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Excelsior1881

La sopravvivenza spirituale nell’era della globalizzazione

Abbazia nel Dorset

La globalizzazione ha un’anima. E quell’anima è nata nel Medioevo tra le comunità monastiche. È così che Didier Long racconta le origini un fenomeno capace di trasformare il mondo. Ex monaco benedettino, autore teatrale, scrittore, esperto di marketing: Long dà voce a tutte le sue corde nel suo ultimo libro La sopravvivenza spirituale nell’era della globalizzazione (Excelsior 1881). A chi vuole raccogliere le sfide del mercato consiglia di parlare “globish” (global english), ma anche di proteggere l’ambiente. Di comprendere l’essenza planetaria e locale di internet. Di trasformarsi, insomma, in un marchio mondiale allo stesso modo di Andy Warhol. Ma, a differenza di altri, l’autore francese recupera la dimensione dell’anima. E rilegge le radici della civiltà attuale spingendosi fino al Medioevo.
Mosteiro dos Jerónimos
Seguendo la regola benedettina “Ora et labora”, le comunità monastiche vendono la produzione agricola locale e costruiscono una rete internazionale per diffondere il cristianesimo. L’abbazia francese di Cluny, il latino come lingua franca e l’uso della moneta diventano i semi di un processo destinato a cambiare il mondo. Che ha come motore, però, non il profitto, ma la ricerca della salvezza spirituale. Attorno al dodicesimo secolo, insomma, inizia la globalizzazione. Dopo il Medio Evo vince l’etica protestante con l’espansione dell’Olanda e del Regno Unito. Ancora una volta la spinta di fondo non è il denaro, ma una meta ultraterrena, come spiega Max Weber nell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo: per i calvinisti, paradossalmente, il successo nell’accumulazione di ricchezza diventa una conferma dell’ingresso in Paradiso. Un bisogno così intenso da ispirare le prime multinazionali con un obiettivo più terreno, quello del conseguimento di un profitto. Alla fine, però, sembra che il meccanismo si rovesci e Long parla di “mercato delle religioni globalizzate”: incapaci di sottrarsi alle suggestioni del marketing, ora i credenti scelgono percorsi personali e si affidano al tele-evangelismo. Come trovare la salvezza? L’ex monaco benedettino cede a tentazioni “new age” e parla di noosfera fraterna: a suo modo, una sorta di anima collettiva in quella rete di persone e tecnologia che è internet. Ancora una volta, dunque, la questione spirituale torna in primo piano.

La casa gialla: Vincent Van Gogh fuori dal mito

Particolare della copertina

Delle congetture sul rapporto tra arte e follia s’è perso il conto. Nelle librerie, si annega tra storie così. E sopra tutti il soggetto preferito è Vincent Van Gogh. Come biasimare i frettolosi divulgatori? La biografia dell’artista serve episodi su un piatto d’argento. 23 dicembre 1890, notte, Vincent si scaglia su Gauguin con un rasoio e poi si punisce tagliandosi la parte inferiore dell’orecchio sinistro, che incarta e che porta in un bordello a mo’ di appassionato omaggio per una prostituta che gli toglieva il sonno. Al di là di come sia andata davvero, si tratta comunque di un gustosissimo episodio per gli amanti del genere macabro-romantico. Succede però che dietro al cliché di genio e sregolatezza c’è sempre dell’altro, ovvero un’umanità che non si liquida in fretta. Nella fattispecie: un Vincent Van Gogh col suo bel fardello di tribolazioni, ansie quotidiane, nevrosi. E bollato con quella che un’acerba psichiatria di fine Ottocento definiva schizofrenia, al pari di tutto ciò che agli strizzacervelli d’allora appariva indefinibile. Di quell’uomo, dei suoi affetti e delle sue complesse fatiche per non farsi stritolare dalla realtà s’è occupato Martin Gayford nel libro La casa gialla, uscito in Italia per i tipi di Excelsior1881.
Miracolosa e maledetta, quella casa gialla fu il luogo in cui Van Gogh dipinse quadri celebri come i Girasoli; dove andò incontro al malessere psichico che lo condusse fino al suicidio; e dove visse per nove settimane con Paul Gauguin. Gayford ricostruisce quell’incontro e quel periodo con l’esattezza degna di un testimone oculare. E la cronaca dei fatti gli serve per fare un passo in più. Tra le dissertazioni sull’arte e le scorribande nei locali notturni, l’autore s’infila anche nella testa dei due pittori: a scandagliarne gli affetti, le ambizioni, i pensieri. E lo fa radiografando tutti i documenti e le testimonianze disponibili, fino a quando non è più possibile tenere le redini della psicologia, perché la malattia mentale entra in scena come un intruso nella vita di Vincent.
L’artista sarà rinchiuso ripetutamente in una cella d’ospedale, in isolamento, solo con le sue allucinazioni e le sue crisi d’angoscia. E la speranza di tornare in quella casa gialla ad Arles sarà frustrata da una petizione dei cittadini al sindaco perché non consenta il ritorno di un “inquietante” vicino di casa.
Ci mancava solo il comitato civico a complicargli quella fatica di campare, archiviata infine con un colpo di pistola al petto.

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