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Harry-Potter

I protagonisti di Harry Potter e i Doni della Morte. Rupert Grint, Emma Watson e Daniel Radcliffe alla prima mondiale di Londra - Credits: EPA/DANIEL DEME
La saga di Harry Potter è arrivata alla fine già da qualche tempo. Il settimo e ultimo romanzo, Harry Potter e i doni della morte, è uscito ormai cinque anni fa, mentre la sua trasposizione cinematografica, divisa in due parti, è datata 2010 - 2011. Le avventure del maghetto più famoso del mondo sembrano ormai sigillate definitivamente, sempre che la sua autrice, J.K. Rowling (o chi per essa), non si inventi un espediente per ricominciare a macinare successi. Continua

Paul Giamatti e Dustin Hoffman in una scena del film La versione di Barney - Credits: INB/WE©kikapress.com
Cinema e letteratura sono e saranno sempre amici-nemici. Amici, perché l’industria cinematografica ha la consuetudine di spazzolare (a suon di banconote) gli scaffali delle librerie. Nemici, perché quando un romanzo finisce effettivamente sullo schermo scatta la cervellotica disputa: meglio il film o il libro? Continua

Un’immagine di Stephen King - Credits: ANSA/EPA/CJ GUNTHER
Torna l’apocalittico romanzo di Stephen King, L’ombra dello scorpione, pubblicato per la prima volta nel lontano 1978. Questa volta rinasce su pellicola, grazie al regista e allo sceneggiatore degli ultimi quattro film di Harry Potter, David Yates e Steve Kloves, che pare stiano prendendo accordi con la Warner Bros per rendere sullo schermo il grande classico del maestro del terrore. Continua

L’atlante di smeraldo, di John Stephens - Credits: Longanesi
L’Atlante di smeraldo, di John Stephens è un libro uscito a fine aprile per Longanesi, e presentato ufficialmente all’ultimo Salone del Libro di Torino come uno dei casi editoriali dell’anno. Lanciato in contemporanea in 35 paesi, alcuni lo considerano l’inizio di una potenziale nuova saga di successo alla Harry Potter o Twilight. E il suo autore, l’americano John Stephens, già autore, sceneggiatore e produttore televisivo, viene dipinto come l’erede dell’inglese J. K. Rowling. Continua

immagine tratta dal sito ufficiale di "Harry Potter e i doni della morte"
I poster per pubblicizzare l’imminente uscita nelle sale di Harry Potter e i doni della morte sono già stati stampati: sopra l’ormai iconico nome del “giovane” mago si legge “it all ends here” (in italiano: “Tutto finisce qui”). Ma i babbani detrattori del teenager di Hogwarths aspettino a stappare lo champagne perché, in una compassata intervista con la regina del talk show Oprah Winfrey (che andrà in onda stasera negli USA), J.K.Rowling ha dichiarato “Non si sa mai, potrei anche scrivere un ottavo romanzo”.
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Il professor Severus Piton in versione cinematografica - Credits: Warner Bros.
Iscriversi a Hogwarts per diventare maghi, purtroppo, non è ancora possibile. In compenso l’università di Durham, la più antica d’Inghilterra dopo quelle di Oxford e Cambridge, offre ai suoi studenti un corso intitolato Harry Potter and the Age of Illusion, valido per l’anno accademico 2010-2011.
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Illustrazione tratta dal romanzo originale - Keith Thompson
Gli ingredienti per fare di Leviathan (400 pagine, Einaudi) un altro Twilight ci sono tutti: la cornice fantastica, due protagonisti coinvolti in un amore proibito (o impossibile), un mondo alternativo rifinito nel dettaglio per risucchiare nella lettura anche il meno allenato dei lettori. Il primo libro della trilogia steampunk firmata da Scott Westerfield, si inserisce nel rodatissimo solco della Young Adult Fiction, che ha già assicurato lettori sempiterni ad autori come J.K.Rowling, Philip Pullman e Stephanie Meyer.
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- Tags: 24, Aristotele, Cartesio, Deleuze., Derrida, dollhouse, dr.-house, filosofia, Foucault, Freud, galactica, Gramsci, Harry-Potter, Heidegger, Lost, Nietzsche, Pascal, ponte-alle-grazie, prison-break, Sartre, Schopenhauer, serie-tv, simone-regazzoni, wu-ming
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La filosofia di Lost. La filosofia di Lost? Davvero una serie tv può avere a che fare con la metafisica? O meglio può la metafisica avere a che fare con una serie tv? Fenomenologicamente la risposta affermativa è ineccepibile e La filosofia di Lost (Ponte alle Grazie, pp. 166; 10,20 euro) a firma Simone Regazzoni è la prova che si può condurre un’indagine rigorosa sul terreno della cultura pop sviscerando gli interrogativi “principe” dell’intera storia delle idee. Da Derrida a Heidegger, da Foucault a Freud passando per Cartesio, Gramsci, Aristotele, Nietzsche, Pascal, Schopenhauer, Sartre e Deleuze. Regazzoni, professore alla Cattolica di Milano, riesce, con una scrittura fluida, “narrativa” e accattivante laddove nessuno si era nemmeno avventurato - se non con risultati deludenti, nell’esplorazione della philosphy fiction. Dopo Harry Potter e la filosofia (Il Melangolo, 2008) e La filosofia del dr. House (Ponte alle Grazie, 2007 - con il collettivo Blitris), scandaglia l’Isola con gli strumenti della speculazione, evitando la forma saggio e costruendo uno spin off, un rizoma, di stampo filosofico della serie. Panorama.it lo ha incontrato.
Tra tutte le serie televisive, perché Lost?
Cominciamo con il dire che molte, tra le nuove serie tv americane, meriterebbero attenzione da parte della filosofia, proprio nella misura in cui rappresentano le grandi narrazioni del nostro tempo. È come se la fine delle grandi narrazioni ideologiche avesse lasciato spazio a un ritorno delle narrazioni forti e strutturate nell’ambito del cinema, della letteratura e in particolare nelle nuove serie tv statunitensi. Con queste narrazioni credo sia urgente confrontarsi, anche inventando nuove forme mutanti di filosofia. Perché oggi più che mia la fiction è parte integrante di ciò che chiamiamo “realtà”. Non a caso, prima di Lost, mi sono occupato di dr. House e di Harry Potter. Quanto a Lost, ciò che in questa serie mi ha affascinato (perché prima di qualsiasi calcolo o ragionamento c’è questo: fascinazione, amore, ossessione da fan: non è possibile lavorare con la cultura di massa senza una certa dose di partecipazione) è stata la capacità di unire complessità e popolarità. Lost è un’opera d’arte – non esito a dirlo – che mostra come si possa essere, al contempo, radicalmente sperimentali e insieme popolari (stiamo parlando di milioni di telespettatori), mescolando filosofia e disaster movie, riferimenti biblici e fantascienza. Il tutto inserito in una narrazione di grande potenza ed efficacia, che sembra avvalorare la tesi di Orson Welles secondo cui la televisione ha una forza narrativa che il cinema non può eguagliare. Ecco il primo fattore di interesse, ai miei occhi, cui si connette immediatamente il secondo: l’effetto poetico di Lost. Umberto Eco, nelle sue Postille a Il nome della rosa, definisce “effetto poetico” la capacità di un’opera di generare sempre letture diverse senza esaurirsi. Ora, Lost è una macchina progettata per produrre le letture più disparate, rendendo lo spettatore una sorta di co-autore. Basta vedere che cosa accade in rete per capire fino a che punto funzioni la macchina narrativa di questa serie. Lost, detto altrimenti, è un universo narrativo in espansione transmediale. Alcune dichiarazione di Damon Lindelof, uno dei creatori della serie, sono a questo proposito molto significative: “Quando la serie sarà finita, e magari secondo le nostre volontà, il pubblico potrà ancora tornare indietro e ci sarà ancora spazio di interpretazione, come in qualsiasi opera letteraria”.
La filosofia e la tv, un rapporto burrascoso…
Sì, per molti filosofi oggi è ancora così. Ma questi filosofi non vanno presi troppo sul serio (Popper in primis naturalmente) se non come sintomo di una resistenza a un processo irreversibile di trasformazione della filosofia di fronte alla tv e, più in generale, ai nuovi media. Oggi non è più credibile, se mai lo è stato, il filosofo che, di preferenza in televisione, dichiara di non guardare la tv o di non possederla. È puro kitsch intellettuale: una caricatura del filosofo buona, ad esempio, per una serie televisiva italiana per famiglie. Certo, le caricature di filosofo non mancano, e devo dire che in fondo le amo molto. Non a caso spesso le uso nei miei libri come personaggi concettuali. C’è chi si chiede dalle colonne dei quotidiani, cito a memoria, “Guardare o non guardare Lost, 24, CSI, e quant’altro?” e chi accusa la televisione di essere un “paradigma pornografico”. Ora, è chiaro che queste accuse non sono altro che una forma di esorcismo verso un oscuro e inconfessabile oggetto del desiderio. Ma come ho già avuto modo di dire, questi filosofi sono dinosauri destinati a estinguersi. Non a caso la più importante rivista italiana di filosofia, Aut aut, dedicava nel 2007 un intero numero alla televisione dal titolo Davanti alla televisione, in cui si parlava anche dell’altro spauracchio di ogni intellettuale culturalmente corretto: i reality, a partire dal Grande Fratello. Presto occorrerà occuparsi anche di questo, a costo di scatenare nuove burrasche.
Locke, Rousseu, Hume, Bentham, Bakunin: troppo facile…
Troppo facile e banale. Lost fortunatamente non è un compendio di storia della filosofia. Altrimenti, almeno per quanto mi riguarda, sarei passato immediatamente ad altro. Sull’Isola ci sono nomi di filosofo come ci sono mille altri indizi letterari, mitologici, tratti dalla storia delle religioni. Sono tutti elementi di un gioco cui prendere parte, ma che non tollera strategie troppo prevedibili. Per questo se ci sono filosofi di cui non mi occupo nel mio libro sono proprio quelli il cui nome compare nella serie. Al di là dei nomi, sono le questioni filosofiche che l’Isola pone a interessarmi, a partire da quelle legate alle idee di mondo (è Desmond che dice: “Non esiste il mondo esterno”), di verità e, più in generale, di complessità. Leggo l’Isola come un sistema complesso cioè un sistema composto da un gran numero di parti che interagiscono in modo non semplice e in cui l’insieme è qualcosa di più della somma delle parti. Per questo chi sostiene, come il razionale Jack, che l’Isola è solo un’isola non arriverà mai a comprenderla. La razionalità di Jack sull’Isola, come nella realtà, è una semplificazione pericolosa. In un momento in cui anche importanti filosofi come Žižek o Badiou sembrano tentati di riproporre le virtù di un mondo ordinato che rompa con le logiche della complessità (tentazione che giudico pericolosa) mi sembra oltremodo interessante riflettere attorno alla questione della complessità così come viene messa in scena in Lost.
La questione dell’alterità, dell’altro, è un tema filosofico (di questi tempi più tangibile che mai) per eccellenza. In Lost è un punto centrale del meccanismo narrativo…
Sì, è centrale al punto che il termine “Altri”, con la maiuscola, diventa nella serie il nome di coloro che si trovano già sull’Isola al momento dell’incidente aereo. La tentazione potrebbe essere qui quella di evocare la filosofia di Levinas, in cui il concetto di “Altri” svolge un ruolo capitale. Ma se non chiamo in causa Levinas è perché in Lost gli Altri sono molto più traumatici di quanto non lo sia Altri in Levinas. Non a caso cito Sarte, en passant, che in una sua famosa opera teatrale fa dire a uno dei suoi personaggi: “L’inferno sono gli altri”. Gli Altri, sull’Isola, sono traumatici, sono una Cosa traumatica. Chi sono davvero? Che cosa fanno? Perché ci rapiscono? Perché ci attaccano? Perché ci imprigionano e torturano? Ecco tutta una seria di questioni che assillano i superstiti nel loro rapporto con gli Altri. Gli Altri, qui, non si lasciano facilmente addomesticare, non c’è nessuna fascinazione esotica verso di loro, ma prima di tutto conflitto e poi interazioni complesse. Ma quello che è più interessante è che agli occhi degli Altri sono proprio i superstiti ad essere Altri: dal punto di vista degli Altri i superstiti sono minacciosi, sono anch’essi Altri, gli Altri degli Altri. Il che significa che siamo sempre Altri per coloro che chiamiamo Altri. Altri è un concetto relativo alla posizione ci chi lo enuncia, come mostra bene John Locke quando afferma che Sayid è uno degli Altri per la Rousseau.
L’Isola viene paragonata alla radura di Heidegger…
Niente di più semplice per chi conosca un poco Heidegger. Credo che Heidegger ci abbia regalato, nel Novecento, uno dei più radicali e interessanti ripensamenti dell’idea di verità. Per farla breve, Heidegger pensa la verità non come adeguazione del linguaggio alla cosa, ma come non-nascondimento, come apertura di un orizzonte che nel suo aprirsi conserva sempre in sé un elemento di opacità, enigmatico e insondabile, una sorta di cuore di tenebra della verità. Per spiegare questa sua idea, Heidegger ha usato la figura della radura: la verità è una sorta di radura che si apre nel cuore di un bosco o di una foresta. Ora, ogni una radura per essere tale – uno spazio illuminato che si dischiude in una foresta – ha bisogno di conservare attorno a sé l’oscurità della foresta. Questa oscurità non è un difetto che nuoce alla radura, ma un elemento essenziale alla radura stessa. Se questa oscurità venisse eliminata, verrebbe eliminata anche l’apertura della radura. Lo stesso accade secondo Heidegger alla verità come radura: essa necessita sempre di un fondo di oscurità per manifestarsi. In Lost incontriamo spesso radure che si aprono nella foresta e che dischiudono una qualche verità: sempre parziale, che conserva sempre un elemento di opacità. Ecco perché ho evocato Heidegger. Più in generale, questa idea di verità è in assoluta consonanza con l’idea di sistema complesso di cui l’Isola è l’incarnazione. E questo con buona pace di quanti pensano che Heidegger sia una sorta di pensatore arcaicizzante e antimoderno. Non a caso il filosofo spagnolo Daniel Innerarity, parlando di come i sistemi complessi abbiano messo in crisi l’idea secondo cui i fenomeni possono essere sempre completamente svelati, ha evocato Heidegger che per primo ha posto l’accento sull’inevitabilità dell’occultamento. Venendo a Lost, direi che l’Isola ci mette proprio di fronte all’enigma di questo occultamento che sta alla base dei sistemi complessi.
Deleuze, Derrida e lo stesso Heidegger. Che cosa c’entrano con Lost?
Cominciamo con il dire che il mio libro non è, né non vuole essere, un saggio su Lost. La filosofia di Lost si presenta come uno spin-off filosofico (non a caso il sottotitolo è philosophy fiction) che prende spunto da un certo numero di questioni sollevate dalla serie per comporre un testo filosofico mutante, che si contamina con l’oggetto con cui si confronta, ne riprende alcuni elementi e strategie, e si propone esso stesso come oggetto filosofico in grado di circolare nella cultura di massa. Come testo filosofico pop. Date queste premesse mi sono preso la libertà di far interagire con l’Isola filosofi che in qualche modo mi sembravano in consonanza con alcune questioni sollevate dall’Isola. Questi filosofi sono i miei fantasmi che ho incontrato sull’Isola. Perché proprio loro? Di Heidegger ho già detto. Per quanto riguarda Deleuze e Derrida, sia l’uno sia l’altro si sono occupati, in momenti diversi, proprio di isole per elaborare una riflessione sullo statuto ontologico della realtà. Come se interrogarsi su che cos’è un’isola significasse interrogarsi nel modo più radicale su che cos’è la realtà o il mondo. Ciò significa che questi filosofi, per altro considerati difficili, si prestavano ottimamente a entrare con le loro questioni radicali nel mio testo mutante. Credo che quanto Wu Ming 1 ha scritto in Noi dobbiamo essere genitori a proposito di un certo modo di fare e concepire la letteratura valga oggi anche per un nuovo modo di fare filosofia: si tratta di portare dentro la popular culture un certo polemos filosofico per non ridurlo semplicemente a un gioco da tavolo accademico. Per parte mia cerco di portare una certa radicalità decostruttiva nell’ambito della pop culture. Perché credo abbia ragione Mark Taylor quando afferma che Derrida aveva sottovalutato il crescente impatto dei media e della cultura popolare.
C’è anche chi accusa Lost, 24, Battlestar Galactica, Prison Break, Dollhouse, ecc. di giustificare la tortura…
Niente di nuovo sotto il sole. C’era chi accusava Il Padrino di giustificare la mafia. Direi che è sempre buona regola di fronte alle opere di fiction attenersi all’idea che non ci dobbiamo aspettare storie con la buona morale incorporata. Altrimenti corriamo il rischio di introdurre anche nell’arte i politicamente o il moralmente corretto. Se c’è un’etica nell’ambito dell’arte, si può star certi che essa non ha nulla a che fare con l’idea di dover produrre messaggi edificanti. Poi naturalmente ciascuno è libero di preferire Il maresciallo Rocca a 24 o Lost. Per parte mia troverei artisticamente preoccupante non vedere in scena la questione della tortura e dei suoi dilemmi in opere d’arte del nostro tempo. E troverei francamente noiose opere che mostrassero quanto è brutta e cattiva la tortura. A un’opera d’arte chiedo che mi metta di fronte anche alla fascinazione che la tortura opera su di noi, alla tentazione che in certi contesti politici essa può suscitare. Mi pare che Lost e 24 facciano bene questo, proprio perché sono opere complesse. E poi non dimentichiamo che il rapporto tra un messaggio e colui che lo decifra non è un meccanismo semplicistico del tipo: vedi la tortura giustificata in una narrazione di finzione quindi giustificherai anche tu la tortura nella realtà. Per capire che tipo di fruizione sia oggi quella della cultura di massa basta vere che cosa accade in rete attorno alle serie tv: non si è mai vista un’interazione così attiva con l’opera d’arte.
C’è anche un pubblico, quello dei giovanissimi per esempio, a cui forse non vengono forniti tutti gli strumenti per confrontarsi con il “meccanismo semplicistico” della giustificazione della tortura…
Che strumenti dovrebbe avere? Chi decide quali dovrebbero essere? Dipende dall’età, dal genere, dal livello di cultura, dal tipo di formazione, dalla classe sociale, dal quoziente intellettivo? Credo che inoltrarsi su questa strada sia molto pericoloso: si arriva inevitabilmente ai comitati dei genitori, dei saggi o degli esperti, fino alla censura. Preferisco il rischio della libertà alla sicurezza della censura.
Il libro usa l’espediente dell’apostrofe, si rivolge a un lettore, anzi a una lettrice…
Sì, mi rivolgo per tutto il libro a un tu femminile (cosa insolita per un testo di filosofia) cui talvolta attribuisco idee e gusti diversi dai miei. All’inizio, nei miei appunti, il tu funzionava come una sorta di sparring partner – non pensavo che avrei mantenuto quella forma. Poiché però, al momento di dare forma al libro, non sapevo bene come orientarmi nel sistema complesso di Lost, ho scelto di farmi accompagnare e forse guidare da una figura femminile. Hai presente quando Kate aiuta Jack o Sawyer a seguire delle tracce nella foresta? Ecco, anche io avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse. Non volevo creare mappe che semplificassero la complessità, così ho scelto qualcuno che mi aiutasse a seguire delle tracce. Perché un tu femminile? Me lo sono chiesto anch’io e anche il mio editor (una donna, Cristina Palomba) che subito non era convinta di questa scelta. Non so perché, ma il fantasma del tu femminile era la dimensione più naturale per la mia scrittura in quel momento. A un certo punto questa forma mi si è imposta. E l’ho accolta senza nessun problema, tanto più che penso, proprio come Derrida, che i filosofi a venire siano donne.

La sfida è da fantascienza e non solo per gli argomenti trattati. Ma dimenticate Harry Potter, il cui ultimo capitolo è arrivato a mezzanotte dello scorso 21 luglio. Il prossimo fenomeno editoriale planetario, che spera di battere il maghetto, è targato Random House. Per non sfigurare al confronto con la Rowling, e per creare la stessa suspance che ha anticipato Harry Potter, la casa editrice ha annunciato che allo scoccare della mezzanotte del prossimo 20 settembre arriverà nelle librerie americane Brisingr, il terzo volume della saga Ciclo dell’Eredità, scritto dall’enfant prodige della letteratura fantasy Christopher Paolini (che a soli quindici anni scrisse il suo primo libro, di 600 pagine, scalando la celebre classifica dei bestseller del New York Times).
Brisingr (che significa “fuoco” nell’antica lingua utilizzata dai personaggi del romanzo) in un primo momento sembrava dovesse concludere una trilogia. Ma l’autore ha fatto sapere che ha ancora molto da scrivere e che sta già lavorando alla stesura di un quarto capitolo.
I numeri, per ora, non sono certo quelli della Rowling, ma le attese lasciano ben sperare. I primi due libri, Eragon ed Eldest, hanno venduto più di dodici milioni di copie in tutto il mondo. Un successo che l’autore stesso spera di mantenere vivo coltivando il proprio pubblico anche sul web con una newsletter mensile (ci si iscrive su alagaesia.com). Nel frattempo, l’editore americano ha annunciato che per il debutto manderà in stampa due milioni e mezzo di copie. In Italia la Fabbri non ha ancora comunicato la data dell’uscita, ma si presume che sarà prima di Natale.

di Manuela Grassi da Edimburgo
Dal castello di Hogwarts si leva il fragore di una battaglia sovrumana, malefici potenti sbriciolano le mura, banchi di legno galoppano nei corridoi, ragni giganteschi assaltano la scuola di magia più famosa della letteratura. È lo scontro finale. Presto Harry affronterà il malvagio mago Voldemort, pronto a sacrificarsi, pur di salvare il mondo. Il mondo dei maghi puri di cuore e quello dei “babbani”, vale a dire gli umani. Harry Potter e i doni della morte, settimo libro della saga creata dall’inglese J.K. Rowling, arriverà nelle librerie italiane il 5 gennaio, prima tiratura 1 milione di copie: un record nel nostro Paese.
Tutta la vicenda editoriale del maghetto orfano è costellata di record: 400 milioni di copie vendute nel mondo, 15 miliardi di dollari il fatturato globale, 62 le lingue in cui è tradotto. Ma il risultato più strabiliante è che una generazione in tutto il globo si è formata sulle avventure di Harry, è entrata nel suo mondo magico, ha capito il valore dell’amicizia, della lealtà, della fiducia. La pubblicazione dell’ultimo libro è un evento culturale attesissimo che rinfocola la curiosità per la misteriosa J.K. Rowling. “Ci sono autori che nei loro libri mostrano la punta dell’iceberg” spiega Luigi Spagnol, editore della Salani (membro del “club dei milionari”, come sono stati etichettati gli editori di Potter). “Ma sotto la punta non c’è niente. Nel caso di Rowling, al contrario, c’è tutto l’iceberg”.
Un mondo dettagliato e complesso che ha preso forma nella sua mente quando aveva poco più di vent’anni e si è andato precisando col tempo fino a diventare un universo concreto che si spalanca a un passo da noi, basta prendere il trenino rosso per Hogwarts, al binario 9 e tre quarti di King’s Cross a Londra.
Joanne K. Rowling oggi ha 42 anni, tre figli, abita a Edimburgo dove, nonostante sia la donna più ricca del Regno Unito, vive una normalissima quotidianità. Bionda, minuta, occhi azzurri, in cardigan e pantaloni grigi, sembra quasi una ragazzina quando appare nella suite del Caledonian Hotel dove concede una delle sue rare interviste.

Che cos’ha di straordinario questa saga per conquistare milioni di persone?
Dalle lettere che ricevo, penso che i lettori siano innamorati dei personaggi. Essenzialmente racconto storie molto umane ambientate in un mondo fantastico e tocco problemi che coinvolgono tutti. Harry Potter e i doni della morte, per esempio, è attraversato dal tema dell’ambiguità tra il bene e il male. L’ambiguità, la dualità sono dentro di noi, qualcosa con cui ci troviamo a dover lottare in certi momenti della vita. Sarebbe sciocco fingere che ciò che è cattivo, malvagio, soprattutto ciò che è proibito non sia attraente, in particolare per i giovani.
Un altro dei grandi temi dei Doni della morte è quello della fiducia. Harry diventa uomo dovendo imparare a decidere in che cosa avere fede, nel mettere in dubbio perfino Albus Silente, il suo maestro, una figura di padre centrale nella sua vita di orfano.
Un po’ come Cristo con Dio Padre…
Sì, ma Silente non è un dio. Nell’ultimo libro volevo mostrare la sua fragilità di essere umano. Alla fine Harry va oltre Silente nella comprensione del loro destino.
È religiosa?
Sono attratta dall’idea di assoluto, ho una mia fede anche se combatto con essa. Tuttavia, non ho mai preso in considerazione di aderire a una dottrina cristiana. Penso si possa vivere una vita buona e utile senza credere in Dio. Al contrario, credere in Dio non garantisce una vita morale. Basta vedere gli estremismi religiosi.
Con quale personaggio si identifica di più?
Un misto: Harry, Hermione e un pizzico di Ron.
Ron?
Sì, perché ha senso dell’umorismo.
L’11 settembre ha cambiato qualcosa nella sua visione? Gli ultimi libri sono più bui e violenti.
Ho pianificato i sette libri di Harry Potter fin dall’inizio, e Voldemort è riapparso nei miei libri prima dell’11 settembre: è questo il punto di svolta. Il mio modello del mondo dopo il ritorno di Voldemort era indirettamente il governo di Neville Chamberlain in Gran Bretagna, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando cercò di minimizzare la minaccia del regime nazista, per convenienza politica. Molte cose che avevo in programma di scrivere le ho poi viste accadere.
Per esempio?
Ovunque ci siano dittature accadono le stesse cose. E i capri espiatori sono convenienti sia nelle dittature che nei regimi democratici. Sirius Black, uno dei miei personaggi, viene imprigionato e incolpato di molti crimini perché è comodo poter accusare una persona già in prigione. Nel terzo libro, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, riesce a evadere. Poi c’è stata Guantanamo Bay e ho letto che Il prigioniero di Azkaban era uno dei libri più popolari nella biblioteca del campo.
I suoi fan erano preoccupati per il destino di Harry.
Questo è il più grande complimento che potessero farmi. Ho lavorato duramente nei sei libri per ottenere questo risultato: far capire che tutti possiamo morire, è la nostra natura, nessuno è al sicuro. Non ho scritto le avventure di Indiana Jones, un eroe che sopravvive sempre.
Sua madre è morta di sclerosi multipla a 45 anni. Come ha influenzato il suo lavoro letterario questa esperienza?
Ho avuto un forte senso della mortalità fin dai miei 15 anni, quando mia madre si ammalò, credo che accada a tutti quelli che sperimentano la perdita di un familiare. Oggi che ne ho 42 resto scioccata a incontrare persone della mia età che non sanno che cosa significa perdere qualcuno di così vicino. Noi eravamo una piccola famiglia. Ma con il mio secondo matrimonio sono entrata in una famiglia enorme.
Il primo matrimonio in Portogallo con il giornalista Jorge Arantes. Il secondo nel 2001 con Neil Murray. Le donne di successo di solito fanno scappare i mariti.
È stato un caso. Ero decisa a non risposarmi. In 7 anni non avevo incontrato nessuno a cui desiderassi stare vicina. E mi ricordo che pensavo: ho una figlia che adoro, ho successo, in fondo sono felice. Mia sorella ci ha fatti conoscere: lui è una persona molto, molto, molto solida. È un medico, bravo nella sua professione, lavora in un mondo lontano dal mio. La cosa che apprezzo sopra ogni altra è che Neil incontra ogni giorno persone che vogliono sapere se può aiutarle, senza chiedere con chi è sposato.
Come fa una celebrità come lei a difendere la sua vita privata ? La sua famiglia non appare mai sui giornali. Ha un avvocato più cattivo di Voldemort?
Ovvio che sì! (ride) La mia risposta sincera è che si può, tranne rare eccezioni, vivere una vita normale, basta volerlo. Non sei obbligato ad andare a ogni evento da tappeto rosso, del resto io non sono una showgirl. Vivo la vita che volevo: puoi sceglierlo, se davvero lo desideri. Certo per lady Diana o Jackie Onassis era impossibile, anche volendo.
C’è un personaggio in Harry Potter che si ispira al suo primo marito?
(Ride). C’era un pettegolezzo secondo il quale uno dei personaggi del secondo libro era il mio ex marito.
Quale?
Gilderoy Allock (vanesio e inetto professore di Hogwarts, ndr), ma non è assolutamente vero. Gilderoy era effettivamente ispirato a un’altra persona che conosco. Nessuno nel libro è il mio ex. Qualsiasi cosa sia accaduta nel nostro matrimonio, lui ha contribuito per metà a una delle cose più belle della mia vita, la mia figlia maggiore. Per cui non lo mortificherei mai in un racconto. È suo padre.
Ha fatto scalpore la sua rivelazione che Albus Silente era omosessuale. Perché ha scritto sette libri senza dirci niente prima?
Perché nessuno me l’ha mai domandato! Tutti erano soprattutto interessati alla sorte di Harry, più che alla vita amorosa del suo maestro. Fino alla serata alla Carnegie Hall, dove una teenager ha preso il microfono e ha chiesto se Silente avesse mai avuto una storia d’amore. Ho risposto sinceramente: nella mia testa il personaggio era così.
Silente assomiglia a quei vecchi professori di Oxford la cui vita sessuale è un autentico mistero. Lei in fondo è una scrittrice realista.
Sì, nel senso che non idealizzo gli esseri umani. Ma se avessi scritto in maniera davvero realistica sui teenager, ci sarebbero anche sesso e droga, e molte di quelle cose che sappiamo succedere. È chiaro che l’innocenza dei miei adolescenti è necessaria: altrimenti i miei libri sarebbero stati lunghissimi.
Lei è impegnata in tante buone cause. Il denaro crea sensi di colpa?
È difficile da spiegare, all’inizio ero grata per il denaro che mi arrivava, ma anche un po’ sopraffatta. E sicuramente mi sentivo un po’ in colpa. Col passare del tempo sono diventata più pragmatica, mi sono detta: che cosa posso fare con questo denaro? Ho creato un trust per la beneficenza e mi sono dedicata alle cause che mi stanno a cuore, per esempio Children’s voice campaign di cui sono cofondatrice: si occupa dei bambini chiusi negli istituti, soprattutto nell’Europa dell’Est. È per questa associazione che ho messo all’asta una copia manoscritta delle Favole di Bela il bardo, un libro che compare in Harry Potter e i doni della morte.
È vero che ancor oggi va a scrivere nei caffè di Edimburgo? Nessuno la disturba?
Sono molto abile nel trovare il caffè giusto, non ho un look appariscente, e non mi siedo certo nel bel mezzo guardandomi intorno. Nel 90 per cento dei casi è lo staff del locale che mi permette di lavorare indisturbata.
Perché non a casa?
Perché, come qualsiasi altra donna, se sto a casa mi sento in colpa a non occuparmi di qualcosa di utile, poi ci sono le e-mail, il telefono, un milione di cose. Ma appeno esco di casa e so che sto andando in un caffè, la mia mente fa clic, io scivolo in un altro mondo dove penso solo a quello che sto scrivendo.
Porta con sé il suo pc?
Scrivo con carta e penna.
Carta e penna?
Solo alla fine riverso tutto nel mio pc. Per Harry Potter e i doni della morte, le ultime quattro settimane ho affittato una stanza al Balmoral Hotel, ci andavo soltanto il giorno, come in un ufficio: se volevo un caffè bastava chiedere, mi sentivo accudita. Un modo davvero lussuoso di finire un libro.
Vive in un castello o in una casa?
In una casa.
Ha molti libri?
Sì, ne compro tanti.
Gli autori preferiti?
I miei favoriti sono tutte donne: Jane Austen, Colette, Katherine Mansfield, ma a dire la verità leggo tutto.
Pensavo ci fosse J.R.R. Tolkien fra le sue letture.
(Abbassando la voce) Mi imbarazza dirlo ma non sono neppure riuscita a finire il secondo libro del Signore degli anelli.
Che cosa sta scrivendo?
Al momento penso al Natale, che i miei figli aspettano con impazienza. Comincerò a lavorare sul serio l’anno prossimo, e credo che continuerò a scrivere per i bambini, perché è quello che mi piace.
Le manca Harry Potter?
Molto. Tuttavia, penso sia un bene per me e per i miei lettori che io mi metta al lavoro su qualcosa di diverso. Se mai ritornerò a quel mondo sarà per i giusti motivi: perché avrò una nuova storia da raccontare.
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Che i fan di Harry Potter a grappoli si siano moltiplicati negli ultimi anni in tutto il mondo questo è chiaro semplicemente (è sufficiente una ricerchina su Google). A centinaia infatti sono sorti in tutto il mondo siti dedicati al celebre protagonista dei libri della Rowling. Perfino in Giappone. Siti dove i fan discutono tra di loro dell’amato beniamino e delle sue avventure o dei progetti, non solo letterari, della scrittrice edimburghese che in pochi anni è riuscita, da povera che era, come racconta la sua biografia, a creare un vero e proprio impero. Intorno ad un semplice maghetto. Ma la novità di questi ultimi mesi è che i fan della Rowling stanno adesso spiccando il volo. Rubandole il mestiere. È nato infatti un nuovo genere, quello delle fanfictions, ufficialmente riconsciuto anche dal conservatore nonché autorevole Figaro Littéraire. Si tratta di racconti messi giù dai fan stessi della Rowling che non usano Harry Potter come personaggio ma piuttosto le dinamiche che ne hanno decretato il successo. Risultato, una di queste storie pubblicate negli Usa, “Mortal Instruments” di Cassandra Clare, fan della Rowling e del suo personaggio, ha sbaragliato le classifiche del New York Times.
Anche da noi in Italia Harry Potter ha fatto proseliti. I siti sono in aumento e differenziati fra loro. Si va dal fan club con pagina web fedele allo stile anche grafico del film per passare al forum vero e proprio dove si può entrare solo se registrati. Ma non si vedono scrittori all’orizzonte dalle nostre parti. Solo un sito con velleità sociologiche, la Società Nazionale Harry Potter Italia. Creato, stando alla presentazione, per studiare anche le implicazioni sociologiche e didattiche del celebre maghetto. Come dire, è pur sempre un inizio.

Che Harry Potter fosse il maghetto più amato al mondo si sapeva. Ma che la fervida attesa dell’uscita dell’ultimo libro della saga abbia addirittura scomodato l’autrice scozzese Joanne Kathleen Rowling a lanciare un appello a non rivelare il finale della storia “per non rovinare la festa a milioni di fan” è una novità. Non solo. La Rowling, che ha ceduto tutti i diritti economici di Harry Potter alla casa editrice inglese Bloomsbury Publishing Plc, ha pure preteso che venissero siglati gli “embargo agreement” tra l’editore e i distributori dei diversi Paesi.
In Italia l’esclusiva dell’ultimo libro, che verrà diffuso in lingua originale solo allo scoccare delle una e un minuto del 21 luglio prossimo (mezzanotte secondo l’orario britannico), è stata concessa alla Penguin Italia la quale lo farà recapitare entro la sera del 20 luglio in 350 librerie sparse sul territorio nazionale. Neanche tantissime, visto che si stima che ammontino a 400mila i fan italiani in attesa del settimo capitolo. Gli appassionati italiani pur di scoprire se il mago Potter sopravvivrà all’ultima avventura, sarebbero disposti a spendere, nel complesso, fino a 7 milioni di euro.
L’embargo chiesto dalla Rowling serve a far sì che i distributori con i quali è stato siglato l’accordo non mostrino a scopi promozionali né immagini della copertina né parti del libro, prima di quella determinata ora. Il legale dell’autrice, Neil Blair, non contento, ha pure chiesto a uno studio legale milanese, Cajola & associati, e a un’agenzia di investigazione di Firenze (International consulting agency) di vigilare affinché gli accordi di embargo vengano rispettati. “In realtà non ci preoccupa la contraffazione del libro in arrivo da oltre confine - pure se, a scopo precauzionale, abbiamo già allertato le dogane - ma quella che serpeggia in Iternet” spiega Riccardo Cajola titolare dello studio “Abbiamo infatti già cominciato a presidiare numerosi siti non ufficiali e blog in lingua o con dominio italiano”.
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