
Scena di The Road, film tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCarthy - Credits: 2929 Productions/Dimension Film/The Weinstein Company
Ciack, si gira. Sono iniziate in West Virginia le riprese di Figlio di Dio, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Cormac McCarthy. Alla regia c’è James Franco, artista poliedrico che nel recente passato aveva già tentato (idea poi abbandonata) di portare al cinema il monumentale Meridiano di sangue, una delle opere più famose del grande scrittore statunitense. Continua

Francois Truffaut - Credits: ANSA-CD
Ottant’anni fa, il 6 febbraio 1932, nasceva a Parigi Francois Truffaut, attore, produttore e, soprattutto, uno dei più grandi registi cinematografici del Novecento. È stato uno dei fondatori e rappresentanti della Nouvelle Vague, assieme a cineasti del calibro di Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol e Eric Rohmer. Continua

Per chi segue il cinema, soprattutto quello “d’archivio” in tv (o in uno dei pochi cineclub rimasti in vita) il Morandini è uno dei compagni più fidati. E come per tutte le opere enciclopediche (come modalità di consultazione, ovviamente) la versione digitale sui device mobili è un compagno ancora più efficace: ti sta di fianco in salotto o nella tasca al cinema e facilità le modalità di consultazione e ricerca.
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Il cast di Bar Sport – Credits: Andrea Raffin/Kika
C’era una volta il Bar Sport, quello in cui si andava a bere un caffè e che poi, al suo interno, era popolato sempre dalle solite facce, una variopinta armata Brancaleone perennemente impegnata, tra una riffa e una partita di biliardo, a vestire i panni del CT. E guai a toccare le brioche, perché di solito paste e meringhe erano elementi puramente coreografici, dei monumenti marmorei alla prima colazione: il rischio per l’incauto divoratore era di ritrovarsi un’ora dopo “nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori”. Continua

Paul Giamatti e Dustin Hoffman in una scena del film La versione di Barney - Credits: INB/WE©kikapress.com
Cinema e letteratura sono e saranno sempre amici-nemici. Amici, perché l’industria cinematografica ha la consuetudine di spazzolare (a suon di banconote) gli scaffali delle librerie. Nemici, perché quando un romanzo finisce effettivamente sullo schermo scatta la cervellotica disputa: meglio il film o il libro? Continua

Keanu Reeves nell’immagine che ha fatto il giro della Rete l’anno scorso - Credits: F_01©Kikapress.com
E anche Keanu Reeves scrisse un libro. L’attore americano si dà alla letteratura, e la sua è un’operazione curiosa. Il titolo del suo lavoro, da poco annunciato, è Ode to Happiness, e farebbe pensare alla solita opera autobiografica che traccia la parabola di una success story. L’autobiografia in realtà c’è, ma si tratta di altro: è una presa in giro dei libri “how to” che insegnano a essere felici. Qui è l’esatto opposto: Keanu si fa beffe della tendenza di molte persone all’autocommiserazione e al limite invita (con ironia) a sprofondare nel dolore e nella depressione. Continua

Mario Monicelli - Credits: LarisaMartinas©kikapress.com
Mario Monicelli si è spento ieri, ma la sua luce continuerà a brillare molto a lungo. 95 anni e 66 film, alcuni immortali, molti ancora importanti, nessuno banale. Monicelli era una voce nel coro e fuori dal coro, che aveva fatto dell’ironia e del sarcasmo un metodo di lavoro e uno stile di vita. Vale la pena conoscerlo o ripassarlo anche attraverso i libri. Su di lui ne sono stati scritti un bel po’, alcuni li ha scritti lui stesso: ecco 5 tra i più significativi. Continua

L'anno di noi due, particolare della copertina
Il padre che molti avrebbero voluto in sorte. David Gilmour, documentarista e critico cinematografico canadese, racconta in L’anno di noi due (Rizzoli) il periglioso viaggio di un padre alla riconquista del figlio adolescente. Attraverso il cinema e il suo potenziale empatico. Continua

il regista Guillermo Del Toro - Credits: Mathieu Lacote @ flickr
H.P. Lovecraft è stato un autore formidabile, da molti ritenuto il più influente della letteratura horror, creatore di immortali mitologie come quella di Cthulhu e del Necronomicon. Ma era anche un uomo povero. Per uno strano scherzo del destino (lo stesso destino su cui aveva incentrato molti dei suoi racconti), proprio uno dei romanzi più ignorati dagli editori dell’epoca, Le montagne della follia, sta per essere trasformato in blockbuster dal regista spagnolo Guillermo Del Toro.
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Alfred Hitchcock - Ansa
“Mi è venuto in mente così, non ci sono risposte; era il desiderio di parlare di cinema”. Un omaggio al cinema, certo, è fin dal titolo L’incendio dei sogni, trentatrè inquadrature, edito da Garzanti. Ma non solo. Luca Doninelli s’è immerso da scrittore in quel gran magma di immagini, brividi e storie formate da tutti i film che abbiamo visto. Continua
Particolare della copertina di Le cento e una sera
Un’agile guida tra cento e un film da gustare in dvd. Per chi ama affondare nel divano per far andar con un “play” la pellicola, ma anche per chi adora il cinema da assaporare in sala, con lo schermo grande e le ginocchia puntate sulla poltroncina del vicino, e riassaporare in casa.
È questo Le cento e una sera (pagg. 159), libro firmato dalla nostra signora del cinema, Irene Bignardi, appena uscito per I Nodi di Marsilio. Un piccolo “vademecum” che nasce da quanto la ex direttrice del festival di Locarno ha firmato la rubrica dedicata ai migliori dvd, sul Venerdì di Repubblica. Selezionandone solo centouno, con vistose assenze - premesse dall’autrice - dovute semplicemente al dovere di cronaca di proporre il miglior dvd del momento, in base ai ritmi e alle modalità delle uscite sul mercato.
Queste cento e una piccole storie “possono essere lette come schede informative su (una parte di) ciò che è disponibile o come consigli per gli acquisti, o come cronache di una passione di chi le ha scritte” scrive la Bignardi. “Possono suggerire miniserie da portarsi in vacanza o da godersi sotto il piumone la sera”.
E soprattutto possono essere una lezione di cinema, realizzata in punta di penna, da una delle più competenti voci italiane di critica cinematografica.
I titoli sono raccolti in gruppi, da “Notizie dal mondo”, film che, anche se non capolavori, raccontano ciò che accade attorno a noi, come Private di Saverio Costanzo o Water di Deepa Mehta, a “I nuovi classici”, con registi più che mai attivi ma che hanno già lasciato il segno, come Casinò di Martin Scorsese o Dogville di Lars von Trier.
Panorama.it ha incontrato l’autrice.
Signora Bignardi, perché proprio “cento e uno” film?
Cento e uno è un numero simbolico e richiama Le mille e una notte perché, similmente, il libro vuole essere il filo di un racconto.
Cinema visto in sala cinematografica e, come lo definisce lei, “quel piccolo grande miracolo” che è il dvd, che può distogliere proprio dall’andar al cinema. Che rapporto c’è tra i due, nemici-amici?
Dipende dalla fascia di pubblico: c’è un pubblico che ha resistenza ad andare nelle sale, per mille motivi diversi, dalla poca voglia di uscire alla difficoltà di parcheggiare, e c’è un pubblico che ama il cinema, sia in sala sia in dvd. Quindi ci sono spettatori per cui il dvd è concorrente del cinema in sala, altri per cui è complementare. E il mio libro parla sia a chi preferisce vedere solo dvd sia a chi va al cinema ma ama anche rivedere i film in dvd, per un rapporto più intimo o per recuperare scene madri o pellicole sfuggite…
Lei guarderà dvd e film in sala in gran quantità…
Sì, ma a volte rimango sconcertata dalla tecnologia del dvd, con il telecomando che talvolta non va o qualcos’altro che non funziona. E mi chiedo comunque come facevano gli storici del cinema un tempo, prima del dvd, ad annotare tutti i dettagli, quante volte dovevano rivedere proiezioni di uno stesso film, quanto tempo passavano in sala… Non c’erano l’elasticità che c’è adesso e la comodità del “rewind”. Erano degli eroi.
Alcune volte, come scrive a proposito di Nascita di una nazione di David Wark Griffith, il dvd ha il merito di salvare delle pellicole dall’oblio.
Assolutamente sì, e il caso di Nascita di una nazione è esemplare: il film è di proporzioni ingombranti, e non può certo essere proiettato in sala, in alcuni di quei tentativi di riproporre vecchi lungometraggi. Compare solo in qualche festival, tipo recentemente a Pordenone, ed è quindi visibile solo da pochi. Il dvd offre invece la possibilità di recuperare e vedere simili lavori.
Tra i cento e uno dvd c’è anche un cartone animato, Bambi, catalogato sotto “Scene madri”, ed è divertente il ricordo che lei descrive della proiezione al cinema Capitol di Milano…
Bambi è molto più di un film per bambini. Quando andai a vederlo al cinema Capitol di Milano eravamo tutti molto piccoli e sullo schermo stava passando la scena scioccante del cacciatore che uccide la mamma di Bambi. Fu allora che sentii il grido straziante di una ragazzina, in sala, che faceva “No, no, la cervella no”. La cerva era diventata “la cervella” - sorride la Bignardi -. Bambi è un cartone che colpisce tantissimo. Decostruisce i miti classici, e contiene insieme alle gioie e alle innocenze dell’infanzia le inevitabili tragedie della vita.
Veniamo ai recenti successi di Gomorra e Il divo a Cannes che hanno fatto gridare a una resurrezione del cinema italiano. Ma è davvero una rinascita? E c’erano già segnali di qualcosa di buono nell’aria?
C’erano dei segnali: questo è stato un anno pieno di film interessanti, seppur nessuno avesse ancora avuto la forza dirompente di Gomorra e Il divo, che hanno avuto anche il caso di aiutarsi e trainarsi a vicenda anziché ostacolarsi come a volte accade. Entrambe le pellicole sono realizzate da quasi quarantenni e narrano di disastri italiani, riuscendo a far da molla l’una all’altra. Nascono comunque su un buon tessuto di registi, in una fase di ri-decollo del nostro cinema, sempre che non vengano chiusi i rubinetti degli aiuti… Ad esempio Non pensarci di Gianni Zanasi è una piccola commedia deliziosa, che dal Giappone a Londra è stata recepita e apprezzata. I nuovi autori sono bravi, non più ombelicali, e tra questi sono sbucate queste due torri, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino.
Lei è presidente di Filmitalia, l’organo di promozione del cinema italiano all’estero, che viene da un buon successo a New York con la rassegna “Open roads”. Com’è sentito il nostro cinema nel mondo? Si è ancora fermi a Fellini?
Tra il grande pubblico si crede che Mastroianni sia ancora vivo. Magari! Invece a livello di élite e pubblico cinefilo la risposta è ottima. Durante “Open roads” la sala del Lincoln Center era sempre sold-out, e due o tre film, tra cui Saturno Contro, sono stati venduti in America. Resta comunque il fatto che negli Stati Uniti per lo spettatore il cinema non americano è percepito come proveniente da un altro pianeta. Tutto ciò che non è statunitense è considerato come “cinema di lingua straniera” e su cento titoli in programmazione solo uno è italiano, magari un paio cinesi, uno francese… Solamente i più curiosi vanno a vedere film stranieri, anche perché negli States le pellicole non vengono doppiate - cosa bella per me -, sono con i sottotitoli, e possono risultare più impegnative e percepite meno “proprie”. In Europa, invece, il cinema italiano è più sentito e più identificato, ma anche qui va fatto un lavoro di promozione molto paziente. Da quando Filmitalia è riuscita a portare molto cinema al festival di Londra, ad esempio, ci sono positivi riscontri in Gran Bretagna.
I festival, sempre più numerosi, possono aiutare quei film di qualità che non hanno una super-campagna promozionale a sostenerli?
Sicuramente, i festival sono fondamentali. I fratelli Dardenne non sarebbero usciti dai confini del Belgio se Cannes non li avesse premiati per Rosetta nel 1999. Sarebbero rimasti buoni registi, ma senza alcuna risonanza. Stessa cosa per Laurent Cantet, recente Palma d’oro, premio che non veniva assegnato a un francese da ventuno anni. Il festival serve sia come moltiplicatore di successi sia per scoprire talenti.
A proposito di festival, le manca Locarno?
Confesso che mi manca… Ma quando sento la nostalgia penso che ora sono sul divano di casa, che magari tra poco mi alzerò per scrivere qualcosa, e che invece se fossi ancora direttrice del festival probabilmente mi troverei in una saletta di Londra per una proiezione, per poi fuggire all’aeroporto e magari correre come un leprotto a Locarno. Un simile lavoro è affascinante ma estenuante, soprattutto quando un festival ha pochi fondi: ti taglia dalla vita vera e dagli affetti. E io ho anche un figlio, ora grande. Sono una donna normale, e certe cose non si possono fare insieme.
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