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Google Books: la lunga storia della digitalizzazione dei libri

Credits: Flickr / allogo

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Settimana scorsa è arrivata la notizia che un giudice federale di New York ha respinto l’accordo da 125 milioni di dollari che Google e i rappresentanti degli editori americani avevano raggiunto nel 2008; l’accordo prevedeva la possibilità per il colosso di Mountain View di continuare la sua opera di scannerizzazione di libri senza troppi vincoli e di creare un sistema a pagamento per l’accesso ai titoli catalogati. Una brusca frenata per il progetto Google Books. Ma come si è arrivati a questo punto? Qual è la storia di questa impresa grandiosa quanto controversa? Continua

Denis Olivennes: la gratuità è un furto, la pirateria non è libertà

http://www.flickr.com/photos/cpstorm/89789996/

“La proprietà è un furto” diceva l’anarchico francese P.J. Proudhon. Una tesi che ancora oggi fa proseliti (magari senza nessuna consapevolezza politica) tra i tanti utenti che, in barba alle leggi sul diritto d’autore, scaricano film, libri e interi dischi dalle reti peer-to-peer.
Da Napster in poi l’industria dell’intrattenimento ha provato ad arginare questa pratica a colpi di denunce, sistemi di protezione dei file e multe salatissime. Ma la strategia difensiva non si è rivelata molto fruttuosa. Anche perché lo scontro non si gioca tanto sul piano tecnologico, quanto su quello culturale e del business: il peer-to-peer sta svuotando le casse delle major del disco e del cinema, mentre sta rendendo milionari i fornitori di servizi per la connettività (gli Internet Provider) e per il web (Google, Yahoo, AOL).
Così la pensa Denis Olivennes, per anni a capo del colosso FNAC e ora direttore del settimanale francese Nouvel Observateur, di cui è appena arrivato nelle librerie italiane il pamphlet La gratuità è un furto. Quando la pirateria uccide la cultura (Libri Scheiwiller, 14 euro), frutto del “Rapporto Olivennes” consegnato lo scorso novembre al governo Sarkozy.
Secondo Olivennes la battaglia per il consumo libero dei contenuti online è sostenuta da un’inedita “Santa Alleanza” in cui i contestatori del capitalismo vanno a braccetto con i sostenitori dell’assolutismo di mercato. Questi ultimi, “in quanto fautori del potere assoluto del consumatore, individuano nella potenziale ascesa delle aziende di telecomunicazioni e nel concomitante crollo delle prebende delle industrie tradizionali un’evoluzione sana e naturale dell’economia”. Il risultato è una “paradossale consociazione tra antimoderni e ultraliberali” in cui vediamo avanzare schierati “l’ala sinistra del Partito Socialista e AOL, Libération e il Wall Sreet Journal”. Due culture mai state così vicine e di cui forse si può trovare una sintesi perfetta in “Free!“, il nuovo libro sull’economia del gratis di Chris Anderson.
Ma attenzione, avverte Olivennes, non è affatto detto che da questa santa alleanza emerga davvero un panorama culturale più ricco di contenuti di nicchia (come vorrebbe la teoria della “coda lunga” di Anderson) e alla portata di chiunque (come credono molti idealisti): “È altamente probabile che, lasciando fare ai meccanismi spontanei della nuova rivoluzione industriale, ci ritroveremo in un mondo monocromo e monotono dove si ascolteranno solo poche musiche formattate dal marketing delle multinazionali”.
Ecco perché i governi, da una parte, e le industrie culturali, dall’altra, devono al più presto darsi da fare per trovare un’alternativa alla pirateria. A cominciare da un diritto d’autore aggiornato all’epoca digitale e dall’offerta di migliori servizi per la fruizione dei contenuti online.
Il tutto senza escludere la “coesistenza anarchica” di diversi universi concorrenti tra loro: “Potremo avere un’Internet libero da diritti in cui artisti desiderosi di farsi conoscere presenteranno le loro opere senza pretendere alcuna retribuzione (ad esempio con le licenze Creative Commons, NdR); un’Internet commerciale, anch’esso multiforme (pagamento mirato, forfettario e così via); dei siti istituzionali, dei siti commerciali e quelli cooperativi (come YouTube)”.

LEGGI ANCHE: I profeti del web col vizio dell’ottimismo - Chris Anderson: Merci e servizi gratis! Ecco il business del futuro

Kai Zen: il copyleft contagia i libri Mondadori

Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani

Mentre si celebra la giornata internazionale del diritto d’autore, si moltiplicano i libri che lo mettono in discussione, lo adeguano ai tempi, ne rompono gli argini. Come Kai Zen, in libreria con La strategia dell’Ariete, il primo libro Mondadori in copyleft.

Panorama.it ha incontrato questo gruppo di anime diversissime, che partrecipano al fenomeno sempre più diffuso della scrittura collettiva con una nuova formula che ridisegna i confini del diritto d’autore (da Luther Blisset a Wu Ming). Si chiamano Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani. Vivono in città diverse (Bologna, Bolzano, Messina, Sesto San Giovanni-Milano). E comunicano solo via web, dove si sono incrociati nel 2003, partecipando ad un’iniziativa di scrittura a più mani.

Non c’è conflitto tra il copyleft e gli interessi commerciali di una grande casa editrice?
Non c’è nessuna contraddizione. Noi pubblichiamo tutto in copyleft. Questo significa che chiunque può riprodurre, esporre in pubblico, recitare e anche modificare le nostre opere. Le uniche condizioni che chiediamo sono di citare l’autore e non specularci sopra. Insomma, le regole del Creative Commons. Mondadori ha accettato subito l’idea, in modo molto naturale.

Eppure c’è ancora chi ha paura del copyleft…
Per noi il copyleft è questione di rispetto per il lettore e di onestà intellettuale. È un contatto diretto con il nostro pubblico. Ed è una possibilità creativa senza limiti.

In che modo?
Su kaizenlab.it è in corso un nostro progetto di scrittura a più mani. Per quanto riguarda la Strategia dell’Ariete, sul sito dedicato abbiamo aperto le porte ai lettori e ai navigatori che possono agire direttamente sulla storia, sui personaggi, e sugli spin off. L’iniziativa sta avendo un successo enorme. E ogni dieci giorni nasce un nuovo racconto apocrifo che mettiamo online.

C’è un anche un blog di Kai Zen?
C’è un myspace, che contiene anche un blog

Avete blog personali?
No. Il formato blog in realtà non ci è molto congeniale, preferiamo il wiki, e presto inseriremo delle parti in wiki sul sito del libro.


C’è un rapporto tra le dinamiche della rete e la genesi di un’opera corale come kai zen?

Il web ha influito soprattutto sulla struttura de La strategia dell’artiete, che è fortemente ipertestuale. È possibile far nascere da ogni pezzo del romanzo un intero racconto (o perché no, un nuovo romanzo). Si possono far germogliare i semi piantati con il glossario alla fine del libro, aproffondire le ricerche storiche, tracciare mappe, aggiungere suoni e immagini… Per questo abbiamo costruito il romanzo assieme al sito, in modo da lasciare molti punti aperti.

I consigli di Kai Zen per chi vuole cimentarsi con la scrittura di gruppo?
Il nostro metodo è piuttosto semplice. Ognuno di noi parte da una prima stesura individuale. Poi si montano le parti. Si continua con una serie infinita di editing di ognuno su tutto e, se si è ancora amici dopo le discussioni, si taglia, si aggiusta, si riscrive quanto necessario.

E i consigli per chi vuole approfondire il concetto di copyleft?
Ci sono molti siti che se ne occupano. Per esempio il sito Copyleft Italia, il sito di Creative Commons in cui è possibile creare una licenza ad hoc per i propri progetti. E poi c’è il blog di Antonella Beccaria che si occupa di queste tematiche da lungo tempo. E non possiamo dimenticare i15, un gruppo di lettori molto particolare che diffonde e promuove la scrittura in CL. Poi c’è Terra nullis, un atelier di scritture a sorgente libera… Ma ce ne sono molti altri legati anche al software open source e a Linux.

Che cosa significa Kai Zen?
Ha a che fare con un’espressione giapponese che significa “In continuo miglioramento”. Ma non si pensi che siamo vicini a filosofie orientali o misticheggianti. In realtà è anche il nome di una band che fa una musica piuttosto violenta. Ci piaceva la loro musica, il loro nome… e l’abbiamo preso.

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