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fantasy

Il male: particolare della copertina
Deve esserci una forte, fortissima vertigine attrattiva tra autori (e lettori) contemporanei verso la vulnerabilità di ragazzi e bambini. È ciò che si evince dando una rapida scorsa ai titoli di fiction usciti di recente. Continua

Ossidea: particolare della copertina
La storia, il personaggio, il titolo. Persino l’impaginazione e la grafica. Continua

Un'immagine dello scrittore Terry Pratchett - Credits: RHA/ZOB/WE©kikapress.com
Dall’Inghilterra arriva la notizia del grande successo dell’ultimo romanzo di Terry Pratchett, intitolato Snuff. Si tratta del trentanovesimo libro della saga di Discworld, iniziata nel lontano 1983 con Il colore della magia. In pochi giorni ha già venduto nel Regno Unito centinaia di migliaia di copie, confermando l’affetto dei lettori verso questo autore, che sa far fruttare ancora le sue idee nonostante l’Alzheimer. Continua

particolare della copertina originale - Credits: Transworld Publishers Ltd
Dalle multiformi dimensioni della cosmogonia di Terry Pratchett alle due dimensioni dei lungometraggi vecchio stile dovrebbero intercorrere distanze incolmabili. Dal caleidoscopico universo del Mondo Disco alle sale cinematografiche, invece, il passo è molto più breve. Soprattutto dopo che si è saputo la Disney avrebbe opzionato i diritti per la trasposizione animata di Morty l’apprendista, uno dei romanzi più famosi e divertenti dell’autore inglese.
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di Stefania Vitulli
Se temete la sindrome Rowling, state tranquilli: al contrario della mamma di Harry Potter, che ha cominciato a scrivere la sua saga multimilionaria da adulta, per caso, durante un noioso viaggio in treno, Licia Troisi ha preso il vizio quando aveva 7 anni e non ha alcuna intenzione di smettere. Al momento la trentenne scrittrice di fantasy romana conta oltre 2 milioni di copie vendute della Ragazza Drago e della tripla trilogia del Mondo emerso (il primo volume è del 2004, il nono, Gli ultimi eroi, è in uscita il 30 novembre per la Mondadori) ed è
pubblicata in 18 paesi: un primato per il genere tra gli autori italiani. Continua

Un particolare della copertina di Nemesis - Credits: Castelvecchi
Francesco Falconi, classe 1976, è un emergente di spicco nella letteratura fantasy made in Italy. Dopo il debutto nel 2006 con il primo capitolo della serie Estasia non si è fermato più: ha scritto ben 8 romanzi in quattro anni, mirati a un pubblico di ragazzi e adolescenti, vendendo decine di migliaia di copie. L’uscita di Nemesis. L’ordine dell’apocalisse, il suo ultimo romanzo edito da Castelvecchi, offre lo spunto per parlare con lui dei suoi libri, di scrittura, di generi e mode. Continua

particolare della locandina originale del film - Credits: Davis Films
A volte, perché l’importanza letteraria di un autore venga universalmente riconosciuta, è necessario che le sue opere vengano trapiantate su pellicola e proiettate nelle sale. È successo per esempio a Philip K. Dick: praticamente ignorato mentre era in vita, ora autore di culto grazie anche a Blade Runner. A Robert Erin Howard invece è successo due volte: negli anni Ottanta con Conan il Barbaro, ora con un altro suo personaggio, lo spadaccino puritano inglese Solomon Kane.
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Particolare della copertina di The Inheritance - Credits: Minotaur Books
Simon, nipote dell’ormai leggendario J.R.R., ha appena pubblicato il romanzo The Inheritance. Ma è solo uno dei tanti Tolkien letterati.
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Jonathan Carroll è uno scrittore bizzarro, o meglio le sue storie sono bizzarre. Tra cani parlanti, amici immaginari che si presentano dopo anni alla porta di casa, padri defunti che tornano per salvare i figli, anime gemelle il cui numero perfetto è cinque, come le dita di una mano; fantasmi, ossessioni, follie e una sarabanda di personaggi degni di un circo, Carroll sta tracciando la sua personale mitologia narrativa, fuori da ogni incasellamento. Qualcuno, e tra questi qualcuno ci sono Neil Gaiman, Stephen King e James Ellroy, pensano sia geniale. Altri, pensano semplicemente sia un narratore con molta, moltissima, fantasia (a partire dai titoli dei suoi romanzi), con un certo gusto per il noir e per l’horror e un vago spessore metafisico. Panorama.it lo ha incontrato.
Fazi ha appena dato alle stampe Black Cocktail (pp. 93, euro 13,50), un romanzo breve del ‘90. Potrebbe fare il mio lavoro e scriverne una recensione?
Il narratore di Black Cocktail, Ingram York, è affascinato dalle storie che racconta Michael Billa, il suo amante buontempone. Billa racconta a Ingram molte storie sul suo pericoloso migliore amico delle superiori, Clinton Deix, il ragazzo più arrabbiato e minaccioso della scuola. Il problema è che Clinton Deix è riapparso nella vita del quarantenne Billa, ma ha ancora quindici anni e “ha delle cose da fare” per le quali gli serve l’aiuto del suo vecchio amico, cose che porteranno a sconvolgere le vite di tutte le persone coinvolte nella vicenda.
Non rileggo mai i miei lavori comunque e quindi non potrei darne un giudizio critico. L’unica volta che ho riletto uno dei miei libri è stato negli anni ‘90, a Hollywood, quando mi chiesero di lavorare alla stesura del soggetto di un film tratto da L’Assenza. Rileggendo quel romanzo, anni dopo averlo scritto, avrei voluto cambiare o editare alcune cose, anche se nonostante tutto devo dire che andava bene.
Il romanzo mette in scena il tema della complementarità tra persone, della felicità, dell’aura che può scaturire dall’incontro tra anime gemelle, eppure il finale è amaro.
Molti pensano che prima o poi si possa incontrare la persona in grado di completarci, come ipotizzato da Platone, e in seguito a questo incontro trovare la felicità. Ma la premessa di Black Cocktail è che non è detto che la completezza sia esattamente come ce la si aspetti o come la si desideri. Come dice l’adagio: “stai attento a ciò che vuoi perché potresti ottenerlo”.
In molti ascrivono i suoi libri al genere fantastico…
Penso che i critici definiscano il mio lavoro come fantastico perché a loro piace infilare le cose in scatole comode (per loro). Se c’è un detective in una storia allora deve essere un giallo. Se c’è un fantasma, allora sarà horror. In tutti i miei libri uso diversi topos letterari. Un po’ di romanticismo, un po’ di psicologismo, ma questo non significa che io scriva storie romantiche o psicologiche eccetera. Quando mi domandano che tipo di storie racconti, rispondo sempre: “insalate miste”. Quando fai un’insalata mista, usi diversi ingredienti, pomodori, cipolle, capperi, lattuga… Li mescoli un po’, versi il condimento et voilà ecco l’insalata mista. Io mi limito a usare i topos letterari al posto della lattuga nelle mie insalate.
Black Cocktail parte come un noir per poi virare verso il surreale, il magico e il metafisico…
Esatto. È questo che intendo quando dico che scrivo insalate miste. Mi piacciono i piatti con molti ingredienti. Non scrivo hamburger.
Vive a Vienna da molto tempo…
Molti dei miei romanzi sono ambientati a Vienna come Sleeping in flame, Voice of our shadow e Gli artigli degli angeli.
… è diverso scrivere un romanzo americano da uno europeo?
In molti mi chiedono se c’è differenza tra un romanzo americano e un romanzo europeo. Penso piuttosto che siano i lettori a fare la differenza. Quelli europei sono più aperti e apprezzano diversi generi senza problemi. Gli americani amano particolarmente incasellare i libri, la musica, la pittura. Gli europei sono molto più liberi e trasgressivi. Per esempio non so se Federico Fellini avrebbe potuto avere successo in Usa, cominciando come ha cominciato. La sua opera era fuori dagli schemi, dalla scatola, e questa è una cosa che la sensibilità americana non riesce a comprendere.
Un film come La strada è un racconto fantastico, una fairy tale, ma anche una storia d’amore; ha risvolti sociali e una morale da fiaba ecc. Quando venne filmato, negli Stati Uniti quel tipo di pellicola era una cosa inaudita. Il film e Fellini stesso erano davvero trasgressivi e solo anni più tardi il pubblico americano cominciò a capire la sua grandezza. Lo stesso vale per i libri.
Ambienterebbe un romanzo in Italia?
L’Italia è probabilmente il mio paese preferito. Mi piacerebbe viverci, ma avrei bisogno di un benefattore generoso che mi dica: hey eccoti un bel appartamento a Siena, Lucca o Roma, un po’ di soldi in banca, e tutto il tempo che vuoi per andartene a spasso a trovare un’idea brillante per il prossimo romanzo. Magari anche solo per il tempo di scriverlo. Un bel sogno. Nel frattempo vengo in Italia ogni volta che posso, due volte l’anno se sono fortunato, anche solo per perdermi, quasi in coma estatico, a guardare l’andirivieni, giorno e notte.
Cosa ha letto ultimamente che l’ha colpita particolarmente?
Shantaram di Gregory Roberts, Light years di James Salter, Il quinto incomodo di Robertson Davies, The world I made for her di Thomas Moran.
Ha mai letto narrativa italiana?
Molta. Pirandello, Quasimodo, Pavese, Elsa Morante, Eco, Fo, Dino Buzzati… e la lista potrebbe allungarsi.
Ha mai pensato di pubblicare in copyleft?
No.
È in arrivo anche in Italia dal prossimo 12 marzo il primo capitolo di una nuova saga: si chiama I diari della mezzanotte di Scott Westerfeld ed è edita da Newton Compton.
Westerfeld è autore di bestseller tradotti e amati in tutto il mondo, inseriti tra i prestigiosi New York Times Notable Books of the Years, ed ha vinto premi come la Philip K. Dick Special Citation. Lo scrittore americano ha creato con la saga un nuovo genere di fantasy contemporaneo che fonde l’elemento soprannaturale con la fantascienza e l’horror.
Luogo del misteri è la città di Bixby, in Oklahoma, dove gni notte, allo scoccare della mezzanotte, il tempo si congela per un’ora. Una venticinquesima ora in cui gli incubi peggiori strisciano tra le vite degli umani. Ma solo alcuni ragazzi della città conoscono quest’ora segreta. Sono Rex, Dess, Jonathan e Melissa. Frequentano la Bixby High School e condividono un’ora di nascita speciale, un’antipatia per la luce del sole e un segreto: allo scoccare della mezzanotte, quando il resto della città si congela, loro entrano nella misteriosa venticinquesima ora, liberi di girare indisturbati per vicoli e strade e di usare i loro poteri magici.
Ciascuno di loro, infatti, possiede un talento particolare: Dess è il matematico; Melissa legge la mente; Rex è un erudito e un profeta; Jonathan è un acrobata. Jessica Day che si è appena trasferita da Chicago ed è subito stata riconosciuta dagli altri come una midnighters dovrà scoprire di quale potere sia dotata e perché le creature della notte, esseri potenti e crudeli, antichi migliaia di anni, vogliono eliminarla a tutti i costi.
LEGGI ANCHE: Due interviste per spiegare il boom del fantasy in Italia
Mentre il dibattito sul New Italian Epic tira le somme di una certa narrativa italiana degli ultimi anni fino a diventare un saggio cartaceo, un genere letterario dalle sorti alterne sembra aver ritrovato vigore, e dopo l’11 settembre - agli esperti le debite congetture -, ha conosciuto una vera e propria crescita esponenziale: il fantasy.
Sempre più articolato, mutevole e pronto alla contaminazione con il fantastico, con il gotico, l’horror e la fantascienza o alla specializzazione (vedi alla voce urban fantasy o elfpunk) questo filone narrativo ha visto anche in Italia il moltiplicarsi di autori e di case editrici disposte a tentare la sorte. Per gli scrittori nostrani il fantasy è sempre stato uno spauracchio e per anni abbiamo importato dai paesi anglosassoni la maggior parte dei romanzi. Da qualche tempo a questa parte però si produce fantasy, con risultati alterni anche qui. Alterni perché alle volte, più che alla qualità delle storie, si è puntato sul presunto caso autore, presentando scrittori giovanissimi come il fenomeno dell’anno salvo poi restare con un pugno di mosche o dandosi la proverbiale zappa sui piedi.
Non è certo una coincidenza che dopo Mondadori con Licia Troisi, anche Einaudi abbia tentato la strada del genere, ci sono poi molte case editrici specializzate o quasi specializzate, come Armenia, Delos Books, Gargoyle, Runde Taarn che stanno investendo molto sul fantasy. Tra esse spiccano Armando Curcio, che da qualche tempo ha dato alla luce un’intera collana dedicata al genere e la piccola e ultrasepcializzata Asengard, nata per passione nel 2006: un editore che pubblica solo ed esclusivamnte narrativa fantastica made in Italy per dimostrare, come dice il fondatore Edoardo Valsesia, che “il buon fantasy (e, in generale, il fantastico) non arriva solo dal resto del mondo.” Asengard ha dato il via anche al progetto “Sanctuary”, un’antologia tematica di racconti e illustrazioni con la prefazione di Alan D. Altieri, a fine benefico.
Due degli scrittori più noti del panorama nostrano sono Marco Davide, autore della Trilogia di Lothar Basler e Francesco Falconi con il ciclo di Estasia e quello di Prodigium.
Panorma.it li ha incontrati.
Come sono nate le vostre storie?
MD: La prima stesura della trilogia di Lothar Balser, di cui sono pubblicati i primi due capitoli (La lama del dolore - Curcio, 735 pp. € 18,90 e Il sangue della terra, Curcio, 766 pp. € 18,90) risale al periodo fra il novembre 1997 e il gennaio 2001. Diversi anni fa, dunque. Nel frattempo, è stata oggetto di svariate revisioni da parte mia, fino all’ultima che ha riguardato il terzo volume, conclusasi pochi giorni fa. L’opera nasce dalla mia esigenza, a valle di un periodo di particolare crescita della mia vita, di dare corpo al lascito emotivo che avevo sedimentato dentro. Avrei potuto esprimermi in diverse maniere, dopo mesi di riflessione optai per un romanzo fantasy in tinta gotica. Tempo che il lascito s’era concretato, di libri avevo finito per scriverne tre.
FF: Estasia, Danny Martine e la Corona Incantata (Curcio, pp. 511, € 14,90), nasce dalla passione per il mondo fantastico che coltivo fin da quando ero piccolo. A 14 anni decisi di scrivere una storia, creando un mio mondo fantasy, con dei personaggi che mi rispecchiassero totalmente. Nel 2005, sotto consiglio di un amico, decisi poi di completarlo e riscrivere qualche parte. In pochi giorni mi ritrovai di nuovo immerso in Estasia e, dopo varie stesure, riuscii a convincere Armando Curcio Editore che lo pubblicò nel 2006.
Estasia, il Sigillo del Triadema (Curcio, pp. 510, € 14,90), pubblicato nel 2007, rappresenta il mio primo vero tentativo di evoluzione come scrittore. Trama più complessa, personaggi più tridimensionali, sentimenti e fantasia visti da una nuova prospettiva. Temevo di spiazzare i lettori che avevano apprezzato lo stile del primo volume, ma per fortuna hanno apprezzato questo cambiamento.
Questa evoluzione del mondo di Estasia si concluderà con Nemesi, in uscita per aprile 2009, con atmosfere decisamente più adulte dei precedenti.
Prodigium, i Figli degli Elementi (Asengard pp. 409, € 16,50) è un progetto iniziato nel 2007, a cavallo tra le uscite della precedente saga. Sentivo la necessità di scrivere un libro completamente diverso da Estasia, in cui la storia nascesse direttamente dai personaggi e non da un mondo fantastico. Un romanzo che si incentra sull’introspezione dei quattro protagonisti, dall’esistenza tormentata a cavallo tra l’adolescenza e l’età adulta, sul loro bisogno di emancipazione e sul desiderio di sconfiggere la solitudine che li schiaccia nella metropoli di Synapsis. Un libro dalla trama complessa, dalle atmosfere più urban che fantastiche, rivolto a un pubblico di young adults.
Perché avete scelto il fantasy come registro narrativo?
MD: Come dicevo, la trilogia nasce da un’emozione. Poteva tradursi in molte forme, alla fine è stata una saga fantasy. Ma il genere è subordinato alla storia e ai sentimenti che volevo trasmettere. Sentimenti universali, di ogni ‘colore’, che avrebbero potuto essere impiantati in generi disparati, dallo storico al thriller, dal rosa alla fantascienza. Le ragioni della mia scelta fantasy sono essenzialmente due: innanzitutto è un genere che mi appassiona e che si presta bene quale cassa di risonanza alle estremizzazioni e ai contrasti, modulato da un certo genere di epica, senza per questo impedire la pittura di uno scenario realistico; in secondo luogo lascia ampia libertà nella definizione delle leggi che lo regolano, purché si rimanga nel seguito coerenti alle stesse.
FF: Non è stata una scelta forzata, ma del tutto naturale. Il genere fantasy mi permette di esprimere le mie emozioni e raccontare le storie che ho in mente. Purtroppo spesso si sottovaluta la letteratura fantastica, perché i pregiudizi portano a pensare che tratti solo temi avulsi dalla realtà. Ovviamente credo fermamente nel contrario. Interpreto un libro esattamente come un quadro: il pittore sceglie la tecnica con la quale desidera creare la sua opera, ma ha in mente un solo obiettivo: trasmettere un’emozione.
E, in futuro, non è escluso che mi cimenti in altri generi narrativi.
Il fantasy nostrano è solo derivativo o sta intraprendendo una sua direzione? Qual è secondo voi la cifra del fantasy italiano?
MD: Il fantasy affonda le radici in un suolo estraneo alle nostre tradizioni. Per questo motivo è germinato e prolificato altrove e (purtroppo) è stato accolto con diffidenza una volta sbarcato in area mediterranea. Non è dunque un caso che la nostra produzione percorra, ora più ora meno, solchi già scavati. Innanzitutto, vorrei precisare che non ci trovo nulla di male. Il fantasy nostrano è un genere piuttosto giovane, per certi versi legittimamente acerbo. Che male c’è ad attingere dal ricco patrimonio accumulato da decenni di produzione straniera, soprattutto di matrice anglosassone? Io credo che una storia vista e rivista possa sempre essere raccontata di nuovo in maniera interessante, andando a caratterizzare i variegati parametri dello stile narrativo. All’osso, la narrativa affronta da secoli un paniere comune di temi, dopotutto. Il che, d’altronde, non mi porta certo a sminuire il ruolo e il valore dell’originalità come ingrediente a servizio di una nuova storia o una nuova ambientazione. Detto ciò, affacciandomi da un immaginario balcone io vedo transitare lungo la via autori italiani differenti, per proposte, stile, target di riferimento e - è banale persino sottolinearlo - talento. C’è da crescere, ma la buona notizia è che l’offerta migliora e si sviluppa anno dopo anno. A mio avviso non abbiamo ancora maturato una produzione tale da poter definire un filone nazionale, caratterizzato da stilemi e modelli precipui. In compenso, noto come attualmente diversi editori (ahimè anche fra i maggiori) si buttino a capofitto sul genere con uno spirito oltremodo commerciale, poco interessato alla qualità dell’offerta. È il lato oscuro delle mode. E in Italia il fantasy (autentico o presunto) ultimamente lo sta diventando.
FF: Un genere letterario trova la sua identità nel momento in cui esistono case editrici e lettori. Indubbiamente il fantasy ha una derivazione anglosassone e spesso assistiamo a una tendenza esterofila degli appassionati di settore. Negli ultimi anni, tuttavia, le case editrici stanno puntando molto su questo genere e, a prescindere da meri intenti commerciali, ciò sta dando la possibilità a molti autori di cimentarsi nel fantastico, crescere e trovare una propria peculiarità.
Sono convinto che in futuro la letteratura fantastica prenderà sempre più piede in Italia. Non credo affatto che il fantasy sia una moda passeggera, ritengo tuttavia che debba fisiologicamente adattarsi al mondo di oggi. Perciò penso che sottogeneri quali l’high fantasy di matrice tolkeniana subiranno un’involuzione, a favore di romanzi più moderni, con contaminazione di fantascienza, horror ed elementi ancora più originali.

È una moneta d’argento a sconvolgere l’esistenza di Caius Strauss, gettata nella Senna o sepolta tra i rifiuti torna sempre in mano al ragazzo. La moneta è la chiave per accedere al Dent de Nuit, il quartiere fuori da ogni mappa; un mondo oscuro in cui si annidano personaggi letali, orrori indicibili e luoghi come la libreria Cartaferina, che vende oggetti capaci di realizzare i desideri a prezzo del sangue. In una Parigi sinistra e misteriosa, una rivelazione attende Caius: lui è il Wunderkind, il ragazzo per cui gli abitanti della città nascosta sono disposti a morire e l’uomo dalla faccia di luna, che gli ha dato la moneta, è disposto a uccidere. Tra Neil Gaiman, Terry Gilliam e Clive Barker, Una lucida moneta d’argento, da oggi in libreria (Mondadori, p.p. 390, euro 17), è il primo capitolo della trilogia del Wunderkind, sorprendente esordio del bolzanino D’Andrea G.L. Panorama.it lo ha incontrato.
Una lucida moneta d’argento esce per Mondadori ragazzi ma in una collana crossover…
Non l’ho scritto come libro per ragazzi e come tale non viene neppure presentato dall’editore, se ci fa caso. Contiene immagini forti, viscerali. L’esperienza mi ha però anche insegnato che non sempre quello che io reputo “duro” o “violento” lo sia anche per gli altri. Sandrone Dazieri ha detto che il Wunderkind è come il Monopoli, dai 14 ai 99. Ognuno poi a seconda dell’età, trova di che divertirsi.
Come è nata la trilogia?
Domanda difficile. Non c’è un momento preciso, è stata più la conseguenza di alcune riflessioni, immagini e personaggi che pian piano sono emersi autonomamente. Come una tela bianca su cui, dal nulla, appaiono dettagli apparentemente slegati fra loro. Poi mi ci è voluto un po’ per capire come incastrare il tutto e quando l’ho fatto mi sono reso conto di aver bisogno di spazi e tempi che un singolo romanzo non mi avrebbe garantito.
Ha già scritto anche gli altri capitoli della saga?
Il secondo volume è già pressoché finito, e in un certo senso anche il terzo e ultimo lo è. Quello che esigo, sia come scrittore sia come lettore, è una coerenza interna: tutto deve tornare, in un modo o in un altro; per questo prima di dare alle stampe il primo, ho lavorato affinché nulla restasse legato al caso anche per il due e il tre. Sono un maniaco del controllo.
Chi è il Wunderkind?
Caius Strauss, il ragazzino in bianco e nero per cui sembra valga la pena uccidere e morire. Ma è anche molto, molto di più. Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso.
Come ha lavorato sull’ambientazione parigina?
Ci sono stato. Ma la Parigi a cui mi riferisco è la Parigi che tutti abbiamo in testa, in un modo o nell’altro. Mi interessa quella Parigi se vuole un po’ mitica, non quella in cui vive Carla Bruni. Quando leggo un libro non sono interessato al fatto di sapere se in quella determinata via ci sia o meno quella boulangerie, mi interessa che l’atmosfera della città mi colpisca. Come scrittore tutto il mio impegno è proteso nel cercare di creare lo stesso effetto.
Come ha creato il Dent de Nuit?
Non l’ho creato, la parola migliore è “esplorato”. Ci sono finito dentro e ogni volta che mi metto a ragionare sul Wunderkind, ci finisco dentro. È un posto sinistro, lo so, ma mi ci sento a casa.
A quale immaginario, mitologia, epica fa riferimento?
Sarebbe arrogante se rispondessi la mia? In parte lo è, me ne rendo conto. Quello che cerco di fare con il Wunderkind è quello di costruire una mitologia che sia il più possibile aderente alla mia visione del mondo. Adagiarsi su vecchi cliché mi sembra noioso, molto meglio provare ad esplorare nuove strade. Gran parte della sfida della trilogia è questa, ed è riassumibile in quello che diceva Dick: cercare di costruire un universo che non cada in pezzi.
I personaggi spesso prendono una loro strada, sorprendente anche per l’autore…
Forse la farò sorridere, ma chiederei al protagonista di essere più ubbidiente. Non scherzo. Spesso agisce di testa sua, sfugge completamente al mio controllo. Prende decisioni che sorprendono me per primo. Ed è anche il modo con cui ho scoperto pieghe imprevedibili della storia e quindi, se mi rispondesse ”non se ne parla nemmeno”, non mi arrabbierei più di tanto. Sono della scuola di pensiero per cui se la storia non sorprende me non riuscirà a sorprendere neppure il lettore.
Perché scegliere un canone narrativo come il fantasy?
Perché il fantasy è il proseguimento con altri mezzi della metafisica. Permette di sperimentare concetti ed idee cui la filosofia e la religione hanno abdicato. Concetti come vita e morte, tempo e ricordo, ormai possono essere esplorati - esplorati con la pancia e non come astrazione - solo con un certo tipo di narrativa. Inoltre è l’unico genere che mi permette di mettere nero su bianco immagini che altrimenti resterebbero solo nella mia testa e questo per me viene prima di ogni altra cosa.
Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso. Secondo lei potrebbe parlare anche d’altro - penso all’esperimento della collana Verdenero con la Troisi?
L’idea che il fantasy sia un genere fine a se stesso è un’idea molto italiana e smaccatamente provinciale. Non è così. Vuole un esempio? L’unico modo per capire le innovazioni della fisica di inizio Novecento, di capirne le implicazioni con la “pancia” e non come pura astrazione, è quello di leggere i racconti di Lovecraft. La letteratura inizia nel momento esatto in cui la prima scimmia con una scintilla di intelligenza ha visto per la prima volta la notte per ciò che era. E per capirla ha dovuto popolarla di mostri. In altre parole il fantasy (che non è solo nani, elfi e guerrieri in mutande di peluche) è il primo genere mai esistito. E in quanto tale, parla sempre di “altro”. Detto questo, fantasy è solo un’etichetta e io non mi considero tale. Non nell’accezione italiana del termine. Fantasy è l’Odissea, l’Epopea di Gilgamesh, la Bibbia. Racconti straordinari che usano figure straordinarie in contesti straordinari. Libri che parlano sempre di “altro”.
Come definirebbe allora Una lucida moneta d’argento?
Un horror fantasy, un incrocio di molte cose. Un “crossover” come l’hanno definito in quel di Segrate. Credo che la forza del W stia proprio in questa sua ostinata caparbietà nel non voler essere ingabbiato da nessuna parte. Perché se dico fantasy, pensi a Tolkien, se dico horror pensi a King. Ma né Tolkien né King hanno a che fare con il Wunderkind. Gaiman e Barker, di certo, ma come li definirebbe questi due? Insomma, sono un outsider e la cosa mi sta più che bene.
E come è secondo lei il panorama fantasy - fantastico- horrror italiano?
Ancorato a vecchi modelli e spesso, non sempre, scritto male. Ci sono eccezioni, naturalmente. Personalmente detesto vedere un genere in cui i limiti sono banditi trasformato in una riserva di cliché. Il fantastico permette una libertà infinita, ingabbiarlo non è solo sbagliato, è stupido.
Quali sono gli scrittori italiani che apprezza particolarmente?
Pochi in realtà. Valerio Evangelisti, perché trovo la sua critica sociale estremamente intelligente e profonda. Mi piacciono i Kai Zen perché vogliono raccontare storie d’avventura come nessuno in Italia fa, e cioè divertendosi e divertendo il lettore. E poi Alan Altieri, feroce e cupo come pochi. La sua trilogia di Magdeburgo è stata una gran lettura. Sincopata da mozzare il fiato. Gli autori italiani, in genere, hanno due colpe gravissime. La prima è che si accontentano, non mirano in alto. E poi non riescono a staccarsi dal cliché per cui se non scrivi di cose “reali”, sei un decerebrato. Il realismo, mi fa orrore. È una falsità bella e buona.
Evangelisti è considerato, l’Autore italiano “fantasy”, a torto o a ragione?
Evangelisti per me non è un autore “fantasy”, ma uno dei pochi scrittori a essere veramente dentro la società e la storia moderna. Mostra la realtà come nessuno scrittore “realista” sa fare. Ne svela i meccanismi perversi e non ha paura di esprimere giudizi, anche pesanti, su quanto di malato esista. Ha creato un personaggio negativo che è la somma di tutte le intolleranze del XX e XXI secolo, Eymerich, che per puro paradosso - e qui forse è l’unica vera nota “fantasy” della sua opera - riesce a farci comprendere l’orrore che spesso il mondo ci propone e, peggio ancora, ci mostra come noi tutti ne siamo gli artefici.
Oltre a Wunderkind, c’è altro in cantiere?
Scrivere una trilogia è una faccenda rischiosa perché c’è sempre in agguato il problema del non riuscire a uscirne più. Mi sono dato una regola, tra un volume e l’altro provare a buttare giù qualcosa di diverso dal Wunderkind. Che il risultato poi sia apprezzabile o meno, è un altro paio di maniche. L’importante è uscire, prendere fiato per poi rituffarmi con maggiore lucidità. In pratica scrivo sempre.
È un appassionato di musica, quello che ascolta influenza la sua scrittura, e cosa ascolta?
Metal, sono un integralista del genere. È l’unica forma di musica moderna viva e priva di limiti, per questo mi piace. È un genere tutto sommato recente, poco più di vent’anni, ma ha avuto e sta avendo un’evoluzione da lasciare a bocca aperta. Quando scrivo ho sempre un cd come sottofondo, mi aiuta a concentrarmi. Anche se immagino che a qualcuno possa sembrare quantomeno strano. Nel Wunderkind ci sono moltissime citazioni di dischi e gruppi che amo, nascoste in alcuni casi, evidenti in altre.
Il sito dedicato al libro a cosa serve? È solo promozionale?
Ho un rapporto difficile con Internet. Ho un sito dedicato alla trilogia da cui si può scaricare il primo capitolo, come assaggio, e leggere qualche notizia: presentazioni, articoli, recensioni. Poi ho un blog, su cui ogni tanto butto giù qualche spunto di riflessione.
Cosa ne pensa del dibattito sul new italian epic?
Penso che si tratti di un tentativo di alcuni autori di autodisciplinarsi, di trovare una propria via per capire dove direzionare la propria scrittura. Immagino sia un lavoro logorante, e sono ben felice di lasciarlo a chi sa farlo meglio di me. E cioè i critici preparati, anche se è un azzardo cercare di “ingabbiare” il presente, si rischia sempre di fare delle figuracce. Meglio aspettare un secolo o due. Alla fine non è importante il nome, ma il cosa. Che è sempre lo stesso da secoli: raccontare una bella storia.
E del Copyleft?
Credo sia stato poco approfondito, come modalità e come potenzialità, sia dalle case editrici che dagli autori che ne fanno uso. È al centro di un bel dibattito, animato e senza troppe barriere preconcette e pur non facendone parte, devo dire che è un argomento che mi stimola visto che - dopo tutto - si tratta dell’alba di un possibile domani.
Come è stato lavorare con Mondadori da esordiente?
Mondadori è un’enorme macchina da guerra. Un panzer. E come tale bisogna rapportarcisi. Ma ha un cuore gentile. Ho incontrato solo persone splendide, di una professionalità incredibile. Quello che mi ha stupito, e che spesso chi mi ascolta fa fatica a comprendere, è la passione con cui tutti, dai redattori ai correttori di bozze ai disegnatori, lavorano. Persone intelligenti che hanno avuto la pazienza di insegnarmi molto. Dazieri poi… Come autore si muove in ambiti diversi dal mio, è vero, ma è una persona che ha una caratteristica rara: sa entrare nella pelle di uno scrittore e sa come aiutarlo a trovare al meglio la sua identità. Tutto il suo lavoro è improntato su questa ricerca di singole identità che in qualche modo possano trasmettere qualcosa. Non dice questo non lo puoi fare, dice: sei sicuro che non puoi andare ancora più in là?
C’è qualche casa editrice che le piace particolarmente?
Non seguo il marchio, a dire la verità. Un libro può essere buono o cattivo a prescindere dal fatto che sia pubblicato da una grande o una piccola realtà. Se devo fare un nome le direi Meridiano Zero i cui titoli sono sempre scelti con la massima cura. Di certo non leggo i libri editi da case editrici che chiedono contributi da parte degli autori. Lo trovo immorale. E credo che faccia parte di quel vizio di cui dicevo prima: l’accontentarsi.
Un titolo che la ha particolarmente colpita ultimamente?
Ho letteralmente divorato Bad City Blues, di uno scrittore che amo molto che si chiama Tim Willocks. Uno che scrive senza pietà e lo fa in maniera molto pulita. È una specie di noir, non è un fantasy o un horror, ma certe atmosfere lo sono.
Locke Lamora non è bello, non è forte, non sa tirare di scherma e non è dotato di poteri magici. Locke Lamora è una canaglia, un truffatore e un ladro dalla moralità incerta e dalla lingua tagliente, eppure è uno dei personaggi della letteratura fantasy - ma non solo - più azzeccati degli ultimi anni. Gli inganni di Locke Lamora (Nord, pp. 605, € 19,60) e il recente I pirati dell’Oceano Rosso (Nord, pp. 710, € 19,60) di Scott Lynch rimescolano del tutto, barando se possibile, le carte sul tavolo del fantasy. Se George R.R. Martin ha traghettato per sempre il genere verso la maturità, Lynch ne ha sfidato i tabù: sesso, volgarità, crimine, politica, droga, meschinità; e i suoi cliché: manicheismo, eroismo, missioni da compiere per salvare il mondo e soprattutto ironia. La sfida è vinta. Un altro punto fondamentale a favore della saga dei Bastardi Galantuomini è l’ambientazione insolita. Mentre molti autori nostrani ripercorrono di continuo la mappa della Terra di Mezzo di Tolkien, Lynch pesca a piene mani da un territorio e da una storia ricca di spunti e fascino che la narrativa fantastica ha inspiegabilmente, salvo rare eccezioni, lasciato da parte. Le città, i costumi e i personaggi sono ispirati all’Italia. E se, ancora, questo non bastasse, dal punto di vista stilistico lo scrittore del Minnesota non scherza affatto: frammentazione temporale, analessi, punti di vista multipli e obliqui, scatole cinesi, indizi ed esperimenti linguistici. Il tutto senza sacrificare un’oncia di leggibilità all’insegna dell’avventura e del divertimento, nonostante molti momenti drammatici. Le storie del più grande ladro di tutti i tempi cominciano dalla sua infanzia e lo conducono, attraverso le situazioni più incredibili e intricate, molte volte con le spalle al muro. A salvarlo un’intelligenza sopraffina, un abilità estrema nell’arte dell’inganno e soprattutto Jean, un amico fraterno e fedele che lo segue come un’ombra nelle più spericolate peripezie. Tanto spericolate e avventate che alle volte portano a tragiche e dolorosissime conseguenze, da cui riprendersi (e imparare) non è affatto facile. Se nel primo libro della saga abbiamo lasciato Locke e socio mentre abbandonavano la città natia di Camorr in seguito a un intrigo machiavellico/rocambolesco, nel secondo li ritroviamo, dopo una parentesi in cui il nostro eroe si dà all’autocommiserazione alcolica mentre si colpevolizza per la perdita degli amici più cari, a barare nel casinò più sfarzoso e pericoloso di Tal Verrar, con all’orizzonte un futuro da pirati per costrizione. Mentre è imminente l’uscita del prossimo romanzo del ciclo, The Republic of Thieves, La Warner Bros ha già allungato le mani sui diritti cinematografici delle avventure di mastro Lamora. Panorama.it ha incontrato Scott Lynch.
Come e quando è nato Locke Lamora?
Ho cominciato a delineare il mondo di Locke e la cultura di quel mondo alla fine del 2000 come parte di un processo infinito di pre-produzione e di “fantasticheria”. Immagino che molti scrittori lo facciano prima di costringersi a sedersi e cominciare a trasformare la fantasia in prosa. Locke, in realtà, non era ancora presente nel suo mondo, ci ho messo due anni per realizzare che un protagonista simile sarebbe potuto essere una buona idea. Locke è l’evoluzione di un personaggio che avevo creato per un gioco di ruolo, dalla vita breve, in cui era un artista della truffa con poteri di persuasione soprannaturali. Ho deciso di eliminare i superpoteri ma di tenere il resto, e quando il suo carattere si è fatto concreto è stato meraviglioso.
L’ambientazione delle avventure di Locke è molto particolare rispetto al fantasy classico e sembra rifarsi all’Italia, al Mediterraneo, alle Repubbliche marinare e al tardo Rinascimento. Le città di Camorr e di Tal Verrar sembrano Venezia e Genova e i nomi di molti personaggi suonano italiani…
È assolutamente vero. La cultura “Therin” in cui è cresciuto Locke è una, divertita, mescolanza di quasi tutte le culture del Mediterraneo, del loro romanticismo e dei loro linguaggi. Camorr e la sua popolazione sono stati pensati proprio per avere un’attitudine e un’atmosfera dai connotati italiani. Mi sono chiesto spesso cosa possano pensare i lettori italiani della mia versione fantasiosa e sconclusionata della lingua… sembra che le mie colpevoli appropriazioni dell’italiano siano arrivate infine sul banco degli imputati (ride).
Cosa legge, quali scrittori hanno avuto più influenza sulla sua scrittura?
È un odioso cliché autocompiacente, ma cerco di leggere di tutto, di tutto. Sono un grande lettore di fantasy e fantascienza, ovviamente, lo sono fin dall’infanzia. Leggo anche molti gialli e noir. Non quelli tradizionali, in cui un omicidio “tranquillo” viene risolto sorseggiando tè e sgranocchiando pasticcini, ma quelli alla Dashiell Hammett, Raymond Chandler, ecc. e specialmente quelli di James Ellroy e Elmore Leonard. Anche una spruzzata di avventura e melodramma del XIX secolo… Dumas, Conan Doyle, Haggard, Stoker, ecc. Poi mi piacciono le cose storiche, le biografie e così via… Se non leggi, e molto, la tua scrittura ne risentirà ed è garantito che non sarà mai pronta per la pubblicazione.
Il Fantasy, di solito, è un genere conservatore eppure i libri di Locke Lamora sembrano aver rotto gli argini della “tradizione”. Non ci sono elfi, draghi, nani ecc. anche se magia e alchimia sono presenti.
In parte è vero, ma sarei negligente se non puntualizzassi che là fuori ci sono un sacco di fantasy interessantissimi ancor meno invischiati nei canoni del genere dei miei lavori, e altrettanti che usano come punto di partenza tutti gli elementi classici per creare qualcosa di inaudito. La regola di base che ho utilizzato nella stesura dei libri di Locke Lamora non è stata quella di abbandonare completamente gli elementi tradizionali del fantasy, ma piuttosto quella di non dare mai e poi mai superpoteri ai protagonisti. Locke e soci possono essere eccezionalmente bravi in quello che fanno, la maggior parte delle volte, ma sono sempre e comunque legati ai limiti umani, fragili e mortali. Penso che questo tipo di limitazione renda i personaggi e la loro storia molto ma molto più divertenti.
Il sito dedicato alle avventure dei suoi personaggi è molto più che un semplice spazio promozionale…
Ultimamente sono stato molto occupato per curarlo come merita, e me ne dispiace molto. Dovrebbe essere, in effetti, molto più che un semplice spazio pubblicitario - è pensato come una porta sui libri per chi ancora non li ha letti. Ho intenzione di aggiungere un bel po’ di informazioni e di contenuti extra per chi avesse voglia di approfondire la materia. Incrocio le dita e spero di poterci lavorare il più presto possibile.
Vista questa sua propensione a far esplodere i contenuti e allo scambio che ha con i lettori, ha mai pensato a utilizzare una licenza creative commons per i suoi lavori?
Ho pensato molto a quelli che potremmo chiamare “metodi non tradizionali” per portare il mio lavoro a una fascia di pubblico più ampia, e anche se devo fare i conti con i miei editori, sono certo che prima o poi comincerò a lavorare con qualcosa del genere.
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