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filosofia

“In cielo come in terra. Storia filosofica del male” di Susan Neiman

(Word cloud con Wordle)

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di Mauro Anselmo

Sono un castigo di Dio i terremoti che ogni anno uccidono migliaia di bambini? Susan Neiman, studiosa e direttrice dell’Einstein Forum a Potsdam, in Germania, affronta il tema in questo saggio, In cielo come in terra. Storia filosofica del male, per rispondere anche a una seconda domanda: in che modo l’evolversi della nostra riflessione su questo mistero ha cambiato «la comprensione di noi stessi e del mondo»? Continua

Ormai solo un dio ci può salvare: Heidegger e il nazismo

Ormai solo un dio ci può salvare: particolare della copertina

Ormai solo un dio ci può salvare: particolare della copertina

27 maggio 1933: è attorno a questa data (che, come tutte le date, è simbolica) che si attesta e si consolida una delle più controverse polemiche del Novecento, quantomeno in ambito filosofico. Continua

“Problemi di libertà” di Hans Jonas


di Mauro Anselmo

Problemi di libertà, il libro del filosofo tedesco Hans Jonas (1903-1993), interlocutore di pensatori come Martin Heidegger ed Edmund Husserl, è un corso di lezioni inedite tenute nel 1970 a New York. A ritrovare il testo è stato il curatore del volume, Emidio Spinelli, in una ricerca nell’archivio dell’Università di Costanza. E la scoperta si è rivelata importante. Continua

Totti e Platone, Maradona e Aristotele: il calcio è filosofia

Maradona e Platini in una partita Napoli-Juve del 1985. Credits: Papi/LaPresse

Maradona e Platini in una partita Napoli-Juve del 1985. Credits: Papi/LaPresse

Il 14 giugno inizia il Campionato Mondiale di Calcio e le librerie si preparano a sfruttare al massimo il momento. Da Osvaldo Soriano a Manuel Vàzquez Montalban, da Gianfranco Zigoni a Nick Hornby, la letteratura si è sempre occupata di calcio. Lo sappiamo: rincorrere una palla su e giù per l’erba è molto più di uno sport. È gioco, business, politica, costume e filosofia.

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Pornosofia: quando un libro può costarti il posto di lavoro

Credits: Sbrimbillina @ flickr

Credits: Sbrimbillina @ flickr

Il genovese Simone Regazzoni pubblica un libro sulla filosofia del porno, ma insegna all’Università Cattolica. E questo, pare, è un problema.
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La filosofia di Lost, la frontiera della philosophy fiction

Lost

Espianti, l’osceno mercimonio di organi umani

Espianti

Espianti (Transeuropa, pp. 300, € 14,90) è un calcio al basso ventre. Un meccanismo a orologeria potentissimo che fa girare i suoi ingranaggi tra cronaca, reportage, noir, thriller e metafisica aprendo un baratro profondo, un abisso in cui guardare. E come scriveva Nietszche, l’abisso ha cominciato immancabilmente a guardarci a sua volta. Espianti fa questo effetto. Un vuoto pneumatico di consapevolezza che si apre come una piccola crepa nella coscienza pulita di un intero paese di “brava gente”.
Una setta segreta di suicidi, tutti appartenenti all’alta società; un funzionario del ministero degli Esteri e l’omicidio di sua figlia, un fascicolo dei servizi segreti, un amore adolescenziale, il commercio di vite umane, il mistico fiume invisibile indiano e la storia del giovane Livio a fare da collante…
Ispirato a una vicenda reale - un’indagine della magistratura sul traffico di organi dal terzo mondo al nostro paese - il libro di Giuseppe Catozzella a poche settimane dalla pubblicazione è già in ristampa e Roberto Saviano lo ha commentato così: «questa è scrittura che fa aprire gli occhi sulla realtà più oscena. Quella più nascosta. Che nessuno vorrebbe mai vedere.»
Panorama.it ha incontrato l’autore, che ha lavorato per due anni a contatto col magistrato incaricato della prima e più completa indagine sul traffico di organi umani verso cliniche italiane.
Come si è documentato per scrivere Espianti?
In Italia non esiste praticamente niente sul tema del traffico di organi nel nostro Paese. È appunto un tema “fantasma” che, peraltro, mette insieme benissimo quella che io reputo essere la struttura portante del Paese, la collusione tra criminalità organizzata, potere economico e amministratori pubblici. Quindi, dopo un lungo periodo di ricerche, sono faticosamente riuscito a entrare in contatto con un magistrato che sta collaborando alle prime indagini di una Procura italiana sul traffico di organi fino ai nostri ospedali.
Cosa ha scoperto? A che punto sono le indagini?
Ho scoperto quello che il segreto istruttorio ha permesso al magistrato di dirmi. Ovvero che in Italia c’è il sospetto - finché non sarà provato con una sentenza - di traffico di organi umani che arrivano da persone che provengono dai Paesi del cosiddetto Terzo mondo. Le indagini sono ancora sotto segreto istruttorio. Il segreto naturalmente è tassativo e finché non decadrà non si potrà dire nulla. Posso dire però che di certo le indagini sono il motivo per cui il ministro Maroni ha parlato pubblicamente di un coinvolgimento italiano nel fenomeno del traffico di organi.
Perché ha deciso di affrontare questo tema?
La fase delle ricerche è stata molto lunga, fino a entrare in contatto con il magistrato. Ho deciso di scrivere un libro perché credo nel potere della parola e nella necessità della testimonianza. È il modo che abbiamo per cambiare le cose. Il caso di Saviano è da questo punto di vista esemplare. In un Paese “addormentato” è necessario tenere vigile l’attenzione.
Cosa succede tra Italia e India?
Tra Italia e India c’è lo stesso rapporto - riguardo al tema del traffico di organi - che c’è tra Italia e altri Paesi del terzo mondo. Nel corso delle mie ricerche molte volte mi sono imbattuto in addetti ai lavori che tranquillamente parlano di un “buco” nella frontiera italiana all’altezza di Trieste, come spiego anche nel romanzo. Ecco, quello è uno dei canali privilegiati attraverso cui passano esseri umani per i quattro fatti malavitosi che riguardano il traffico di esseri umani: prostituzione, adozioni illegali, schiavitù e traffico d’organi. Recentemente ho scritto un articolo aggiornato all’ultimo congresso mondiale in tal senso che parlava di cifre spaventose. Si tratterebbe di 800 mila individui che ogni anno verrebbero trafugati dai loro Paesi di origine, e destinati al traffico di esseri umani.
Perché ha scelto di raccontare in particolare l’India e non un altro paese del terzo mondo?
L’India è un Paese con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti ed è il ricettacolo perfetto per ogni criminalità che operi attraverso il commercio illegale di corpi umani. Nel corso del Kumbha Mela, poi, che è il più grande raduno dell’umanità con 60 milioni di persone ammassate per due mesi in una sola città, a ogni manifestazione decine di migliaia sono i dispersi. La mia scelta nel romanzo del Kumbha Mela come luogo in cui avviene la cattura dei corpi non è solo suggestiva da un punto di vista religioso e folcloristico ma è anche molto molto verosimile.
Lei è laureato in filosofia teoretica, come ha influito la sua formazione sulla stesura di Espianti?
La mia formazione filosofica ha molto influito nella stesura del romanzo poiché ho tentato di “reinterpretare” la crisi che l’Occidente e l’Italia stanno vivendo in questi anni da un punto di vista strutturale. In questo senso la tradizione induista prima e buddista poi - alla luce delle quali leggo il razionalismo occidentale, che ne ha causato il nichilismo e l’abbrutimento materialista che oggi tutti stiamo vivendo in termini di crisi economica - hanno molto influito sulla mia formazione. Esse inverano infatti tutto il percorso del pensiero occidentale, a mio modo di vedere. La questione che percorre tutto il romanzo della Terza Via altro non è che la suggestione del superamento tutto occidentale della contrapposizione tra materialismo da una parte e spiritualismo dall’altra, con la decisa vittoria del materialismo (capitalistico) che ora sta inesorabilmente mostrando i vuoti di senso da cui è stato generato. Questa stessa separazione tra spirito e materia tutta tipica dell’occidente è la stessa causa del più aberrante dei crimini che il mondo occidentale ha prodotto - considerando il corpo come oggetto, appunto: il traffico di organi umani.
Perché ha preferito il registro narrativo a quello saggistico?
Il registro narrativo è l’unico che mi è congeniale, e poi ovviamente può arrivare a più persone. Nel mio romanzo si mischia però con alcune parti di filosofia occidentale e orientale e con tratti che ricordano la cronaca giudiziaria. È dunque un ibrido, come peraltro è già stato più volte definito. Credo che questa sorta di natura composta sia qualcosa da cui sarà difficile tornare indietro, se lo scopo rimane quello di voler dire la realtà dei nostri giorni. Credo non sia solo una forma in fieri, ma una forma essa stessa.
Come si trova con un editore come Transeuropa?
Transeuropa è una piccola casa editrice. Molto diversa da Mondadori, per esempio, per cui io lavoro come consulente freelance da molti anni. Ha i vantaggi e gli svantaggi delle piccole dimensioni. Rapporti molto più “umani”, molta attenzione al singolo titolo. Ma anche meno presa sull’immaginario collettivo, meno presa sui giornali, insomma meno visibilità. Certo dentro Transeuropa si fa un buon lavoro. E credo che Giulio Milani sia davvero un buon editore e anche un buon editor.
Quali sono le sue ispirazioni letterarie?
Leggo molto i classici, credo che per molte cose siano molto più cristallini e lucidi. Poi mi piace la letteratura di critica. Poi Hoellequebecq, Wallace, McCarthy, Zanzotto, McInerney.
Cosa pensa del dibattito in corso sul new italian epic? “Espianti” potrebbe essere un cosiddetto “oggetto narrativo non identificato”?
Espianti è certamente un oggetto narrativo non identificato - anche se mantiene un primato narrativo importante, appunto. Molto sinceramente credo che l’etichetta del NIE sia piuttosto grossolana, applichi maglie troppo larghe, anche se ricalca certamente ciò che dicevo prima sulla forma in fieri che si cristallizza in forma assoluta. E credo che questa questione della forma sia applicabile in generale alla realtà di oggi. Ancora in generale trovo che la critica in Italia manchi da troppo tempo di un punto di vista più profondo, come dire “filosofico”, nel senso di ben strutturato e coerente e coraggioso, anche (credo che vengano più privilegiate le appartenenze, invece, un certo signoraggio). In mancanza di un punto di vista forte non può che soffrire un po’ di rabdomanzia, per così dire. Trovo che il NIE sia uno spunto interessante. Da trattare come spunto per approfondire.

Filosofe: dal femminismo al pensiero femminile

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Di Franco Volpi
Tra le donne e la filosofia c’è stato fin dalle origini un rapporto tormentato. Una vera e propria «mésalliance», come dicono i francesi, un matrimonio squilibrato a tutto svantaggio delle donne. Uno squilibrio, tuttavia, insensato e senza giustificazioni, se è vero che i filosofi, artisti del dubbio, dovrebbero mettere in questione ogni tipo di pregiudizio, compreso quello secondo cui la loro arte sarebbe una faccenda prettamente maschile. Eppure, per secoli è andata così.
Ma le donne come hanno fatto il loro ingresso in filosofia? E che cosa è cambiato da quando vi sono entrate? È il primo interrogativo che vien fatto di porsi sfogliando il nuovo libro della decana del femminismo italiano, Luisa Muraro (Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, in libreria il 3 marzo). Per le donne filosofe erano anni duri quelli in cui Muraro cominciò a richiamare l’attenzione sul pensiero femminile. Per loro nella filosofia italiana parruccona e provinciale non c’era spazio.
Certo, erano già stati tradotti testi pionieristici, come Il secondo sesso di Simone de Beauvoir o L’eunuco femmina di Germaine Greer, ma anche La politica del sesso di Kate Millett e Speculum. L’altra donna di Luce Irigaray. Eppure il dibattito filosofico italiano, fatta qualche rara eccezione, era rimasto chiuso alla penetrazione femminile.
Nel 1984 Muraro, con Adriana Cavarero e altre compagne, fondò una comunità filosofica che, facendo leva sul concetto di differenza mutuato da Jacques Derrida, si mise a teorizzare l’alterità delle donne, dando impulso a una nuova forma di pensiero femminile. Battezzarono la loro comunità Diotima, dal nome della misteriosa donna che nel Simposio platonico è ricordata da Socrate come colei che gli aveva insegnato la natura demonica di Eros.
Muraro ha poi valorizzato varie figure della mistica femminile e soprattutto ha avviato una riflessione teologica su quello che lei definisce il «Dio delle donne».
Nel nuovo libro torna a riflettere su un tema classico della filosofia, la ricerca della felicità e le strategie per raggiungerla nel mondo odierno, ma lo fa nell’ottica del pensiero femminile. E cioè partendo da quella appropriazione di sé con cui le donne intendono «dare parola a esperienze e desideri che finora sono stati oggetto quasi esclusivamente dei discorsi maschili».
Se è difficile non convenire sulla rimozione del femminile da parte del pensiero occidentale, va detto che in realtà la storia della filosofia pullula di pensatrici. Alla fine del Seicento Gilles Ménage, precettore di Madame de Sévigné e Madame de La Fayette, passato alla storia per la caricatura che ne fece Molière nelle Femmes savantes, raccolse, perlustrando i secoli, materiale sufficiente per scrivere una Storia delle donne filosofe.
La sua nutrita filastrocca di nomi ispira una domanda: come mai di tutte le venuste filosofe menzionate solo poche si sono salvate dalla dimenticanza? Fu un caso o dobbiamo ritenere che i loro pensieri non meritassero di essere conservati? Oppure a escludere il sesso femminile da un ruolo attivo in filosofia fu davvero l’oscuramento maschilista?
Sia come sia, per cambiare le cose ci sono voluti anni di lotte e riflessioni, di slanci e ripensamenti, di militanza e riflusso, passando per i «monologhi della vagina» e approdando a quello che oggi è riconosciuto infine come «pensiero femminile».
Un po’ di caccia ai nomi? L’americana Judith Butler, con la sua «teoria queer» o «teoria lesbica», è probabilmente la principale e più interessante agitatrice di idee. Sulla questione del genere ha proposto tesi di grande impatto. Il genere, in base al quale formiamo la nostra identità maschile o femminile, è per lei una costruzione culturale, che va distinta e sottratta al destino naturale del sesso. Ossia: uomo o donna non si nasce, ma si diventa. Con le conseguenze che ne derivano per la scelta dei modelli di vita e di felicità. Il suo Gender Trouble, pubblicato una ventina di anni fa, viaggia oltre le 100 mila copie.
Altra filosofa americana di successo è Martha Nussbaum, il cui vezzo è definirsi «aristotelica di sinistra». Deve la notorietà, più che ai suoi libri prolissi, alle sue prese di posizione in difesa dei diritti individuali della tradizionale liberale, come quella a favore della legalizzazione della prostituzione.
E in Italia? La scena è assai affollata. Oltre a Muraro e Cavarero, ormai una vedette internazionale, c’è un’intera schiera di pensatrici interessanti. Alcune hanno valorizzato momenti e figure del pensiero femminile, come Laura Boella, Francesca Brezzi, Caterina Resta o Franca D’Agostini. Altre hanno declinato il pensiero femminile con una loro originalità: Roberta De Monticelli in un estroso personalismo a base fenomenologica; Francesca Rigotti in vari spunti che vanno da una «critica della ragion culinaria» a una deliziosa «filosofia delle piccole cose»; Nicla Vassalo in un tentativo analitico di fare il punto su che cosa offra la «filosofia delle donne».
Un risultato è certo: rispetto ai venti rabbiosi del paleofemminismo, la filosofia femminile non è più il luogo per protestare o rivendicare diritti, ma l’arena in cui le donne danno corpo ad argomentazioni. Né meglio né peggio dei colleghi maschi.

Filosofia e cultura: così s’intreccia il pensiero

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Di Mauro Anselmo

Da talete A Marilyn. Socrate raccontato come un contemporaneo. Umberto Eco, con Il nome della Rosa, analizzato come fenomeno letterario emblematico nel capitolo sul Postmoderno. Anche fra i titoli della scolastica si nascondono sorprese. E i quattro volumi di Filosofia e cultura (La Nuova Italia), a cura di Antonello La Vergata (Università di Modena) e Franco Trabattoni (Università di Milano), meritano a pieno titolo questa definizione. Non tanto per l’esposizione chiara del pensiero dei filosofi (dal greco Talete ai contemporanei) affidata a un gruppo di specialisti, quanto per il criterio che sta a monte dell’opera. Gli autori lo hanno definito con una parola: intreccio. È la storia del pensiero che entra in rapporto con la società, dando vita a quelle contaminazioni con letteratura, arte, costume alle quali i testi scolastici, di solito, non danno il dovuto risalto. Così nelle pagine su Martin Heidegger si incontrano i quadri di Edvard Munch. E Marilyn Monroe, nel film La moglie in vacanza, illustra il capitolo “Maschile e femminile”.

Filosofia e tv: Dr. House, al di là del bene e del male

La filosofia da sempre esplora i fenomeni e i noumeni in tutte le loro sfumature. La storia delle idee ha spesso incrociato il suo percorso con la letteratura, con la storia, con la scienza, con il cinema e con l’arte in generale attraverso l’estetica, la poetica e la critica. In questo il ‘900 è stato particolarmente “bravo” riuscendo a teorizzare un approccio alla realtà di stampo fenomenologico che fosse in grado di sospendere il giudizio e di ampliare l’orizzonte della speculazione. Un orizzonte da mantenere sempre e comunque fluttuante ed elastico.
Può allora la metafisica misurarsi con un serial televisivo? Con una sit-com? La risposta secondo il collettivo filosofico genovese Blitris è sì, può farlo. Come per ogni indagine filosofica però non basta fermarsi a una semplice affermazione senza entrare nei dettagli e sviscerare l’argomento, per questo a settembre il collettivo darà alle stampe per i tipi della Ponte alle Grazie un libro che indaghi l’argomento. Di tutti i serial che invadono l’etere, i satelliti, i decoder, i browser peer to peer ecc., Blitris ha scelto Dr. House Medical Division.
Il volume La filosofia del Dr. House. Etica, logica ed epistemologia di un eroe televisivo da settembre sarà in tutte le librerie ed è nato nel corso di un dottorato in filosofia dal sodalizio di Maria Cristina Amoretti, Daniele Porello, Simone Regazzoni e Chiara Testino che si occupavano di materie diverse (logica, epistemologia, filosofia politica, estetica) ma che si sono trovati accomunati dalla curiosità intellettuale che un personaggio come House, caustico come Cioran e ironico come Hume, può suscitare al di là dei meri meccanismi narrativo-commericiali dei serial. “Per House” spiegano “ogni malattia è una sfida, un nuovo e intrigante puzzle da risolvere con acume, spirito di osservazione, abilità analitiche e intelligenza. E la sfida, per noi, è House” continuano gli autori “Come ragiona? Come fa a indovinare la diagnosi? Come fa a sapere che è corretta? È buono o cattivo? O è al di là del bene e del male? E perché, in fondo, ci affascina tanto? Ecco perché abbiamo deciso di discutere di filosofia con Gregory House” concludono “Perché oltre a mostrarci qualcosa di assolutamente originale ha anche qualcosa di appassionante da dirci”.

LEGGI ANCHE: Aldo Grasso e Doctor House: dai romanzi alla tv, e ritorno

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