
Credits: v.max1978 via Flickr
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- Venerdì 12 Marzo 2010
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Dante

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di Romana Liuzzo
Otto volumi, il primo in uscita il prossimo anno, l’ultimo nel 2021, settimo centenario della morte di Dante. Dal 1921 non si pubblicava un’edizione commentata degli scritti del poeta più letto al mondo. La Divina commedia, dopo la Bibbia, è l’opera più tradotta e ristampata; e ogni anno in Italia vegono pubblicati circa 1.500 libri su Dante. Continua
Il 2007 è stato l’anno del noir per la narrativa italiana. Come il 2006, il 2005, il 2004… Su cosa sia esattamente il noir, il dibattito, questione di lana caprina, è ancora aperto. Il meccanismo di base però è assodato. Ha a che fare con la cattiva coscienza di questo paese. Anche il giallo, quello classico, con tanto di detection e cadavere chiuso a chiave dall’interno, comincia a tingersi di noir fino a ribaltare le proporzioni dei due colori. Il corpo nella stanza chiusa è quello di un ex-terrorista (nero, rosso), il punto di vista è quello di un commissario (corrotto, politicizzato, disilluso), di un cane sciolto o di un criminale. Il noir è sovversivo, politicamente scorretto, senza compromessi, crudo ma, c’è sempre un ma, sta facendo la fine del punk. Ha fatto piazza pulita dei dinosauri del mistery, come il punk lo ha fatto con le cervellotiche e lambiccate architetture del progressive, ma alla fine si è ripiegato su se stesso, reiterando un cliché all’infinito. Il verdetto, dopo e con i Sex Pistols, è stato uno e uno solo: punk is dead.
Il giallo che si tinge di noir che ripete se stesso. Ma c’è dell’altro? Il panorama della letteratura di genere ha proposto un’alternativa durante l’anno?
Esiste una branca del giallo che da tempo riscuote successo, anche se con fortune alterne. Un mix di ambientazioni storiche e investigazione. I nomi, stranieri, sono quelli di B. Akunin, Jason Goodwin, Dale Furutani, Candace Robb. In questa particolare branca del giallo si può individuare un sottoinsieme, che sembra affascinare scrittori e lettori, quello in cui, il protagonista è un personaggio storico. Ed ecco allora un florilegio di filosofi, letterati, uomini di scienza, pensatori e spiriti liberi vari che indagano, e in qualche caso vestono più o meno i panni dell’antagonista o del mentore. Siamo sul filo del rasoio. Il romanziere deve fare i conti con due “brutte bestie”: la Storia e la storia. Deve essere preciso al millimetro, sia per quanto riguarda il contesto, sia per quanto riguarda la biografia del protagonista. E deve contemporaneamente mantenere in rotta un romanzo giallo con tutti i crismi senza mai annoiare il lettore. Nella maggior parte dei casi, siamo sotto l’egida dell’evasione pura e semplice, anche se c’è spazio per diverse eccezioni in cui è possibile scorgere il lato oscuro e perturbante della natura umana.
Giulio Leoni, Leonardo Gori e Michael Gregorio sono i nomi italiani del 2007. Dante, Machiavelli e Kant (anche se non direttamente) indagano.
La crociata delle Tenebre (Mondaori pp. 295, € 17) , Le ossa di Dio (Rizzoli, pp. 302) e I giorni dell’espiazione (Einaudi Stile Libero, pp. 482, € 17) hanno in comune, oltre all’ottima ricostruzione storica, anche un fondo di inquietudine che fa del passato un bacino torbido e melmoso in cui pescare frammenti di presente. In fondo, secondo le sacre scritture indiane, il Kali Yuga, l’età oscura, è iniziata nel 3102 a.C. e si concluderà nel 428899 d.C. e quindi il fiume della storia che scorre tra queste due date non può che restituirci un’immagine universale buia dell’uomo e delle sue vicende terrene, qualsiasi sia l’epoca in cui decidiamo di raccontarle - potremmo allora forse parlare di noir storico, in ogni caso - che sia noir o che sia giallo, il quid che fa vibrare le corde giuste, sta tutto qui.
Un libro per chi è stufo dell’overdose di buoni sentimenti natalizi. Tra donazioni a Ong, regali solidali, collette alimentari, e tanto amore sapientemente dosato da tv e da vetrine addobbate, spunta anche un po’ di sano odio. Esce in questi giorni un libricino che ci riporta alla realtà e ci aiuta a distinguere: una raccolta, curata dal poeta Antonio Veneziani, dal titolo 100 Poesie d’odio e invettiva, dagli antichi a oggi (Coniglio editore).
Tra i tanti autori: Catullo, Nietzsche, Cecco Angiolieri. E non manca Dante (ora tornato di gran moda, almeno sul piccolo schermo), che fa dire al conte Ugolino il suo odio per Pisa allo stesso modo in cui tanti italiani d’oggi potrebbero dire della propria città. Ma lungi dall’essere animata da gratuita cattiveria, l’operazione editoriale in questione può servire - paradossalmente - proprio per capire l’amore. A dar retta a Freud, infatti, i due sentimenti sono legati da un inestricabile rapporto. E senza capire l’odio non si può sapere nemmeno cos’è il suo opposto.
Attenzione, pero: i componimenti nel volume vanno maneggiati con cura - avverte una nota - letti con attenzione e con occhio ironico, perché le parole tanto potenti e visionarie potrebbero spiazzare le anime candide capitate a vivere in quest’epoca di politically correct. Leopardi appare un po’ più vivace di come generalmente consigliano le reminiscenze scolastiche. Qualche iniezione di motivata violenza arriva dai versi di Shakespeare, Rimabud, Orazio, Dino Campana, Gracia Lorca, fino ad arrivare ad Arthur Schnitzler. E proprio con quest’ultimo torna a galla l’invettiva più attuale di questi tempi: “Quando l’odio diventa codardo / se ne va mascherato in società / e si fa chimare Giustizia”.
In questi giorni esce per Mondadori La Luce di Orione (collana Strade Blu, 320 pp. 15,50 euro), nuovo capitolo della saga dell’inquisitore Nicolas Eymerich.
Sono passati cinque anni da quando Valerio Evangelisti scrisse l’ultimo libro con protagonista il personaggio che lo ha portato nel gotha degli autori di fantascienza a livello internazionale. Questa volta Eymerich dovrà lasciare il regno di Aragona per intraprendere un viaggio sulle galee dei crociati alla volta di Bisanzio. Come da tradizione, anche questa vicenda si sposterà nel tempo e nello spazio annodando i fili invisibili della storia e tracciando un sentiero che collegherà un misterioso verso di Dante all’Iraq del futuro prossimo. Tra le “comparse” di prestigio ci sarà anche Francesco Petrarca, con cui Eymerich avrà un diverbio in quel di Padova.
Abbiamo intervistato Evangelisti sul ritorno di Eymerich e non solo.
Eymerich è tornato. Come mai lo ha lasciato da parte per tanto tempo?
Non volevo rimanere troppo legato a quel personaggio, però non intendevo neanche abbandonarlo. La sua “resurrezione” deve molto alle pressioni dei miei lettori, senza troppa resistenza da parte mia.
La scelta di Costantinopoli deriva da una scelta precisa o è frutto di una suggestione?
Da un fatto storico preciso. Una crociata in tono minore guidata da Amedeo d’Aosta nel 1366, e diretta a Costantinopoli per sottrarre la città alla pressione turca. Fin dal mio secondo romanzo, uscito nel 1995, avevo ipotizzato che Eymerich vi partecipasse. La trama l’avevo già in mente da un decennio.
Eymerich è mutevole e al contrario di molti personaggi seriali fa i conti con il suo passato. Com’è quello de La Luce di Orione?
Il protagonista è simile a quello dei primi romanzi, solo con un dubbio in più: che ciò che sta vivendo non sia reale, bensì frutto della sua mente. Che il mondo sia stato organizzato in sua funzione.
Il titolo si discosta da quelli delle “puntate precedenti” in cui compariva quasi sempre il nome dell’inquisitore…
I titoli nascono un po’ a caso, anche se, per me, contano nel guidare lo sviluppo della trama. Con La luce di Orione volevo suggerire al lettore che si tratta, in fondo, di un romanzo di fantascienza, diverso dai capitoli “metafisici” del ciclo, come Cherudek e Mater Terribilis.
Anche la copertina è molto diversa da quelle a cui i suoi lettori erano abituati…
Le copertine non le scelgo io, che non ho alcuna competenza grafica. Devo dire che, senza previi accordi col disegnatore, la copertina riflette assai bene la sostanza dantesca del romanzo.
Negli ultimi tempi ha trascurato la fantascienza, il fantastico e la fantastoria per esplorare le pieghe della storia “pura”…
Io ho una formazione di storico, e la narrativa è stata per me un veicolo per riuscire a esprimermi fuori da convenzioni scientifiche. Noi saremo tutto e i due Collari (Il Collare di Fuoco” e “Il Collare Spezzato” n.d.r.) sono saggi storiografici in forma romanzata. È una strada che non abbandonerò, nemmeno quando tratto di Eymerich e delle sue fantastiche avventure.
I suoi libri vengono pubblicati anche all’estero. Quale è il suo rapporto con i paesi in cui appaiono i suoi titoli?
La Francia è un caso particolare. Parlo il francese come una seconda lingua, e questo mi ha agevolato parecchio, in convegni, presentazioni e nell’intreccio di rapporti personali. Per il resto, tradotto in una quindicina di lingue, direi che il successo maggiore lo riscuoto nei Paesi dell’ex Est europeo, Romania e Polonia in primo luogo. Non saprei dire perché. E, cambiando di continente, in Brasile.
Il mercato librario americano è chiuso su se stesso, eppure lei è stato invitato negli States e in Canada per un ciclo di conferenze…
Negli Usa, in Canada e persino in Nuova Zelanda ho attirato gli interessi di una parte del mondo accademico (l’italo-canadese Luca Somigli, dell’università di Toronto, mi ha dedicato addirittura uno studio, pubblicato dalle edizioni Cadmo). Si tratta di un ambito del tutto separato da quello del mercato librario che conta. In inglese, finora, è uscito solo un mio racconto, in un’antologia europea curata dalla Science Fiction Writers of America.
In che rapporti è con gli altri scrittori?
Ne frequento pochissimi. Quelli con cui curo il sito Carmilla come Genna, Bui, De Michele. Ogni tanto Ammaniti e Loriano Macchiavelli. E Antonio Moresco, con cui ho un vero rapporto di fratellanza. Assieme si parla di tutto salvo che di letteratura. I miei amici più stretti non rientrano nella categoria degli intellettuali, ammesso che questa categoria esista.
Mai come in questo caso l’arte della fotografia ha salvato l’arte vera.
Esce infatti per i caratteri delle Edizioni Polistampa
Firenze 1892-1895: immagini dell’antico centro scomparso, una splendida raccolta di oltre 300 fotografie scattate tra il 1892 e il 1895.
Ma non è la solita raccolta di foto d’epoca. Quegli anni, infatti, furono per Firenze catastrofici. A causa di un insano piano di risanamento, approvato nel 1888 per ragioni di decoro urbano e di igiene sociale, andarono perdute alcune tra le più belle dimore medievali del centro storico, cioè la città di Cavalcanti, di Cimabue, di Giotto e di Dante Alighieri. Fu quello un “bombardamento senza bombe” come lo definirono gli stessi intellettuali dell’epoca che gridarono allo scempio a tal punto che, prima che si consumasse, la Giunta Comunale fu costretta a nominare una Commissione Storico Archeologica, con l’incarico di eseguire studi e fotografie per documentare tutte “le cose di qualche importanza”. Foto le cui lastre si temeva fossero andate perdute. E invece sono state ritrovate negli archivi del Gabinetto Fotografico della Soprintendenza e pubblicate sotto l’occhio vigile e attento di Maria Sfarmeli, direttore del Settore documentazione della Soprintendenza al Polo museale fiorentino. Non sono state così inghiottite dall’oblio le strade dove passeggiava Paolo Uccello, le botteghe frequentate dal Brunelleschi, i tabernacoli citati dal Vasari, il cuore insomma di quella Firenze fino a qualche anno prima capitale politica d’Italia e da sempre capitale delle arti e delle lettere.
Da notare che per ogni scatto è stato rintracciato il punto di presa all’interno del fitto dedalo di strade, piazzette, loggiati medievali e rinascimentali. Quella città scomparsa è adesso di nuovo ripercorribile anche grazie al ritrovamento di una pianta del centro di Firenze come era prima delle demolizioni, allegata al volume.

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