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Felicità al posto del Pil: l’alternativa africana è un’utopia?

"Mondializzazione e decrescita" (edizioni Dedalo), di Serge Latouche - Particolare della copertina

"Mondializzazione e decrescita" (edizioni Dedalo), di Serge Latouche - Particolare della copertina

Secondo un indicatore non legato al PIL o al reddito ma basato sulla percezione delle persone, alcuni paesi africani hanno una percezione di felicità maggiore rispetto a un paese scandinavo. Può sorprendere. In realtà da tempo indicatori alternativi come il QUARS della rete Sbilanciamoci, che misura per l’Italia l’indice di qualità dello sviluppo regionale, hanno scardinato l’equazione sviluppo=crescita economica. Continua

La sopravvivenza spirituale nell’era della globalizzazione

Abbazia nel Dorset

La globalizzazione ha un’anima. E quell’anima è nata nel Medioevo tra le comunità monastiche. È così che Didier Long racconta le origini un fenomeno capace di trasformare il mondo. Ex monaco benedettino, autore teatrale, scrittore, esperto di marketing: Long dà voce a tutte le sue corde nel suo ultimo libro La sopravvivenza spirituale nell’era della globalizzazione (Excelsior 1881). A chi vuole raccogliere le sfide del mercato consiglia di parlare “globish” (global english), ma anche di proteggere l’ambiente. Di comprendere l’essenza planetaria e locale di internet. Di trasformarsi, insomma, in un marchio mondiale allo stesso modo di Andy Warhol. Ma, a differenza di altri, l’autore francese recupera la dimensione dell’anima. E rilegge le radici della civiltà attuale spingendosi fino al Medioevo.
Mosteiro dos Jerónimos
Seguendo la regola benedettina “Ora et labora”, le comunità monastiche vendono la produzione agricola locale e costruiscono una rete internazionale per diffondere il cristianesimo. L’abbazia francese di Cluny, il latino come lingua franca e l’uso della moneta diventano i semi di un processo destinato a cambiare il mondo. Che ha come motore, però, non il profitto, ma la ricerca della salvezza spirituale. Attorno al dodicesimo secolo, insomma, inizia la globalizzazione. Dopo il Medio Evo vince l’etica protestante con l’espansione dell’Olanda e del Regno Unito. Ancora una volta la spinta di fondo non è il denaro, ma una meta ultraterrena, come spiega Max Weber nell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo: per i calvinisti, paradossalmente, il successo nell’accumulazione di ricchezza diventa una conferma dell’ingresso in Paradiso. Un bisogno così intenso da ispirare le prime multinazionali con un obiettivo più terreno, quello del conseguimento di un profitto. Alla fine, però, sembra che il meccanismo si rovesci e Long parla di “mercato delle religioni globalizzate”: incapaci di sottrarsi alle suggestioni del marketing, ora i credenti scelgono percorsi personali e si affidano al tele-evangelismo. Come trovare la salvezza? L’ex monaco benedettino cede a tentazioni “new age” e parla di noosfera fraterna: a suo modo, una sorta di anima collettiva in quella rete di persone e tecnologia che è internet. Ancora una volta, dunque, la questione spirituale torna in primo piano.

Glokers, il mondo globale dei lavoratori sfruttati

[i](Credits: Ansa)[/i]
Si chiamano Glokers e sono la nuova faccia della globalizzazione. A quei milioni di lavoratori, cioè, che nelle regioni più disagiate del mondo continuano a venire sfruttati in nome di un mercato planetario è dedicato Glokers di Silvana Cappuccio, Ediesse edizioni. Un viaggio in 60 paesi nei cinque continenti, a metà tra l’antropologico e il geopolitico, per capire origini, sviluppo e funzioni reali dei global workers, con le loro testimonianze, le battaglie per i diritti, i casi di sfruttamento. Tutti sognano un unico orizzonte, “il decent work”, la possibilità, cioè, di poter esercitare il proprio diritto al lavoro tutelati da contratti e condizioni dignitose. Tutto questo a 60 anni esatti della Dichiarazione Fondamentale dei diritti dell’Uomo firmata a Parigi il 10 dicembre 1948. Dal Sud America all’Asia passando per l’Europa, le storie raccontate nel volume rispettano le varie latitudini e i diversi tipi di sfruttamento che li caratterizzano. I casi più duri si annidano in America latina con centinaia di morti ogni anno in Guatemala e Colombia a causa delle lotte sindacali.
Mentre il continente più in evoluzione resta quello asiatico, con in testa il gigante Cina, in cui ad un aumento della produttività ha corrisposto una diminuzione della quota dei salari, dal 53% nel 1998 al 41,4 % nel 2005 e, in alcuni casi, un peggioramento delle condizioni di lavoro. In tutto il continente, poi, continua ad essere una piaga lo sfruttamento dei minori. Benché sia diminuito negli ultimi cinque anni, ci sono ancora circa 122 milioni di bambini asiatici che lavorano. Perché non diventino loro i glokers del futuro bisogna, dunque, muoversi e in fretta.

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