
Che Il vento dei Demoni (Longanesi), di Marco Buticchi, sia fitto di colpi di scena non stupisce chi già conosce il genere di romanzi dell’autore. E ancora meno stupisce sbirciando nella biografia di Buticchi, anch’essa ben guarnita d’improvvisi cambi di direzione. Figlio di quell’Albino petroliere (che fu presidente del Milan), dopo la laurea in economia lavora per un po’ nelle multinazionali del petrolio. Ma l’urgenza di scrivere preme. E allora smette di girare per il mondo, si ferma in Liguria, apre uno stabilimento balneare a Lerici e passa tutto il giorno in spiaggia tra lettini e ombrelloni, a immaginare storie che mette in pagina la sera. Così butta giù un intero romanzo e cerca un editore. “Lascia perdere” gli dicono “Chi scrive d’avventura oggi in Italia ha vita breve”. Ma lui non demorde e stampa a spese proprie. A breve giro di boa, la strada si spiana. E Longanesi lo pubblica tra un Patrick O’Brian e un Wilbur Smith.
I suoi romanzi d’avventura sono costruiti attraverso il tempo e la storia. Formula che gli ha portato fortuna fin’ora. E che ha firmato anche il successo del precedente romanzo: L’anello dei Re. Dove si passava dalla Venezia del Trecento alla prima guerra mondiale, per approdare alla Romania della Guerra Fredda e scivolare giù fino ai nostri giorni tra attentati islamici e lo spettro dello scontro di civiltà.
Il vento dei demoni, in questi giorni in libreria, riprende quel turbine spazio- temporale, e conduce il lettore a rincorrere “una pietra scagliata da Dio nella notte dei tempi, portatrice di morte per chiunque si avvicini”. Si parte dell’età dei Metalli dove la pietra è nascosta in una grotta conosciuta soltanto a un re e a un sacerdote. Poi si snodano le vicende del minerale misterioso nella Linguadoca del Duecento, mentre il lettore ne segue le tracce su di una mappa segreta, fino ad arrivare agli anni Trenta del secolo scorso, quando le ricerce occulte di un ambiguo personaggio tedesco conducono dritte dritte a scovare l’oggetto misterioso nei pressi dello stato maggiore nazista. Infine il ritorno ai nostri giorni, dove si fa ancora più stretto il legame tra fondamentalismo e alchimia.
Insomma, una nuova sfida degna del titolo di “Ken Follet italiano” che Buticchi si è guadagnato (parola di Corrado Augias) con i suoi otto romanzi d’avventura. Ma dopo oltre un milione di copie vendute, se gli si chiede quale sia il suo mestiere, risponde ancora: “Il bagnino”. “La scrittura” dice “deve restare una passione”.

Di Andrea Romano
Franco Cardini s’è seccato. Di più, ha proprio perso la pazienza nel leggere su Panorama della scorsa settimana l’intervista a Ken Follett. E allora ha preso carta e penna per scrivere una puntuta replica destinata al quotidiano cattolico Avvenire dove spiega ai suoi lettori che il Medioevo, quello vero, si trova nelle pagine per l’appunto sue e non certo in quelle del romanziere britannico. Tanto più che se già I pilastri della Terra era, secondo Cardini, “un ridicolo polpettone”, con Mondo senza fine si annuncia “un bouquet di sciocchezze, di banalità, di errori e di bugie”. Un pastrocchio che l’intervistatore di Panorama, che poi sarei io, avrebbe presentato “senza un commento che non sia ammirato e lusinghiero”.
Messo alle strette da tanta severità, devo al professor Cardini una piena e completa confessione. Sì, avverto l’urgenza di ammettere di essere un devoto lettore di Ken Follett. Alcuni anni fa mi ero appassionato ai Pilastri della Terra, come 10 altri milioni di lettori sparsi sul pianeta, e appena ne ho avuto l’occasione mi sono precipitato a leggere Mondo senza fine. Ma fin qui potrei forse contare sulla clemenza del Professore. Se non fosse che ho commesso peccato in più di un’occasione, indulgendo al godimento solitario o di gruppo di film e romanzi di ambientazione storica senza prendere le dovute precauzioni. Dimenticando la mia condizione di studioso e docente di storia contemporanea, non mi sono quindi chiesto con il dovuto rigore quanta verità storica ci fosse in quei lavori narrativi o cinematografici. Mi sono invece lasciato stoltamente trasportare dal ritmo della fiction, dai personaggi e dalle atmosfere che incontravo. Ho cominciato presto, e chissà che questo non abbia avuto il suo peso. Ricordo l’emozione che mi diedero La Talpa di John Le Carré o Archangelsk di Robert Harris, quando già frequentavo l’università e avevo quindi tutti gli strumenti per smascherare l’arbitraria ricostruzione delle concezioni di sicurezza sovietiche che quegli scrittori propalavano ai lettori. Ho poi visto una decina di volte Il nemico alle porte di Jean-Jacques Annaud o Il gladiatore di Ridley Scott, senza far troppo caso alle incongruenze storiche di cui sono pieni. Più di recente ho addirittura letto e regalato il fumetto 300 di Frank Miller, e poi persino il film, senza confrontarlo con il racconto delle Termopili che Erodoto fa nel libro VII delle sue Storie, così come mi sono fatto catturare dalle Uova del drago (Mondadori) di Pietrangelo Buttafuoco senza buttare nel camino le mie varie letture di storia della Seconda guerra mondiale.
Anche al professor Cardini sarà capitato di andare al cinema e in cuor suo sarà in grado di distinguere la fiction dalla storiografia, così come saprà che ogni scrittore è inventore del suo tempo e nel suo tempo. E forse ricorderà quanto scriveva Alessandro Manzoni, che pure sulla fiction storica s’interrogava con più di un dubbio, quando nel Dialogo dell’invenzione sosteneva che “chi dice che il poeta differisce dallo storico, in quanto deve inventare, dice quanto basta a quell’intento”. Ma più probabilmente la questione che tanto appassiona Cardini è un’altra. Perché quello che lo ha infastidito è la professione di fede antireligiosa di Ken Follett, quel raccontarci la sua «”onsapevolezza di tutto il male che può essere fatto in nome della religione”. Cardini è di tutt’altro legittimo avviso e ce lo spiega prendendola molto larga: rimandando dottamente ai suoi libri sul Medioevo, per poi concludere che i “mali del mondo” sono invece da attribuire alla “sete di guadagno, all’illimitata volontà di potenza delle élite economiche e finanziarie e dei loro complici executives”. Ah, ecco. Questo sì che è parlar chiaro.
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Di Andrea Romano - da Londra
L’appuntamento è davanti all’abbazia di Westminster. D’altra parte, come potrebbe essere diversamente? Ken Follett deve raccontare a Panorama il suo ritorno nell’Inghilterra medioevale, a pochi giorni dall’uscita del suo nuovo romanzo Mondo senza fine. Diciotto anni dopo I Pilastri della Terra, dieci milioni di copie dopo il successo mondiale di quel libro così diverso dai temi e dalle atmosfere dei suoi tradizionali best-seller, il maestro del thriller ci riporta nell’antico villaggio immaginario di Kingsbridge. E ancora una volta è un’ambiziosa storia di fede e passione, guerra e potere, amore e militanza. Ancora una volta Follett abbandona i confortevoli percorsi che fin dagli anni Settanta lo hanno reso celebre nel mondo, quelli della spy-story e del thriller di guerra, per misurarsi con l’impresa di raccontare al suo pubblico l’epopea di un gruppo di uomini e donne sullo sfondo del Medioevo inglese ed europeo.
A pochi passi dalle tombe dei sovrani che hanno regnato su un millennio di storia britannica, ci viene incontro un uomo che senza troppa fatica riusciamo a immaginare come una superstar della narrativa mondiale. Vestito di un completo nero Issey Miyake, stivaletti neri a punta e camicia bianca, scende da un taxi londinese ed esordisce così: “Sì, l’ho fatto di nuovo. Dopo tanti anni ho voluto scrivere un romanzo che riprendesse i luoghi e i temi dei Pilastri della Terra. Innanzitutto perché volevo provare a me stesso di esserne ancora capace, di poter scrivere qualcosa di così lontano da quanto avevo fatto negli altri miei libri. Ma anche perché il modo in cui la gente mi ha parlato negli anni dei Pilastri della Terra è stato radicalmente diverso da quanto è accaduto con il resto del mio lavoro. Moltissimi me ne hanno scritto come del libro più bello della loro vita, il che normalmente non accade per altri miei romanzi. C’è sempre stato qualcosa di speciale in quel libro, qualcosa che ho voluto ricreare in Mondo senza fine”.
E qualcosa di speciale deve effettivamente legare Ken Follett al villaggio di Kingsbridge, considerando che i primi capitoli dei Pilastri furono abbozzati alla metà degli anni Settanta da un allora giovanissimo giornalista-scrittore che doveva ancora conoscere il successo del suo primo best-seller La cruna dell’ago. Tanto che viene da domandarsi se in futuro Ken Follett sarà ricordato come l’autore di due (o più?) romanzi storici di scenario medioevale, piuttosto che come colui che ha reinventato il thriller spionistico di ambientazione novecentesca. Ma Follett non è uomo da indulgere facilmente al gioco dei posteri e con una sobria esibizione di disincanto britannico si dice “del tutto indifferente al giudizio che avranno di me tra mezzo secolo, innanzitutto perché non sarò qui a leggere quei commenti”. Eppure il pensiero di tanto in tanto deve sfiorarlo. “Perché in fondo mi parrebbe del tutto ragionevole essere ricordato soprattutto per avere scritto I Pilastri della Terra e Mondo senza fine. La capacità di durare nel tempo è la prova più autentica della qualità di un libro, come è accaduto con i Pilastri e come mi auguro accadrà anche con questo mio nuovo romanzo. È questa l’unica ragione per cui spero che i miei lavori continuino a essere letti anche dopo la mia morte, perché significherà che ho scritto buone storie in grado di reggere il peso del tempo”.
Difficile negare che Mondo senza fine abbia tutte le qualità per diventare una “buona storia”. L’antefatto è del 1327, due secoli dopo la fine dei Pilastri e nel pieno di un complesso passaggio di poteri alla corte d’Inghilterra. Nel bosco intorno a Kingsbridge quattro ragazzi assistono per caso allo scontro tra due sicari con le insegne reali e un cavaliere che fugge portando con sé una lettera preziosa. Com’è ovvio il mistero dell’agguato, del cavaliere e del messaggio sarà magistralmente sciolto alla fine del romanzo. Ma intanto quei ragazzi (i fratelli Merthin e Ralph, le bambine Caris e Gwenda) attraverseranno quasi quattro decenni di storia inglese partecipando da sponde diverse alle vicende del monastero e del villaggio di Kingsbridge. Sullo sfondo della guerra dei cent’anni e della spaventosa epidemia della Morte nera, che spazzò via circa un terzo della popolazione europea, ognuno di loro conoscerà un destino di cadute e risurrezioni. Il geniale Merthin diventerà il progettista dell’ardito ponte in pietra del villaggio prima di esserne allontanato, trovare fortuna a Firenze e tornare a Kingsbridge per misurarsi con l’impresa di aggiungere una nuova e spettacolare torre alla cattedrale che nei Pilastri della Terra era stata costruita dai muratori-architetti Tom e Jack. Il fratello Ralph, perfetta rappresentazione in negativo di Merthin, sarà dominato dall’ambizione di restituire alla famiglia di piccoli nobili decaduti lo status di un tempo. Mettendo al servizio prima del conte di Shiring e poi della corona le proprie capacità di spietato combattente, coltivando la violenza e l’arbitrio come strumenti di quell’ascesa sociale da cui finirà per essere travolto. Ma è soprattutto Caris, splendida figura di donna sempre tenace e appassionata, a dominare il romanzo sul filo di una vita davvero sorprendente. Durante la quale sarà dapprima una giovane e brillante commerciante di tessuti, capace di apprendere e sperimentare le tecniche di produzione più innovative del tempo; poi accusata di stregoneria e costretta a farsi suora; e infine badessa del convento di Kingsbridge, punto di riferimento nella lotta contro la peste prima di tornare alla vita civile come animatrice dell’ospedale del villaggio. Il tutto coltivando nel tempo la tormentata storia d’amore con Merthin, fatta di molti dubbi e molto sesso, anche negli anni del convento e anche con una consorella di lei innamorata, nella rivisitazione di quella passione tra Jack e Aliena che aveva tanto coinvolto i lettori dei Pilastri della Terra.
È una saga che Ken Follett ci descrive come “dominata dal tema del cambiamento e dei modi diversi nei quali le persone vivono le trasformazioni del proprio tempo. Tutto il Ventesimo secolo è stato ossessionato dal governo del cambiamento e ogni giorno la politica occidentale discute di questo. Ma anche nel Medioevo la questione centrale non era poi così diversa. In Mondo senza fine ho voluto descrivere un gruppo di uomini e donne alle prese con la rapida trasformazione del proprio universo. Nelle pagine del romanzo i protagonisti subiscono i mutamenti dell’economia e della politica: c’è una guerra, un’epidemia che attraversa le frontiere, nuove forme di commercio e produzione che mettono in discussione le convenzioni in uso fino ad allora. Alcuni di quei protagonisti si limitano a chiudere gli occhi, convinti che sia sufficiente continuare a fare quello che si era sempre fatto. Altri provano a cambiare se stessi per governare la trasformazione da cui sono circondati”.
Ecco che si intravede il profilo di quel militante laburista che è sempre stato Follett, forse meno vicino a quello della superstar letteraria capace di infilare un best-seller dietro l’altro ma certamente utile a spiegare molti aspetti di Mondo senza fine. Soprattutto quando si discute di scienza e religione. O meglio, di come gli uomini della Chiesa cattolica si comportano di fronte alla Morte nera e ai tentativi di frenarne l’avanzata con tecniche e accorgimenti che oggi avremmo chiamato scientifici. Perché se c’è una differenza clamorosa tra il nuovo romanzo e I Pilastri della Terra, questa è nella raffigurazione compattamente negativa che stavolta Follett riserva ai rappresentanti del clero. Il priore Godwyn è un puro concentrato di avidità di potere, abile manovratore di fazioni conventuali e lucido regista della superstizione popolare. Privo di scrupoli nell’opporsi con l’inganno all’attivismo economico degli abitanti di Kingsbridge, nel derubare le suore del loro piccolo tesoro per costruirsi un palazzetto privato che impressioni principi e vescovi, nel fuggire dinanzi alla peste abbandonando il convento insieme ai suoi frati. Insomma, tutto il contrario di quel priore Philip che avevamo conosciuto nei Pilastri della Terra, l’uomo sensibile e animato da una religiosità concreta e vicina ai bisogni della gente. Alla perfidia del priore Godwyn dobbiamo poi aggiungere una pletora di personaggi minori, tutti esponenti del clero e tutti macchiati da gradi diversi di turpitudine: vescovi impegnati a deflorare nobili pulzelle alla vigilia delle nozze e vescovi gay che chiedono favori sessuali ai loro giovani assistenti, sacerdoti sanguinari e frati che fanno affari sulla pelle dei malati di peste. Un’autentica devastazione in forma letteraria dei servitori della Chiesa, che ci spinge a immaginare un autore in lotta con Dio.
Cos’è accaduto in questi ultimi anni tra Ken Follett e la fede? “Niente di grave. La mia relazione personale verso la religione non è cambiata, dal momento che non sono mai stato credente. Ogni tanto vado in chiesa, ma solo perché mi piace assistere ai riti religiosi. Non credevo in Dio vent’anni fa così come non credo oggi. Ciò che è effettivamente cambiato è la mia consapevolezza di tutto il male che può essere fatto in nome della religione. È una coscienza che ho maturato nel tempo, ovviamente anche in ragione della diffusione del terrorismo fondamentalista. Non credo nemmeno di essere il solo a pensarla così. Non sono stato poi tanto sorpreso dai risultati di un sondaggio di pochi giorni fa, secondo cui il cinquanta per cento della popolazione considera la religione dannosa per la società”.
È una consapevolezza di cui si vedono bene i contorni in Mondo senza fine e soprattutto nelle lunghe e appassionanti pagine dedicate alla Morte nera, tra le più intense di tutto il romanzo per la capacità di rendere la potenza distruttiva di un’epidemia che brutalizzò l’Europa intaccandone la gerarchia dei valori spirituali. “Perché la peste rivelò a tutti la verità: il clero era completamente impotente, quel clero che fino ad allora aveva preteso di possedere la chiave del benessere terreno e ultraterreno dei fedeli. In realtà i preti non poterono niente di fronte a una malattia tanto devastante. E questo fu un terribile shock per la popolazione, moltissimi smisero di credere in Dio o quanto meno di guardare alla Chiesa nei modi in cui lo avevano fatto fino ad allora. Fu quel trauma a dare forza di popolo alla convinzione che la fede religiosa potesse alimentarsi di una relazione personale tra il credente e Dio, invece di essere sempre e necessariamente mediata dalla Chiesa”.
Se la grande moria della peste finisce secondo Follett per anticipare alcune delle motivazioni della Riforma protestante, le pagine di Mondo senza fine offrono al lettore un energico sostegno allo spirito scientifico. “Non credo che ci sia alcun dubbio sulla parte della barricata che scelgo nel conflitto tra scienza e religione raffigurato nel mio romanzo. D’altra parte nel corso dei secoli le ragioni della scienza hanno largamente prevalso su quelle della Chiesa, nonostante la resistenza anche recente dell’oscurantismo clericale. E penso che le origini di quel conflitto vadano rintracciate nel Medioevo, in particolare nella potenza rivelata dalla medicina scientifica dinanzi alla malattia. Perché gli effetti delle teorie mediche sulla nostra esistenza non sono astratte ma del tutto concrete. E mentre la teoria dell’evoluzione non ha alcuna conseguenza sulla nostra vita quotidiana, la scoperta dell’infezione batterica ha permesso di salvare la pelle a milioni di persone dimostrando che i pregiudizi antiscientifici della religione non avevano alcun fondamento”.
Quello di Follett è tra l’altro un Medioevo molto lontano dalla rappresentazione stereotipata di epoca immobile e priva di innovazione. Molti dei suoi personaggi sono alla ricerca di ogni possibile segno di novità, nelle tecniche di progettazione così come nel commercio e nell’industria. Si direbbe in particolare che un dinamico drappello di piccoli imprenditori attraversi Mondo senza fine, rivelando una fiducia nell’inventiva del capitale che Follett conferma con entusiasmo. “Sono assolutamente convinto che gli imprenditori siano creativi tanto quanto gli scrittori, i musicisti, gli artisti in generale. Perché anche loro devono usare continuamente l’immaginazione, riuscendo spesso ad arricchire la società oltre a se stessi. In Mondo senza fine ho voluto rendere evidente questa mia convinzione, raccontando del fitto intreccio di relazioni commerciali che quei coraggiosi commercianti tessevano in tutta Europa”.
E sempre a proposito di Medioevo e di stereotipi, anche se più recenti, è difficile non accorgersi dell’assenza da queste pagine di ogni accenno al Santo Graal, ai Templari, ai discendenti nascosti di Maria Maddalena. Insomma, da Mondo senza fine manca qualsiasi traccia di quella potente ondata di esoterismo pop che il successo del Codice da Vinci ha diffuso nella letteratura di massa degli ultimi anni. Non sarà che Ken Follett teme la concorrenza di Dan Brown? “Ci mancherebbe altro, ho letto Il codice da Vinci e l’ho trovato un capolavoro di suspense fin dalle primissime pagine. Un libro straordinario, molto diretto e molto coinvolgente. Detto questo, non ho il minimo interesse verso tutta la gran carovana rappresentata dalla stirpe di Gesù e Maria Maddalena, il Graal e via dicendo. Niente di grave, è solo che la mia immaginazione non ne viene attratta nemmeno per un secondo. Non credo a quei misteri né sono spinto a domandarmi se ci sia qualcosa di vero, sono il tipo di persona che si appassiona più facilmente al modo in cui gli uomini e le donne si innamorano, crescono i propri bambini, fanno soldi. Inoltre su questo sono ancora debitore verso il primo, geniale film dei Monty Python (Monty Python e il Santo Graal) che già nel 1975 avevano trattato quei temi con insuperabile ironia”.
C’è poco da fare, anche qui riemerge il pragmatico militante di un tempo. Attento alla vita reale degli uomini e delle donne in carne e ossa. Quello che forse un tempo avremmo chiamato uno scrittore progressista. “Perché no? È una definizione che non rifiuto affatto. Sono un progressista e con Mondo senza fine ho voluto scrivere un romanzo progressista”. Ed ecco dunque la politica, quella vera. Che Follett frequenta generosamente fin dai primi anni Settanta, sempre da membro attivo del Partito laburista, e che l’ha portato a scontrarsi in più di una occasione con Tony Blair. “È vero, mi è capitato di polemizzare con Blair. Ma il suo lungo governo ha fatto ottime cose per il paese e per la sinistra britannica, a cominciare dal radicale miglioramento dei livelli di lettura nelle scuole elementari per finire con l’introduzione del salario minimo. Ottime cose che non saranno dimenticate, nonostante il pessimo carattere personale che Blair ha dimostrato di avere. Comunque la sua leadership decennale è finita e non posso nascondere di avere tirato un profondo respiro di sollievo il giorno delle sue dimissioni. Oggi guardo con molta fiducia a Gordon Brown, apprezzo quanto ha realizzato in queste settimane e credo che potrà rivelarsi un leader di grande statura. Nello stesso tempo sono molto incuriosito dalla novità rappresentata da Nicolas Sarkozy. Se fossi francese avrei certamente votato contro di lui, ma oggi non posso non vederne tutta la carica innovativa. È sicuramente un uomo di destra ma non si può certo definire un conservatore. Al contrario, temo che in Francia la conservazione si annidi nel Partito socialista. D’altra parte è capitato anche in Gran Bretagna negli anni Ottanta, quando noi laburisti eravamo concentrati nella difesa del passato mentre Margaret Thatcher esprimeva una potente carica riformatrice”.
Un militante laburista di lunga data che non esita a riconoscere i meriti del thatcherismo di ieri e del Sarkozy di oggi. Con lo stessa serenità con cui guarda al proprio lavoro di scrittore e con la stessa sobrietà con cui spiega la sua visione di quella letteratura popolare di cui negli ultimi decenni è stato protagonista assoluto. “So bene che c’è una differenza con quella cosiddetta ‘alta letteratura’ che io non pratico. Ma la differenza che vedo io è soprattutto nel fatto che ‘l’alta letteratura’ non è molto popolare, nel senso che non viene letta da un alto numero di persone. E allora mi domando ancora oggi, come ho sempre fatto nel corso della mia vita, per quale ragione dovrei scrivere quel tipo di libri. Storie molto raffinate, popolate da personaggi dominati dal dubbio e dall’incertezza che si ritraggono di fronte alla realtà. Storie che normalmente vengono pubblicate per essere dimenticate subito dopo. Tranne pochissime eccezioni, come per esempio il grandissimo Marcel Proust che iniziò a essere apprezzato solo da morto. Ma si tratta per l’appunto di casi eccezionali. Mentre il mio desiderio più autentico è sempre stato quello di scrivere buone storie che siano lette e apprezzate da molte persone per molti anni. È quello che ho fatto finora ed è quello che vorrei continuare a fare in futuro”. Anche dopo Mondo senza fine? “Certamente, anche dopo Mondo senza fine. Sto già pensando a un nuovo romanzo che risponda alla stessa entusiasmante aspettativa con cui il pubblico ha atteso la pubblicazione di questo mio lavoro. Qualcosa di altrettanto grande, di altrettanto ambizioso”. Grande, ambizioso, entusiasmante. È la promessa con cui si congeda l’uomo che ha venduto nel mondo novanta milioni di copie dei suoi libri. E solo fino a oggi, s’intende.
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di Manuela Grassi
Narrato in inglese Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini dura 12 ore e 2 minuti ed è al terzo posto tra i 50 audiolibri più amati su www.audible.com.
Nell’epoca della riproducibilità tecnica più sofisticata si riscopre il piacere di ascoltare le storie. Negli Stati Uniti come in Germania il mercato è fiorente, da noi sta sbocciando. “Pubblicheremo 10-12 titoli l’anno a cominciare dal prossimo autunno” annuncia Antonio Riccardi, direttore editoriale libri della Mondadori. “È presto per fare esempi, ma pensiamo ai nostri best-seller: libri di stretta contemporaneità e alto gradimento”. Il consumo di cultura in Italia è cambiato, e forse il modello anglosassone, dove la versione audio esce spesso insieme all’hard-cover, non è così lontano. Nel catalogo Mondadori ci sono Ken Follett e Dan Brown, in quello della consociata Piemme, Khaled Hosseini.
“Abbiamo corteggiato per mesi i diritti di Hosseini, ma la Mondadori ha detto no” dice Cristiana Giacometti che con Maurizio Falghera anima dal 1997 Il Narratore. “Se i grandi editori decidono di aprire nuove strade, noi siamo felici. Abbiamo fatto sforzi enormi per trasformare l’audiolibro in un prodotto di qualità, scegliendo attori professionisti. Siamo sopravvissuti grazie a internet (www.ilnarratore.com) e adesso finalmente cominciamo a vedere i risultati”. Il pubblico è fatto da disabili, da bambini per i quali è importante ascoltare un racconto ben letto, da lettori forti con sempre meno tempo a disposizione.
Nel catalogo del Narratore, in Down-load mp3 e nelle librerie in cdmp3, testi di narrativa italiana (di sorprendente modernità i racconti di Grazia Deledda, La martora, La volpe, La cerbiatta), poesia, filosofia e narrativa straniera. In uscita tra giugno e luglio L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson e Tifone di Joseph Conrad.
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