
Salvate il piccolo borghese: particolare della copertina del libro edito da Egea
Tacciato di grettezza culturale. Accusato di xenofobia e razzismo. Additato a simbolo di tutto ciò che è detestabile. “Da qualunque angolazione lo si guardi, il piccolo borghese non gode di buona fama”. Continua

Manhattan (Credits: Ansa/Epa/Szenes)
Da un lato, la comunità rurale dispersa tra un boschetto selvatico e migliaia di ettari arati; dall’altro, il quartiere più frenetico della città occidentale per antonomasia, che trabocca di fumi di ogni tipo. Se si dà un’occhiata all’iconografia dell’ambientalismo ortodosso non ci sono dubbi: il luogo più ecologico è senza ombra di dubbio la campagna. Continua
Togliere potere alle lobby che finora hanno dettato la politica di Washington e dare la parola, spingendoli alla collaborazione, ai cittadini. Si potrebbe riassumere così il piano di Obama per rimettere in sesto l’economia descritto dal John R. Talbott, nell’interessante Obamanomics, edito da Egea. Nella grande contrapposizione tra più Stato e più Mercato, Obama sembra scegliere una terza via, in cui il controllo e la regolamentazione governativa devono essere presenti, perché quando mancano, alla lunga, il mercato ha dimostrato di non saper fare da sé, laddove invece è la partecipazione dell’intera comunità ad avere un ruolo chiave.
Certo c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una società come quella americana dove, Talbott ricorda, i massimi dirigenti guadagnano 465 volte più dei loro dipendenti. Dove i ricchi vivono in residenze da più di 1000 mq mentre milioni di americani “rischiano di perdere la casa perché non riescono a pagare il mutuo”. Che fine hanno fatto il concetto di equità e quello di giustizia economica? È proprio intorno a questo fulcro che ruota il libro e - a detta dell’autore che si rivela nel corso nell’esposizione un vero fan del Presidente - anche la politica di Obama. I lobbisti delle grandi aziende fanno pressioni, a botte di donazioni da milioni di dollari, sui congressisti affinché non passino leggi a loro sgradite, Questo non va a favore del cittadino, ma dei grandi potentati che, sotto l’amministrazione Bush si sono rafforzati. La teoria del trickle down, amata dai liberisti, in base alla quale arricchire ulteriormente i ricchi fa scendere a cascata più soldi anche sui poveri, non sembra aver funzionato. La globalizzazione ha fornito ottime opportunità di guadagno alle multinazionali che hanno delocalizzato la produzione, ma questo ha enormemente nuociuto alla forza lavoro americana. È giunta l’ora, spiega l’autore, per una rivoluzione copernicana: rimettere i cittadini al centro del discorso, partire dai loro bisogni e da ciò che loro possono offrire alla società, non dai diritti delle aziende, messi alla stessa stregua di quelli delle persone.
Il libro analizza nei vari capitoli le aree di intervento: il lavoro, la sanità, l’energia, l’ambiente, la previdenza (tema caldissimo visto che l’intera generazione dei baby boomers si avvia alla pensione), la finanza. Ad elementi della politica di Obama, tratti dai suoi discorsi, dai suoi libri e dal programma elettorale, si intrecciano suggerimenti personali dell’autore, e non sempre è facile distinguere gli uni dagli altri. Anche perché il libro è sostanzialmente elogiativo rispetto alle intenzioni del neo-presidente e a tratti addirittura celebrativo: “Solo lui può farcela”, si legge a un certo punto a proposito della necessità di riportare la dignità, l’onestà e la giustizia a Washington.
Nonostante questa evidente partigianeria, il libro merita perché descrive in modo chiaro e dettagliato le ragioni dell’attuale crisi e tutto ciò che possiamo aspettarci da Obama per un suo graduale superamento. Valga come pro-memoria per controllare in futuro se il presidente farà davvero ciò che ha promesso. E se il libro non bastasse si può sempre tener d’occhio l’Obameter, un contatore online di un giornale Usa che si è preso la briga di fare questo monitoraggio al nostro posto.

Milano-Londra a 10 euro. Ma in alcuni casi si può ottenere un biglietto anche a zero euro, pagando soltanto le tasse aeroportuali. Senza la compagnia low-cost sarebbe stato impossibile. Prenoti il volo online, e se lo fai con un congruo anticipo e hai un po’ di flessibilità sulle date, puoi fare un vero affare. Potere della deregulation ma… C’è un ma, e il libro della giornalista irlandese Siobhan Creaton, Ryanair. Il prezzo del low-cost, edito da Egea, lo racconta molto bene.
Aeroporti lontani anche centinaia di chilometri dalle città che promettono di farti raggiungere e niente fronzoli (in inglese no-frills, un credo incrollabile per compagnie che devono tenere bassi i costi). Quindi non ti danno gratis neanche un bicchiere d’acqua se ti stai strozzando. Con Ryanair il biglietto se hai fortuna costa poco, ma puoi star certo che ti faranno pagare caro tutto il resto e cercheranno di venderti per tutto il viaggio ogni possibile bene superfluo. Un po’ come i “viaggi delle pentole” che facevano le nostre nonne: portavano un gruppo di signore anziane in gita in qualche luogo d’interesse per pochi spiccioli e a metà tragitto cominciava la dimostrazione di padelle e utensili da cucina, che si era caldamente invitati ad acquistare. In questo caso tagliandi della lotteria gratta e vinci, biglietti per il treno da Stansted (nel mezzo del nulla) a Londra città, alcolici, snack, profumi, giocattoli, sconti sul noleggio auto, offerte promozionali per l’albergo e chi più ne ha…
Il libro racconta la storia di Ryanair dai primordi, quando il signor Ryan ci investì i lauti guadagni realizzati con un’altra compagnia, che noleggiava aeromobili, e creò l’azienda-miracolo in cui i dipendenti felici lavoravano sodo e avevano un’idea di futuro mentre gli irlandesi residenti in Inghilterra, esterrefatti e grati, approfittavano delle tariffe finalmente umane per andare a trovare i parenti in patria. Da anni ormai le redini sono passate in mano a Michael O’Leary, spregiudicato supermanager, inventore di campagne pubblicitarie di dubbio gusto, cinico ma efficace nella sua strategia di tagli forsennati e zero concessioni sindacali che ha portato l’azienda al successo in Europa e indotto molti dipendenti alla fuga. Ryan Air è l’unica compagnia che, abbassando ulteriormente tariffe già convenienti, e grazie a pubblicità sul confine del macabro, riuscì a fare utili anche nell’annus terribilis post 11 settembre.
Una recente pubblicità Ryanair che giocava sul dramma dei rifiuti a Napoli

Già ma a che prezzo, si diceva? Il cliente in pratica non esiste. Paga poco quindi non ha diritto di lamentarsi (per voli ritardati o addirittura cancellati, senza l’ombra di una scusa, di un rimborso, di una notte d’albergo pagata, nemmeno di un panino), né può sperare di avere gratuitamente qualcosa che per la compagnia rappresenta un costo o può comportare un ritardo (lo sanno bene i passeggeri disabili o con difficoltà a camminare che provano a chiedere una sedia a rotelle).
Nutrito anche il repertorio di possibili sorprese: il peso consentito per il bagaglio a mano è stato ulteriormente ridotto, la valigia da spedire costa 14 euro, ma poi fioccano le soprattasse in sterline se torni con un pinolo in più che fa scattare il peso alla categoria superiore. Tra il treno da e per Londra città, o il taxi se l’aereo parte molto presto al mattino, i bagagli calcolati extra e l’occasionale bibita (che non si può più neanche portare da casa per via delle restrizioni di sicurezza sul trasporto dei liquidi), alla fine il costo del viaggio può anche triplicare. Ma il totale resta comunque molto basso e dunque competitivo. Ed è qui che, spiega il libro, O’ Leary ha avuto ragione: le persone disposte a essere maltrattate e perfino raggirate pur di spendere poco per volare costituiscono una clientela sterminata e in continua crescita. E il futuro di Ryanair, diversamente da quello di Alitalia, è rosa.
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