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India

Paul Theroux, Omicidio a Calcutta: misteri e misfatti nel ventre di una città spettrale

Omicidio a Calcutta, particolare della foto di copertina

Omicidio a Calcutta, particolare della foto di copertina

La lettera di uno sconosciuto può annunciare una seccatura o un dramma. Oppure entrambe le cose. Eccezionalmente, per uno scrittore in crisi, può riaccendere il motore dell’ispirazione. Paul Theroux flirta col thriller psicologico in Omicidio a Calcutta (Dalai Editore), intingendo la penna di raffinato travel writer nei cupi recessi della megalopoli bengalese, “città di anomalie”, dove gli eventi sembrano avvolti da una torbida aura di mistero.

Jerry Delfont soggiorna mollemente a Calcutta in cerca di idee. Un giorno riceve una lettera scritta su raffinata carta indiana: una manager americana richiede il suo aiuto per indagare su un delitto in cui è coinvolto un amico del figlio. Sensuale filantropa devota alla dea Kali, sospesa fra misticismo e affari, la signora Unger crea nel protagonista uno stato di dipendenza fisica iniziandolo ai rituali e ai piaceri del Tantra. Seguendo le tracce del misfatto, Delfont troverà conferma di una celebre massima di Henry David Thoreau: “Trova uno che si crede benefattore e vedrai che nella sua vita c’è qualcosa che non va”. Continua

Valeria Fraschetti si è messa in viaggio. “Sari in cammino” è la testimonianza delle sue donne

Particolare della copertina - Credits: Castelvecchi RX

Particolare della copertina - Credits: Castelvecchi RX

L’unica certezza che esiste sull’India è che è tutto e il contrario di tutto.

Ecco perché l’India non è (ancora) un paese per donne. Così riporta il sottotitolo del reportage della giornalista Valeria Fraschetti.

La sfida di questo libro è seguire il bandolo delle sue donne.

Sari in cammino (collana Castelvecchi RX) è un libro nel quale l’autrice descrive la condizione femminile in India, lasciando la parola alle donne che ha avuto modo di conoscere e intervistare durante i due anni trascorsi nel paese.

La stragrande maggioranza delle donne deve affrontare la stessa pressione culturale: quella di mettere al mondo un maschio. Troppo spesso una bambina resta persona non grata. Una zavorra economica e sociale, tanto vale disfarsene: la pensavano così cent’anni fa come oggi.

Ne emerge una racconto dettagliato della società e della cultura indiana: un Paese affascinante ma ancora troppo pieno di contraddizioni, dove, a pagare il prezzo più alto della disuguaglianza sociale, sono ancora una volta le donne.
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“Mama Tandoori” di Ernest van der Kwast. Una mamma che, per fortuna, non è la vostra!

Mama Tandoori, particolare della copertina - Credits: ISBN Edizioni

Mama Tandoori, particolare della copertina - Credits: ISBN Edizioni

Oggi in tutte le librerie si aprono gli scatoloni. E viene messo in vendita quello che viene considerato “il libro più spassoso e appassionante di quest’anno. Chi si stesse domandando dove è nascosto il Salman Rushdie, o l’Aravind Adiga, olandese, legga Mama Tandoori e avrà una risposta”. Oppure definito anche come “un romanzo straordinario che parla di personaggi straordinari. E ciò che colpisce è che gli riesce straordinariamente bene”.
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Il bus si è fermato: l’India senza tempo vista dal finestrino

Il bus si è fermato, particolare della copertina

Il bus si è fermato, particolare della copertina

L’antico regno del Magadha dove visse il Buddha storico, lo stato indiano del Bihar dall’anima ancora profondamente rurale, appena scalfito dall’irrompere della modernità, è la quinta di un romanzo corale, intenso e speziato. Il bus si è fermato (Nova Delphi) di Tabish Khair – giornalista e scrittore nativo del Bihar ma residente in Danimarca dov’è professore universitario – restituisce suoni, odori e colori della tumultuosa quotidianità indiana. Ma è anche un poetico inno alla tolleranza universale. Continua

Da Calcutta a Praga, l’arte di raccontare nel Giardino delle delizie terrene

Il giardino delle delizie terrene, particolare della copertina con Il Trittico delle delizie di Hieronymous Bosch

Il giardino delle delizie terrene, particolare della copertina con Il Trittico delle delizie di Hieronymous Bosch

Volete leggere un libro insolito e divertente? Un libro in cui gli aggettivi sono “posati sulla parola giusta”, dal ritmo che seduce come lingua di fuoco? All’editore Metropoli d’Asia si deve la scoperta de Il Giardino delle delizie terrene, pubblicato in India sette anni fa dal brillante scrittore e giornalista Indrajit Hazra, titolare di una popolare rubrica domenicale sul quotidiano Hindustan Times di Delhi. Continua

La storia di un ragazzino chiamato Animal…

"Animal" (Neri Pozza), di Indra Sinha - Particolare della copertina

"Animal" (Neri Pozza), di Indra Sinha - Particolare della copertina

Una tragedia che ha sullo sfondo l’incidente di Bhopal. E che Indra Sinha riscrive ora in chiave fantastica. Continua

Sanjay Bahadur racconta il rumore dell’acqua, ovvero… la paura della morte

Sanjay Bahadur, "Il rumore dell' acqua" (Cairo) - Particolare della copertina

Una delle risorse dell’India è di aver allevato una generazione di scrittori maestri nel trasformare in narrazione accadimenti storici, analisi, istanze socio-politiche e ambientali. Continua

Arundhati Roy: Quando arrivano le cavallette

Photostream - India: milioni in corteo per Ganesh
India, corteo per Ganesh - Credits: AP Photo/Kevin Frayer

Uno degli snodi cruciali della Conferenza internazionale sul clima che si terrà a Copenaghen nel dicembre prossimo è legato al ruolo e alla responsabilità che, in materia di riduzione delle emissioni, saranno disposte ad assumere Cina e India. Continua

Espianti, l’osceno mercimonio di organi umani

Espianti

Espianti (Transeuropa, pp. 300, € 14,90) è un calcio al basso ventre. Un meccanismo a orologeria potentissimo che fa girare i suoi ingranaggi tra cronaca, reportage, noir, thriller e metafisica aprendo un baratro profondo, un abisso in cui guardare. E come scriveva Nietszche, l’abisso ha cominciato immancabilmente a guardarci a sua volta. Espianti fa questo effetto. Un vuoto pneumatico di consapevolezza che si apre come una piccola crepa nella coscienza pulita di un intero paese di “brava gente”.
Una setta segreta di suicidi, tutti appartenenti all’alta società; un funzionario del ministero degli Esteri e l’omicidio di sua figlia, un fascicolo dei servizi segreti, un amore adolescenziale, il commercio di vite umane, il mistico fiume invisibile indiano e la storia del giovane Livio a fare da collante…
Ispirato a una vicenda reale - un’indagine della magistratura sul traffico di organi dal terzo mondo al nostro paese - il libro di Giuseppe Catozzella a poche settimane dalla pubblicazione è già in ristampa e Roberto Saviano lo ha commentato così: «questa è scrittura che fa aprire gli occhi sulla realtà più oscena. Quella più nascosta. Che nessuno vorrebbe mai vedere.»
Panorama.it ha incontrato l’autore, che ha lavorato per due anni a contatto col magistrato incaricato della prima e più completa indagine sul traffico di organi umani verso cliniche italiane.
Come si è documentato per scrivere Espianti?
In Italia non esiste praticamente niente sul tema del traffico di organi nel nostro Paese. È appunto un tema “fantasma” che, peraltro, mette insieme benissimo quella che io reputo essere la struttura portante del Paese, la collusione tra criminalità organizzata, potere economico e amministratori pubblici. Quindi, dopo un lungo periodo di ricerche, sono faticosamente riuscito a entrare in contatto con un magistrato che sta collaborando alle prime indagini di una Procura italiana sul traffico di organi fino ai nostri ospedali.
Cosa ha scoperto? A che punto sono le indagini?
Ho scoperto quello che il segreto istruttorio ha permesso al magistrato di dirmi. Ovvero che in Italia c’è il sospetto - finché non sarà provato con una sentenza - di traffico di organi umani che arrivano da persone che provengono dai Paesi del cosiddetto Terzo mondo. Le indagini sono ancora sotto segreto istruttorio. Il segreto naturalmente è tassativo e finché non decadrà non si potrà dire nulla. Posso dire però che di certo le indagini sono il motivo per cui il ministro Maroni ha parlato pubblicamente di un coinvolgimento italiano nel fenomeno del traffico di organi.
Perché ha deciso di affrontare questo tema?
La fase delle ricerche è stata molto lunga, fino a entrare in contatto con il magistrato. Ho deciso di scrivere un libro perché credo nel potere della parola e nella necessità della testimonianza. È il modo che abbiamo per cambiare le cose. Il caso di Saviano è da questo punto di vista esemplare. In un Paese “addormentato” è necessario tenere vigile l’attenzione.
Cosa succede tra Italia e India?
Tra Italia e India c’è lo stesso rapporto - riguardo al tema del traffico di organi - che c’è tra Italia e altri Paesi del terzo mondo. Nel corso delle mie ricerche molte volte mi sono imbattuto in addetti ai lavori che tranquillamente parlano di un “buco” nella frontiera italiana all’altezza di Trieste, come spiego anche nel romanzo. Ecco, quello è uno dei canali privilegiati attraverso cui passano esseri umani per i quattro fatti malavitosi che riguardano il traffico di esseri umani: prostituzione, adozioni illegali, schiavitù e traffico d’organi. Recentemente ho scritto un articolo aggiornato all’ultimo congresso mondiale in tal senso che parlava di cifre spaventose. Si tratterebbe di 800 mila individui che ogni anno verrebbero trafugati dai loro Paesi di origine, e destinati al traffico di esseri umani.
Perché ha scelto di raccontare in particolare l’India e non un altro paese del terzo mondo?
L’India è un Paese con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti ed è il ricettacolo perfetto per ogni criminalità che operi attraverso il commercio illegale di corpi umani. Nel corso del Kumbha Mela, poi, che è il più grande raduno dell’umanità con 60 milioni di persone ammassate per due mesi in una sola città, a ogni manifestazione decine di migliaia sono i dispersi. La mia scelta nel romanzo del Kumbha Mela come luogo in cui avviene la cattura dei corpi non è solo suggestiva da un punto di vista religioso e folcloristico ma è anche molto molto verosimile.
Lei è laureato in filosofia teoretica, come ha influito la sua formazione sulla stesura di Espianti?
La mia formazione filosofica ha molto influito nella stesura del romanzo poiché ho tentato di “reinterpretare” la crisi che l’Occidente e l’Italia stanno vivendo in questi anni da un punto di vista strutturale. In questo senso la tradizione induista prima e buddista poi - alla luce delle quali leggo il razionalismo occidentale, che ne ha causato il nichilismo e l’abbrutimento materialista che oggi tutti stiamo vivendo in termini di crisi economica - hanno molto influito sulla mia formazione. Esse inverano infatti tutto il percorso del pensiero occidentale, a mio modo di vedere. La questione che percorre tutto il romanzo della Terza Via altro non è che la suggestione del superamento tutto occidentale della contrapposizione tra materialismo da una parte e spiritualismo dall’altra, con la decisa vittoria del materialismo (capitalistico) che ora sta inesorabilmente mostrando i vuoti di senso da cui è stato generato. Questa stessa separazione tra spirito e materia tutta tipica dell’occidente è la stessa causa del più aberrante dei crimini che il mondo occidentale ha prodotto - considerando il corpo come oggetto, appunto: il traffico di organi umani.
Perché ha preferito il registro narrativo a quello saggistico?
Il registro narrativo è l’unico che mi è congeniale, e poi ovviamente può arrivare a più persone. Nel mio romanzo si mischia però con alcune parti di filosofia occidentale e orientale e con tratti che ricordano la cronaca giudiziaria. È dunque un ibrido, come peraltro è già stato più volte definito. Credo che questa sorta di natura composta sia qualcosa da cui sarà difficile tornare indietro, se lo scopo rimane quello di voler dire la realtà dei nostri giorni. Credo non sia solo una forma in fieri, ma una forma essa stessa.
Come si trova con un editore come Transeuropa?
Transeuropa è una piccola casa editrice. Molto diversa da Mondadori, per esempio, per cui io lavoro come consulente freelance da molti anni. Ha i vantaggi e gli svantaggi delle piccole dimensioni. Rapporti molto più “umani”, molta attenzione al singolo titolo. Ma anche meno presa sull’immaginario collettivo, meno presa sui giornali, insomma meno visibilità. Certo dentro Transeuropa si fa un buon lavoro. E credo che Giulio Milani sia davvero un buon editore e anche un buon editor.
Quali sono le sue ispirazioni letterarie?
Leggo molto i classici, credo che per molte cose siano molto più cristallini e lucidi. Poi mi piace la letteratura di critica. Poi Hoellequebecq, Wallace, McCarthy, Zanzotto, McInerney.
Cosa pensa del dibattito in corso sul new italian epic? “Espianti” potrebbe essere un cosiddetto “oggetto narrativo non identificato”?
Espianti è certamente un oggetto narrativo non identificato - anche se mantiene un primato narrativo importante, appunto. Molto sinceramente credo che l’etichetta del NIE sia piuttosto grossolana, applichi maglie troppo larghe, anche se ricalca certamente ciò che dicevo prima sulla forma in fieri che si cristallizza in forma assoluta. E credo che questa questione della forma sia applicabile in generale alla realtà di oggi. Ancora in generale trovo che la critica in Italia manchi da troppo tempo di un punto di vista più profondo, come dire “filosofico”, nel senso di ben strutturato e coerente e coraggioso, anche (credo che vengano più privilegiate le appartenenze, invece, un certo signoraggio). In mancanza di un punto di vista forte non può che soffrire un po’ di rabdomanzia, per così dire. Trovo che il NIE sia uno spunto interessante. Da trattare come spunto per approfondire.

Il caso zingari: chi sono coloro che chiamiamo nomadi

Momenti di tensione nel campo rom di via Argine

Mentre la cronaca avanza inesorabile, sull’argomento zingari arriva la riflessione accurata di una persona che sull’argomento lavora da anni, sia come storico sia come Presidente della Comunità di Sant’Egidio. Il caso zingari di Marco Impagliazzo, pubblicato da Leonardo International, vuole uscire dal coro e raccontare, dati alla mano, chi siano e in quale contesto giuridico si muovano coloro che comunemente chiamiamo zingari ma che dietro celano, in realtà, un mare magnum di ceppi e radici geografiche diverse. Si smantellano così alcuni luoghi comuni, primo fra tutti quello dell’origine. Che risalirebbe addirittura all’India. E molto lontano nel tempo. In Italia i nomadi sono arrivati infatti nel XIV secolo ma la loro onda migratoria è sempre stata altalenante. E spesso accompagnata da decreti di espulsione, messe al bando e perfino condanne a morte. Impagliazzo conia l’espressione “antigitanismo”, sintetizzando in una parola secoli di intolleranza e di incomprensione e si muove sicuro pagina dopo pagina ospitando anche altre voci ugualmente professionali. Come quella dello storico del diritto Paolo Morozzo della Rocca e di Giovanni Maria Flick, vice Presidente della corte Costituzionale. Emerge così che del 140 mila nomadi presenti attualmente in Italia oltre 70 mila sono cittadini italiani. Dei restanti settantamila, la metà circa sono rumeni, cioè cittadini dell’Unione europea. Solo l’altra metà proviene dall’ex Iugoslavia, che invece non fa parte dell’Unione europea. È qui dunque che risiede la maggiore precarietà giuridica, tanto più che non sono stati inseriti fra le minoranze riconosciute come tali dalla legislazione italiana perché privi di un collegamento territoriale
Da notare infine il parallelismo con gli ebrei. Come loro senza territorio. E una sorte simile, al tempo dell’Olocausto. In cui tra Sinti e Rom ne furono sterminati tra 200 e 500 mila.

IL FORUM

Una generazione in Bilico. L’India raccontata dai trentenni

Trasporti in India

Cinque racconti, sei reportage, tre fumetti, frutto della creatività di artisti e scrittori che da soli superano appena i 30 anni. L’India la si può raccontare anche così. Come dimostra appunto l’omonima India, un’antologia corale curata con minuziosa competenza dall’esperta Gioia Guerzoni e pubblicata da Isbn edizioni. Un viaggio in punta di piedi in un Paese che sta trascinando il mondo ma in cui le differenze sociali e culturali stridono con chiasso e senza scrupoli.
Non sono i lustrini e le musiche accattivanti di Bollywood, dunque, quelle che compaiono fra le righe del volume ma il quotidiano difficile, e per questo surreale, di molti, che si cristallizza così nella penna di pochi. In “India” si va in treno incamminandosi in viaggi che sembra non arrivino da nessuna parte, si vive in condominio, e non sempre è facile, si cerca casa, si viene sfruttati. Un po’ come in molte altre parti del mondo solo che in un Paese ammalato di gigantismo tutto diventa enorme ed enormemente difficile. Difficile è la situazione di molti contadini strangolati dai debiti che hanno come unica soluzione quella del suicidio; difficile è l’esistenza di chi è nato in zone ribattezzate Special Economic Zones date in mano ad imprenditori che in nome dal danaro non esitano a cacciare intere popolazioni; difficile resistere ad una società in cui il linciaggio è diventata una forma di espressione. Scrivere, dunque, mai come in questo caso appare terapeutico per una generazione che oltrechè rappresentare il futuro cerca di fare i conti con il presente.
Infine, una nota di merito ai fumetti di Sarnath Banerjee. Il segno sicuro e ironico a tal punto da velarsi di assurdo è una garanzia per i racconti che circondano i suoi fumetti. India insomma è una canto libero di un paese intero che vuole liberarsi da se stesso.

La cicogna che sconfisse l’aviaria, ovvero le mille vie dell’adozione

Bimbo tra i genitori

È un omaggio all’adozione, non solo come alternativa ad un bambino che non arriva ma come un altro modo, bellissimo, di vivere la maternità. La cicogna che sconfisse l’aviaria di Paolo Moretti, edito da Infinito edizioni è un racconto in prima persona di chi insieme alla propria moglie ha vissuto l’esperienza dell’adozione. Un padre, non una madre, perché l’adozione in fondo prevede una gravidanza uguale per entrambi i genitori. Niente pance su cui mettere le mani ma l’euforia e la paura ugualmente condivisa di un nuovo futuro a tre. La forza del libro è quella di giocare con i valori globali, la storia, la politica, gli eventi senza confini come per esempio l’aviaria che aveva colpito l’India proprio mentre l’autore e sua moglie stavano adottando la loro bambina. La maggior parte delle adozioni, infatti, sono internazionali. E questa globalizzazione alla fine diventa una splendida metafora per raccontare in modo sincero quella magica alchimia che è l’inclusione di un piccolo individuo con una storia completamente diversa nel nuovo microcosmo rappresentato dai suoi genitori adottivi. Moretti, giornalista di mestiere e nella penna, accompagna per mano il lettore in un viaggio che alterna la paura dell’altro all’intensità dell’amore, in mezzo ad una burocrazia che farebbe passare la voglia anche ai più volenterosi. Tematiche pesanti come quella dell’infertilità o dell’integrazione culturale diventano umane, dunque sopportabili, grazie all’uso di un’ironia capace di rompere tutti i tabù che ci rendono prigionieri. Del resto la chiave alla sua storia Moretti l’ha trovata lui stesso leggendo Gibran “I vostri figli non sono vostri, sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di se stessa”.

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