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(Nella foto: una schermata del sito www.hofreddo.it)
In quella che sembra la nuova epoca d’oro per la narrativa fantastica e con i vampiri che spopolano tra le pagine e sugli schermi, Gianfranco Manfredi, una delle voci più singolari del panorama letterario (ma non solo) italiano, dà alla stampe Ho Freddo (Gargoyle, 552 pp., 16 euro), un romanzo gotico dall’allure decadente, che riporta il tema del non morto verso coordinate crepuscolari, malate e perturbanti in cui storia e speculazione filosofica si aggrovigliano attorno al tema dell’oscurità, che sia quella dell’orrore notturno o quella della ragione, con un ritmo dal sapore avventuroso (qui il booktrailer).
Anno 1796, il Rhode Island registra i primi casi documentati di vampirismo in America. Il secolo della Ragione è alle porte con le sue istanze di libertà e tolleranza, ma una piaga inattesa miete vittime tra le giovani del luogo e rischia di precipitare la regione, di nuovo, nel più cupo oscurantismo. Le tombe vengono aperte, i cadaveri di alcune ragazze decedute per una sconosciuta e contagiosa malattia, vengono violati. Le autorità parlano di esperimenti…
La “peste vampirica” ha varcato davvero l’oceano? O la ferocia contro le donne si è riaccesa come ai tempi della caccia alle streghe? Protagonisti: tra cronaca e avventura, i gemelli Aline e Valcour de Valmont, due giovani libertini europei in terra di puritani, dove nessuno, prima del loro arrivo, ha mai sentito parlare di vampiri. Panorama.it ha incontrando Gianfranco Manfredi.
Come nasce Ho freddo?
Dalla lettura di un opuscolo che riportava alcuni casi di cronaca nel Rhode Island, dalla fine del settecento a quella del secolo successivo. La storia di alcune ragazze considerate vampire e i cui cadaveri vennero profanati dai familiari mi è parsa stimolante per un romanzo che non trattasse dei vampiri romantici in cappa nera, ma delle persone “reali” che vennero davvero straziate post mortem. Com’è stato possibile che dei padri di famiglia timorati di Dio siano giunti al punto di violare i cadaveri delle loro figlie morte? Davvero si trattava solamente di superstizione? Secondo le cronache del tempo il rito avveniva a scopi “curativi”. Di chi e in che senso? Cosa può esserci di curativo nell’estrarre un cuore e bruciarlo? Queste sono le curiosità che mi hanno mosso.
Come si è documentato?
In ogni modo possibile. Libri, documenti, articoli di cronaca dell’epoca, ricerche via Internet e sul posto, cioè sui luoghi reali.
Ho freddo si svolge a cavallo tra un’epoca oscura fatta di superstizione da cui gli abitanti del Rhode Island cercano di prendere le distanze e il secolo dei lumi…
Mi ha sempre appassionato studiare le epoche di passaggio. In questo caso, dal razionalismo della metà settecento all’annuncio delle neo-oscurità di cui l’epoca romantica si è ammantata nel secolo successivo. Nelle età di transito le contraddizioni vengono allo scoperto. In genere i romanzi storici non le considerano affatto, anzi preferiscono concentrarsi su eventi e personaggi famosi, codificati, che il pubblico già conosce avendoli studiati a scuola. Questo risparmia tra l’altro agli scrittori la fatica di inventarsi dei protagonisti importanti, perché Ramses, Napoleone, Alessandro sanno già tutti chi sono. Ma il vero lavoro del romanziere, secondo me, è creare personaggi dal nulla.
In rete si parla di New Italian Epic e lei forse già ai tempi di Magia Rossa (in ristampa in questi giorni sempre per Gargoyle N.d.R.) è stato un precursore, cosa pensa della questione, se l’ha seguita?
Io penso che non tocchi agli scrittori definirsi. Gli scrittori raccontano. Le definizioni spettano ai critici. E per i lettori, al di là dell’orientamento di tipo merceologico che possono offrire i generi (e che equivale a distinguere i fusilli dagli spaghetti), il criterio di definizione di un romanzo dopo la lettura è uno solo: bello o brutto. Il ricorso a formule inglesi è nel caso, tanto enfatico, quanto goffo. Se proprio devo scegliere preferisco la definizione, decisamente più brillante, di Oggetto Narrativo Non Identificato. Mi chiedo però se non costituisca un paradosso qualificare il Genere di un Non-Genere. Non basterebbe dire Romanzo, senza aggettivi? Se invece si vuole definire una corrente, beh questa corrente in realtà non esiste. Da noi gli scrittori come gli sceneggiatori, non sono mai riusciti neppure a creare uno straccio di sindacato, né a dar vita a una sorta di united artists che li rendesse più autonomi da restrizioni di politica editoriale o di mercato, figuriamoci se possono confluire in un “manifesto”. Il tentativo è sicuramente sincero e interessante, ma temo che al di là delle intenzioni si tratti di uno slittamento verso una forma di auto-marketing. Al che, il mio commento è “preferisco scrivere”.
Dopo tanto noir e i primi passi del fantasy all’italiana c’è posto per il gotico? E il gotico può raccontare altro tramite i suoi “cliché”?
Più che un genere chiuso in sé, il gotico individua una dinamica ascensionale: dalla carne allo spirito, dal basso all’alto, dall’orrore al meraviglioso, dal crudamente realistico al visionario. Il gotico si nutre del contrasto e disegna una spirale, dove certi “luoghi” tornano, ma sempre a un livello più elevato. Io lo considero come una forma del romanzo filosofico. Mi affascina nella stessa misura in cui mi infastidiscono i romanzi privi di pensiero. Cioè quelli che trovano sempre posto. A mucchi.
Non è la prima volta che “scrive di vampiri”, sono ancora un buon soggetto? C’è ancora modo di raccontarli oltre i classici e le nuove generazioni post Ann Rice dei “Twilight” vari?
Il vampiro, in quanto morto vivente è un ossimoro, cioè una forma della contraddizione. Come tale rinasce sempre, perché la contraddizione non può morire. Tutti i modi di raccontare i vampiri rivelano qualcosa. Io sono per natura un bastian contrario, dunque se il mainstream riporta in auge il vampiro fascinoso e romantico, io scelgo per istinto quello vero, cioè un malato contagioso, che vive la stessa esclusione di cui soffrono i malati, al punto di non essere più padroni neppure del proprio corpo. Il paradosso più inquietante della nostra epoca è che la proprietà privata delle cose è ormai giudicata unanimemente sacra e inviolabile, mentre si cerca di limitare sempre di più quella del proprio corpo. Dei nostri averi pretendiamo di decidere noi (si fa per dire… in tempo di fallimenti di banche c’è da dubitarne) sul nostro corpo invece sono le istituzioni, religiose, mediche o statuali, che pretendono di decidere. Da questo punto di vista viviamo in piena peste vampirica, e vorrei tanto che fosse solo una metafora, ma non lo è.
(Se non ci fosse già Dampyr) Si occuperebbe di vampiri anche in termini fumettistici?
Troverei molto faticoso scrivere una serie potenzialmente infinita incentrata esclusivamente sui vampiri. A me piace cambiare temi e registri. Scrivo sempre, praticamente tutti i giorni, e non ce la farei proprio a reggere se la mia scrittura diventasse monotematica. Inoltre penso che il fumetto realistico e il cinema essendo legati ad immagini “concrete”, a corpi molto “fisici”, siano più adatti a raccontare gli zombi che i vampiri. I vampiri sono più letterari, sono come sogni o incubi che dissolvono all’alba. La loro materialità rappresentata, in fumetto e in cinema, rischia sempre il ridicolo. I migliori film di zombie, a cominciare dal capolavoro di Romero che ha dato l’avvio al genere, li raccontano con uno stile documentaristico, i vampiri invece richiedono luci, ombre, estrema cura estetica. Tutte cose produttivamente molto difficili da realizzare oggi in cinema e in fumetto. L’ultimo film di vampiri che ho visto è Bram Stoker’s Dracula’s Guest, una porcata inaudita (e proprio per questo spassosa) con il Dracula più grasso mai apparso sullo schermo. La dimostrazione che troppa fisicità distrugge ogni credibilità del vampiro.
La Gargoyle è una casa editrice ultraspecializzata come si trova con loro?
Sono sincero. Non mi sono mai trovato così bene. Paolo de Crescenzo, il creatore di Gargoyle, non è un editore generalista e non sforna libri a raffica, dunque può sceglierli uno per uno e curarli come si deve, nei dettagli. Quando si imbatte in un best seller sicuro, non fa una piega: se gli piace lo pubblica, se no lo evita. Una regola che si dovrebbe seguire di più in editoria. Se un editore smette di essere una persona e diventa un mero marchio apposto su qualunque tipo di libro, con la potenzialità di vendita come unico criterio di scelta, perde identità e non può più rappresentare alcuna garanzia di qualità per i lettori.
L’ho abbiamo già chiesto a Carlo Lucarelli, ora rigiriamo la domanda. Lui ha scritto L’Ottava Vibrazione ambientata nello stesso periodo e con lo stesso scenario della sua miniserie a fumetti per la Bonelli, Volto Nascosto. Sembra quasi che si stia sviluppando un interesse narrativo inedito per il primo periodo coloniale italiano…
Lucarelli e io abbiamo avuto insieme un paio di incontri con i lettori. Entrambi molto interessanti e proficui. Ci hanno dato l’idea d’aver “colpito” con qualcosa di insolito, che i lettori non si aspettavano. E dire che abbiamo scritto due cose diversissime tra loro, anche se incentrate sullo stesso tema. Una maggiore attenzione sul colonialismo italiano era d’obbligo, dal momento in cui il nostro paese si è impegnato su diversi fronti di guerra all’estero. La riflessione sui precedenti storici, che a scuola non ci avevano insegnato (né a lui, né a me) perché di solito il periodo dello Stato Liberale si salta a piè pari, latitava anche sui quotidiani. Si vede che è più da romanzieri il saper cogliere le urgenze nell’aria. Molti ragazzi mi hanno scritto, ringraziandomi perché dopo aver letto il mio fumetto, se non altro erano riusciti a capire chi diavolo fosse e cosa avesse fatto quel tipo il cui monumento occupa il centro della loro piazza di paese o di città. Ora: i monumenti si fanno per onorare e ricordare le persone, ma se a distanza di due o tre generazioni nessuno più sa chi rappresentino, allora la loro funzione diventa solo quella di fare da spartitraffico e da gabinetto per i piccioni.
Ha mai pensato di usare una licenza creative commons, il copylfet, per i suoi lavori?
Francamente, non ho idea di cosa parla, ma se intende (vado a naso) la facoltà di riprodurre e diffondere un testo a scopo sociale e culturale, cioè di libero scambio e condivisione, non di profitto, io vado più in là, nel senso che credo debba essere posto per legge un tetto al diritto editoriale e d’autore. Superata una certa quota di guadagno, indipendentemente da scadenze temporali, un prodotto culturale dovrebbe essere di dominio pubblico, soprattutto quando, nei fatti, il pubblico ne è diventato legittimo proprietario, avendolo strapagato.

Nino D’Attis, Mostri per le masse (Marsilio) - Particolare della copertina
Mostri per le masse (Marsilio € 16, pp. 240) di Nino D’Attis è un romanzo col turbante. È perturbante, conturbante e disturbante. A prima vista sembra un giallo dai tratti horror: 2005, a Roma alcuni efferati omicidi di stampo satanico sconvolgono la città, già scossa dall’agonia di Wojtyla. Un poliziotto si mette sulle tracce del colpevole intenzionato a portare a termine l’indagine a ogni costo. Con il passare dei paragrafi e dei capitoli si comprende che la prima vista inganna facilmente. La detection è puro pretesto, semplice cornice per descrivere una discesa agli inferi. Non ha alcuna rilevanza l’identità dell’assassino, il meccanismo narrativo ben presto si inabissa verso profondità insondabili, come un televisore che comincia a trasmettere immagini via via sempre meno nitide, con interferenze lampo, effetto neve e rumore bianco, Mostri per le masse si trasfigura nel corso della lettura. Una scrittura secca eppure speculativa, lineare eppure confusa, volutamente confusa. Il romanzo è perturbante nell’accezione freudiana del termine: “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” e D’Attis mette in scena l’orrore del quotidiano. Il disagio che la figura dell’ispettore Graziano Vignola ispira nel lettore non è dovuto semplicemente al fatto che sia uno sbirro corrotto e depravato ma dalla sensazione che la sua corruzione e la sua depravazione siano naturali, innate e inevitabili in ciascuno di noi. È conturbante perché ha una corrente erotica perversa che non smette di ronzare mai ed è disturbante, infine, perché fa sentire sporco il lettore come non succedeva dai tempi di Poppy Z. Brite e del suo Cadavere Squisito.
Se non bastasse, c’è di più. Mostri per le masse sembra rientrare in un grande romanzo collettivo che alcuni scrittori, inconsapevolmente o no, stanno scrivendo assieme. In quest’ottica non sarebbe un caso, o un semplice attestato di stima da parte dell’autore, che uno dei personaggi del libro di D’Attis stia leggendo Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo. Mostri per le masse racconta il tempo presente, racconta una Roma e un’Italia il cui passato prossimo si può leggere nel lavoro di De Cataldo o in Confine di Stato di Simone Sarasso, per citarne solo due. Il denominatore comune in questo caso è il caos veicolato da armi di distrazione di massa. Un elemento da sempre presente nella storia del paese semplice, che però solo D’Attis, per il momento è riuscito a descrivere con ferocia caotica (per l’appunto) eppure con precisione chirurgica. Non importa se le visioni di Mostri per le masse siano pura fiction o se siano cronaca, importa solo che in qualche oscuro, ribollente e sgraziato modo rispecchino l’anima collettiva di questa nazione.
Guarda il booktrailer
Riparte il campionato, le Olimpiadi sono già un ricordo in via di sbiadimento. Gli atleti che soffrono, piangono, ridono, le immagini pechinesi di epici eroi in lotta contro i limiti, contro la fatica; sani, puliti e lontani dalla miseria umana dello showbusiness. Eppure sul comodino c’era qualcosa che stonava, che disturbava la diretta televisiva, che smorzava l’ardore della fiamma olimpica. I volti degli atleti acquistavano all’improvviso un’altra espressione. Infelice e artificiale. Sul comodino c’era Acido Lattico (Alberto Gaffi, 158 pagine, 11 euro) di Saverio Fattori.
Una narrazione algida, impietosa che sonda, attraverso lo sguardo del protagonista Claudio Seregni, il lato oscuro dello sport e in particolare dell’atletica leggera. I toni sono quelli del noir psicologico e la tensione è quella del thriller: il risultato è una lama nei tendini, una rasoiata nei tessuti e nel corpo di un Italia senza riscatto morale, incapace di qualsiasi impegno etico, nemmeno in quello che veniva considerato il più pulito, il più sano, il più umile e contemporaneamente nobile degli sport. Lo sguardo cinico, asociale e freddo di Seregni non dà scampo e non risparmia nessuno, nemmeno i dilettanti alle prese con la maratona di New York o i superatleti alle prese con l’Ironman. Panorama.it ha incontrato l’autore, che con Acido Lattico è alla sua terza prova, in copyleft.
Claudio Seregni corre, ma anche Saverio Fattori corre… Come nasce Acido Lattico?
Era inevitabile. Ho due passioni che non mi danno da mangiare ma che definire “Hobby” non farebbe giustizia. Mi occupo di letteratura e pratico atletica e podismo (e scrive , tra l’altro, sul mensile “Correre” n.d.r.). Non a livelli altissimi, sono un middle class in tutte e due queste attività. Sono due “cose” molto pesanti che non danno tregua e lasciano tossine. Per correre a livelli decenti devi farlo praticamente tutti i giorni, in agosto non ti conviene stare fermo un mese, tornare in forma sarebbe troppo complicato. E non c’è un giorno della mia vita che non faccia qualcosa di attinente alla letteratura. Da qualche parte dovevano fondersi, il mio cervello deve averci girato attorno qualche anno prima di posarsi sull’embrione di Acido Lattico, ma poi il gorgo mi ha risucchiato. Non è stato un flusso inarrestabile, un Fuoco Sacro, ma la storia ha preso una forma propria quasi indipendente dalla mia volontà. Oppure era già tutta dentro di me e non ne avevo piena coscienza. “Acido” nasce dall’amore-odio per l’atletica e dall’amore-odio per la letteratura. Io corro a livelli più bassi rispetto a Claudio Seregni, mi sono scelto un alter ego molto più forte. È molto più stronzo, all’inizio della storia è un individuo agghiacciante. Potrebbe essere tra i potenziali olimpici di Pechino. Potrebbe, non è così chiaro. Ho gareggiato da bambino e dai venticinque anni in poi, quindi non sono mai stato una promessa come lui, ho immaginato proprio la parte di carriera che nella realtà mi manca.
In pochi si sono cimentati nella “narrativa sportiva”….
Male, i potenziali lettori di un romanzo che si occupa di queste tematiche sono davvero tanti. I giovani non praticano l’atletica, la crisi di vocazioni è tragica, ma i podisti over-35 che affollano le maratone domenicali sono un numero sterminato, in genere sono persone di cultura media che leggerebbero con interesse un romanzo con le tematiche di Acido. Sto avendo buoni riscontri anche durante le presentazioni. Ovviamente avendo pubblicato per un piccolo editore non troveranno pile di Acido Lattico in libreria, dovranno ordinarlo, dovranno sbattersi e fra qualche mese potranno scaricarlo da internet. In precedenza in Italia solo Mauro Covacich per Einaudi aveva scritto un libro di questo genere, A perdifiato, un romanzo ottimo, molto convincente. Il tema del doping è comunque molto morboso, la trasformazione del corpo, l’illusione della sospensione della performance e conseguente rimozione della vecchiaia e della morte. Nervi scoperti nella nostra società. Poi la maratona di New York ha una valenza di feticcio, secondo me a poco a che fare con l’Atletica Leggera. Molto con le Agenzie Turistiche.
Come si è documentato?
Su internet trovi di tutto, poi avevo un collega culturista che mi parlava del GH, come dell’Elisir della giovinezza. Nel 1989 uscì un testo illuminate di Alessandro Donati e Antonello Sette, Campioni senza valore, con la scusa del caso Ben Johnson parlò molto di certe pratiche in Italia. Acido Lattico accenna al doping di Stato praticato in Italia negli anni Ottanta e ben descritto nel libro sopraccitato, ma senza l’intenzione di farne un report giornalistico o una Crociata Etica. Il mio non è un diario del doping. È fiction pura nella trama in una ragnatela di fatti veri o molto verosimili. Ci sono già stati processi su certi fatti e certi personaggi e buonanotte. Nulla da aggiungere. La pratica dell’autoemotrasfusione mi è sembrata molto “letteraria”, tutto qui. Penso di poter essere alla giusta distanza per cercare una descrizione credibile dei fatti. Né colluso, né inconsapevole. È un testo con una sua complessità, non giustifica il doping, né si fa illusioni. Non possiamo pretendere che lo sport professionistico sia il nostro giardino incontaminato. Vogliamo l’epica dei ciclisti che divorano passi dolomitici, vogliamo eroi sempre più invincibili. Poi ci strozziamo di indignazione e maccheroni davanti ai titoli dei telegiornali massimalisti. In realtà ho pena dei ciclisti dopati, non riesco ad odiarli. A ma basta leggere certi programmi di allenamento per capire che sarebbe molto difficile recuperare certi lavori senza l’aiuto farmacologico.
Perché copyleft?
Perché quando una persona mi dice che ha letto il miei libri precedenti (Alienazioni Padane e Chi ha ucciso i Talk Talk?) dopo averli scaricati, sono sinceramente felice. Non di meno che se li avesse comprati in libreria. Per me la felicità e uguale. E poi io alla rete devo tutto.
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Mentre si celebra la giornata internazionale del diritto d’autore, si moltiplicano i libri che lo mettono in discussione, lo adeguano ai tempi, ne rompono gli argini. Come Kai Zen, in libreria con La strategia dell’Ariete, il primo libro Mondadori in copyleft.
Panorama.it ha incontrato questo gruppo di anime diversissime, che partrecipano al fenomeno sempre più diffuso della scrittura collettiva con una nuova formula che ridisegna i confini del diritto d’autore (da Luther Blisset a Wu Ming). Si chiamano Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani. Vivono in città diverse (Bologna, Bolzano, Messina, Sesto San Giovanni-Milano). E comunicano solo via web, dove si sono incrociati nel 2003, partecipando ad un’iniziativa di scrittura a più mani.
Non c’è conflitto tra il copyleft e gli interessi commerciali di una grande casa editrice?
Non c’è nessuna contraddizione. Noi pubblichiamo tutto in copyleft. Questo significa che chiunque può riprodurre, esporre in pubblico, recitare e anche modificare le nostre opere. Le uniche condizioni che chiediamo sono di citare l’autore e non specularci sopra. Insomma, le regole del Creative Commons. Mondadori ha accettato subito l’idea, in modo molto naturale.
Eppure c’è ancora chi ha paura del copyleft…
Per noi il copyleft è questione di rispetto per il lettore e di onestà intellettuale. È un contatto diretto con il nostro pubblico. Ed è una possibilità creativa senza limiti.
In che modo?
Su kaizenlab.it è in corso un nostro progetto di scrittura a più mani. Per quanto riguarda la Strategia dell’Ariete, sul sito dedicato abbiamo aperto le porte ai lettori e ai navigatori che possono agire direttamente sulla storia, sui personaggi, e sugli spin off. L’iniziativa sta avendo un successo enorme. E ogni dieci giorni nasce un nuovo racconto apocrifo che mettiamo online.
C’è un anche un blog di Kai Zen?
C’è un myspace, che contiene anche un blog
Avete blog personali?
No. Il formato blog in realtà non ci è molto congeniale, preferiamo il wiki, e presto inseriremo delle parti in wiki sul sito del libro.
C’è un rapporto tra le dinamiche della rete e la genesi di un’opera corale come kai zen?
Il web ha influito soprattutto sulla struttura de La strategia dell’artiete, che è fortemente ipertestuale. È possibile far nascere da ogni pezzo del romanzo un intero racconto (o perché no, un nuovo romanzo). Si possono far germogliare i semi piantati con il glossario alla fine del libro, aproffondire le ricerche storiche, tracciare mappe, aggiungere suoni e immagini… Per questo abbiamo costruito il romanzo assieme al sito, in modo da lasciare molti punti aperti.
I consigli di Kai Zen per chi vuole cimentarsi con la scrittura di gruppo?
Il nostro metodo è piuttosto semplice. Ognuno di noi parte da una prima stesura individuale. Poi si montano le parti. Si continua con una serie infinita di editing di ognuno su tutto e, se si è ancora amici dopo le discussioni, si taglia, si aggiusta, si riscrive quanto necessario.
E i consigli per chi vuole approfondire il concetto di copyleft?
Ci sono molti siti che se ne occupano. Per esempio il sito Copyleft Italia, il sito di Creative Commons in cui è possibile creare una licenza ad hoc per i propri progetti. E poi c’è il blog di Antonella Beccaria che si occupa di queste tematiche da lungo tempo. E non possiamo dimenticare i15, un gruppo di lettori molto particolare che diffonde e promuove la scrittura in CL. Poi c’è Terra nullis, un atelier di scritture a sorgente libera… Ma ce ne sono molti altri legati anche al software open source e a Linux.
Che cosa significa Kai Zen?
Ha a che fare con un’espressione giapponese che significa “In continuo miglioramento”. Ma non si pensi che siamo vicini a filosofie orientali o misticheggianti. In realtà è anche il nome di una band che fa una musica piuttosto violenta. Ci piaceva la loro musica, il loro nome… e l’abbiamo preso.
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