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Alice senza niente. Particolare della copertina - Credits: Terre di Mezzo
C’era una volta Alice, che inseguiva incuriosita lo sfuggevole coniglio bianco. Certo, quello era il Paese delle Meraviglie. Oggi Alice è cresciuta, ha studiato, e vive in un mondo che ha ben poco di meraviglioso. Ma soprattutto, invece di rincorrere buffe palle di pelo, cerca disperatamente uno straccio di un lavoro. Continua

Il fondatore di Apple, Steve Jobs - Credits: EPA/JOHN G. MABANGLO
Viviamo in un mondo largamente digitalizzato, e questo è un dato di fatto. Ma ciò non implica necessariamente averne capito del tutto il significato. Come abbiamo fatto a trasformare le nostre vite in un’infinita sequenza di zero e uno? Ecco cinque libri che spiegano la rivoluzione digitale attraverso i volti e le storie di personaggi che per genio, fortuna o follia sono stati in grado di stravolgere un’epoca. Continua

particolare della copertina originale - Credits: Knopf
Sorpresa: mentre in tutto il mondo non si fa altro che celebrare l’open-source e il libero accesso alla cultura mediante il Web, uno dei 100 uomini più influenti secondo il Time decide di stigmatizzare il trend dell’open-content come qualcosa di pericoloso, etichettandolo come “Maoismo Digitale”. Stiamo parlando di Jaron Lanier, conclamato guru del mondo informatico e pioniere della realtà virtuale negli anni ‘80. Il suo Tu non sei un gadget, è un vero e proprio manifesto contro la svalutazione dei contenuti (e degli uomini stessi) ad opera della Rete.
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Nella foto: Alberto Cottica
Oggi parliamo di un libro scritto da due persone diverse: la prima è un musicista, ha solcato i palchi di tutta Italia imbracciando la fisarmonica dei primi Modena City Ramblers e continua a girare il mondo con i Fiamma Fumana; la seconda è un economista, è project manager del Dipartimento politiche dello sviluppo del Ministero dello Sviluppo Economico e lotta per una “economia il cui motore principale sia l’intelligenza umana”. Entrambe le persone rispondono al nome di Alberto Cottica, e dalla fusione di queste due anime nascono un concetto e un libro di prossima pubblicazione: Wikicrazia (232 pagine, Navarra Editore).
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Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook - Credits: AP Photo / Craig Ruttle
Come si fa a inventare un nuovo concetto di rete sociale e diventare miliardari a 20 anni? Tutto nasce da una gran frustrazione e dalle enormi opportunità che Internet dà a tutti i nerd, gente che si trova più a suo agio con un pc che con un cocktail in mano. È la storia di Mark (Zuckerberg) ed Eduardo (Saverin), studenti di Harvard alle prese con la loro voglia di successo. La racconta Ben Mezrich in Miliardari per caso. L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento, pubblicata da Sperling & Kupfer.
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Libro (by pandemia - Flickr)
Lit blog, siti letterari, riviste on line, comunità virtuali in cui si discute di romanzi, saggi, poesia… La parola “Libri” vanta su Google oltre 50 milioni di risultati. Ma al di là dei numeri, che rapporto c’è, concretamente, tra letteratura e Internet? A distanza di oltre 10 anni dall’esplosione del web, le nuove tecnologie hanno cambiato il modo di scrivere, di raccontare, di farsi leggere? Continua

“Internet è senza senso”, parola di Ray Bradbury. Che fa sapere: “Alcune settimane fa mi hanno chiamato da Yahoo. Volevano mettere online un mio libro. Sapete che gli ho risposto? Andate all’inferno. Andate all’inferno voi e Internet!”.
L’autore di Fahrenheit 451 non ha un nuovo libro in uscita. Se torna a parlare con i media è per la sua nuova campagna: salvare le Biblioteche Pubbliche della Contea Ventura, un’area a circa 80 chilometri da Los Angeles. Rischierebbero di chiudere a causa di un forte deficit.
“Credo nelle biblioteche perché molti studenti non hanno soldi. Quando mi sono diplomato alla scuola superiore, era l’epoca della Grande Depressione e non avevamo soldi. Non potevo andare al college, così sono andato in biblioteca tre volte la settimana per dieci anni” spiega.
Ma il web non potrebbe assolvere alla stessa funzione delle biblioteche? Diffondere cioè conoscenza gratis? Per Bradbury la risposta è no. Perché “Internet è una grossa distrazione. Non ha significato. Non è una cosa reale, come un libro”.
Bradbury, insomma, ha del web la stessa considerazione che ha della televisione. Parlando del suo romanzo Fahrenheit 451 (che immagina un mondo in cui i libri sono dati alle fiamme per il “bene della società”), ha spesso dichiarato che si tratta di un libro contro la televisione. Contro i rischi di omologazione della cultura televisiva.
“Distrazione”. “Omologazione”. Ne parlava anche Saul Bellow (Nobel per la letteratura nel 1976). In un articolo dal titolo “Un insopportabile stato di frustrazione” (riproposto sul blog dello scittore Giuseppe Genna), l’autore (morto nel 2005) si domandava: in quale modo un narratore può imporsi all’attenzione dell’uomo contemporaneo, visto che ormai “abbiamo imparato ad ascoltare e non ascoltare, a essere presenti e assenti allo stesso tempo”? La condizione riguarda chiunque navighi in rete (quanti di voi stanno leggendo questo articolo tra una mail, una riunione e due righe buttate lì in chat?).
Bellow cita giornali e tv. Parla di quantità. “In un qualsiasi giorno della settimana il New York Times contiene più informazioni di quante un contemporaneo di Shakespeare avrebbe potuto raccogliere nell’arco di una vita intera (…)”. E di qualità. “Ci sono persone convinte che la pletora di informazioni contenute nel Times o in qualsiasi altro quotidiano o rivista abbia in realtà poco valore. Ci sono anche osservatori autorevoli che sostengono la tesi secondo cui i giornali non danno affatto agli americani una rappresentazione reale del mondo”.
(…)
“Forse ciò che noi cerchiamo attualmente nella televisione è distrazione sotto forma di realtà“.
(…)
“Alla fine la distrazione ci cattura tutti e annienta la nostra capacità di attenzione”.
(…)
“I media, con la loro misteriosa tecnologia, possono fare ben poco per insegnarci a leggere nei fatti. Fanno parte anch’essi dell’eccitazione che generano. Non sono in grado di fare luce sulle enormità che riferiscono”.
Bellow nel suo articolo non parla di web. Ma come non paragonare tutto ciò all’informazione che viaggia in rete?
Infine l’autore tira le somme. E torna al libro. “Lo scrittore non può fermare nel cielo il sole della distrazione, né dividere i suoi mari, né colpire la roccia finché ne zampilli acqua. Può però, in determinati casi, interporsi tra i folli distratti e le loro distrazioni, e può farlo spalancando un altro mondo davanti ai loro occhi; perché compito dell’arte è la creazione di un nuovo mondo”. Eccola, secondo Bellow, la differenza tra tv, giornali e la voce di un narratore espressa in un libro.
C’è da scommetere che Bradbury sottoscriverebbe parola per parola.
L’articolo integrale di Saul Bellow è qui: “Un insopportabile stato di frustrazione”
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Daniel Galera
Ha 28 anni, un talento precoce ed eclettico, una mente logica e rapida come quella di un matematico. Eppure di professione fa lo scrittore e gli riesce molto bene visto che è considerato uno degli astri nascenti della letteratura brasiliana. Daniel Galera è di origini italiane, suo nonno era di Cremona ma lui è nato a Porto Alegre e da tre anni vive a San Paolo.
In Italia sono usciti Manuale per investire i cani ed altri racconti, Arcana editore e il recente Sogni all’alba del ciclista urbano, Mondadori. Panorama.it ha incontrato Daniel Galera a San Paolo.
Quando hai cominciato a scrivere e perché?
Prima c’è stata la musica, suonavo la chitarra, poi la pittura ma evidentemente non era quello il mio modo di esprimermi. Così ho provato a scrivere. Avevo16-17 anni, ero appassionato di libri, leggevo molto. E ha funzionato. Per questo ho continuato. Avevo delle cose da dire e questo era il modo migliore per farlo.
E il passo per diventare scrittore?
Ho sentito molto forte questo desiderio ai tempi dell’Università. Era il 1996 e in Brasile stava esplodendo Internet anche se era ancora agli inizi, per esempio non esistevano ancora i blog. Così mi sono inventato un sito letterario e perfino un’e-zine che spedivo via email a chi si iscriveva. Era tutto gratis ovviamente ma è stato un periodo bellissimo, pieno di fermento. Ho studiato pubblicità all’Università e in realtà ho odiato questo tipo di corso tanto che in seguito non ho mai lavorato nel settore. Però mi ha dato la possibilità di conoscere moltissimi ragazzi che come me non amavano il corso ma erano appassionati di letteratura, cinema, arte. Così sono arrivato a creare una casa editrice, la Livros do Mal che, nel suo genere è stata un caso perché è riuscita a dare voce ai giovani della nuova letteratura brasiliana.
Oggi è possibile parlare di un movimento di giovani scrittori in Brasile?
No, un movimento vero e proprio no. C’è molta comunicazione, questo sì, e anche scambio di idee ma poi ognuno prosegue nel suo progetto. C’è da dire che è un momento molto bello per il mio Paese, nel cinema, nella letteratura, c’è molto fermento.
Chi legge i tuoi libri non trova gli stereotipi del Brasile, sole, spiaggia, folclore né tantomeno l’impegno sociale nelle favelas e le tematiche legate al narcotraffico ma storie di giovani che potrebbero accadere ovunque.
Si, è vero, ma non credo che questo sia un problema. Ci sono miei colleghi che sull’impegno sociale svolgono un lavoro egregio ma non era quello che io volevo raccontare. Io appartengo alla classe media del Sud del Brasile, racconto quello che mi è vicino. Le mie storie non sono strettamente geografiche anche se per esempio in Sogni all’alba del ciclista urbano il portoghese che uso è quello con l’accento di Porto Alegre.
Il tuo prossimo libro?
Lo sto finendo in questi giorni. Posso dire che la protagonista è una ragazza che vuole avere a tutti i costi un figlio. È una storia nella quale si possono rispecchiare molte mie coetanee. Di tutte le razze e tutte le latitudini. È il bello della letteratura.
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La Cina, la superpotenza in pieno boom, pronta per quel grande show che saranno le Olimpiadi di quest’anno, è anche a capo di un impero letterario ed editoriale, secondo soltanto a quello degli Usa per potere d’acquisto, con 200 mila nuovi titoli ogni anno.
Nelle grandi città come Pechino per esempio stanno fiorendo gli shu cheng, le città dei libri, veri e propri centri commerciali ma in cui si trovano soltanto volumi, con 700 persone che vi lavorano e più di 300 mila titoli in esposizione e vendita. Ma non solo. In questa trasformazione totale è decisivo anche un fenomeno parallelo che si sta sviluppando sempre più on line. Il mercato editoriale tradizionale, infatti, è sotto l’attento controllo dello Stato, e le case editrici sono tutte filo-governative. Così, grazie alla Rete, gli scrittori emergenti possono esprimersi più liberamente e aggirando i controlli governativi riescono a diventare scrittori famosi, arrivando a guadagnare come se pubblicassero in modo cartaceo. Tra i siti che hanno maggiore successo c’è Rongshuxia, nato nel 1997 come uno spazio web personale con vocazione letteraria. Oggi ha più di 4 milioni di utenti registrati, 7 milioni di pagine lette al giorno e un archivio di 3 milioni di opere letterarie. L’altro sito diventato celebre nel mondo letterario cinese è quello di Qidian che raccoglie soprattutto un pubblico di lettori tra i 18 e i 30 anni, appassionati di fantasy. Chi legge è anche chi vorrebbe diventare scrittore e passare dall’altra parte della barricata. La Rete dà dunque ai cinesi il diritto di sognare. In molti, infatti, sognano di ripetere il miracolo accaduto a Ning Ken, che dopo venti anni trascorsi a tentare di farsi pubblicare ha trovato infine il successo proprio grazie alla Rete: postando su Internet il suo romanzo La città velata è diventato famosissimo nel giro di in una notte. Le sue opere sono adesso pubblicate regolarmente e Ning ha perfino vinto il Lao She Literary Award, uno tra i più prestigiosi premi letterari cinesi.

Dalle parole della letteratura a quelle delle rete. Non sempre il passaggio è facile e soprattutto non sempre può portare a risultati fecondi. È quanto sostiene lo scrittore francese Michel Houellebecq, pubblicato in Italia da Bompiani e da noi apprezzato in particolare per Le particelle elementari e Piattaforma. In viaggio in questi giorni in America Latina, prima in Argentina, poi in Cile ai suoi lettori venuti ad ascoltarlo nelle librerie di Buenos Aires, ha raccontato del suo rapporto con la tecnologia e con Internet, rivelando di non avere neppure una stampante in casa ma soprattutto, per la prima volta, ha parlato della chiusura del suo blog, spiegandone le motivazioni. “L’ho chiuso perché non ne avevo il tempo. E poi perché un blog non è scrivere come lo intendo io. La bellezza di un libro è che ha sempre una fine, un blog invece è un sistema che ignora la parola “fine”, come A la recherche du temps perdu di Marcel Proust. “Per fortuna” ha aggiunto “sono felice di non aver conosciuto Internet durante la mia infanzia. Ero timido e inibito, con Internet non avrei incontrato nessuno.” Lo scrittore nato all’Ile de La Réunion, ma parigino di formazione, non ha dunque peli sulla lingua. E se lo dice lui bisogna crederci. È stato, del resto, Houellebecq stesso, peraltro ex informatico di professione per tre anni, a scrivere in uno dei suoi romanzi che “le relazioni umane diventano sempre più difficili, ciò riduce di conseguenza la quantità di aneddoti di cui una vita è composta”.
Una curiosità. Michel Houellebecq ha rilasciato queste originali dichiarazioni sul suo rapporto con i blog e la rete nel corso di un’intervista amatoriale girata nella capitale argentina e immediatamente diffusa su Youtube. Chi di rete ferisce, insomma, di rete alla fine comunque perisce.
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“La mia voglia di parlare di libri in tv parte da lontano”. Alessandra Casella, conduttrice qualche anno fa di A tutto volume, attrice, giornalista e soprattutto avidissima lettrice ha finalmente trovato il modo di soddisfare questa voglia senza dover passare la maggior parte del proprio tempo a convincere i dirigenti televisivi che leggere è bello. “Non è che le tv in generale siano molto disponibili: mi dicono sì per qualsiasi altra cosa ma non vogliono fare trasmissioni che parlino di libri. Invece secondo me si può parlare di libri in tv ed essere divertenti e vari”. E ci ha creduto al punto da crearsi la propria tv, tutta dedicata ai libri, che va in onda su internet.
Come nasce Booksweb.tv?
Digital Identity, il provider di una marea di televisioni, da quella del Senato a quella dell’Enel e di altre grandi aziende, aveva progetti per creare delle web tv aperte a tutti. Hanno sviluppato il sistema in tempi in cui nessuno parlava di tv sul web, perciò sono i più ferrati in assoluto e Booksweb.tv è il primo progetto “aperto” che hanno realizzato.
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Come si mantiene una web tv che parla di libri?
Io lavoro con tecnici che per amicizia e fiducia nel progetto hanno dato il loro apporto e autori-amici che danno il proprio contributo su base volontaria. Abbiamo Roberta Schira, Raul Montanari, Marco Buticchi, Fabio Bonini attore e ora autore di un libro sul mare. Barbara Garlaschelli si è proposta per la rubrica Libri in carrozza. E poi Zap Mangusta, filosofo anomalo e grande comunicatore, Antonio Capitani, astrologo numero uno di Astra, che abbina libri e segni zodiacali… Inoltre diversi editori per fiducia mi hanno dato subito da intervistare dei pezzi da 90 (come Michela Chabon e altri grossi nomi). Questo è un ambiente in cui ci si conosce ed è una cosa molto positiva. Sono determinanti gli scrittori che rilasciano belle interviste. Arturo Perez Reverte, per esempio, come autore del nostro Libro del mese, ci ha rilasciato una sostanziosa intervista di un’ora e mezza - che noi abbiamo ovviamente tagliato e montato - dicendo anche cose molto personali. Tra di noi c’è un’amicizia letteraria che dura da 10 anni. Poi ci sono anche editori che hanno aspettato di vedere la tv prima di proporci i propri autori.
A parte il contributo volontario di persone dell’ambiente, immagino che avrete presto bisogno di inserzionisti…
Sì, cerchiamo sponsorizzazioni e abbiamo già due o tre contatti buoni. Noi non vogliamo editori come sponsor: devo essere libera di parlare dei libri che voglio come mi pare. Ci consideriamo uno spazio aperto. Per tutti. Abbiamo anche una rubrica dal titolo Mi raccomando… in cui ospitiamo uno scrittore che ci parla del proprio libro. E il titolo la dice lunga sul nostro atteggiamento: te lo proponiamo ma prendilo con le pinze. C’è anche spazio per gli esordienti (Stasera mi butto) e in pentola bollono molte altre cose che faremo quando avremo più soldi. Comunque per essere un sito nato nell’anonimato stiamo andando bene: nei primi due giorni abbiamo avuto 1300 contatti. E la buona notizia è che la permanenza è molto lunga, da mezz’ora a un’ora.
Quali opportunità offre il web rispetto alla tv?
L’apporto del web è fondamentale: il feedback e la partecipazione sono essenziali. Abbiamo in programma di fare delle dirette di alcuni eventi e dei dibattiti in diretta. Il pubblico si collega ed entra nel dibattito. Gli scrittori si mettono a disposizione del pubblico, come in un festival letterario perenne. Per ogni autore ci sarà una mail “@booksweb.tv” e noi ci prendiamo l’impegno di inoltrare la corrispondenza. Poi, come ogni tv, abbiamo un palinsesto, su cui però si può intervenire: puoi far partire in qualunque momento le cose che ti interessano. Ma Internet si fa facendolo, e tra un mese il sito sarà ancora più ricco e funzionale. Integreremo i video e le interviste con molti materiali scritti: biografie, bibliografie, citazioni. Siamo molto attenti anche alla qualità anche nell’immagine: per le riprese ci appoggiamo a persone di grandissima professionalità, che appartengono a due società di produzione conosciute tramite Francesco Grazzini, uno dei migliori cameraman di Mediaset con cui ho lavorato ai tempi di A tutto volume, e che si è messo in proprio. Infine apprezzo la libertà. La tv è un luogo di potere, è sempre stato così. Qui il potere ce l’ho io. Io sono il direttore editoriale e nella mia tv non ci sono i libri degli amici degli amici imposti da qualche dirigente, ma solo buoni libri, che vale la pena leggere.
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Booksweb tv

Al suo debutto online è stata salutata come la “biblioteca ufficiale” di Internet. È Open Library, la nuova iniziativa promossa dall’Internet Archive (IA), meritoria istituzione no-profit di San Francisco da anni impegnata nella conservazione e messa a disposizione di risorse di ogni tipo: musica, video, testi. Sua è anche l’idea della “WayBack Machine“, ovvero una macchina del tempo che permette di accedere a contenuti altrimenti introvabili (qui, ad esempio, l’home page di Panorama.it nel 2002).
Di recente, poi, l’ente è stato ufficialmente riconosciuto come biblioteca da parte dello Stato della California. Ed è la prima volta che ciò accade per un servizio online.
Ora Internet Archive ha deciso di cimentarsi con una delle grandi promesse (non mantenute) della rete. E, cioè, il sogno di una biblioteca universale, gratuita e a portata di click per chiunque. Ha così cominciato ad acquisire importanti collezioni provenienti dalle biblioteche di mezzo mondo e pubblicarle online attraverso un innovativo sistema di visualizzazione: e-book ad alta risoluzione, sfogliabili direttamente dalla finestra del browser, scaricabili in pdf e stampabili da casa. Il tutto senza dover versare nessuna quota: i contenuti sono infatti tutti di pubblico dominio o protetti da licenza Creative Commons.
Certo, sul fronte dei libri online le iniziative sono ormai davvero tante. E poi c’è già un concorrente agguerrito come Google Books, che da tempo sta scannerizzando intere biblioteche per metterle a disposizione online. Ma l’iniziativa di Mountain View è ancora vista con sospetto dai più, e non solo per le resistenze che va incontrando tra gli editori: sarà poi giusto che un’istituzione commerciale diventi proprietaria di tutto il nostro patrimonio culturale? Non sarebbe meglio affidarsi a un ente no-profit, in grado di assicurare un accesso aperto al sapere?
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“Un ragazzo che si firma Train Man lancia un appello su un sito per conquistare una ragazza vista una sola volta in metropolitana. La community del forum più popolare del Giappone risponde in massa. Così, tra consigli sbagliati e incidenti di percorso, gli utenti si appassionano a una semplice storia d’amore”: letta la stringata introduzione di Train Man (Isbn edizioni), uno si aspetterebbe di voltare pagina e trovare l’incipit di un romanzo. Invece ciò che appare è la schermata di una pagina web. O almeno, la trascrizione su carta di una tipica pagina di forum, dove i post si impilano, uno dopo l’altro, in ordine cronologico.
È così per tutte le 368 pagine di Train Man: un forum, un libro e un romanzo d’amore. Anzi, un romanzo d’amore collettivo, perché scritto da tutti i frequentatori della community di Channel 2, che ai loro consigli per l’Uomo del treno mescolano lettere digitate in modo da formare disegni, faccine, personaggi. Ci sono i riferimenti ai cartoni animati, ai manga, ai videogames: a tutti quegli universi paralleli in cui passano le giornate i ragazzini giapponesi. Ma Train Man è un mondo fatto anche di rossori, timidezze, indecisioni, aspirazioni, solidarietà, e poi di tempeste ormonali, stimoli ad agire, a farsi avanti, a mettere il naso fuori di casa per conquistare veramente la donna vista sul treno. Insomma, un viaggio lungo un paio di mesi in un forum pieno zeppo di umanità. Un’incursione in una realtà che sembra davvero strano continuare a definire virtuale.
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