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Iran

Zahra’s Paradise. un fumetto per raccontare “i figli perduti dell’Iran” di Ahmadinejad

Dettaglio dalla copertina di Zahra's Paradise - Credits: Rizzoli Lizard

Dettaglio dalla copertina di Zahra’s Paradise - Credits: Rizzoli Lizard

Da blog a graphic novel: è la storia di Zahra’s Paradise, coraggioso viaggio alla ricerca di un ragazzo scomparso, originariamente pubblicato online a puntate e poi stampato come libro in numerosi paesi, tra cui l’Italia, dove è stato edito da Rizzoli - Lizard.

Zahra’s Paradise, che prende il nome dall’enorme cimitero alla periferia di Teheran, è un fumetto ambientato in Iran, nel periodo post-elettorale del 2009, quando il Presidente Ahmadinejad è stato riconfermato tra sospetti e denunce di brogli elettorali. All’indomani della proclamazione dei risultati delle elezioni è seguita un’ondata di proteste che ha coinvolto milioni di iraniani e che è stata duramente repressa dalla polizia, con decine di morti e feriti, il cui simbolo è divenuta la giovanissima Neda Agha-Soltan.
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Robert Baer, la CIA e le trame del Medio Oriente: ecco Iranyana

Mahmoud Ahmadinejad - Credits: EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Mahmoud Ahmadinejad - Credits: EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Ce lo immaginiamo con le fattezze di George Clooney che nel film Syriana cerca di sopravvivere in mezzo agli intrighi del Medio Oriente, con la sua esperienza di agente della Cia addetto alle operazioni sul campo. Robert Baer in realtà ha lineamenti più ‘nordici’ rispetto quelli del celebre attore che lo interpreta nel film tratto dal suo libro Dormire con il diavolo - Come gli Stati Uniti hanno venduto l’anima per il petrolio. Continua

Viaggio di nozze a Teheran, feroce reportage di un’iraniana d’America

viaggionozze
Particolare della copertina di Viaggio di nozze a Teheran

Mentre braccialetti e fazzoletti verdi sono nel cuore di gran parte del mondo, come il volto senza vita di Neda, simbolo del movimento per la libertà iraniano, un’altra storia di quello stesso Iran arriva nelle librerie. Continua

La Casa della moschea. L’islamismo parla olandese

La moschea di via Jenner a Milano
“Ho scritto questo libro per l’Occidente. Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere… un Islam moderato, domestico, non quello radicale.” A parlare è Kader Abdolah, scrittore iraniano e rifugiato politico. Il volume in questione è la Casa della moschea, in uscita in Italia con Iperborea, scritto interamente in olandese. E’ in questa parte di mondo, del resto, che Abdolah ha trovato rifugio nel 1988 ed è sempre qui che i suoi nuovi concittadini hanno votato il suo romanzo come il secondo migliore mai redatto finora nella loro lingua.
Dopo l’omicidio del regista Theo Van Gogh l’islamismo torna, dunque a far parlare di sé in una terra nota storicamente per il suo liberalismo e il suo esempio di democrazia. La storia raccontata nel romanzo del resto è avvincente, Corale ma priva di orpelli, capace di mostrare senza veli l’impatto del fondamentalismo islamico sulla vita quotidiana di una famiglia tradizionale persiana. La grande storia scorre infatti come un fiume nelle vite dei personaggi, dal regime dello Scià alla rivoluzione di Khomeini fino alla guerra con l’Iraq. L’Iran è, comunque, sempre presente, nelle sue declinazioni più intime, continuamente terra d’approdo nella memoria di un rifugiato politico come è Abdolah. Ed è presente in tante forme. Prima fra tutte la casa che è il luogo principale nel quale avvengono azioni e movimenti del romanzo. Vicina alla moschea è la lussuosa tana della famiglia del ricco mercante di tappeti Aga Jan ed è il crocevia in cui si intersecano le vite dei personaggi. Leggende, miti, ricordi si agitano intorno alle sue pareti. Fuori l’Iran che cambia, al passo con la storia. Saranno proprio i mattoni della ricca casa del ricco Aga Jan a sopravvivere al tempo e a loro stessi. Il passato quello, invece, insegna Abdolah, per avere senso nel presente deve rigenerarsi nella memoria collettiva. La memoria di tutti. Anche di chi è stato costretto a lasciare la casa, la propria casa.

Le porte chiuse di Teheran, viaggio nell’oscurità delle carceri iraniane

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/estrelas/422836931/]estrelas e limóns[/url] by Flickr)[/i]

“La benda è legata stretta”. Comincia così Le porte chiuse di Teheran di Zarah Ghahramani (edizioni Sperling & Kupfer), un lungo viaggio dentro l’oscurità letterale e metaforica delle durissime carceri iraniane di Evin, nella zona nord di Teheran.
Dopo la benda, arrivano subito gli altri indizi della prigionia: l’interrogatorio, i carcerieri, il buio senza fine della cella. Troppo per una giovane donna, classe 1981, considerata dai suoi aguzzini una viziata principessina borghese, colpevole in realtà solo di aver palesato la propria dissidenza. Ma senza uccidere o gettare pietre. Semplicemente manifestando in strada insieme ai propri compagni di università e distribuendo volantini politici. Avere vent’anni nell’Iran degli Ayatollah evidentemente non è facile e presto anche per una semplice manifestazione può accadere di ritrovarsi in balia di un mondo brutale e primitivo, l’autentica dimensione interiore di chi in Iran ha abbracciato ossessioni e fanatismi del regime.
Per Zarah, dunque, non c’è posto. Anzi c’è ma è nel buio della prigione, non alla luce del sole come la sua età e il bagliore della sua intelligenza invece meriterebbero. Con lei, sono affossati in cella rispettivamente il desiderio di un futuro migliore e la prospettiva del cambiamento. Il libro è dunque la storia di una prigionia durata 30 giorni che si intreccia con il racconto della vita come era fuori. Prima del carcere.
Nonostante la giovane età, infatti, Zarah ha fatto in tempo a seguire da vicino, seppure ancora bambina, i grandi capovolgimenti della storia politica del suo paese. Dal regno dello Scià Mohammad Reza Pahalvi alla Rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Davanti agli occhi di Zarah sfila la storia e il suo peso. La guerra con l’Iraq di Saddam Hussein nel 1987, nonostante la giovane età della donna, non si limita a rimanere impressa nella sua memoria come un semplice cameo. Ma diventa un capitolo chiave. Nella costruzione della sua psiche oltrechè nel processo distruttivo del suo paese. E il ricordo della guerra per Zarah vuol dire le vedove. Tante, tantissime, completamente avvolte di nero. Perfino nell’anima. E poi raffinerie che esplodono e gli orfani dei bombardamenti. Al dogma del regime, anzi dei regimi che si sono avvicendati con una facilità che ha quasi dell’impressionante, la giovane universitario via via crescendo ha contrapposto l’ ilarità scanzonata del suo sorriso e i primi sentimenti amorosi. Perché come lei stessa afferma in calce ad un capitolo “Gli iraniani si innamorano nello stesso esatto modo di chiunque altro nel mondo”. Oggi Zarah si è rifugiata in Australia dove vive. Ma nella sua mano libera “stringe ancora forte la sua benda.”

Le parole che superano il burqa, ma non escono dall’Iran

Le donne con il burqa hanno invaso gli scaffali delle librerie statunitensi ed europee. Sono ormai decine i libri scritti da occidentali o da musulmane ormai occidentalizzate e felici di esserlo che cercano di raccontare il loro mondo, da Ayaan Hirsi Ali e dal suo Infedele (Rizzoli) a Azar Nafisi che con il suo Leggere Lolita a Teheran (Adelphi) è stata campione di vendite sia in Europa che negli Stati Uniti. Ma basta dare un’occhiata alle biografie per capire che questo nuovo fenomeno della letteratura ha un rapporto con la geografia davvero bizzarro. Chi scrive infatti, per ragioni politiche o personali non vive più in Oriente. E allora chi, invece è rimasto scrive? E di cosa? Viene così fuori, da un recente indagine del NY Times che moltissimo di quanto prodotto dalle scrittrici musulmane non riesce ad arrivare neanche in superficie. La causa, in genere, è la mancanza di soldi per pagare le traduzioni in inglese, passo necessario per approdare sul mercato internazionale. Di molte di queste penne talentuose e lucidissime tutt’al più è stata tradotta un’opera sola. Peccato davvero perché il fermento letterario c’è ed è fecondo. Prendiamo l’Iran per l’esempio. Alzi la mano chi ha letto almeno un romanzo di Zoya Pirzad o di Moniru Ravanipur, o ancora di Shahrnush Parsipur. Eppure Zoya Pirzad è stata una delle poche scrittrici iraniane a parlare del conflitto, ormai dimenticato, almeno dal punto di vista letterario, tra Iran e Iraq, mentre Moniru Ravanipur ha una biografia da lasciare muti. Autrice di ben otto romanzi è stata processata con l’accusa di propaganda anti-nazionale per aver partecipato alla Conferenza di Berlino del 2000. I suoi libri a più riprese sono stati banditi dagli scaffali delle librerie di Teheran. Quanto a Shahrnush Parsipur, più conosciuta all’estero delle altre sue colleghe già menzionate a causa della sua fuga dall’Iran e per il suo impegno da intellettuale nella lotta contro gli scià, offre nei suoi volumi spaccati ancora sconosciuti della storia del suo paese, a partire dalla colonizzazione russa e inglese dell’Iran. Anche a queste scrittrici, dunque, e al burqa che simbolicamente si sono rifiutate di indossare, dovrebbero essere spalancate le porte dei mercati occidentali. Non solo per loro ma anche per noi e per la nostra comprensione del loro mondo.

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