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giornalismo

Grigioverde: le guerre italiane raccontate da Giovanni Ansaldo

Grigioverde: particolare della copertina

Grigioverde: particolare della copertina

Di Giovanni Ansaldo non esiste una biografia, né tantomeno un’autobiografia. Oltre che di diversi saggi, disponiamo dei suoi quattro diari, tra i più belli (forse, i più belli) che siano stati scritti nel Novecento italiano. Continua

Intelligenza Artificiale, il prossimo Pulitzer sarà un computer?

Credits: freddy/flickr

Credits: freddy/flickr

L’immagine romantica dello scrittore che, solitario nella notte, forgia il suo ultimo capolavoro sorseggiando caffè è a rischio estinzione? Il futuro della letteratura potrebbe infatti risiedere nell’intelligenza artificiale di un freddo computer. A rivelarlo è un articolo uscito qualche giorno fa sulle pagine online del The New York Times. Continua

Pulitzer 2011: vince un romanzo in PowerPoint

Un particolare del premio Pulitzer - Credits: EPA/ANSA

Un particolare del premio Pulitzer - Credits: EPA/ANSA

Sono stati assegnati i premi Pulitzer 2011, i prestigiosi riconoscimenti americani dedicati alle eccellenze nel giornalismo, ma anche nella musica e nella letteratura. Continua

Scelti per voi: cinque libri sul giornalismo del ‘900 da tenere sul comodino

(Credits: Ansa)

(Credits: Ansa)

“La differenza tra letteratura e giornalismo consiste nel fatto che il giornalismo è illeggibile e che la letteratura non viene letta”. Anche se lo ha detto Oscar Wilde, si può senz’altro dire che l’aforisma suona piuttosto falso se applicato al Novecento europeo. Tentiamo di dimostrarlo, provando a segnalare cinque libri, alcuni dei quali poco noti, ma che restano dei capisaldi del settore. Continua

Il viaggio in Versilia di Gian Carlo Fusco: tic e manie nell’Italia del boom

Forte dei Marmi alla fine degli anni '50

Forte dei Marmi alla fine degli anni ‘50


Cosa ci fa un pesce al guinzaglio sui fondali di Porto Venere? Se lo chiede, stupito, il sub che l’ha arpionato. Indaga e scopre che un giovanotto milanese ha incaricato un marinaio di legargli in luoghi stabiliti pesci catturati in precedenza, per poi tuffarsi e trafiggerli, facendo bella figura con le ragazze. Commento: “L’episodio dà un’idea di quanto possa il danaro milanese anche sott’acqua”.
Chissà se Gian Carlo Fusco (1915-1984) se l’è inventato, questo aneddoto iperbolico, per il gusto della folgorante battuta finale: sarebbe in carattere con il personaggio. Continua

La mia eredità sono io: il meglio di Montanelli in 600 pagine

Montanelli
La mia eredità sono io (Bur, pp. 644, euro 12) è di per sé un titolo che lascia poco di intentato su tempra e carattere dell’autore del libro. E, in effetti, mai titolo è stato più azzeccato. Il volume a cui dà il nome è una corposa antologia dedicata al più noto giornalista del ‘900, Indro Montanelli, ottimamente curata da Paolo Di Paolo.
Di quasi tutti i più grandi giornalisti del secolo scorso (Ansaldo, Prezzolini, Longanesi, Vergani) disponiamo da anni di un diario privato che - come ogni vero diario privato che si rispetti - è stato scritto e pensato come testimonianza pubblica post-mortem. Di Montanelli, fino ad oggi, no (l’anno prossimo, in occasione del centenario della nascita, dovrebbe uscire qualcosa di inedito che vi rassomiglia molto). E, come è ovvio, neppure questa antologia è un diario. Di più: raccolto in essa non c’è nulla di inedito o che possa scatenare pruderie emotive o pettegolezzi sentimentali.
Eppure, quanto a rappresentatività e fluidità, la scelta di Di Paolo si candida tranquillamente a sostituire qualsiasi quaderno privato. E a divenire così vero libro inedito, condensando, in poco più di 600 pagine, se non tutto il meglio di Montanelli, quantomeno ciò che lo rappresenta nel miglior modo possibile.
Di Paolo attinge a un materiale sterminato: quasi tutti i libri del giornalista di Fucecchio, oltre che ad un campione dell’elenco infinito dei suoi articoli. E traccia così un ritratto significativo del fondatore del “Giornale”, che ha tra l’altro il merito di riflettersi come uno specchio concavo lungo tutto il nostro Novecento.
Così, se nelle prime pagine dell’antologia si trova un insolito Montanelli biografico, quasi intimista, che racconta “le ragioni per cui, al fonte battesimale, mi fu impartito questo nome”, nel libro trovano pure spazio i migliori ritratti delle “figure” e dei “figuri” del secolo scorso, da Padre Pio a Enzo Ferrari, da Vittorio De Sica ad Alcide De Gasperi.
C’è poi il Montanelli che, ancora fascista, arruolato come volontario, racconta la campagna d’Etiopia, e c’è quello già più disincantato e in odore di fronda, che migra in Estonia come direttore dell’Istituto di cultura di Tallin. C’è, com’ è ovvio, il Montanelli storico e il Montanelli polemista; ma c’è anche il corsivista (come dimenticare il “controcorrente” che appariva quotidianamente sul “Giornale”?), l’osservatore del costume, il commentatore politico, l’affettuoso intrattenitore di corrispodenze epistolari nella “Stanza” del Corriere della Sera.
Ma il vero pregio dell’antologia risiede forse in un’altra visuale, finora rimasta velata anche dagli studi dei curatori e biografi più attenti. E cioè quella del Montanelli “letterato”. Definizione, questa, che al diretto interessato non sarebbe piaciuta affatto, considerata la sua poca empatia nei confronti dell’Accademia e dei suoi riti (ed infatti, come ricorda Di Paolo nella postfazione, “guardava all’ambiente degli scrittori di professione con diffidenza”). Ma che a sette anni dalla scomparsa, e nell’imminenza del centenario della nascita, non soffre affatto della contingenza dettata dal quotidiano e dai suoi ritmi, proprio grazie - scrive Di Paolo - a quella “lingua di un vero scrittore nelle mani di un giornalista”.

Professione reporter: 50 anni del nostro paese attraverso i grandi del giornalismo

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Gli ultimi cinquant’anni della storia d’Italia raccontati dagli articoli di Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Oriana Fallaci, Giampaolo Pansa, Massimo Fini, Eugenio Scalfari, Paolo Liguori, Gad Lerner, Mauro De Mauro e molti altri. Un ritratto imprevedibile del nostro Paese, e al tempo stesso un’impietosa denuncia di antichi vizi e inedite magagne: cos’è cambiato in Italia e quali sono invece i problemi a cui pare non esserci rimedio? Corruzione, cattiva amministrazione, disastri ecologici, criminalità, morti bianche. La cronaca dettagliata si fa racconto e, attraverso i suoi testimoni, diventa storia. Dalla politica, all’economia, al costume, una cruda radiografia di abusi, inefficienze e potenzialità inespresse. È Professione Reporter - Il giornalismo d’inchiesta nell’Italia del dopoguerra (Bur-Rizzoli Pag. 647, Euro 15), a cura di Filippo M. Battaglia e Beppe Benvenuto. Gli autori presenteranno il volume Giovedì 13 novembre al Fiat Cafè, via Guardione 14, Palermo, alle ore 18,30.

Terzani in Cambogia: il diario di un abbaglio

Uomini e donne vestiti di nero, con la pelle grigia per la malaria e gli stenti della vita nella giungla, i fucili a tracolla, gli sguardi assenti, pronti a ripetere alle loro vittime: “A tenerti in vita non c’è niente di guadagnato, a ucciderti non c’è niente di perso”. Tiziano Terzani descrisse così i khmer rossi quando li vide per la prima volta. Le sue corrispondenze dalla Cambogia sono raccolte ora in un libro, Fantasmi (Longanesi), che esce il 14 febbraio, a quasi quattro anni dalla morte del giornalista e scrittore.
“Mi sono resa conto che in questi ultimi anni era stato posto l’accento sul Tiziano degli ultimi libri, ma in realtà non c’è stata mai cesura con il suo passato”, ha spiegato la moglie, Angela Terzani Staude. Di qui la decisione di pubblicare in italiano i tre scritti usciti in Germania come Olocausto in Cambogia, ma anche i dispacci inviati da Terzani come corrispondente dal Paese asiatico a Der Spiegel, al Giorno, all’Espresso, al Messaggero, a Repubblica, al Corriere della Sera. Testi che documentano “il fascino che Tiziano, uomo di sinistra e appassionato dei fatti” ha sottolineato la moglie “avvertì per un mondo trasognato, pieno di fantasie e superstizioni. Ma anche la sua disillusione nei confronti dei khmer rossi, che aveva sostenuto e che poi si macchiarono di un genocidio che fu uno degli eventi più terrificanti del secolo scorso”, costato la vita a due milioni di persone.

Toni Capuozzo dice Adiós al Sessantotto

Un best seller? Forse non lo si può ancora definire tale, ma senza dubbio il secondo libro del giornalista Toni Capuozzo lo potrebbe diventare. Sono i numeri che parlano: cinque edizioni in pochi mesi, anche se l’autore si trincera dietro l’incredulità di cotanto interesse. “Adiós non l’ho pensato sotto forma di libro, legato quindi a un corteo di cose che lo accompagnano: l’editore (Mondadori, ndr), un costo…”, confida l’autore a Panorama.it. “Avevo voglia di scriverlo per me, un po’ per tornare indietro nel tempo”, dice. Con Adiós il lettore intraprende un viaggio, anzi “il mio viaggio attraverso i sogni perduti di una generazione”, come si legge nel sottotitolo del libro. Quindici capitoli per una raccolta di articoli firmati da Capuozzo nei suoi trent’anni da inviato di guerra. “Ho voluto raccogliere gli articoli a cui sono più legato” specifica “proprio come succede quando si sfoglia un album fotografico chiuso dentro una scatola di scarpe”.

Adios è un libro nostalgico?
La difficoltà è di sopravvivere ai tempi che cambiano. Pensando al passato si capisce il presente. Quel mondo era più semplice di adesso, io non sono nostalgico di quei sogni, eravamo ancora una generazione, quella del ’68, che pensava che l’evoluzione culturale fosse positiva salvo poi imparare che era tutt’altro. Un uomo di sessant’anni che parla dei suoi trenta, se non sono trenta vissuti sotto il nazismo, è ovvio che conserva il sapore agrodolce dei ricordi. La mia però non è nostalgia di tipo ideologico. Credo solo che per certi versi fosse più facile vivere allora. Ad esempio era più semplice essere un giovane giornalista allora che oggi. Io lo sono diventato quasi per caso, amo moltissimo questo mestiere che mi ha permesso di viaggiare. Ho lavorato per Lotta Continua e ora per Berlusconi. Il mio è un racconto di un giovane giornalista che, con un po’ di arroganza, pensava di migliorare il mondo. Non voglio impartire nessuna lezione. Nel tempo ho appreso che la realtà conta molto più di ogni giudizio preconfezionato”.

Si aspettava tutti questi lettori?
Sono soddisfatto di tutte queste copie vendute, perché vuol dire che, nel bene e nel male, molte persone l’hanno aperto e letto. Mi ha soltanto messo un po’ in imbarazzo la lettura pubblica di alcuni brani, cui ho assistito negli ultimi tempi. Leggere a casa è sempre un momento intimo, mentre in pubblico mi è sembrato di mettere in piazza delle cose che erano dentro di me. Comunque mi piace l’idea di fare compagnia alle persone con un libro sul comodino: è come essere a tu per tu con loro”.

In questo libro lei racconta i suoi anni nell’America del Sud.
È l’unica parte del globo risparmiata da un terremoto che coinvolge tutto il mondo: il fondamentalismo. I luoghi sicuri al mondo sono diventati pochi, paradossalmente oggi è più sicura l’America latina. Per questo nel libro ho voluto fare una cronaca non conformista di Fidel Castro e Che Guevara.

Il giornalismo è malato di conformismo?
Penso che il il conformismo sia il male peggiore del nostro tempo. Un tema su cui c’è un grande conformismo ad esempio è l’immigrazione. Non sono razzista, ho cresciuto un bambino musulmano di 5 anni, ho ricevuto da giovane un foglio di via, mi sento a casa in molte parti del terzo mondo. E credo che accettare l’immigrazione clandestina così com’è, senza costruire dei canali legali, sia lavarsi la coscienza e far finta di essere buoni accettando tutti quanti. In Italia siamo buonisti da un lato e cattivisti dall’altro. Unica coerenza possibile è il lavoro giornalistico, che racconta ciò che si vede.

Quali sono i sogni delle giovani generazioni?
Non è vero che i giovani di oggi sono senza valori, piuttosto sono senza ideologie rispetto a noi sessantottini. Oggi i sogni sono più modesti, è già un sogno trovare un lavoro. Ma io, a trent’anni di distanza, continuerei a firmare ciò che scrivevo allora. Per questo oggi sgrido mia figlia ventenne perché non ha ancora le idee chiare sul suo futuro professionale”.

Quindi prima c’era più coraggio.
Sì, se consideriamo i leader, i partiti, o il giornalismo di un tempo. Fallaci, Terzani, Biagi sono giornalisti che non esistono più, molto diversi l’uno dall’altro. Non è solo un problema di linguaggio, ma spesso di comunicazione”.

Cento anni della Mondadori: un secolo di storia d’Italia per immagini

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Mondadori compie cent’anni e festeggia la ricorrenza regalandosi un grande atlante illustrato: l’Album Mondadori 1907/2007, sorta di affresco in cui, grazie a quattromila fotografie, vengono ricostruite le tappe più significative dell’editoria italiana e del Paese. Decennio dopo decennio, nelle pagine del volume sfilano i volti di autori italiani e stranieri, carteggi e documenti, riproduzioni di prime edizioni celebri e delle prime uscite dei vari periodici, oltre alle immagini degli interpreti, dei luoghi e delle sedi storiche e recenti della casa editrice di Segrate.

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