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Appassionante e commovente, il romanzo di Wang Gang, English, guida il lettore negli anni della Rivoluzione Culturale cinese. Pubblicato in Cina nel 2004, English è stato subito premiato come miglior romanzo dell’anno dalla prestigiosa rivista Dangdai. Nel 2006, è entrato nella lista dei “dieci libri dell’anno”, il maggior riconoscimento letterario di Taiwan indetto dal China Times. Da allora, è stato tradotto in tutto il mondo e presentato come una delle opere più significative della nuova narrativa cinese. E in Italia esce ora per i tipi di Neri Pozza.
Scritto in chiave autobiografica, English ripercorre l’infanzia di Liu Ai, ragazzo che vive nella provincia remota del Xinjiang, punta estrema dell’occidente cinese, ai confini con l’Asia centrale, negli anni della Rivoluzione Culturale. Il terrore di quel periodo, in cui il destino delle persone poteva essere deciso arbitrariamente dalle calunnie e dagli umori degli uomini di potere, e in cui anche razionalità e buonsenso persero valore e si ritrovarono a servire i capricci momentanei del Grande timoniere e di chi tentava di diffonderne il pensiero, per il giovane Liu Ai sembra essere spezzato dall’arrivo di un professore di inglese di Shanghai, Wang Yajun, e del suo dizionario.
In un contesto in cui i rapporti interpersonali vivono nell’ambiguità, grazie allo studio di una lingua che metaforicamente rappresenta un ponte verso un mondo altro, il professor Wang cerca, in maniera molto cauta e tra mille difficoltà, di trasmettere ai suoi studenti il valore della libertà di pensiero e di parola, oltre che l’autentico significato dei concetti di lealtà e amicizia. Quando anche l’amico Wang Yajun verrà preso nella morsa dei campi di rieducazione, a Liu Ai non resterà che il dizionario di inglese, con i suoi milioni di parole nuove da scoprire, come un’oasi in cui rifugiarsi dagli attacchi e dalle vicissitudini politiche dell’epoca.
Ottima anche la traduzione, che permette di cogliere tutte le sfumature del racconto, ricreando lo stile e le atmosfere mozzafiato dell’originale.
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È appena uscito in Gran Bretagna il nuovo romanzo di Maureen Lindley: The Private Papers of Eastern Jewel, edito da Bloomsbury, e sarà tradotto in Italia, nel corso del 2008, da Neri Pozza.
È il 1914, Eastern Jewel ha otto anni ed è la figlia del principe Su e dell’ultima delle sue concubine, quando qualcosa impressiona a tal punto i suoi occhi di bambina dal mettere improvvisamente fine alla pace gioiosa dell’infanzia e dare inizio a una tumultuosa storia di coraggio e ribellione, la storia di una eroina complicata, che rifiuta di accettare il ruolo docile e servizievole che la società cinese del Ventesimo secolo le impone. Curiosità (anche sessuale) e voglia di avventura conducono la protagonista (ispirata al personaggio realmente esistito di Yoshiko Kawashima) in un lungo viaggio attraverso la Cina fino al Giappone, in un percorso che la porta a un profondo cambiamento interiore e anche fisico, che la rende un personaggio controverso, fatto di luci e ombre. La prima a rimanerne affascinata è stata l’autrice, che Panorama.it spiega com’è nato il romanzo. “Ho notato Eastern Jewel nel film di Bertolucci L’ultimo imperatore” dice Maureen Lindley “mi ha conquistata e ho iniziato a fare ricerche. Gli storici l’hanno dipinta come una donna contraddittoria e non esattamente positiva, ma io desideravo trovare il mondo per raccontare perché e come un personaggio del genere è arrivato a vivere una vita assolutamente inimmaginabile anche per noi, occidentali.
Come hai scovato il carteggio segreto di Yoshiko?
La mia avventura è cominciata dalla Biblioteca Britannica, dove ho trovato soltanto i riferimenti occasionali in libri come Penombra nella città proibita, l’autobiografia dell’insegnante privato della famiglia reale, Reginald Johnston. In queste brevi note si parla di lei senza concederle un briciolo umanità, questo non ha fatto altro che rendere la sfida dello scrivere questo romanzo più interessante: rendere un personaggio intrigante, non positivo, ma affascinante.
Che cosa l’ha conquistato di questo personaggio?
Il suo coraggio, la sua mancanza di autocommiserazione, la sua lealtà a quelli che ama. È emozionante, piena di lati oscuri, ma anche inebrianti per la loro straordinarietà e potenza.
Perché leggere questo libro?
Perché è una storia eccitante, il cui protagonista non è il solito eroe o eroina orientale che oramai conosciamo: non è né una concubina né una geisha ma un personaggio unico. La sua è una storia di manipolazione sessuale e presa di coscienza che si svolge in un tempo che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto, un tempo che tutti noi conosciamo almeno un po’. Eastern Jewel aveva 6 anni quando è affondato il Titanic, ha vissuto la prima e la seconda guerra mondiale ed è stata data in moglie ad un principe mongolo al tempo in cui Lawrence Oliver faceva il suo debutto al Birmingham Repertory. La narrazione è ovviamente impregnata di un’atmosfera orientale, ma credo che Eastern Jewel dovrebbe prendere posto tra quelle famose eroine, di cui adoriamo leggere. Un po’ come Mata Hari, anche lei merita di essere conosciuta da un pubblico più vasto rispetto a quello che noterà le due o tre righe che i testi accademici le hanno riservato fin’ora.

Più di mille anni fa, l’imperatore Taizong della dinastia Tang aveva affermato: “L’acqua sostiene la barca; ma l’acqua può anche affondare la barca”. Il viaggio dei giornalisti cinesi Chen Guidi e Wu Chuntao all’interno delle campagne dalla provincia dello Anhui, nell’est del Paese, li ha portati ad un’amara conclusione: in Cina, oggi, è la barca che rischia di affondare l’acqua. Barca ed acqua sono due metafore che simboleggiano, rispettivamente, governo e contadini.
Può la barca affondare l’acqua? (Marsilio) è, secondo il giornalista Federico Rampini che ne firma la prefazione, “un atto di accusa contro il potere politico” scritto da due autori che in tre lunghi anni hanno visitato e condotto interviste in più di 50 città dell’Anhui, scoprendo alcuni dei milioni di casi di umiliazioni, omicidi, torture e sfruttamento cui i contadini sono stati sottoposti, nei soli anni ‘90, dai funzionari pubblici dei rispettivi villaggi.
Pubblicato a fine 2003, il testo è stato tradotto in italiano solo nel 2007. Inizialmente il reportage di Chen Guidi e Wu Chintao godette di un inaspettato successo anche nella Repubblica Popolare Cinese, dove divenne oggetto di dibattiti e talk show sulla condizione contadina nel Paese. Ma solo pochi mesi dopo il libro venne censurato e ritirato dalla distribuzione. Tuttavia, si stima che nel Paese siano state vendute almeno otto milioni di copie-pirata. Gli autori non si sentono degli eroi. Ritengono di aver fatto il loro dovere di giornalisti “dando voce a chi non l’aveva”. E l’amarezza e la tragicità della situazione descritta lasciano anora spazio a una speranza: come “ogniqualvolta un villaggio oppresso è riuscito a ottenere visibilità sui mass media le sue chances di tutela sono migliorate”, ecco che la circolazione di Può la barca affondare l’acqua? potrebbe far sì che, alla fine, la risposta al particolare quesito resti negativa.

Tre mesi in una megalopoli cinese, dalle parti di Hong Kong.
Sembrano pochi, ma non lo sono. Leggere, per credere, Shenzhen, la nuova graphic novel firmata da Guy Delisle, di cui Fusi orari (la casa editrice del settimanale Internazionale) aveva già tradotto Pyongyang.
Delisle è un animatore che si trova catapultato, per motivi di lavoro, a Shenzhen, Cina del Sud. L’autore è già stato in Cina, in passato, ma “il tempo cancella i brutti ricordi”. Bastano però le prime impressioni (gli odori, il rumore, la folla), e le prime tavole, per capire che “la memoria aveva conservato solo gli aspetti positivi…l’esotismo”. Errore. Perché quello di Delisle è, come ha scritto il New York Times, uno shock culturale lungo tre mesi. Le camere d’albergo, le persone, il lavoro e le consuetudini degli abitanti di Shenzhen (notevole il racconto del Natale passato a casa di un collega) sembrano tutte confermare il senso di irriducibile estraneità e solitudine dell’autore. Due mondi, il suo e tutto quello che lo circonda, quasi (quasi) inconciliabili. Raccontato con ironia e leggerezza, Shenzhen restituisce con un buon colpo d’occhio l’Oriente come lo vediamo noi. Da Occidente. Non è affatto detto che sia il modo giusto, e certamente non è l’unico, ma è un modo. Divertente e intelligente.

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