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Keanu Reeves scrive Ode to Happiness, un libro sulla tristezza

Keanu Reeves nell'immagine che ha fatto il giro della Rete l'anno scorso - Credits: F_01©Kikapress.com

Keanu Reeves nell’immagine che ha fatto il giro della Rete l’anno scorso - Credits: F_01©Kikapress.com

E anche Keanu Reeves scrisse un libro. L’attore americano si dà alla letteratura, e la sua è un’operazione curiosa. Il titolo del suo lavoro, da poco annunciato, è Ode to Happiness, e farebbe pensare alla solita opera autobiografica che traccia la parabola di una success story. L’autobiografia in realtà c’è, ma si tratta di altro: è una presa in giro dei libri “how to” che insegnano a essere felici. Qui è l’esatto opposto: Keanu si fa beffe della tendenza di molte persone all’autocommiserazione e al limite invita (con ironia) a sprofondare nel dolore e nella depressione. Continua

Mario Monicelli, 5 libri per conoscerlo meglio

Mario Monicelli - Credits: LarisaMartinas©kikapress.com

Mario Monicelli - Credits: LarisaMartinas©kikapress.com

Mario Monicelli si è spento ieri, ma la sua luce continuerà a brillare molto a lungo. 95 anni e 66 film, alcuni immortali, molti ancora importanti, nessuno banale. Monicelli era una voce nel coro e fuori dal coro, che aveva fatto dell’ironia e del sarcasmo un metodo di lavoro e uno stile di vita. Vale la pena conoscerlo o ripassarlo anche attraverso i libri. Su di lui ne sono stati scritti un bel po’, alcuni li ha scritti lui stesso: ecco 5 tra i più significativi. Continua

La storia vera di un anno memorabile: un padre, un figlio, tre film a settimana

L'anno di noi due, particolare della copertina

L'anno di noi due, particolare della copertina

Il padre che molti avrebbero voluto in sorte. David Gilmour, documentarista e critico cinematografico canadese, racconta in L’anno di noi due (Rizzoli) il periglioso viaggio di un padre alla riconquista del figlio adolescente. Attraverso il cinema e il suo potenziale empatico. Continua

H. P. Lovecraft resuscita sul grande schermo, grazie a Guillermo Del Toro e a James Cameron

il regista Guillermo Del Toro - Credits: Mathieu Lacote @ flickr

il regista Guillermo Del Toro - Credits: Mathieu Lacote @ flickr

H.P. Lovecraft è stato un autore formidabile, da molti ritenuto il più influente della letteratura horror, creatore di immortali mitologie come quella di Cthulhu e del Necronomicon. Ma era anche un uomo povero. Per uno strano scherzo del destino (lo stesso destino su cui aveva incentrato molti dei suoi racconti), proprio uno dei romanzi più ignorati dagli editori dell’epoca, Le montagne della follia, sta per essere trasformato in blockbuster dal regista spagnolo Guillermo Del Toro.
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Sex and the City 2. Dall’anteprima del film all’anticipazione in Il diario di Carrie di Candace Bushnell

Copyright: Warner Bros 2010

Copyright: Warner Bros. 2010

Martedì 25 maggio 2010. Mentre tutto il mondo è in trepidante attesa, ieri sera un’anteprima con i tacchi (i fiocchi non si usano più!). Insomma, una serata che non poteva essere persa. Sex and the City 2 ha stravolto la platea. Continua

Nicholas Sparks batte Avatar. Quando la trama vince sulla tecnologia

Credits: Sito ufficiale del film Dear John

Credits: Sito ufficiale del film Dear John

Tratto da un romanzo d’amore, realizzato a basso costo, Dear John in America ha già battuto gli incassi del film di James Cameron nel primo week end.

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L’incendio dei sogni: le inquadrature diventano parole

Alfred Hitchcock - Ansa

Alfred Hitchcock - Ansa

“Mi è venuto in mente così, non ci sono risposte; era il desiderio di parlare di cinema”. Un omaggio al cinema, certo, è fin dal titolo L’incendio dei sogni, trentatrè inquadrature, edito da Garzanti. Ma non solo. Luca Doninelli s’è immerso da scrittore in quel gran magma di immagini, brividi e storie formate da tutti i film che abbiamo visto. Continua

Cento e una sera con i dvd consigliati da Irene Bignardi

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Particolare della copertina di Le cento e una sera

Un’agile guida tra cento e un film da gustare in dvd. Per chi ama affondare nel divano per far andar con un “play” la pellicola, ma anche per chi adora il cinema da assaporare in sala, con lo schermo grande e le ginocchia puntate sulla poltroncina del vicino, e riassaporare in casa.
È questo Le cento e una sera (pagg. 159), libro firmato dalla nostra signora del cinema, Irene Bignardi, appena uscito per I Nodi di Marsilio. Un piccolo “vademecum” che nasce da quanto la ex direttrice del festival di Locarno ha firmato la rubrica dedicata ai migliori dvd, sul Venerdì di Repubblica. Selezionandone solo centouno, con vistose assenze - premesse dall’autrice - dovute semplicemente al dovere di cronaca di proporre il miglior dvd del momento, in base ai ritmi e alle modalità delle uscite sul mercato.
Queste cento e una piccole storie “possono essere lette come schede informative su (una parte di) ciò che è disponibile o come consigli per gli acquisti, o come cronache di una passione di chi le ha scritte” scrive la Bignardi. “Possono suggerire miniserie da portarsi in vacanza o da godersi sotto il piumone la sera”.
E soprattutto possono essere una lezione di cinema, realizzata in punta di penna, da una delle più competenti voci italiane di critica cinematografica.
I titoli sono raccolti in gruppi, da “Notizie dal mondo”, film che, anche se non capolavori, raccontano ciò che accade attorno a noi, come Private di Saverio Costanzo o Water di Deepa Mehta, a “I nuovi classici”, con registi più che mai attivi ma che hanno già lasciato il segno, come Casinò di Martin Scorsese o Dogville di Lars von Trier.
Panorama.it ha incontrato l’autrice.

Signora Bignardi, perché proprio “cento e uno” film?
Cento e uno è un numero simbolico e richiama Le mille e una notte perché, similmente, il libro vuole essere il filo di un racconto.
Cinema visto in sala cinematografica e, come lo definisce lei, “quel piccolo grande miracolo” che è il dvd, che può distogliere proprio dall’andar al cinema. Che rapporto c’è tra i due, nemici-amici?
Dipende dalla fascia di pubblico: c’è un pubblico che ha resistenza ad andare nelle sale, per mille motivi diversi, dalla poca voglia di uscire alla difficoltà di parcheggiare, e c’è un pubblico che ama il cinema, sia in sala sia in dvd. Quindi ci sono spettatori per cui il dvd è concorrente del cinema in sala, altri per cui è complementare. E il mio libro parla sia a chi preferisce vedere solo dvd sia a chi va al cinema ma ama anche rivedere i film in dvd, per un rapporto più intimo o per recuperare scene madri o pellicole sfuggite…
Lei guarderà dvd e film in sala in gran quantità…
Sì, ma a volte rimango sconcertata dalla tecnologia del dvd, con il telecomando che talvolta non va o qualcos’altro che non funziona. E mi chiedo comunque come facevano gli storici del cinema un tempo, prima del dvd, ad annotare tutti i dettagli, quante volte dovevano rivedere proiezioni di uno stesso film, quanto tempo passavano in sala… Non c’erano l’elasticità che c’è adesso e la comodità del “rewind”. Erano degli eroi.
Alcune volte, come scrive a proposito di Nascita di una nazione di David Wark Griffith, il dvd ha il merito di salvare delle pellicole dall’oblio.
Assolutamente sì, e il caso di Nascita di una nazione è esemplare: il film è di proporzioni ingombranti, e non può certo essere proiettato in sala, in alcuni di quei tentativi di riproporre vecchi lungometraggi. Compare solo in qualche festival, tipo recentemente a Pordenone, ed è quindi visibile solo da pochi. Il dvd offre invece la possibilità di recuperare e vedere simili lavori.
Tra i cento e uno dvd c’è anche un cartone animato, Bambi, catalogato sotto “Scene madri”, ed è divertente il ricordo che lei descrive della proiezione al cinema Capitol di Milano…
Bambi è molto più di un film per bambini. Quando andai a vederlo al cinema Capitol di Milano eravamo tutti molto piccoli e sullo schermo stava passando la scena scioccante del cacciatore che uccide la mamma di Bambi. Fu allora che sentii il grido straziante di una ragazzina, in sala, che faceva “No, no, la cervella no”. La cerva era diventata “la cervella” - sorride la Bignardi -. Bambi è un cartone che colpisce tantissimo. Decostruisce i miti classici, e contiene insieme alle gioie e alle innocenze dell’infanzia le inevitabili tragedie della vita.
Veniamo ai recenti successi di Gomorra e Il divo a Cannes che hanno fatto gridare a una resurrezione del cinema italiano. Ma è davvero una rinascita? E c’erano già segnali di qualcosa di buono nell’aria?
C’erano dei segnali: questo è stato un anno pieno di film interessanti, seppur nessuno avesse ancora avuto la forza dirompente di Gomorra e Il divo, che hanno avuto anche il caso di aiutarsi e trainarsi a vicenda anziché ostacolarsi come a volte accade. Entrambe le pellicole sono realizzate da quasi quarantenni e narrano di disastri italiani, riuscendo a far da molla l’una all’altra. Nascono comunque su un buon tessuto di registi, in una fase di ri-decollo del nostro cinema, sempre che non vengano chiusi i rubinetti degli aiuti… Ad esempio Non pensarci di Gianni Zanasi è una piccola commedia deliziosa, che dal Giappone a Londra è stata recepita e apprezzata. I nuovi autori sono bravi, non più ombelicali, e tra questi sono sbucate queste due torri, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino.
Lei è presidente di Filmitalia, l’organo di promozione del cinema italiano all’estero, che viene da un buon successo a New York con la rassegna “Open roads”. Com’è sentito il nostro cinema nel mondo? Si è ancora fermi a Fellini?
Tra il grande pubblico si crede che Mastroianni sia ancora vivo. Magari! Invece a livello di élite e pubblico cinefilo la risposta è ottima. Durante “Open roads” la sala del Lincoln Center era sempre sold-out, e due o tre film, tra cui Saturno Contro, sono stati venduti in America. Resta comunque il fatto che negli Stati Uniti per lo spettatore il cinema non americano è percepito come proveniente da un altro pianeta. Tutto ciò che non è statunitense è considerato come “cinema di lingua straniera” e su cento titoli in programmazione solo uno è italiano, magari un paio cinesi, uno francese… Solamente i più curiosi vanno a vedere film stranieri, anche perché negli States le pellicole non vengono doppiate - cosa bella per me -, sono con i sottotitoli, e possono risultare più impegnative e percepite meno “proprie”. In Europa, invece, il cinema italiano è più sentito e più identificato, ma anche qui va fatto un lavoro di promozione molto paziente. Da quando Filmitalia è riuscita a portare molto cinema al festival di Londra, ad esempio, ci sono positivi riscontri in Gran Bretagna.
I festival, sempre più numerosi, possono aiutare quei film di qualità che non hanno una super-campagna promozionale a sostenerli?
Sicuramente, i festival sono fondamentali. I fratelli Dardenne non sarebbero usciti dai confini del Belgio se Cannes non li avesse premiati per Rosetta nel 1999. Sarebbero rimasti buoni registi, ma senza alcuna risonanza. Stessa cosa per Laurent Cantet, recente Palma d’oro, premio che non veniva assegnato a un francese da ventuno anni. Il festival serve sia come moltiplicatore di successi sia per scoprire talenti.
A proposito di festival, le manca Locarno?
Confesso che mi manca… Ma quando sento la nostalgia penso che ora sono sul divano di casa, che magari tra poco mi alzerò per scrivere qualcosa, e che invece se fossi ancora direttrice del festival probabilmente mi troverei in una saletta di Londra per una proiezione, per poi fuggire all’aeroporto e magari correre come un leprotto a Locarno. Un simile lavoro è affascinante ma estenuante, soprattutto quando un festival ha pochi fondi: ti taglia dalla vita vera e dagli affetti. E io ho anche un figlio, ora grande. Sono una donna normale, e certe cose non si possono fare insieme.

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Vite da cani: gli stravaganti vizi di Rin Tin Tin e di altre star del cinema

Tutto ha inizio con un pastore scozzese, che permette a un film costato appena 7 sterline e 13 scellini di fare il giro del mondo, divenendo così un vero e proprio cult del settore. E prosegue lungo tutto il secolo, trasformando alcuni cani e gatti in vere e proprie star, con tanto di cachet milionario e camerino da very important person.

Da più di un secolo, gli animali domestici al cinema hanno un ruolo importantissimo. E non è un caso che il loro impiego ha spesso coinciso con il successo di numerosi film: chi non ricorda ad esempio il collie di Torna a casa Lassie, protagonista incontrastato di decine di pellicole, cortometraggi e cartoni animati? I film che interpreta incassano poco meno di 300 milioni di euro e gli valgono, tra l’altro, una piccola stella che ancora oggi è a lui dedicata sul Sunset Boulevard di Hollywood.

Come lui, e forse meglio di lui, fa Rin Tin Tin, protagnosta sul set in 24 film, che negli anni Venti fa vita da star: riceve più di duecento lettere al giorno, guadagna mille dollari a settimana, ha un cameriere, un cuoco personale, una limousine con autista in livrea, nonchè un alloggio di cinque stanze all’interno dei teatri di posa della MGM.

Aneddoti, curiosità, ma anche tecniche di interpretazione e di addestramento sono ora raccontati in due agili libretti di Giuseppe Colangelo, Ciak, si abbaia! e Miao, si gira, entrambi pubblicati di recente dalla casa editrice Book Time.

“Perfomance che” scrive il giornalista “definiscono però a grandi linee quattro distinti itnerari, che vedono il cane impegnato, di volta in volta, in avventure bizzarre e coraggiose, protagonista di incredibili peripezie animate, mattatore delle commedie brilanti o in prove dure o drammatiche”. Centinaia di protagonisti, tutti a quattro zampe, senza i quali la storia del cinema sarebbe stata diversa. Perché a volte, per un attore, recitare come un cane può essere il più bel complimento del mondo.

Pagine di celluloide per raccontare la Storia

particolare della copertina

“La pelle umana delle cose o, se preferite, il derma della realtà”: Antonin Artaud aveva le idee chiare sul cinema e il suo ruolo. A distanza di più di mezzo secolo dalla sua morte e nonostante l’evoluzione di Hollywood e dintorni, la sua opinione non è rimasta isolata, a conferma di quanto forte possa essere il legame tra celluoloide e vita quotidiana.
Anche per questo, raccontare la storia di un film o quella di un grande regista significa spesso decidere di scrivere la biografia di una nazione. È il caso, ad esempio, del saggio I film di Mario Monicelli scritto da Ivana Delvino e arrivato in libreria per l’editore Gremese. Così, passare in rassegna le opere del regista viareggino non solo comporta entrare virtualmente nel salotto buono del cinema del Novecento e incontrare, un pò di sguincio, attori del calibro di Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Sofia Loren e molti altri. Di più: significa raccontare un pezzo d’Italia, partendo dal mix di comicità e tragica attesa della Grande guerra, passando per la vita quotidiana del Borghese piccolo piccolo durante la contestazione degli anni ‘70, senza trascurare il rimpianto per le atmosfere di must irrinunciabili come Amici miei e L’Armata Brancaleone.
Ma si può decidere anche di solcare percorsi paralleli che col cinema hanno in comune solo alcune affinità. È la scelta che, al suo esordio, ha fatto Gianfrancesco Iacono, decidendo di raccontare Le Vacanze romane di Audrey (Falcone editore). Nessuna biografia della mitica Hepburn, nessuna strenna fotografica del backstage del film diretto da William Wiler. Qui, infatti, la narrativa si distacca dal ritmo della cronaca e dal flash dei fotografi, per procedere lungo una inedita rievocazione della Roma di Via Veneto e della Dolce Vita. Con un deciso e frizzante piglio narrativo, Iacono abbandona presto il set per raccontare una storia tutta in soggetiva, quasi sempre godibile, di certo inedita e spiazzante.
Chi volesse invece ritornare a lidi cinematograficamente più solidi e documentati potrà invece consultare la dettagliata biografia di un mostro sacro delle pellicole americane: Oliver Stone, questa volta a firma di Alberto Morsiani per i tipi dell’editore Il Castoro. Un resoconto che contiene buona parte della moderna storia dell’Oscar, ma che non si sottae al racconto di alcuni degli eventi più drammatici accaduti di recente in terra americana (vedi alla voce World Trade Center).
È la conferma, in definitiva, che il detto del buon Artuad su cinema e quotidianità pare condannato a rimanere eterno.

Anobii: la passione per i libri si condivide sul web



Leggere sarà pure un’esperienza solitaria, ma da sempre gli appassionati di libri hanno escogitato gli espedienti più vari pur di socializzare questa pratica: bookcrossing, cene letterarie, gruppi di lettura, festival o i sempre validi consigli del vecchio (e ormai mitologico) libraio di fiducia. In fondo, il passaparola tra conoscenti è pur sempre il metodo più efficace per andare a colpo sicuro. Poi è arrivata Amazon e la sua intuizione delle recensioni generate dagli utenti si è rivelata un’arma formidabile per spostare le vendite e orientare le scelte degli acquirenti.

Ora, però, c’è chi prova ad andare ancora più lontano. aNobii è un social network di nuova generazione pensato per mettere in contatto tra loro i lettori con gusti simili e aiutarli a scoprire libri interessanti: sempre di passaparola si tratta, ma in salsa 2.0.
A un livello base, il servizio si presenta come un valido strumento per schedare l’intera biblioteca personale (tipo l’ormai superata Library Thing), gestire liste di desideri, tenere traccia dei prestiti e finanche rivendere o scambiare libri usati. Ma al di là dell’indubbia utilità di un simile sistema di catalogazione, il bello di aNobii sta tutto nelle sue spinte funzionalità sociali. Si può curiosare nelle librerie degli altri membri, creare collezioni tematiche (una delle più grandi è questa degli “imperdibili”), seguire le ultime letture degli amici, prendere parte ai gruppi di discussione più vari, e ovviamente recensire, votare, etichettare e tutto quanto fa web 2.0. Una tendenza, questa di socializzare le passioni, che ormai ha investito anche la musica (si veda l’ottimo Last.fm, cui le case discografiche Emi, Warner Music, Sony BMG e Universal Music hanno deciso di autorizzare la diffusione in streaming del proprio intero catalogo) o il cinema (si veda I heart movies, nuovo tool per condividere la videoteca personale).

Sviluppato a Hong Kong ma dal raggio d’azione globale, aNobii è disponibile anche in versione italiana: a pochi mesi dal lancio si è già aggregata una attiva comunità di bibliofili del Belpaese.
Prima che vi iscriviate, però, un’avvertenza è d’obbligo: come tutti i social-network ben fatti, anche aNobii può dare forte dipendenza e, magari, sottrarre un po’ del tempo che prima si dedicava alla lettura.

P.S. Per chi se lo stesse chiedendo, il nome curioso del servizio deriva Anobium punctatum, l’insetto conosciuto anche come bookworm, il “verme dei libri”, espressione usata nei paesi anglosassoni per indicare chi passa molto tempo sui libri.

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