
(Credits: Brambatti/Ansa)
Scuole di scrittura di altissimo livello, istituzioni letterarie quali Granta e The New York Review of Books, decine e decine di narratori che ogni anno arrivano anche nelle librerie italiane lanciati quali “esordienti d’eccezione”. Sotto il cielo letterario a stelle e strisce, si muove un universo piuttosto dinamico e scapigliato, che può creare qualche confusione ai lettori nostrani. Proviamo allora a scegliere cinque titoli di scrittori americani del Novecento da non poter perdere. Inseriamo nella rosa solo i viventi e prendiamo una decisione controcorrente: selezionare romanzi pubblicati da almeno cinque anni. Continua

Credits: Simon&Schuster
“The true life is not reducible to words spoken or written, not by anyone, ever.”
Le prime parole del nuovo attesissimo romanzo di Don DeLillo sembrano mettere le mani avanti rispetto al contenuto del libro. Come a dire: non è qui che troverete la vera vita, dovete chiudervi in una stanza da soli, fissare la parete vuota e riflettere. In realtà non è altro che la filosofia di vita di Richard Elster, il settantatreenne ex stratega bellico protagonista di Point Omega, il quindicesimo romanzo di DeLillo in uscita per Scribner il prossimo 2 febbraio.
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Di Michele Lauro
In termini musicali, il contrappunto è la combinazione simultanea di più linee melodiche in senso “orizzontale”, considerando cioè lo svolgimento melodico delle diverse voci e gli intervalli percorsi in ognuna di esse. Nel suo breve, acuto pamphlet illustrato dal titolo Contrappunto - Tre film, un libro e una vecchia fotografia (Einaudi) Don DeLillo sperimenta sulla pagina scritta la composizione di voci sovrapposte, prendendo spunto, anzi facendosi suggestionare, da un insieme di suoni, parole, immagini statiche e in movimento. Le voci sono quelle di tre geniali artisti attivi nella seconda metà del secolo scorso. Il pianista canadese Glenn Gould (1932-1982) è protagonista del secondo dei film citati nel sottotitolo, Trentadue piccoli film su Glenn Gould, 32 ovviamente come le Variazioni Goldberg di Bach - il re del contrappunto - opera su cui Gould si cimentò per tutta la vita e che rimase fra le sue interpretazioni esemplari. La figura del pianista è in stretta risonanza con il primo dei film, Atanarjuat, algida visione di antiche leggende inuit ambientate nel profondo Nord, uno spazio geografico-interiore da cui Gould era profondamente, ossessivamente attratto (isolamento, solitudine, estasi), anche se in vita non riuscì mai a raggiungere il Canada artico ovvero la sua idea di Nord. La voce dello scrittore austriaco Thomas Bernhard (1931-1989) si accorda alle note del pianista: un suo libro, Il soccombente, si apre infatti con un suicidio che si consuma nell’ascolto della prima Variazione Goldberg eseguita da Gould. Non solo. Tra Bernhard e Gould si assiste a una progressiva fusione: “Le identità di autore, narratore e personaggio sfumano l’una nell’altra” dice DeLillo. Lo stesso Gould nella sua opera “non si limita a reimmaginare Bach, ma intavola una sorta di dialogo correttivo con se stesso”. Il terzo film, Thelonious Monk: Straight No Chaser, si apre sulle note sbilenche del piano di Thelonious Monk (1917-1982), icona jazz e con melodie come Round Midnight divenute patrimonio immortale nonché personaggio bizzarro, indecifrabile e dedito agli eccessi, fino alla schizofrenia che ne ha minato gli ultimi anni di vita. Monk è fra i protagonisti anche della “vecchia fotografia” scattata al Village nel 1953, che lo ritrae in compagnia degli altri santoni del be-bop: Charlie Mingus, Roy Hanes e Charlie Parker.
Mentre le voci dei tre virtuosi si inseguono in contrappunto, il lettore scivola nel cuore della melodia per affrontare l’interrogativo cruciale. Le oscure controparti del genio luminoso sono - fin dalle civiltà antiche - la solitudine, la distanza, l’introversione, l’isolamento dalla società, fino all’inevitabile malattia. “Cosa succede quando l’introspezione raggiunge un’intensità tale da annullare il mondo circostante?” La domanda chiave non può avere risposta. Nell’urlo muto di Bernhard sull’Etna, nelle dita di Gould che si muovono in spazi immaginari, nella danza derviscia di Monk è l’eterno confine, labile, per lo più invisibile, fra genio e follia.
Si parla già molto di Falling Man, il nuovo romanzo di Don DeLillo, appena pubblicato in lingua inglese (Picador in Uk, Scribner in Usa).
E si capisce: l’accoppiata DeLillo/11 settembre in effetti è di quelle che non si possono perdere.
Il fine settimana ha portato alcune recensioni interessanti: in particolare le due da leggere sempre quando uno scrittore interessa: Il New York Times e il Guardian.
Toby Litt (Guardian) è deluso: a De Lillo riesce solo in modo “modesto” l’operazione che ci si attendeva da lui: creare il grande romanzo sulla tragedia americana di questo principio di secolo.
Frank Rich sul New York Times scrive invece invitando a entrare nelle pagine di De Lillo, anche se, ammette, non abbiamo di fronte il grande affresco alla Underworld (appunto viene da dire, di romanzi che fanno epoca, forse oggi è difficile che uno scrittore riesca a produrne più di uno) e nessun respiro epico: l’attenzione è quasi tutta per una famiglia della middle class di Manhattan nell’inferno di quella giornata.
Il romanzo incominicia così:
It was not a street anymore but a world, a time and space of falling ash and near night. He was walking north through rubble and mud and there were people running past holding towels to their faces or jackets over their heads.
Naturalmente il nuovo DeLillo va per la maggiore anche sui blog italiani. Da noi la vera discussione si aprirà però quando arriverà la traduzione Einaudi.
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