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Nel giorno del 64° anniversario della deportazione degli ebrei di Roma (in occasione del quale domenica, sempre a Roma, s’è tenuta una grande marcia silenziosa dalla Comunità di Sant’Egidio tra le strade di Trastevere e quelle dell’antico Ghetto al Collegio Militare) è stata presentata la pubblicazione da parte di Einaudi di Shoah. A distanza di ventidue anni dalla sua prima proiezione, questo colossale documentario realizzato da Claude Lanzmann (regista, documentarista, sceneggiatore e produttore francese) viene riproposto al grande pubblico.
Si tratta di 9 ore di insopportabile potenza: 570 minuti che raccontano luoghi e volti con una semplicità che mette i brividi. Indifferenza e silenzio sono state tra le caratteristiche principali della storia dell’Olocausto; sconvolgente indifferenza e profondo silenzio accompagnano ogni fotogramma di questo immane film-documentario. Frediano Sessi, nella prefazione del libro che accompagna i 3 DVD, scrive che Shoah fa parte della storia del cinema e della storiografia, rappresentando un passaggio indispensabile per capire, ed è vero.
Claude Lanzmann ha lavorato per 11 anni, attraversando 14 paesi, per raccogliere le parole di superstiti e testimoni e realizzare una memoria dell’orrore, come lo definisce Simone de Beauvoir. Sull’Olocausto si è parlato e scritto tanto, sono stati realizzati documentari e girati film, tutte importanti testimonianze. Shoah non parla “solo” di quello che è stato, ma lo resuscita in modo grandioso e potente, quasi insopportabile. Il libro, pubblicato da Einaudi, raccoglie anche tutti i testi, presentati dallo stesso autore in un’intervista.

Da tempo ormai, l’India è diventata l’Hollywood d’Oriente. Un grande set capace di produrre ogni anno circa 900 film, per lo più musical, sempre campioni di incasso al botteghino anche in quei paesi occidentali come gli Stati Uniti in cui è forte la presenza della comunità indiana.
Giovane e spigliata come una clip di MTV, ricca e alla moda, questa è l’India vista da Bollywood il cui successo è tutto nel mix di colore locale e globalizzazione. E dopo il cinema adesso arriva la letteratura, con l’uscita sul mercato anglofono di due volumi per capire meglio questo mondo visibilissimo ma così lontano da noi. Il primo è King of Bollywood: ShahRukh Khan and the Seductive World of Indian Cinema di Anupama Chopra, pubblicato da Grand Central. Questa biografia-racconto è un omaggio a quello che è considerato il Tom Cruise di Nuova Delhi, ovvero ShahRukh Khan, stella del cinema idolatrata in Oriente da milioni di persone. Nato da una famiglia musulmana, Khan ha ricevuto in realtà un’educazione completamente induista, corredata di laurea in economia e un master in comunicazione. Al cinema è arrivato a seguito del dolore per la perdita di entrambi i genitori. Deewana, nel 1992, è stato il suo grande debutto di celluloide: una storia d’amore tra due giovani contrastata dalla famiglia di lui. La coppia arriverà a coronare il suo sogno ma dopo tante peripezie e per poco tempo, proprio come una favola dei tempi passati. Solo che qui si balla e si canta con addosso vestiti firmati e dentro palazzi sontuosi.
L’altro volume appena uscito per approfondire il mondo di Bollywood è Fantasies of a Bollywood Love Thief: Inside The World of Indian Moviemaking di Stephen Alter, pubblicato da Harcourt Books, un libro più vicino al saggio che al romanzo, capace di mettere a nudo lo scheletro di questa grande macchina da soldi che è l’industria cinematografica in India. Alter segue principalmente il set di Omkara, un Otello rivisitato dove sono l’amore e la passione a fare da padroni. Non mancano i “dietro le quinte”, come per esempio la cerimonia hindi di benedizione senza la quale a Bollywood non si può iniziare a girare nessun film.
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