevo solo creare questo personaggio e che, anche grazie al linguaggio usato, si prestasse attenzione a lui. Se Sam ci piace, quando commette il crimine è più probabile che la gente si chieda perché l’ha fatto. Spesso per come i romanzi e i media presentano i criminali sembra che siano solo dei mostri. Invece volevo che i lettori si chiedessero “perché?”.
Lo stile narrativo è molto particolare, con i dialoghi presentati in maniera innovativa, la scrittura che spesso ha intercalari volgari ed è ironica assecondando il delirio mentale di Sam. È stato qualcosa che ha studiato a priori o un getto spontaneo?
Tutto è stato studiato, sofferto, elaborato, finché la gente non arrivasse a sentirlo come un getto spontaneo.
Questo è il suo primo romanzo, pubblicato quando aveva 28 anni. È stato facile raggiungere la pubblicazione?
Non è mai facile trovare spazio per la pubblicazione, indipendentemente da quanto un libro valga. Io certamente sono stato fortunato e ho trovato un bravo agente con cui si è creata anche un’amicizia.
Cosa si sente di consigliare a giovani aspiranti scrittori?
Non penso ancora di essere nella posizione da poter dare consigli. L’unica cosa che suggerisco è di scrivere per una ragione giusta, che non sono i soldi o la fama, ma perché si ha qualcosa da dire.
Sta già lavorando ad altro?
Sì, sto scrivendo un secondo libro, sempre su un escluso sociale, un uomo di mezza età: qui parlo del lutto, dell’essere senza casa, dell’industria…
Finora ha ricevuto critiche positive, anche da affermati scrittori. Questo le genera paura di non ripetersi e un po’ di ansia da prestazione?
No. Magari posso sembrare poco sincero a dirlo ma, anche se mi fanno piacere le recensioni positive e ne sono grato, io non le leggo. Le recensioni non mi sono utili per scrivere e io sono uno scrittore, devo pensare a scrivere.

Particolare della copertina de Le due donne del Partenone
Nel 2007 ha vinto il Premio Roma per I cigni di Leonardo, storia di intrighi e passioni a corte attorno alle sorelle Isabella e Beatrice d’Este, intrecciati al destino di Leonardo da Vinci. Ora Karen Essex, scrittrice e giornalista statunitense, torna con un nuovo romanzo storico, e ancora una volta le protagoniste sono due donne, legate a distanza di più di due millenni da un’opera d’arte e umana meravigliosa, il Partenone. Edito il 16 luglio da Bompiani (pagg. 576), Le due donne del Partenone (Stealing Athena) dà voce a due figure femminili volitive e coraggiose, passionali e fascinose, Aspasia e Mary Nisbet. Aspasia di Mileto, amante di Pericle che lo stratega ateniese a lungo non ha potuto sposare perché una legge voluta da lui stesso vietava di congiungersi a straniere, ha subìto una tradizione storica e letteraria avversa, accusata di lenocinio e considerata cortigiana e concubina nonostante la solida unione con lo statista. Fu anche studiosa di filosofia nonché maestra di Socrate, qualità non apprezzata in una donna nel quarto secolo prima di Cristo. Mary Nisbet è stata invece la moglie di lord Elgin, l’ambasciatore dell’impero britannico in terra ottomana che, in età napoleonica, ha salvato dall’incuria (o rubato?) alcuni marmi del Partenone trasportandoli in Gran Bretagna affinché l’arte del suo Paese ne traesse lustro e ispirazione. Mary è stata la principale artefice di questo sforzo, riuscendo ad ottenere l’assenso del Sultano a prelevare i marmi e finanziando il problematico trasporto via mare.
La Essex offre un dettagliato spaccato di queste due epoche lontane e dei due affreschi di donna, con rigore storico e allo stesso tempo con sfumature personali e suadenti. Con un linguaggio piano ma coinvolgente.
Panorama.it ha incontrato una solare Karen Essex, anche lei sobria e attraente.
Karen Essex, dopo il Rinascimento, l’Italia e le due sorelle d’Este de I cigni di Leonardo ora ha scelto come protagoniste altre due donne. Perché proprio Mary Nisbet e Aspasia e come mai il parallelismo tra le due? Come ha “scoperto” la figura di Mary?
Nel 2001 ho visitato il British Museum per un’esposizione su Cleopatra e, nella galleria dedicata ai marmi di Elgin, sono rimasta affascinata dalle sculture del Partenone: in particolare mi sono chiesta come fosse stato possibile il trasporto dalla Grecia a Londra, anche dal punto di vista meccanico, e quale personaggio così ambizioso avesse potuto fare ciò. Nel 2004, poi, una studiosa americana ha pubblicato la biografia di Mary (Mistress of the Elgin Marbles: A Biography of Mary Nisbet, Countess of Elgin di Susan Nagel) e così ho appreso come fosse stata lei la responsabile del trasporto e come avesse convinto il Sultano… Già avevo pensato di scrivere sui marmi e quando ho sentito che dietro a tutto c’era stata una donna mi sono detta “è un libro per me”, visto che tratto di donne e potere. Aspasia, invece, l’avevo già studiata all’università e da anni riflettevo su come scrivere un libro su di lei. Finché un giorno, in ufficio, mi è balenata l’idea di abbinare le due donne, una che vede la costruzione del Partenone, l’altra che in un certo senso ne segue la demolizione.
Lei dà voce a donne che, più o meno indirettamente, hanno fatto la storia, anche se sono state dimenticate o se ne sono perse le loro tracce. È questo uno degli intenti del suo libro?
Sì, perché nella storia ufficiale le donne spesso sono nascoste, dai libri di storia non si apprende di loro: o sono state eliminate o ci viene fornita una errata lettura di ciò che hanno fatto. Le donne vengono sempre interpretate in base all’uomo con cui vanno a letto. Volevo quindi riportare alla luce i successi di molte di loro e dar loro volto umano. Non ho intenzione di idealizzarle, anche perché alcune sono terribili, ma semplicemente rendere loro una figura umana.
Cosa prova a caratterizzare e umanizzare personaggi così grandi come Pericle, Fidia, Socrate, e le stesse Aspasia e Mary? Timore reverenziale o una sorta di adrenalinico potere creatore?
Prima di mettermi alla scrittura conduco una ricerca molto approfondita, che nel caso di personaggi femminili risulta difficile perché è stato scritto poco su di loro, pertanto bisogna studiare la cultura in cui sono vissute. Soprattutto per Aspasia. Nel caso di Mary è stato più facile perché lei ha pubblicato anche delle lettere. Conclusa la ricerca, sì, scatta una fase di creazione adrenalinica, visto che i personaggi parlano tramite me. Trovo molto importante non farmi intimorire da queste figure torreggianti su di me, da Leonardo a Fidia. È fondamentale rendermeli vicini. Nel caso de I cigni di Leonardo ho cercato di concentrarmi su quella che era la vita di Leonardo, che combatteva con le richieste dei mecenati, in una condizione molto umana e simile a quella di molti artisti che conosco.
Quanto tempo ha impiegato per comporre Le due donne del Partenone?
L’ho scritto molto rapidamente perché l’editore, senza dirmelo, aveva già detto la data di pubblicazione. Quindi ho lavorato per quattro anni senza sosta, giorno e notte.
Sia Aspasia sia Mary vengono processate e colpisce che, a distanza di più di due millenni, entrambe non possano difendersi perché la voce femminile non è ascoltata, anzi, esprimersi è visto come una libertà “licenziosa”. Come è cambiato e cosa non è cambiato oggi nella condizione femminile?
Ora le donne possono parlare e anche difendersi, dire la propria, anche se poi vengono criticate per averlo fatto. Se un uomo esprime la propria opinione senza scuse viene ammirato, se lo fa una donna viene criticata.
Lei come scrittrice, giornalista e sceneggiatrice, ha mai sentito che il suo essere donna fosse un ostacolo?
Sì e no. Oggi se c’è discriminazione è a livelli molto raffinati e sottili. Ma non voglio fare proclami: certamente a volte ho sperimentato il pregiudizio, ma altre volte l’essere donna mi ha aiutata. Di sicuro non scrivo libri con uno spirito di vendetta e non mi sento una donna arrabbiata. Scrivo con spirito di equità.
Ha mai visto il Partenone dal vivo? E cosa ha provato? Crede che i marmi di Elgin dovrebbero tornare in Grecia?
Sì, ho visto il Partenone, sul mio sito si possono vedere le foto. Come tanti visitatori sono rimasta annichilita dalla bellezza, così come di fronte alle Piramidi egiziane. Ogni volta ho la stessa sensazione. E credo che sia arrivato il momento del ritorno in patria delle sculture. Gli inglesi per anni hanno dato diverse motivazioni per trattenerle, dall’averle salvate dai turchi al degrado in cui versava Atene all’epoca. Comunque hanno reso i marmi disponibili a tutti al British Museum. D’altro canto i greci hanno realizzato il museo dell’Acropoli, con una galleria apposita per le decorazioni del Partenone: è giunto il momento che i marmi di Elgin tornino. Certo, non si possono restituire tutte le opere d’arte ai loro paesi d’origine, altrimenti si svuoterebbero i musei, ma le sculture di Fidia hanno influenzato tutta la scultura successiva e appartengono ai greci.
La copertina del libro ritrae un bel dipinto di Aspasia della pittrice Marie-Geneviève Bouliard, un’altra donna. L’ha scelto lei?
Sì, ed è lo stesso della copertina americana. È l’autoritratto di una pittrice francese vissuta nello stesso periodo di Mary e dipingendosi da Aspasia: era perfetto.
Lei è autrice di romanzi storici e di biografie romanzate (Cleopatra e Pharaoh): come mai ha scelto la storia come fonte di ispirazione?
Non lo so, non l’ho mai scelto. Non è stata una decisione razionale. Per Cleopatra sì, perché avevo studiato la sua figura e sapevo che era totalmente diversa dall’immagine data dal film con Elizabeth Taylor. Successivamente ho scoperto molte altre donne, di cui non si è parlato, e ho voluto scriverne.
Il prossimo libro?
Un altro romanzo storico, che avrà a che fare con donne e vampiri.
Karen Essex
Un particolare della copertina de La ragazza dalle 9 parrucche
Occhi verdi grandi ed espressivi con striature brune, capelli biondi curati che arrivano quasi alle spalle, Sophie van der Stap oggi ha ventiquattro anni, è una bellissima ragazza olandese e una scrittrice di successo, e non ha più bisogno di parrucche. È “pulita”. Chemioterapia, iniezioni di vincristina, etoposide, ifosfamide, radioterapia, nausee, sudorazioni incontrollate, non fanno più parte della sua quotidianità. Sophie ha ucciso il cancro che si è presentato improvviso quando aveva ventuno anni, affrontandolo con forza di reazione, consapevolezza e tanta ironia. Cercando comunque di vivere, godere delle piccole cose, intessere relazioni amorose. E raccontando tutto ciò, sotto forma di diario, in un libro divertente (sì, divertente) e intenso, che in Olanda ha venduto 65 mila copie, altrettante in Germania, e appena uscito in Italia, edito da Bompiani Overlook: La ragazza dalle 9 parrucche.
Nove sono infatti le nuove Sophie che hanno convissuto con lei nell’anno e mezzo di malattia e cure, dal febbraio 2005 al giugno 2006, mentre riusciva a colorire l’esperienza ospedaliera con fantasie rosa sui vari dottori e cercava di vivere nonostante tutto. In lei e sulla sua “testa da cancro”, come scrive senza mezzi termini, hanno vissuto Stella, Daisy, Sue, Blondie, Platina, Uma, Pam, Lydia e Bebè. Daisy, ad esempio, è la Shophie maliziosa, con i lunghi ricci biondi da Barbie, ama i frullati e ride a ogni battutina stupida. Sue, con capelli rossi e selvaggi, può dare nell’occhio facilmente, “senza dover ridere per stupide battute o far danzare i riccioli”. Anche se inizialmente per Sophie non è stato facile accettare la malattia e il suo capo pelato da chemio: “Una parrucca ce l’ho, ma non ho ancora deciso chi trovo più brutta: Sophie con una grigia testa da sfigata o Sophie skinhead. Quindi ho semplicemente indossato un fazzoletto e ora non mi si distingue più dalla cameriera”. Panorama.it ha incontrato Sophie van der Stap.
Sophie, cosa ha significato per lei scrivere questo libro? E per chi lo ha scritto, per sé o per altri malati di cancro?
L’ho scritto per me. Semplicemente perché in quel momento mi faceva bene, era un passatempo e mi dava uno scopo. Quando uno è malato l’unico scopo è sopravvivere. Se si può essere anche creativi, con il sogno di scrivere, questo ti dà anche un altro scopo. Non sapevo che poi il mio lavoro sarebbe piaciuto a qualcun altro.
È stato facile raccontarsi o ha avuto pudore delle sue paure, del suo dolore, della sua sfera sentimentale ed erotica?
È stato un processo naturale e molto facile, soprattutto quando si trattava di raccontare emozioni. È stato ben più difficile parlare dell’amore, perché necessita di un po’ più di analisi personale. Ti fai domande del tipo “Come mai le mie relazioni, a differenza delle mie amiche, non durano molto?”.
Stella, Daisy, Sue, Blondie, Platina, Uma, Pam, Lydia, Bebé. Ogni parrucca ha rappresentato una parte di lei e uno o più momenti particolari. Blondie, la Sophie introversa, l’ha persa nelle acque di Nizza. Uma, bruna e sensuale, e Bebé, bionda anni Sessanta, sono venute con lei in vacanza in Spagna… Cosa hanno significato per lei e c’è qualcuna a cui è rimasta più affezionata?
Quella che più ho amato è Uma, ma con Pam è finita la mia ricerca di diversi personaggi, perché lei era perfetta, simpatica, curata, molto femminile, quello che volevo essere. Ho amato molto Uma perché era quella che mi dava l’idea di entrare nel personaggio di una serie televisiva che vedevo da piccola, con una donna forte che cavalcava in bikini, in mezzo a foreste, con lunghi capelli neri. Con Uma avevo la sensazione di uscire da sotto di lei, di essere nascosta sotto di lei.
Il libro parla del cancro con ironia, forza, franchezza. Sono doti che ha sempre saputo d’avere o che ha scoperto con la malattia?
Forza… Non direi di essere forte, piuttosto direi che ho fiducia in me stessa. L’ironia ho scoperto di averla scrivendo il libro. Ho scoperto che ho un grande senso dello humour e un alto grado di ironia, che c’è anche tra i miei amici, i quali a volte scherzano con me con battute del tipo “ma ti venga un cancro”. E anche mio padre è così. All’epoca mi chiedeva se ci fosse una parrucca anche per sostituire i peli pubici.
A volte, ne La ragazza dalle 9 parrucche, parla del cancro come di un amico che le ha fatto riscoprire la vita, provare intensamente, gustare le piccole cose, apprezzare gli affetti. Altre volte fa addirittura fatica a vedersi diversa e lontana dall’anno e mezzo di chemio e ospedali…
In tempi difficili è difficile trovare cose belle e allora si diventa creativi. Il cancro è talmente presente nella vita del paziente che non si può fare a meno di sentirlo vicino. Dovevo pur dargli un volto positivo. Ora, che sono qui seduta, guarita, mi rendo conto di quello che mi ha dato. È evidente che è una terribile battaglia, ma rende la vita comunque più ricca, perché se uno sa che c’è la morte riesce anche a riconoscere tutte le ricchezze della vita. Ci sono momenti in cui ci si rende conto di essere al massimo della felicità, grazie alla morte. Ad esempio, quando ero in ospedale per diversi giorni di fila, con la nausea, pensare di tornare a casa per mangiare il mio piatto preferito, pollo con insalata, era il massimo della felicità. Il cancro mi ha dato questa consapevolezza. Altrimenti la malattia sarebbe insopportabile.
E il dottor C, il medico inizialmente “antipatico come la mia malattia” ma che l’ha curata e ha partecipato con affetto alle sfilate di parrucche, l’infermiere Bas, “un orsacchiotto con l’aria da duro”, l’affascinante dottor K, che ha popolato molte sue fantasie erotiche… Li vede ancora?
Sì, anche quando vado a fare i controlli. E poi sono venuti a qualche presentazione del libro. C’è un ottimo rapporto tra di noi.
Ha altri progetti letterari?
Sì, ho scritto un secondo libro, già uscito in Olanda, e sto pensando di scriverne un terzo. Il mio più grande sogno è quello di essere una vera scrittrice. E tutto quello che faccio ora di diverso è collegato a questo obiettivo principale. Per il terzo libro voglio però prendermi tutto il tempo necessario, voglio che sia un vero romanzo. Il secondo invece è il seguito della mia storia, racconta quello che capita dopo una malattia così grave, perché anch’io, come tutti mi dicevano, sono caduta in un buco. Esci dal nido caldo che è l’ospedale, l’agenda è vuota, c’è il vuoto… Devi prendere decisioni ed è molto difficile. Dovevo decidere se riprendere gli studi o fare altro. E alla fine ho deciso di realizzare un sogno. Con il mio primo libro ho guadagnato molto: potevo quindi progettare il futuro, comprarmi una casa… ma invece volevo solo pensare a “ora, ora, ora”. Il mio sogno era andare in Argentina, e così ho fatto un viaggio in Sud America. Ma avevo anche un altro obiettivo, che era scrivere un nuovo libro. Il secondo è però diverso dal primo, che era spontaneo, è più pensato. E con questo voglio comunicare che la vita è cambiata: ci sono momenti in cui tutto è stravolto, e quando c’è questo stravolgimento bisogna viverlo, creando così spazio per nuove belle idee.
Cos’è l’Orange Ribbon International, di cui è ambasciatrice internazionale e portavoce?
È un’organizzazione che ha lo scopo di attrarre maggiore attenzione sul tumore nei bambini. L’ho fondata insieme a due cari amici, Walter, che si è occupato degli aspetti più tecnici, e Jurrian, il cuore dell’organizzazione, lo stesso Jurrian di cui parlo nel libro (ndr. morto a gennaio 2008, a 29 anni, per cancro, ora l’organizzazione è dedicata a lui). Jurrian voleva trasformare in positivo la sua esperienza con la malattia e cercare metodi complementari per guarire i bambini. Lo scopo principale dell’Orange Ribbon International è generare più consapevolezza sulla malattia. Il nostro sito è anche un forum per altre organizzazioni che si occupano di cancro.
LEGGI anche: Senza tabù. Pagine contro il cancro
La copertina di La ragazza dalle 9 parrucche
Dal 30 aprile è in libreria il quindicesimo romanzo di Andrea De Carlo, Durante (edizioni Bompiani, 440 pagine). Un libro ambientato nelle colline marchigiane, nel Montefeltro, dove lo scrittore di origini milanesi ha scelto di vivere da anni. Nel “versante est della dorsale appenninica, dove il clima è molto più duro che dall’altro lato, con vento forte in ogni stagione, neve e freddo d’inverno, caldo d’estate, terreno argilloso che si trasforma in fango alla prima pioggia e diventa compatto come il cemento sotto il sole”, come scrive. Qui, nella piccola comunità sparsa sui colli, in case “appese su un lato o sull’altro di ogni crinale”, irrompe Durante, un uomo che ha superato la quarantina, alto e magro, capelli neri con qualche filo bianco, zigomi angolosi e occhi grigi. Un personaggio strano che sembra piovuto da Marte, senza concezione delle normali regole della società; pare ignorare “i codici per la comprensione e la descrizione del mondo che ognuno di noi impara fin da bambino”. Non sa mentire e vive di niente, scolvongendo le esistenze degli abitanti della zona.
Panorama.it incontra l’autore, per parlare del suo nuovo lavoro.
Andrea De Carlo, com’è nato Durante? E in quanto tempo?
Ho impiegato un anno e mezzo di lavoro. È nato da un’immagine iniziale, come sempre mi capita. Mi immaginavo qualcuno che vive e lavora lì, nella campagna del Montefeltro, e si vede arrivare un personaggio strano, con una macchina scassata. E poi la storia si è sviluppata da sé. Ogni volta, e questa volta ancor più del solito, le storie si sviluppano man mano, da sole, in modo sorprendente. C’è sempre l’elemento non aspettato, che poi è il più bello. Le storie sono lì, e tu che le scrivi sei il tramite per raccontarle.
Ma chi è Durante, questo personaggio singolare, che è intenso ma distante, che non conosce le regole della società, che seduce tutte le donne perché sa capirle, che non sa mentire e travolge le vite altrui portando ad altre verità? È un po’ una sua proiezione, o è come le piacerebbe essere?
Durante è un ibrido, ha delle parti di me, e anche delle parti di quello che vorrei essere. Ma ha anche echi di figure di film, di canzoni, di persone incontrate e conosciute. Ogni personaggio è sempre un cocktail di tanti elementi e ricordi, e Durante di certo è un ideale.
Come mai questo nome strano, Durante, che è anche una preposizione e un partecipio presente?
Mi piaceva che questa figura avesse un nome che si presta a tante interpretazioni. Durante è un nome di quelle zone marchigiane, la città di Urbania in origine si chiamava Casteldurante, ci sono le ceramiche durantine… E poi Durante è anche un nome antico, da cui deriva Dante. E può essere sia un nome di battesimo che un cognome.
Il libro è ambientato nelle Marche, nell’urbinate, dove lei ha scelto di vivere. E sembra che anche il paesaggio sia protagonista: ne scrive con un misto di amore e senso critico. Perché ha scelto questa regione per se stesso, e anche per Pietro, il narratore di Durante?
Le Marche mi piacciono perché sono molto meno conosciute di altri posti, come la Toscana, la Liguria o anche l’Umbria. Sono anche più difficili da raggiungere, meno vicine alle rotte tradizionali. Mi capita spesso di scoprire gente che non sa dove sia Urbino, o che pensa che Pesaro sia in Romagna, o Ascoli in Abruzzo. E mi piace lo spirito schivo ma non chiuso dei marchigiani: bisogna conoscerli per entrare in comunicazione. Lo stesso vale per i luoghi, che non sono quelli “facili” e “ideali” del Chianti. Volevo rappresentare un posto più vero e faticoso, che mi corrisponde molto.
Il narratore, Pietro, scopre in sé una dualità: è dibattuto tra la sensazione confortante di aver trovato la sua dimensione, in campagna, radicato a una sua quotidianità programmata, e la voglia di vagabondare e di andare alla scoperta, come fa Durante. La stessa dualità che c’era anche in Due di Due. La stessa che avverte lei?
Sì, anch’io vivo questa dualità. Mi piace molto avere un luogo che sia una base, ma ho anche bisogno di incontrare gente. E la storia di Durante è anche un modo di esplorare due modi diversi di essere, quello di Pietro, legato a un lavoro manuale, ben radicato, e quello di Durante, che non ha nulla e va per il mondo apparentemente senza rimpianti. Un po’ lo stesso gioco di contrasti e attrazioni di Due di Due, individui molto diversi di fronte, e ognuno che vede nell’altro ciò che a lui manca. Due opposti che si attraggono.
In copertina c’è la foto, scattata da lei, di un cielo arancio-violaceo. Lei ama la fotografia, così come la musica, che scandisce le varie parti del libro: che diverse capacità espressive trova in questi due mezzi, rispetto alla scrittura?
La foto della copertina rappresenta un tramonto milanese, incredibilmente. A Milano il cielo non c’è, c’è sempre una specie di cupola, e invece due-tre volte all’anno ecco che esplode, luminoso. E una sera, nel periodo in cui stavo scrivendo il libro, uscendo mi sono trovato di fronte questo incendio coloratissimo, e l’ho immortalato con la mia macchina fotografica digitale, che ho sempre in tasca. Della fotografia mi affascina la sua capacità di sintesi estrema. Se è significativa, concentra molti significati, e questa capacità un po’ gliela invidio visto che quello che si racconta in tante pagine può essere raccolto semplicemente in uno scatto. Anche la musica mi affascina molto perché non ha bisogno di parole, è irrazionale. Invece la prosa è un lavoro di costruzione meticolosa, devi mettere insieme tanti elementi, e non basta prendere uno strumento in mano e tirar fuori note che fluiscono. Certo, anche la musica è ricerca, ma di tipo diverso rispetto alla scrittura.
Arrivato al quindicesimo libro, guardandosi alle spalle, qual è il bilancio della sua carriera letteraria?
Vedo il percorso letterario come un cammino che faccio attraverso la vita, che man mano presenta questi romanzi, che raccontano come e dove sono io. Ogni volta è un riflettere sul momento che vivo. È come un viaggio, durante il quale si tiene un diario.
Ha mai paura di trovarsi di fronte al foglio bianco e non aver nulla da dire?
Lo metto in conto. Inizio a scrivere solo quando sento di avere qualcosa da raccontare, quando avverto l’urgenza. Non cerco di forzarmi. So che potrebbe capitare di non avere l’ispirazione, ma l’importante è non far lo scrittore per mestiere, per mantere il ruolo. È brutto quando uno scrive senza idee.
Ha già nuovi progetti letterari?
No, ho finito da pochissimo di lavorare alle ultime bozze. Ora ho bisogno di un lungo periodo in cui fare tutt’altro. Da metà maggio farò un giro per l’Italia nei teatri, tra musica e letture, con la bella possibilità di poter conoscere i lettori. Ogni volta che si termina un libro, è poi fondamentale uscire dal tunnel della scrittura.
Visto che ama il cinema (è stato anche assistente di Fellini nel film E la nave va), non c’è in programma l’adattamento cinematografico di qualche suo libro?
Ho sempre scoraggiato gli adattamenti cinematografici, anche se mi arrivano proposte. Treno di panna, il film che ho diretto ispirandomi al mio romanzo, mi ha confermato che un film è un po’ un tradimento del libro. Preferisco che le mie storie rimangano libri. E se un giorno arriverà un’idea da un regista interessante, magari la prenderò in considerazione.
Il suo penultimo lavoro, Mare delle verità, era una chiara presa di posizione contro alcune scelte del Vaticano, contro la sovrappopolazione del pianeta e alcune dinamiche globali. Anche in Durante c’è un lieve accenno al surriscaldamento globale. E lei partecipa pure alla campagna di GreenPeace “Scrittori per le foreste”…
Credo che la problematica ambientale sia la madre di tutte le questioni, dalle mostruose disuguaglianze mondiali alle epidemie e alla fame. Mi angoscia molto che la specie umana continui ad aumentare, e che ci sia un’idea di crescita continua di fronte a risorse che invece non crescono. Io nel mio piccolo cerco di fare quello che posso. Partecipo alla campagna di GreenPeace, che sta dando risultati molto buoni. È una piccola cosa, però è la dimostrazione che ognuno, nel suo piccolo, può fare qualcosa.
LEGGI ANCHE: un estratto del romanzo “Durante” di Andrea De Carlo


Il più grande e più vecchio individuo che vive sul pianeta Terra è un arbusto di Lomatia Tasmanica. Da 43 mila anni i rametti e le gemme che cadono a terra mettono radici e danno vita a un altro individuo geneticamente identico alla pianta genitrice. E’ un metodo di riproduzione comodo, slegato dalla sessualità, che rende praticamente immortali. Eppure quasi nessuna specie lo sceglie. In “Sesso ed evoluzione” (Bompiani) Andrea Pilastro, professore di zoologia all’Università di Padova, spiega il perché, riagganciandosi ai princìpi della selezione naturale ma indagando soprattutto quelli della selezione sessuale che Darwin ipotizzò senza poterla dimostrare sperimentalmente .
E’ un viaggio affascinante e a volte crudele tra maschi stupratori, femmine promiscue, e molte sorprese. I test del dna sui pulcini hanno dimostrato per esempio che molte specie di uccelli considerate monogame non lo sono affatto. Quanto all’istinto materno (e paterno) dei volatili, chiedere al grazioso Pendolino: quando si schiudono le uova, maschio e femmina fanno a gara a chi abbandona prima il nido per lasciare i piccoli alle cure dell’altro.
Non tutti sanno poi che il Pesce Pagliaccio, che vive in coppia all’interno di un anemone, ha una caratteristica curiosa: se la femmina muore, il maschio cambia sesso, il più grande dei figli matura sessualmente e la coppia si riforma (ma questo nel film sul pesciolino Nemo non veniva raccontato). Il contrario accade a un altro pesce della scogliera corallina, la Donzella Testa Blu: se il maschio dominante viene predato, la femmina più grande nel giro di poche ore comincia a corteggiare le femmine, e alla sera prova la sua prima esperienza sessuale nei panni di maschio.
Pilastro dimostra poi come dietro molte scelte delle femmine che ai nostri occhi appaiono puramente estetiche, tipo scegliere il maschio con i colori più sgargianti, si nascondono comunque considerazioni genetiche: solo chi è in ottima forma e in grado di fuggire rapidamente può permettersi di diventare più visibile per i predatori. Tra le cui fauci, alla fine, rimane proprio la femmina.

di Sandra Petrignani
Scrittori e tiranni hanno una cosa in comune: piegano il mondo al loro desiderio». Cosa cercava, dunque, Jasmina Reza inseguendo per tutta la campagna elettorale il «tiranno» Nicolas Sarkozy per farne il ritratto? Di misurarsi con la propria immagine ingigantita? Di riflettere sulle distorsioni del successo e del potere, che lei vive con grande senso di colpa per la fetta che la riguarda? Se così non fosse non riempirebbe i suoi testi di falliti introversi angosciati e solitari. Eppure, più di una volta in questo strano reportage scopre che Sarkozy è «proprio uno dei miei personaggi», perché nella trasfigurazione letteraria viene fuori un uomo tenero, infantile e vorace, che corre come un pazzo per riscattare il bambino che era.
Piccolo di statura, leggermente claudicante, non bello, ma con un sorriso infantile che gli illumina il viso. Nemmeno un vero francese, origini greco-ungheresi (come quelle di Jasmina sono ugro-persiane). Che infatti sostiene: «Uno è francese perché lo vuole essere». Dice altre cose (non proprio speciali), dietro le quinte. Per esempio, che «l’amore è l’unica cosa che conta», ma che «farsi eleggere non è farsi amare». Lui sceglie l’ambizione perché, riflette l’autrice, «gli uomini politici non cercano la felicità, cercano la loro occasione nella battaglia».
C’è qualcosa di irrisolto nel libro, forse l’esito di questo incontro, una specie di amore impossibile, che si conclude con la fuga di lei (prefigurazione di un’altra fuga, quella di Cécilia?) e l’incolmabile solitudine di lui.
L’alba la sera o la notte
di Jasmina Reza
Bompiani, 188 pagine
15 euro
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