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Mafia

“Un fatto umano”, la storia del pool antimafia raccontata attraverso i fumetti

Alessandro Parodi e Fabrizio Longo sono due degli autori di "Un fatto umano" (Credits: Giorgia Borneto)

Alessandro Parodi e Fabrizio Longo sono due degli autori di "Un fatto umano" (Credits: Giorgia Borneto)

Raccontare la storia del pool antimafia di Palermo, delle stragi, del rapporto Stato-mafia, di alcune tra le pagine più buie della storia d’Italia. In tanti l’hanno fatto attraverso un libro ma solo tre ragazzi hanno scelto di raccontarlo con i fumetti. Manfredi Giffone, Fabrizio Longo e Alessandro Parodi sono gli autori di Un fatto umano (Einaudi), un’opera che ha richiesto quasi sei anni di lavoro per disegnare l’assalto frontale che la mafia portò allo Stato tra gli anni Settanta e i Novanta. Ogni protagonista è stato riproposto con il volto di un’animale, da Riina e i corleonesi che diventano cinghiali passando per il pappagallo Buscetta e il cane Borsellino. Continua

Senza Padrini, la Sicilia che non paga il pizzo

Particolare della copertina - Credits: Tea

Particolare della copertina - Credits: Tea

È passato qualche anno da quando Confindustria Sicilia decise di espellere dalle proprie fila, oltre ai collusi con la mafia, anche tutti coloro che pagavano il pizzo. Una presa di posizione apparentemente scontata, ma che è stata invece una vera e propria rivoluzione copernicana per una terra che per interesse, paura o rassegnazione aveva imparato a considerare l’esborso in denaro come un passaggio obbligato per poter lavorare. Continua

Sulla strada per Corleone. Per scoprire che la mafia c’è anche in Germania

Sulla strada per Corleone (particolare della copertina)

Sulla strada per Corleone (particolare della copertina)

Tu chiamalo, se vuoi, Grand Tour. Sembrerà quasi una provocazione, ma nasce da lì l’idea di Sulla strada per Corleone, il nuovo libro inchiesta di Petra Reski pubblicato da poco da Verdenero.

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Nomi, cognomi e infami di Giulio Cavalli. Ridere di mafia è un atto d’onore

particolare della copertina - Credits: Edizioni Ambiente

particolare della copertina - Credits: Edizioni Ambiente

Altro che uomini. Mezz’uomini, forse ominicchi, forse meno. Sono i boss raccontati nel libro di Giulio Cavalli: Nomi, cognomi e infami (244 pagine, Edizioni Ambiente). È il boss Gaetano Badalamenti, detto Tano Seduto, che non riesce a sopportare la satira (e l’impegno politico) di Peppino Impastato. È Toto Riina, detto u’curtu, che nelle fiction televisive cavalca cavalli bianchi, mentre nella realtà è basso, paonazzo e non azzecca un congiuntivo. È Bernardo Provenzano, detto u’tratturi, il boss dei boss, che aveva un potere enorme ma era costretto a rintanarsi come un topo tra coppole, santini e canzoni dei Puffi.
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Baby Killer: le storie dei ragazzi d’onore raccontate da Giuseppe Ardica

Baby Killer: particolare della copertina del libro edito da Marsilio

Baby Killer: particolare della copertina del libro edito da Marsilio

Tra i tredici e i sedici anni si gioca a pallone o alla Playstation, si corre con il motorino lungo le vie del centro, si inizia a flirtare con le coetanee. Tutt’al più, l’illecito più grave che si può commettere è andare in giro con lo scooter per le vie del centro senza indossare il casco protettivo. Questo, nella maggioranza dei casi. Continua

Milano ordina uccidete Borsellino: la mafia e la ‘ndrangheta nel Nord

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - credits LaPresse

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - credits LaPresse

E se la morte di Borsellino fosse stata decisa nel capoluogo lombardo? Lo sostiene Alfio Caruso nel suo Milano ordina uccidete Borsellino.
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Catturandi, la squadra che bracca i latitanti mafiosi diventa un libro

La cattura di Bernardo Provenzano
È da poco uscito, pubblicato da Dario Flaccovio Editore, Catturandi. L’autore, di cui per ragioni di sicurezza vengono solo date le iniziali, I.M.D. è un poliziotto di 36 anni che racconta in prima persona cosa significhi operare all’interno della Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, una squadra d’élite creata esclusivamente per catturare latitanti mafiosi come per esempio Giovanni Brusca, Salvatore e Sandro lo Piccolo, Bernando Provenzano. Panorama.it ha incontrato in esclusiva l’autore.
La Catturandi è per molti un mito. È aperta a uomini e donne, ma che doti bisogna avere per farne parte?
Sicuramente sangue freddo ma non si deve pensare che sia una cosa da film. Il rischio chiaramente c’è, soprattutto nelle operazioni vere e proprie ma fondamentalmente quello che conta è l’attività di intelligence. È come se si giocasse in continuazione una partita a scacchi dove i mafiosi fanno una mossa e noi la nostra contromossa e viceversa. Quando per esempio abbiamo lavorato per la cattura del boss Lo Piccolo, i suoi per vedere se fossero seguiti si infilavano contromano in alcune strade a senso unico. Piano piano abbiamo capito la loro strategia e abbiamo piazzato telecamere all’uscita delle strade per tenerli continuamente d’occhio e farci portare al nascondiglio del boss. Alla fine lo abbiamo arrestato.
Nel suo libro dedica un ampio spazio ai pizzini ovvero quei messaggi su piccoli pezzetti di carta che, ad esempio, il latitante Provenzano inviava alla sua rete di contatti. Un puzzle stile Codice da Vinci?
Sì, proprio cosi, eppure sono un elemento fondamentale per la ricostruzione della verità. Provenzano per esempio nominava i suoi con alcuni numeri specifici. Ora, l’identificazione di questi numeri, la loro associazione ad un nome è stato importantissimo per arrivare alla sua cattura.
Come è cambiata la mafia in questi anni dal punto di vista della Catturandi?
La mafia si è parcellizzata, è diventata un’organizzazione costituita da più satelliti che sono in contatto fra di loro e che agiscono indipendentemente l’uno dall’altro nel rispetto di regole di base che sono ad esempio quelle di un limite territoriale ben definito, del riconoscimento delle gerarchie, dell’importanza del mantenimento delle famiglie di chi è in galera.
Lo Stato riuscirà prima o poi a sconfiggerla ?
È una questione di investimenti culturali e di risorse economiche e strutturali. Mi spiego meglio. Se a fianco di un’attività di repressione, che comunque va mantenuta (i latitanti, i mafiosi vanno catturati) si affianca un investimento culturale e quindi si cominciano a sostituire con lo stato i vuoti lasciati dalla mafia allora lì la vittoria è sicura. Se invece rimangono questi vuoti e la mafia vi si insinua allora in quel caso lo Stato non può vincere.
Lei ha partecipato a tanti blitz importanti, tra cui quello che ha portato alla cattura di Bernando Provenzano l’11 aprile del 2006. Che ricordo ha di quel giorno?
Il viso di Provenzano, i suoi occhi. Quando l’abbiamo catturato non ha battuto ciglio. Rispetto agli altri mafiosi che comunque in qualche modo hanno reagito, chi in modo aggressivo chi in modo passivo, lui invece è rimasto indifferente come se fosse riuscito ad isolarsi con la mente da quello che che stava accadendo, un vero padrino.

Occhio al nuovo James Ellroy: si chiama Don Winslow

L'inverno di Frankie Machine, di Don Winslow (Einaudi)
Di Manuela Grassi
“Che vitaccia” pensa Frank Machianno quando la sveglia trilla alle 3.45 del mattino. A 60 anni suonati è un uomo molto occupato: vende esche nel suo capanno sul molo di San Diego, rifornisce di pesce e biancheria i ristoranti in zona e, appena può, esce a fare surf. Un tipo a posto, con un passato da nascondere che riemerge violentemente quando un vecchio boss gli chiede un favore. L’inverno di Frankie Machine, il romanzo pubblicato dalla Einaudi che senza clamore di stampa e già arrivato alla sesta edizione, ha rivelato un nuovo autore americano di noir, Don Winslow. Una decina di titoli all’attivo, Winslow è diventato narratore dopo avere fatto l’attore, il regista, il manager teatrale e l’investigatore privato. Oggi vive con la moglie Jean e il figlio Thomas in un vecchio ranch vicino a San Diego ed è considerato all’altezza di firme come James Ellroy.
L’inverno di Frankie Machine parla della mafia della West Coast. Una mafia diversa da quella raccontata da Mario Puzo nel Padrino: niente liturgie siciliane, onore familiare da difendere, ma molti intrecci con il bel mondo e il potere politico. Alla vigilia del suo arrivo in Italia, dove sarà ospite del Courmayeur Noir in festival (dal 4 dicembre), Panorama ha intervistato Winslow.
Prima di tutto colpisce la sua scrittura, asciutta e incollata al personaggio come una videocamera. Dove ha imparato?
Non a scuola. Ho frequentato solo un corso di base di giornalismo investigativo, penso che il mio stile venga da lì. I miei maestri sono un’altra faccenda. In questo genere nasciamo tutti da Raymond Chandler e Dashiel Hammett ovviamente. Io ho imparato molto anche da John D. Macdonald, Charles Willeford e Jim Thompson. Tra i maestri contemporanei devo includere Elmore Leonard e James Ellroy.
Tra i suoi molti lavori c’è stato quello di investigatore privato. È da lì che nascono i suoi romanzi?
Raramente traggo ispirazione dai miei casi. Tuttavia certe tecniche che descrivo, gli stili di vita, i temi e i problemi sono frutto dell’esperienza.
Lei racconta la “Mafia di Topolino”, come è stata battezzata quella della California. Il suo libro è una risposta alla “roba siciliana pesante” del “Padrino”?
Sì, ho voluto raccontare una storia della mafia occidentale, in contrasto con la più nota mafia della East Coast, di New York. Il crimine organizzato californiano è come lo stato stesso: meno organizzato, più casuale, lo stile è “fatti i fatti tuoi”. Volevo anche scrivere un libro sul tramonto, sulla fine delle cose, ci voleva per forza una location a occidente.
Il suo è un racconto documentatissimo: come lo ha costruito? Giornali, archivi o testimonianze?
Tutte e tre le cose. Leggo tre quotidiani al giorno e sono un ricercatore avido ed entusiasta. Mi piace anche assorbire come una spugna i racconti di certe persone.
Il sesso ha un ruolo importante nel suo libro, come nei giochi della mafia californiana. Questa è una differenza importante rispetto alla mafia siculo-americana?
Il sesso occupa un posto decisivo sulla West Coast. Sarà perché in genere ci vestiamo poco, stiamo sulla spiaggia, o sarà per via del tramonto, non lo so. Ma la costa occidentale, specialmente la California del sud, dove vivo io, è molto aperta in materia di sesso. Penso che sia una cosa positiva.
Nella storia di Frankie Machine emerge anche un pezzo di storia americana, Jimmy Hoffa e il sindacato degli autotrasportatori, i Teamster, Richard Nixon. Il noir è un genere adatto per raccontare la nostra società?
A me piace raccontare le strette connessioni tra politica e crimine, e penso che la narrativa di genere sia un buon mezzo per fare arrivare alla gente episodi che altrimenti ignorerebbe. Purtroppo non è difficile trovare il noir nella storia americana recente.
Frank Machianno è un personaggio totalmente inventato?
Sì, sebbene io sia cresciuto con un sacco di tipi che avevano elementi del suo personaggio.
Michael Mann girerà un film tratto da questo romanzo, protagonista Robert De Niro: quando lo vedremo?
Frankie dovrebbe essere il prossimo progetto di Mann, dopo Public enemy. Conosco Mann, mi piace e lo ammiro, dunque sono molto curioso.
Condivide la passione del suo personaggio per la cucina e il surf? Anche lei, come Frank, si presenta sulla spiaggia con la sua tavola all’”ora dei gentiluomini”, quella di chi può permettersi orari comodi?
Sì, racconto la mia esperienza personale, anche se la realtà è diversa: non sono un asso, casco spessissimo dalla mia tavola da surf, poi vado a casa e mi cucino un pessimo pasto. Tra l’altro, molti dei piatti che pasticcio sono italiani. Mi dispiace (lo dice in italiano, ndr).
Può dire qualcosa dei suoi due romanzi Power of the dog e The Dawn Patrol che verranno presto tradotti dalla Einaudi?
Il primo è un racconto epico che copre 35 anni della cosiddetta guerra della droga. Segue le vicende di cinque persone, un agente della Dea, un signore della droga, una prostituta, un uomo di successo e un prete, e la loro battaglia per vivere decentemente in quello che fondamentalmente è un mondo indecente. Il secondo è un libro molto più leggero sui surfer di San Diego e su un investigatore privato che lavora soltanto il minimo per pagarsi il surf. Poi si imbatte in un caso che lo obbliga a crescere.
A proposito di Power of the dog, Ellroy dice che è “il più grande romanzo sulla droga che sia mai stato scritto”. Qual è il suo rapporto con Ellroy?
Il suo lavoro mi ha molto influenzato. Ho sempre ammirato il modo in cui non sfugge davanti ai grandi temi senza perdere l’intimità con i suoi personaggi. Non è solo un importante scrittore di noir, è anche una figura di rilievo della letteratura americana. Sono contentissimo di avere il suo stesso editore.
Il suo è un successo di passaparola o di critica?
Spero entrambi. I critici sono stati gentili ultimamente, ma la cosa che mi lusinga di più è che a qualcuno il mio libro sia piaciuto così tanto da consigliarlo a un altro: questo è il massimo.

Parole d’onore: parlano i mammasantissima

In tribunale
Le massime aspirazioni del siciliano sono tre: mangiare carne, cavalcare carne, comandare carne. Parola di Angelo Nicosia, parlamentare della Commissione Antimafia negli anni ‘60 e ‘70. Dopo la lettura delle Parole d’onore scritte da Attilio Bolzoni e da poco pubblicate da Bur-Rizzoli, nulla sembra più vero. Perché il giornalista siciliano non ha fatto altro che collazionare dichiarazioni dei più noti ed efferati mafiosi, e poi commentarle in modo asciutto e rigoroso.
Ne è venuto fuori un diagramma dell’Isola in parte ancora inedito e sotto traccia, e capace al tempo stesso di restiturci un ritratto, per così dire, “dal di dentro”, delle mille metamorfosi degli uomini di Cosa Notra. Con la novità, decisiva, che a parlare stavolta sono gli stessi mafiosi. Così, ad esempio, è Totò Riina a tracciare il ritratto del pentito e a dire che la “curiosità è l’anticamera della sbirritudine”; oppure è lo stesso Tommaso spadaro, noto in loco come Don Masino, ad autodefinirsi “il Gianni Agnelli di Palermo”. Dunque, i mammasantissima parlano. E parlano di un pò di tutto: di moralità e di famiglia, di affari e di delitti, di regole e di amori, di soldi e religione, di vita e di morte. Con un codice asciutto e di una coerenza così rigida e razionale da dare ragione a ciò che una ventina d’anni fa scriveva Leonardo Sciascia: e cioè che in Sicilia si nascondono i cartesiani peggiori.

La Sicilia delle stragi

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Una linea lunga di misfatti e di misteri italiani, dagli eccidi dei Borbone ai Fasci siciliani, dal primo dopoguerra a Portella della Ginestra, da Ciaculli a Viale Lazio, da Falcone e Borsellino fino alla bomba di via dei Georgofili a Firenze. Questo il percorso nel tempo della Mafia rivissuto da Giuseppe Carlo Marino, docente di Storia contemporanea all’Università di Palermo, nel suo volume La Sicilia delle stragi, Newton Compton Editori. Perché la geografia mai come in questo caso è diventato campo di battaglia della storia. La Sicilia, dunque viene rivissuta, nel suo concetto più profondo, quello di isola lontana dalla terraferma, il Continente appunto come ancora molti siciliani definiscono il resto del paese. E in questa isola nel corso degli anni la Mafia si è radicata fino a scuoterne le radici più profonde, assumendo, a seconda delle generazioni, fisionomie completamente diverse. Dall’eccidio di Portella della Ginestra nel 1947 dove si mescolarono banditismo e sindacalismo con personaggi dai risvolti avventurosi come Salvatore Giuliano fino ad arrivare allo stragismo che fece tra le vittime più illustri i magistrati Falcone e Borsellino. Quello che rende La Sicilia delle stragi un contributo interessante alla pur già abbondante letteratura dedicata all’argomento è il fatto di essere un volume polifonico. Giuseppe Carlo Marino ha raccolto testi di studiosi e scrittori, giornalisti, magistrati, testimoni autorevoli e bene informati. Quello che ne viene fuori è un mosaico narrativo in cui i veri eroi sono le vittime della Mafia, i singoli come la popolazione in difesa dei quali ancora tanto resta da fare.

Gli anni di piombo visti con gli occhi del cronista

Pistola P 38
Gli anni di piombo raccontati da un giornalista che per anni si è occupato di mafia. Quello che veramente ami di Riccardo Arena, Dario Flaccovio Editore, è un romanzo intinto nella cronaca dove i sentimenti dei singoli si muovono incrociandosi con i sentimenti del loro tempo. Panorama.it ha incontrato l’autore.

Perché ha scelto il 1977 per ambientare la sua storia? E perché Milano?

Perché era l’anno della giovinezza, mia e del nostro Paese. E poi perché, come recita il titolo di un’ottima, e per questo misconosciuta, trasmissione Rai dedicata proprio al ’77, quello fu “l’anno che non finì mai”. Ho provato io, allora, a immaginarne una conclusione. Milano l’ho scelta perché per me era il centro del mondo e poi perché è la città dei due personaggi esistenti che hanno ispirato la storia.

Alla sua sicilianità che posto ha dato, invece, nel romanzo?

E’ il sole della mia Isola e delle zone in cui ci sono le origini della mia famiglia: Vittoria, il Ragusano, territori in cui sono cresciuto e dove terrò sempre un pezzo del mio cuore.

Quanto le è servita la sua esperienza di cronista giudiziario nella costruzione della trama e dei personaggi? Ci può fare qualche esempio?

E’ servita, anche se scrivere un romanzo è cosa ben diversa dal fare un articolo di cronaca. Ho fatto dei cenni ad aspetti processuali, ho costruito la figura dell’avvocato di Soccorso rosso che però soccorre anche il protagonista-fascista…

Lei affronta nel suo libro lo scontro generazionale (il ’77 in opposizione alla seconda guerra mondiale). Perché? Cosa le interessava?

Volevo cercare di capire il perché di tanti contrasti tra la mia generazione e quella precedente, compreso ovviamente il contrasto tra me e mio padre. Non so se ci sono riuscito. Ognuno rivendicava la propria guerra e le proprie sconfitte e se le è tenute.

La violenza è sempre presente nel suo volume, come aria che si respira, come azioni che coinvolgono i personaggi. Perché? Crede sia una condizione alla quale l’essere umano è condannato? O solo in certi momenti storici?

Ho sempre creduto all’importanza della violenza nella storia e al fatto che i grandi rivolgimenti avvengono soprattutto con l’uso delle armi. Tuttavia questo è un libro fondamentalmente pacifista, sull’assurdità di tutte le guerre: quelle vere, cui partecipa il padre del protagonista, e quella non dichiarata, cui prende parte “il Tunisi”.

Ma il suo libro è anche una storia d’amore, un amore difficile. Anche questo sentimento è forse una metafora? Di cosa?

È la metafora dell’amore impossibile, tra una destra e una sinistra che si sono rivelate sempre, in ultima analisi, ottuse: non hanno capito cioè che la vera rivoluzione è fare qualcosa di unico, di sconvolgente, di veramente grande. Unirsi, ad esempio, buttando via i vecchi arnesi della retorica e di culture-non culture che oggi ci hanno portato al veltrusconismo. Come diceva, quel signore? “Questo di tanta speme oggi mi resta…”.

L’ultimo indizio di Piernicola Silvis: l’arresto del boss diventa romanzo

L�ultimo indizio
A metà tra romanzo autobiografico e giallo L’ultimo indizio di Piernicola Silvis, pubblicato da Fazi è, al di là della fiction, la cronaca fedele di uno dei fatti di più importanti della storia italiana degli ultimi venti anni. Cioè l’arresto, nel 1992, dell’allora numero due di Cosa Nostra, il boss Giuseppe “Piddu” Madonia, intercettato quasi casualmente durante una sua breve trasferta in Veneto. Le parole del romanzo fanno, così, precipitare il lettore dritto dritto nel 1992, anno terribilis per la lotta alla mafia, visto che in pochi mesi furono uccisi i giudici Falcone e Borsellino con relative scorte, permettendogli di rivivere atmosfere, brividi e anche retropensieri che fecero di quell’epoca un stagione in cui la paura si mescolava ogni giorno al sangue.

Silvis, investigatore di professione, è dirigente della Polizia di Stato, lo è anche nella scrittura. Che si compone seguendo un indizio dietro l’altro fino a creare una rete investigativa-letteraria nelle quali si rimane, da lettori, piacevolmente impigliati. L’autore, per sua stessa ammissione, da ragazzo avrebbe voluto fare il regista cinematografico. E il libro si snoda come una sceneggiatura. Così ecco Vicenza con le battute principali dell’operazione che conducono poi all’arresto del boss. E in contemporanea ecco anche Roma dove per tenersi lontano dai clamori dei flash Antonio Manganelli oggi capo della polizia coordina da lontano ogni momento dell’azione. Ma c’è anche spazio per storie parallele, più private, come la difficoltà a gestire i propri rapporti personali, l’amore per figli e l’amicizia per i colleghi di lavoro. Uno specchio della vita, insomma, quello che Silvis riesce a restituire. Dove anche la mafia deve fare i conti con la quotidianità.

Cronache di un cacciatore di mafiosi

Giovanni Brusca

Prima a colpi di indagine adesso a colpi di penna. La mafia la si può combattere anche così, semplicemente raccontandola. Figuriamoci poi se a farlo è un magistrato che ha fatto della lotta alla mafia un impegno esistenziale, oltreché professionale. Cacciatore di mafiosi. Le indagini, i pedinamenti, gli arresti di un magistrato in prima linea, di Alfonso Sabella, pubblicato dalla Mondadori è una cronaca dei più importanti fatti di cronaca legati all’emergenza mafiosa. Sabella, del resto, dopo i tragici attentati a Falcone e Borsellino nel 1992, ha cercato con tutte le sue forze di disarticolare il potere di Cosa Nostra facendo parte del pool di Palermo. Ha condotto alcune delle inchieste più difficili, sempre a contatto con Giancarlo Caselli, Procuratore capo a Palermo dal 1993 al 1999.
Nel libro, laddove finisce la cronaca, comincia la storia, visto che gli episodi di cui si parla appartengono ormai all’immaginario collettivo di tutto un paese che da secoli deve fare i conti con il potere della mafia. E così ecco evocata - stavolta non con gli atti di un processo ma con la forza della scrittura - la morte del piccolo Giuseppe di Matteo, figlio del collaboratore Santino Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido da Giovanni Brusca. E ancora, il rapporto tra il boss Leoluca Bagarella e sua moglie che si uccise durante la clandestinità, oppure la melodrammatica religiosità del boss Pietro Aglieri che era solito chiedere ad un prete compiacente di celebrare la messa nel suo nascondiglio segreto. Bagliori di cronaca che danno il senso di un’epoca e di un’emergenza. Purtroppo ancora aperta fuori dalle pagine del libro.

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