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I romanzi su cellulare spopolano in Cina

foto di Kurt Groetsch - credits: oldtasty @ flickr

foto di Kurt Groetsch - credits: oldtasty @ flickr

Chi vuoi che si metta a leggere un libro sul cellulare?”. Fino a pochi anni fa questa frase era il leit-motiv degli scettici e, va detto, non era nemmeno del tutto infondata. Prima del diffondersi degli e-reader e dei tablet l’idea che un popolo di lettori – in gran parte feticisti della carta stampata – potesse abituarsi a passar dallo sfogliare pagine a “scrollare” manciate di frasi su un cellulare, era difficilmente ipotizzabile. Oggi, a un anno dall’uscita dell’iPad, la domanda “chi leggerà mai un libro su cellulare?” è molto più sensata, e ha anche trovato una risposta: i lettori cinesi.
Cotinua

Anni di buio di Zhang Jie: il racconto epico della Cina del Novecento

Anni di buo: particolare della copertina del libro edito da Salani

Anni di buo: particolare della copertina del libro edito da Salani

La storia era troppo epica per essere compressa in un solo volume. Inevitabile, quindi, che proseguisse in un altro. Anni di buio di Zhang Jie, edito in Italia da Salani, è la continuazione ideale del capolavoro della scrittrice cinese, Senza Parole, pubblicato un anno e mezzo fa dallo storico marchio editoriale nostrano. Continua

La Bustina di Minerva di Umberto Eco sbarca in Cina

Umberto Eco - Credits: Lapresse

Umberto Eco - Credits: Lapresse

D’accordo, Umberto Eco è uno dei più noti intellettuali nostrani e il Nome della rosa uno dei libri più venduti all’estero. Ha superato i cinque milioni di copie e - complice il successo del film con Sean Connery - continua a fare cassa.

Eppure, la notizia battuta dalle agenzie fa comunque un certo effetto: in Cina, la casa editrice Yiwen chubanshe, prima del più noto romanzo dello scrittore di Alessandria, ha infatti deciso di pubblicare un’altra sua opera, decisamente meno conosciuta, La Bustina di Minerva, che non è un romanzo e neppure un libro di avventure. Continua

Se i cinesi vanno alla Buchmesse, gli italiani sono a Pechino

Cina: comincia l'anno del bue

Festa a Guangzhou per l’anno del bue - Credits: AP

La scelta è quanto meno curiosa. Che sia proprio la Cina l’ospite d’onore della 61esima Fiera del libro di Francoforte ha del paradosso. La Buchmesse è il più importante appuntamento internazionale per lo scambio dei diritti, dunque un invito alla libera circolazione dei testi e delle idee. La Cina, al contrario, e com’è noto, è il Paese tra i più criticati proprio per la mancanza di libertà d’espressione e fra i più attivi nell’esercizio della censura. Continua

Senza parole, mosaico di storie individuali e collettive firmato Zhang Jie

la città più grande del mondo

È il libro più premiato della storia cinese: c’è chi lo ha paragonato ai testi della cultura sapienziale d’Oriente, c’è chi lo ha accostato al Dottor Zivago di Boris Pasternak o a un classico della cultura sudamericana come Cent’anni di solitudine.
La sua autrice, Zhang Jie, più volte candidata al Nobel per la letteratura, non ha alcuna intenzione di sottovalutarne l’importanza anche perché le è costato “oltre dodici anni di tormenti e sacrifici”. Senza parole, in Italia, appena edito dalla casa editrice Salani, è un lungo racconto epico della Cina del ventesimo secolo, una storia in soggettiva presentata così dalla diretta interessata: “Non ci sono abbastanza parole per raccontare l’epopea tragica della Cina del ventesimo secolo. Ma poiché sono un’artista dotata di una forte coscienza sociale, mi sono sentita in obbligo di provarci”.
Eros e potere sembrano essere due cardini attorno ai quali ruota questo romanzo. Come mai sono così importanti?
Il potere è una passione che accomuna tutti gli uomini del mondo. I maschi, in particolare, credono che esso sia la prova del loro successo e della loro personalità. E qui dico maschi perché vi è un abissale differenza con le donne, molto più concetrate sull’aspetto spirituale e sentimentale della propria vita.
A proposito: nel romanzo lei scrive che “non è necessariamente vero che l’universo femminile di inizio secolo sia più limitato di quello di oggi”. In che senso?
È un fatto indubitabile che nelle società contemporanee ci siano donne più emancipate a livello sociale. E qui basti dire che è a loro permesso di accedere a tutte le libere professioni, un tempo in parte escluse, almeno in Cina. Sembra dunque che vi sia stata una rivoluzione radicale tra i due generi, ma in realtà non è così. Nella loro mentalità, sebbene in modo inconsapevole, purtroppo persiste ancora la convinzione che il carattere dominante di una comunità deve essere quello maschile e che il sostegno maggiore nei confronti della società debba provenire da loro. In Cina - ma non solo in Cina - un uomo che si sottrae a questa logica è un uomo che già di per sè si autodefinisce impotente. E questa meccanica sembra essere stata in gran parte assorbita anche dalle donne.
Un passaggio dal Medioevo al postmoderno, come quello che ha vissuto la Cina negli ultimi trent’anni, cosa comporta nella memoria collettiva?
Dal 1949, e per almeno un ventennio, la Cina ha assistito impotente ad una radicale distruzione della propria cultura, dimenticando che una nazione è tale solo se può poggiarsi su una forte identità e causando così un danno irreparabile per le generazioni successive. Adesso stiamo assistendo ad una risalita, ma è comunque una risalita graduale. E il compito di noi cinesi è proprio questo: restaurare pazientemente un simile vuoto. Ma questa è un’impresa ardua, che ha bisogno di molto tempo.
E sul fronte sociale?
Sotto questo profilo, negli ultimi anni ci sono stati radicali cambiamenti. Di certo, le nuove generazioni sono più libere: possono divertirsi di più, ma sono anche molto più facilmente esposte consumismo. Non so se questo sia un fatto positivo. Posso solo dire che questa non è una mia ambizione. Ma forse, alla fine, questo è solo un punto di vista radicale di una persona un po’ troppo noiosa.

Il veleno sulle tavole dei cinesi

Hong Kong
Il 2008 è l’anno della Cina. E non solo per le Olimpiadi. Anzi i giochi olimpici sono stati un gran bel pretesto perché l’Occidente potesse fermarsi e mettere a fuoco il gigante vicino in continua crescita, anche attraverso le critiche e le parole dei cinesi stessi. Lo dimostra Zhou Qing che nel suo La sicurezza alimentare in Cina pubblicato in Italia da Spirali, scatta una fotografia fin troppo esauriente del paese del dragone, visto stavolta dalla apparentemente innocua prospettiva di una tavola imbandita. E invece si scopre che di innocuo non c’è poi così molto e che la frontiera con la sofisticazione alimentare viene varcata ogni giorno da ignari consumatori che pensano di nutrirsi e non certo di avvelenarsi. Quello cheQing offre è un viaggio minuzioso negli scaffali dei negozi cinesi. Il bilancio è sconcertante. Gli alcolici vengono contraffatti, sono usate sostanze cancerogene nella produzione dei cibi nonché immessi sul mercato piatti geneticamente modificati fuori norma. Non solo. L’elenco delle sostanze velenose al pari dei normali ingredienti fa rabbrividire: pesticidi, steroidi anabolizzanti, antibiotici metabolizzati, fluoro, iodio. E se questo non bastasse la lista si completa con un bel gruppo di alimenti deteriorati.
“Mentre vige il mito della Cina come grande paese moderno -scrive Qing- l’80% delle sue tubature acquedottifere utilizza stabilizzanti al piombo, vietati da anni negli Usa. (…)Eppure il trattamento ed il consumo alimentare in Cina non sono messi in discussione”. Un vero e proprio flagello, insomma, che ha un impatto su più di 400 mila vittime l’anno. “La sicurezza alimentare” in Cina è stato censurato dal governo di Pechino. Ma la forza della scrittura evidentemente ha prevalso, aprendo un dibattito nuovo e necessario.

Renata Pisu racconta i suoi Mille anni a Pechino

La Città Proibita

In Mille anni a Pechino (Sperling & Kupfer) Renata Pisu ripercorre la storia della Repubblica popolare cinese guanrdandola dalla grande capitale, e narrandola attraverso una serie di aneddoti di vita vissuta, personali o ricordati da uomini e donne incontrate nei diversi soggiorni nella Cina popolare.
L’autrice non si limita a spiegare la simbologia dei luoghi più famosi di Pechino, dai giardini imperiali al Tempio del Cielo, dalle Tombe Ming alla Grande Muraglia. Ma riesce anche a svelare i pensieri dei cinesi che hanno vissuto in questi luoghi nell’epoca imperiale, in quella maoista, in quella delle riforme economiche e nella modernità olimpica.
Renata Pisu non nasconde le atrocità commesse negli anni di Mao Zedong, anzi, fa persino luce su efferatezze ormai dimenticate, come l’esecuzione, nel lontano 1951, dell’italiano Antonio Riva, colpevole, a detta dei cinesi, di aver ordito un complotto contro il Grande Timoniere in combutta con un giapponese. Allo stesso tempo, racconta anche dell’abitudine dei sessantenni di oggi di ritrovarsi per cantare gli inni rivoluzionari di cui conoscono ancora le parole a memoria. Nessuno ha nostalgia del passato, è vero, ma il rimpianto della tranquillità e dell’uguaglianza di quegli anni è un sentimento comune tra le vecchie generazioni, che non capiscono l’ossessione per il guadagno dei propri nipoti.
Infine, l’autrice non manca di soffermarsi sulle vecchie e nuove abitudini che si stanno diffondendo nella capitale del Regno di mezzo. Descrive la mania della coppie moderne di posare per due album di nozze: il primo, ufficiale, per parenti e amici. Il secondo, privato, arricchito da scatti più intimi. O, infine, la magia dei parchi a primavera, quando si diffonde nell’aria una musica armoniosa emessa da zufoli a due canne fissati sotto la coda dei piccioni che, volando contro vento, creano una melodia molto speciale.
Mille anni a Pechino, insomma, è la lettura più adatta per coloro che, prima di recarsi in Cina, volessero trovare le chiavi di lettura di una capitale tanto complessa quanto affascinante.
Guarda le Gallery:
I fasti della Pechino imperiale
- Anche la Città proibita si prepara alle Olimpiadi

Un incontro con Harry Wu per parlare di “Laogai. L’orrore cinese”

È in Italia lo scrittore Harry Wu (Shanghai, 1937) per presentare il suo libro Laogai. L’orrore cinese (ed. Spirali). Sabato 19 luglio alle 19.30 sarà a Villa San Carlo Borromeo, a Senago, alle porte di Milano, dove animerà il dibattito sul suo ultimo lavoro.
Proveniente da una famiglia benestante, Harry Wu era stato arrestato una prima volta per avere criticato il Partito comunista cinese durante la Campagna dei Cento Fiori, poi una seconda volta, con l’accusa di controrivoluzionario, fu condannato senza processo al lavoro forzato nei campi di lavoro detti “laogai“, (come il titolo del suo libro) dove rimase per diciannove anni, durante i quali, trasferito in dodici diversi “centri di rieducazione attraverso il lavoro”, fu costretto a estrarre carbone, a costruire strade e a lavorare la terra.
Rilasciato nel 1979, si trasferì negli Stati Uniti, dove tuttora vive. Per molti anni ha taciuto l’esperienza vissuta nei campi, dedicandosi solo all’insegnamento (come docente di geologia alla University of California). In seguito, però, è maturata in lui la necessità di far conoscere al mondo gli orrori dei laogai e del comunismo cinese, e d’intraprendere una strenua battaglia per i diritti umani. Nel 1992 ha fondato la Laogai Research Foundation, organizzazione non profit che in tutto il mondo promuove la raccolta e la diffusione di informazioni sui campi di lavoro cinesi. I suoi libri sono pubblicati in diversi paesi. In Italia sono usciti Laogai. I gulag cinesi (2006), Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi (2008), Cina. Traffici di morte. Il commercio degli organi dei condannati a morte (2008).

LEGGI ANCHE: L’intervista a Harry Wu

Chi ha paura dei cinesi, viaggio nelle Chinatown d’Italia

La manifestazione dei cinesi a Milano
Per capire l’altro bisogna conoscerlo. Il che non sempre è facile soprattutto se l’altro tende a vivere in comunità chiuse e impenetrabili. È il caso per esempio dei cinesi d’Italia, un esercito parallelo ma non invisibile, le stime ufficiali parlano di poco più 100mila ma sono in realtà molti di più, che a volte si muove senza mai intersecarsi in profondità con la nostra cultura. A rompere il tabù del silenzio arriva adesso, pubblicato da Bur, Chi ha paura dei cinesi di Lidia Casti, esperta di lingua e cultura cinese e Mario Portanova, giornalista. Il volume è una fotografia dettagliatissima di micro e macrocosmi cinesi presenti nel nostro territorio. Si passano, infatti, in rassegna le inchieste giudiziarie più significative condotte sui cittadini italiani di origine cinese, che svelano gli aspetti finanziari sottesi al fenomeno immigratorio con dinamiche inquietanti, come per esempio la banca abusiva scoperta a Milano fino ad arrivare alla presenza della mafia gialla in Italia.
In mezzo però ci sono i diretti interessati, i cinesi, il loro quotidiano, i laboratori tessili dove vivono e lavorano con ritmi e modalità a volte non lontani dalla schiavitù, ma anche le giovani generazioni. Che continuano a sposarsi tra loro e che si divertono col karaoke o in discoteca. Non mancano i luoghi comuni degli italiani sui cinesi, affrontati però con rigorosità quasi scientifica. Scopriamo, così, che la leggenda metropolitana secondo la quale i cinesi non muoiono mai è vera, ma solo perché chi arriva da noi è giovane e dunque più lontano dalle statistiche di decesso. Mentre non è solo una leggenda , secondo gli autori, la convinzione che i cinesi usino esclusivamente contanti per pagare. Dietro, però, non c’è niente di poetico. Solo un giro di soldi vorticoso e spesso difficile da tracciare.

Yu Hua: la mia Cina è folle e comica

Yu Hua

Di Manuela Grassi
Li Testapelata, nuova razza padrona cinese, sta seduto sulla sua tazza d’oro, sogna di fare un giro nello spazio e si sente solo al mondo. Il suo saggio onesto fratello Song Gang se n’è andato e ora è un mucchietto di polvere in una scatolina. Comincia così Brothers (Fratelli), il best-seller più venduto degli ultimi 10 anni in Cina.
Un romanzo in due parti che racconta la Rivoluzione culturale lanciata da Mao Zedong negli anni Sessanta e la rivoluzione del mercato che ha cambiato il volto del paese negli anni Novanta.
Capigliatura a cespuglio, piccolo e vivace come un ragazzino, lo scrittore quarantottenne Yu Hua, di passaggio a Milano alla vigilia dell’uscita di Brothers in Italia (la Feltrinelli ne pubblica la prima parte il 13 giugno), parla del suo successo e del suo mondo.
Li Testapelata, un simpatico teppista, a 14 anni spezza il cuore a sua madre facendosi scoprire nella latrina pubblica a spiare i sederi delle donne, poi lo ritroviamo miliardario. C’è qualche elemento di realtà in questa storia?
Spiare le donne in bagno era una cosa diffusissima in Cina, in particolare durante gli anni della Rivoluzione culturale, era un modo di sfogarsi in un momento psicologico difficile. Quanto al miliardario dai gusti pacchiani, ce ne sono molti oggi da noi, e il wc d’oro è molto diffuso. Ho incontrato dei Li Testapelata 10 mila volte peggio del mio, che se non altro ha un po’ di humour, persone che nelle loro sconfinate camere da letto fanno scrivere: sala presidenziale.
Come spiega il grande successo di Brothers in Cina?
I miei precedenti romanzi hanno venduto bene, poi non ho più pubblicato per 10 anni, quindi c’era una certa suspense intorno a questa uscita. All’inizio non volevo scrivere più di 20 mila caratteri, alla fine ne ho scritti 100 mila. La storia mi ha preso la mano e forse ha travolto anche i lettori.
Ha fatto anche scandalo…
Alcuni critici dicono che è un capolavoro, altri che è spazzatura. Una delle pagine più criticate è quella del cesso.
C’è anche il registro poetico, quello violento, e quello lirico sentimentale, soprattutto nelle scene notturne.
La mia finalità era quella di descrivere in maniera lucida e frontale due epoche diverse. La prima parte è una tragedia in cui ho infilato molti elementi comici, la seconda è una commedia con elementi tragici. Se scegli di prendere di petto una storia, devi affrontare tutte le questioni, non puoi evitarne nessuna. Il romanzo, come la vita, ha cose grottesche, poetiche, violente.
Durante la Rivoluzione culturale lei era un bambino: ci sono episodi che ricorda?
In Cina, paese enorme con un numero grandissimo di abitanti, qualunque cosa tu scrivi esiste. Un personaggio del romanzo, il padre di Sun Wei, si suicida in carcere infilandosi un chiodo in testa a colpi di mattone. Dopo la pubblicazione mi ha telefonato un professore da Pechino: mi chiedeva per conto della madre se per caso quello di cui parlavo fosse il marito, che si era suicidato proprio così durante la Rivoluzione culturale. Oppure, Li Lan che in onore del marito morto non si lava i capelli per 7 anni è un’esagerazione: in genere le donne lo fanno per un mese o due. Be’, mi ha chiamato uno dicendo che sua nonna non se li è lavati per 10 anni!
C’è un personaggio maschile forte e buono, Song Fanping, il patrigno di Li Testapelata.
Quando andavo alle elementari, il padre di un mio compagno è stato acciuffato, rinchiuso in un magazzino e torturato. Era un uomo che sapeva nuotare molto bene quindi non si buttò nel fiume ma in un pozzo. Il giorno prima della sua morte l’avevo visto sulla strada principale con suo figlio e scherzava. Mentre scrivevo di Fanping pensavo a quella persona che fino all’ultimo si era comportato come se niente fosse per non fare soffrire troppo la sua famiglia. In quegli anni credo ci siano stati tantissimi Fanping, gente comune, eroica.
Lei sembra molto critico anche sulla Cina di oggi, sulla corsa all’oro.
La Cina di oggi è ancora più allucinante di quella della Rivoluzione culturale. Perché quella fu terribile, caotica, però, nel cuore delle famiglie, i sentimenti venivano custoditi. Era proprio la follia che regnava al di fuori delle case a fare sentire le persone più vicine. Oggi tutto questo è un bene scomparso, frantumato.
Qual è il sentimento popolare verso il Tibet?
In realtà i cinesi non si vedono come un popolo distinto dai tibetani, perché, da quasi sessant’anni, il Tibet è una regione, una provincia della Repubblica Popolare Cinese. Una provincia autonoma, con una minoranza etnica. Prevale da noi un sentimento nazionalista.
Problemi di censura per i suoi libri?
Vivere venne pubblicato senza problemi, il film di Zhang Jimou invece fu censurato. Difficile dire perché: in genere la censura sui film è più severa. Brothers 10 anni fa non sarebbe mai potuto uscire, adesso sì, ma un film tratto dal romanzo forse deve aspettare altri 10 anni.

Glokers, il mondo globale dei lavoratori sfruttati

[i](Credits: Ansa)[/i]
Si chiamano Glokers e sono la nuova faccia della globalizzazione. A quei milioni di lavoratori, cioè, che nelle regioni più disagiate del mondo continuano a venire sfruttati in nome di un mercato planetario è dedicato Glokers di Silvana Cappuccio, Ediesse edizioni. Un viaggio in 60 paesi nei cinque continenti, a metà tra l’antropologico e il geopolitico, per capire origini, sviluppo e funzioni reali dei global workers, con le loro testimonianze, le battaglie per i diritti, i casi di sfruttamento. Tutti sognano un unico orizzonte, “il decent work”, la possibilità, cioè, di poter esercitare il proprio diritto al lavoro tutelati da contratti e condizioni dignitose. Tutto questo a 60 anni esatti della Dichiarazione Fondamentale dei diritti dell’Uomo firmata a Parigi il 10 dicembre 1948. Dal Sud America all’Asia passando per l’Europa, le storie raccontate nel volume rispettano le varie latitudini e i diversi tipi di sfruttamento che li caratterizzano. I casi più duri si annidano in America latina con centinaia di morti ogni anno in Guatemala e Colombia a causa delle lotte sindacali.
Mentre il continente più in evoluzione resta quello asiatico, con in testa il gigante Cina, in cui ad un aumento della produttività ha corrisposto una diminuzione della quota dei salari, dal 53% nel 1998 al 41,4 % nel 2005 e, in alcuni casi, un peggioramento delle condizioni di lavoro. In tutto il continente, poi, continua ad essere una piaga lo sfruttamento dei minori. Benché sia diminuito negli ultimi cinque anni, ci sono ancora circa 122 milioni di bambini asiatici che lavorano. Perché non diventino loro i glokers del futuro bisogna, dunque, muoversi e in fretta.

In pullman nel Far West della Cina, da Shangai al deserto dei Gobi

Mentre il Tibet brucia, e bruciano i diritti della popolazione delle montagne più alte del mondo, la Cina corre verso le Olimpiadi dei record che però sono a rischio boicottaggio o comunque a rischio figuraccia in mondovisione.
Ma la stessa Cina è leader assoluta per quello che riguarda la crescita economica. Che schizza di oltre tre volte rispetto a quella Usa e anche 5 rispetto all’Europa, con punte che toccano l’11 per cento del Pil. E se il paese più popoloso del mondo è noto per le grandi città, i grandi agglomerati urbani dove il capitalismo di stato la fa da padrone, esiste pure una Cina lontana. Una Cina profonda e da conquistare. Un vero Far West che corre lungo l’autostrada 312 per circa cinquemila chilometri da Shangai fino al deserto del Gobi, e da lì fino alla vecchia Via della Seta al confine con il Kazakistan. Un viaggio che è stato fatto e raccontato dal corrispondente della radio pubblica Usa (National Public Radio), Rob Gifford. E il cui libro Cina. Viaggio nell’impero del futuro (pubblicato da Neri Pozza, 380 pag, 20 euro) esce ora anche in Italia.

Il percorso di Gifford attraverso le sconfinate province cinesi disegna la nuova frontiera dello sviluppo, in cui tra steppe e deserti ci possono scorgere innumerevoli tecnici e operai che lavorano per espandere la civiltà e il progresso: che innalzano strade, ferrovie, costruiscono tralicci per l’elettricità e ripetitori per i cellulari. Un po’ come succedeva agli americani nell’Ottocento, che varcavano la frontiera del West seguendo la costruzione della ferrovia.
Lungo l’autostrada 312 sorgono decine di grandi città – basti pensare, scrive Gifford nel libro, che in Cina le città con oltre un milione di abitanti sono più di cinquanta – che sono crocevia di flussi migratori che vanno in due direzioni opposte: chi fugge (sono quasi 15 milioni di cinesi l’anno) dalle campagne e dalle sterminate steppe asiatiche e chi, viceversa, va alla conquista del west cinese.
Il viaggio, raccontato dal giornalista americano, si è svolto sugli autobus di linea dove avvengono incontri come quello con una ginecologa che, inviata dallo Stato, fa il giro dei villaggi per obbligare le donne che hanno già dei figli ad abortire. Ma nel lunghissimo viaggio Gifford trova e descrive di tutto: dai venditori porta a porta di prodotti domestici di una multinazionale americana, all’uomo in bicicletta che gira con una bandiera per protestare contro la corruzione cinese, fino ai lavoratori dell’oleodotto che trasporta energia dall’Asia centrale. Per arrivare ai minatori che lavorano per estrarre gli immensi giacimenti di rame, ferro, oro del deserto del Gobi.

Cina, le Olimpiadi della letteratura

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/butterflysha/135659489/]ButterflySha[/url] by Flickr)[/i]

La Cina, la superpotenza in pieno boom, pronta per quel grande show che saranno le Olimpiadi di quest’anno, è anche a capo di un impero letterario ed editoriale, secondo soltanto a quello degli Usa per potere d’acquisto, con 200 mila nuovi titoli ogni anno.

Nelle grandi città come Pechino per esempio stanno fiorendo gli shu cheng, le città dei libri, veri e propri centri commerciali ma in cui si trovano soltanto volumi, con 700 persone che vi lavorano e più di 300 mila titoli in esposizione e vendita. Ma non solo. In questa trasformazione totale è decisivo anche un fenomeno parallelo che si sta sviluppando sempre più on line. Il mercato editoriale tradizionale, infatti, è sotto l’attento controllo dello Stato, e le case editrici sono tutte filo-governative. Così, grazie alla Rete, gli scrittori emergenti possono esprimersi più liberamente e aggirando i controlli governativi riescono a diventare scrittori famosi, arrivando a guadagnare come se pubblicassero in modo cartaceo. Tra i siti che hanno maggiore successo c’è Rongshuxia, nato nel 1997 come uno spazio web personale con vocazione letteraria. Oggi ha più di 4 milioni di utenti registrati, 7 milioni di pagine lette al giorno e un archivio di 3 milioni di opere letterarie. L’altro sito diventato celebre nel mondo letterario cinese è quello di Qidian che raccoglie soprattutto un pubblico di lettori tra i 18 e i 30 anni, appassionati di fantasy. Chi legge è anche chi vorrebbe diventare scrittore e passare dall’altra parte della barricata. La Rete dà dunque ai cinesi il diritto di sognare. In molti, infatti, sognano di ripetere il miracolo accaduto a Ning Ken, che dopo venti anni trascorsi a tentare di farsi pubblicare ha trovato infine il successo proprio grazie alla Rete: postando su Internet il suo romanzo La città velata è diventato famosissimo nel giro di in una notte. Le sue opere sono adesso pubblicate regolarmente e Ning ha perfino vinto il Lao She Literary Award, uno tra i più prestigiosi premi letterari cinesi.

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