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Tecnologia, innovazione, ricerca? Macché, l’equilibrio geopolitico del XXI secolo si deciderà ancora a colpi di barili di petrolio. Il buon vecchio oro nero sembra destinato a continuare ad essere il vero ago della bilancia del potere nel mondo prossimo venturo.
Così almeno sostiene Gianluca Ansalone nel libro I nuovi imperi. La mappa geopolitica del XXI secolo, edito da Marsilio. Chi pensava che si andasse verso la ricerca di fonti alternative, in una corsa all’energia pulita e inesauribile che sembrerebbe indispensabile soprattutto per le grandi potenze di domani si dovrà ricredere. A farla da padrone saranno ancora per un bel po’ i vecchi combustibili fossili, con petrolio e gas naturale in testa. Chi saprà aggiudicarsi i giacimenti migliori acquisterà un indubbio vantaggio sulla scena politica mondiale.
“Per crescere”, scrive Ansalone, “il mondo brucia soprattutto petrolio: esso copre da solo quasi il 40 per cento della domanda globale di energia, con più di 80 milioni di barili al giorno”.
Ma quali cambiamenti politici dobbiamo aspettarci? “Uno scenario internazionale sicuramente meno lineare di quello che il mondo ha conosciuto nel XX secolo”, avverte Ansalone; “alcune parti del pianeta si troveranno a perdere la loro centralità; altre diventeranno il ‘cuore dei nuovi imperi’ o saranno imperi essi stessi”.
Quali saranno allora le aree-chiave nei prossimi decenni? Per esempio l’Asia Maior, “l’area geopolitica che va dal Caucaso ai confini con la Cina, bacino di ricchezze energetiche naturali senza pari e oggetto di desiderio e di contesa tra le grandi potenze”. La posta in gioco, avverte l’autore, è costituita in buona misura “dalla possibilità di accedere ai vasti giacimenti di idrocarburi di cui alcuni paesi della regione sono ricchi”. Soprattutto il Kazakhstan, ma anche il Turkmenistan e l’Uzbekistan. E sono molte le potenze, a cominciare dalla Cina, che stanno intessendo fitti rapporti diplomatici e commerciali con i cosiddetti “-stan countries” al fine di garantirsi una buona riserva energetica, essenziale alla crescita economica.
La Russia non sta certo a guardare anche perché tra i paesi più interessati a garantirsi una presenza nell’area ci sono gli Stati Uniti, l’unica vera superpotenza del XX secolo, quella cui tutte le potenze emergenti cercano di fare da contrappeso per superare l’attuale squilibrio.
Sicuramente il fattore demografico avrà un’influenza determinante nel fare di Cina e India due nuovi imperi. La Cina è definita come impero dell’hardware, non a caso il paese è considerato “la fabbrica del mondo”. L’India sarà un impero soft, che punta sui giovani, l’istruzione, la tecnologia, l’inglese, insomma sulla conoscenza. Poi ci saranno il Brasile, definito impero verde-oro perché, oltre al petrolio, investe anche nei biocombustibili (insieme agli Usa produce il 70 per cento dell’etanolo mondiale) e la Russia, che si distinguerà come impero energetico. Che ne sarà degli Stati Uniti? Definiti “impero senza impero”, resteranno la potenza con cui fare i conti ma dovranno, se non cedere lo scettro del comando, tenuto saldamente in mano dalla fine della Guerra fredda, almeno dividerselo (o, in una visione forse più realistica, contenderselo) con i quattro imperi emergenti.
Barack Obama. Elko, Nevada: il senatore dell’Illinois tra la folla
Quali sono le ragioni alla base dell’ascesa politica, dall’elezione a senatore alla corsa per la Casa Bianca, di un outsider che più outsider non si può? Prova a spiegarlo il volumetto Obama. La politica nell’era di Facebook, fresco di stampa da Marsilio, in cui Giuliano da Empoli traccia un profilo del candidato nel contesto dei cambiamenti sociali avvenuti gli Stati Uniti negli ultimi anni.
“Obama non è un politico, è una rockstar”, la riflessione su quello che potrebbe diventare il futuro presidente può partire da questa frase che compare a pagina 61 del godibile saggio, e ne riassume in pieno il senso. “Il senatore dell’Illinois”, spiega Da Empoli, “è l’unico che sia riuscito a far leva fino in fondo sulla cultura pop per proiettarsi nell’orbita della Casa
Bianca”.
E la sua ascesa è anche il frutto di un cambiamento che sta investendo la società americana nel suo insieme. Se infatti negli ultimi vent’anni la condizione socioeconomica della comunità nera è migliorata solo marginalmente, “il suo potere simbolico e culturale si è accresciuto a dismisura”. In un’America sempre meno Wasp, in cui l’Islam è la seconda religione più praticata, e in cui le previsioni dei demografi dicono che nel 2050 un cittadino su 4 sarà di origine ispanica, la storia personale di Obama ha una presa indiscutibile. Nato fuori dal matrimonio da padre kenyano e madre americana, ha vissuto in uno dei paesi più poveri del mondo, l’Indonesia, e studiato in una delle scuole migliori, Harvard. Insomma è la prova vivente che il sogno americano è vivo e vegeto: “un mulatto alto e magro con un nome improbabile e una storia familiare complicata che arriva fino alla soglia della Casa Bianca”.
Ma c’è di più; Obama è, nell’analisi di da Empoli, la traduzione politica di un movimento autobiografico di massa. Quello dei blog, di MySpace e di Facebook, quello in cui si riconoscono i cosiddetti Millennial, giovani nati negli anni ‘80 e ‘90, che lungi dall’essere indifferenti alle istanze civili, sono un elettorato attento ma non passivo. Vogliono partecipare e Obama sembra aver compreso alla perfezione questo desiderio e potrebbe perciò essere il naturale destinatario di gran parte dei loro voti (90 milioni, mica pochi).
Il libro adduce molte altre motivazioni per il successo di Obama: l’empatia, il soft power, la meritocrazia, il superamento della politica del muro contro muro di cui sono ancora in parte prigionieri gli ex-sessantottini come Hillary Clinton, l’apertura alla fede come “vettore di trasformazione sociale”, che potrebbe consentirgli di rubare voti ai repubblicani che tanto hanno puntato in passato sulla religione. E naturalmente il ritorno all’ottimismo e alla speranza. “Sarebbe stato più ovvio, per un democratico, gridare alla catastrofe e denunciare le malefatte dell’amministrazione Bush”, spiega da Empoli. Ma “Obama ha scelto una strada diversa in linea con la grande tradizione progressista di Franklin Delano Roosvelt”. Un personaggio da cui, secondo l’autore, la politica italiana, vecchia, ingessata, orfana delle ideologie e poco attenta ai giovani, avrebbe qualcosa da imparare.
Abbiamo chiesto a Giuliano da Empoli se pensa che Obama possa vincere queste elezioni, e se qualcosa è cambiato con l’aggravarsi dell’attuale crisi finanziaria. Ci ha risposto così: “Credo che negli Stati Uniti si stia chiudendo un ciclo che si è aperto un quarto di secolo fa con l’elezione di Ronald Reagan e l’inizio della deregulation. Inoltre, credo che Obama incarni molto meglio di McCain il volto di una nuova America, meno girata verso la vecchia Europa e più proiettata sul Pacifico. La crisi delle ultime settimane rafforza ulteriormente la sensazione che l’elettorato Usa sia intenzionato a dare una svolta”.

Nino D’Attis, Mostri per le masse (Marsilio) - Particolare della copertina
Mostri per le masse (Marsilio € 16, pp. 240) di Nino D’Attis è un romanzo col turbante. È perturbante, conturbante e disturbante. A prima vista sembra un giallo dai tratti horror: 2005, a Roma alcuni efferati omicidi di stampo satanico sconvolgono la città, già scossa dall’agonia di Wojtyla. Un poliziotto si mette sulle tracce del colpevole intenzionato a portare a termine l’indagine a ogni costo. Con il passare dei paragrafi e dei capitoli si comprende che la prima vista inganna facilmente. La detection è puro pretesto, semplice cornice per descrivere una discesa agli inferi. Non ha alcuna rilevanza l’identità dell’assassino, il meccanismo narrativo ben presto si inabissa verso profondità insondabili, come un televisore che comincia a trasmettere immagini via via sempre meno nitide, con interferenze lampo, effetto neve e rumore bianco, Mostri per le masse si trasfigura nel corso della lettura. Una scrittura secca eppure speculativa, lineare eppure confusa, volutamente confusa. Il romanzo è perturbante nell’accezione freudiana del termine: “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” e D’Attis mette in scena l’orrore del quotidiano. Il disagio che la figura dell’ispettore Graziano Vignola ispira nel lettore non è dovuto semplicemente al fatto che sia uno sbirro corrotto e depravato ma dalla sensazione che la sua corruzione e la sua depravazione siano naturali, innate e inevitabili in ciascuno di noi. È conturbante perché ha una corrente erotica perversa che non smette di ronzare mai ed è disturbante, infine, perché fa sentire sporco il lettore come non succedeva dai tempi di Poppy Z. Brite e del suo Cadavere Squisito.
Se non bastasse, c’è di più. Mostri per le masse sembra rientrare in un grande romanzo collettivo che alcuni scrittori, inconsapevolmente o no, stanno scrivendo assieme. In quest’ottica non sarebbe un caso, o un semplice attestato di stima da parte dell’autore, che uno dei personaggi del libro di D’Attis stia leggendo Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo. Mostri per le masse racconta il tempo presente, racconta una Roma e un’Italia il cui passato prossimo si può leggere nel lavoro di De Cataldo o in Confine di Stato di Simone Sarasso, per citarne solo due. Il denominatore comune in questo caso è il caos veicolato da armi di distrazione di massa. Un elemento da sempre presente nella storia del paese semplice, che però solo D’Attis, per il momento è riuscito a descrivere con ferocia caotica (per l’appunto) eppure con precisione chirurgica. Non importa se le visioni di Mostri per le masse siano pura fiction o se siano cronaca, importa solo che in qualche oscuro, ribollente e sgraziato modo rispecchino l’anima collettiva di questa nazione.
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Pan (Marsilio, (464 pp. € 19) non è un romanzo facilmente inquadrabile, e questo, oltre alla qualità narrativa, depone a suo favore. Francesco Dimitri, classe 1981, appassionato di esoterismo, un paio di romanzi e di saggi alle spalle, fa di Roma lo scenario di un’avventura a cavallo tra le visioni di Tim Burton, Neil Gaiman, James Matthew Barrie e le ossessioni di HP Lovecraft, spostando così il confine tra sogno e realtà verso zone selvagge e buie, laddove fanciullezza, meraviglia e terrore confinano. I bambini perduti di Dimitri si muovono in una capitale stregata fatta di ombre, di orrori invisibili, di truce quotidianità, di goia anarchica e crudele.
Pan, ci viene in ausilio il vocabolario, è narrazione panica in quanto relativa al dio Pan, a una forza primordiale e al timore di un pericolo che turba l’animo innescando comportamenti incontrollabili.
Con Pan, la narrativa italiana riprende quel dialogo particolare con il fantastico e con il meraviglioso che negli ultimi tempi si era perso, sommerso da altri generi, Fantasy compreso. Andrebbe la pena ricordare, a volte, che “chi alla Meraviglia chiude gli occhi, di Morte sente tredici rintocchi”.
Abbiamo incontrato Francesco Dimitri.
Che “oggetto narrativo” è Pan?
Un romanzo, uno di quelli identificatissimi. Non credo per niente nella confusione tra saggi, romanzi e “oggetti narrativi non identificati” vari. Di più: la trovo disonesta, una fegatura travestita da esperimento. Voglio sapere che roba compro. È come con il cibo: mangio di tutto, ma mi piace sapere cos’è. Se ordino un topo arrosto e mi danno caviale, mi incazzo. Ho ordinato topo, voglio topo. L’importante è che sia arrostito bene.
Perché ha scelto Roma per ambientare la vicenda?
Io sono arrivato a Roma a diciotto anni, venendo dalla provincia di Taranto - non so se mi spiego. E l’impatto con una città del genere ti segna. Se Milano è come Metropolis, Roma somiglia a Gotham City: sporca, lurida, confusionaria, classista nel midollo, piena di gente che tira a fregarti. Eppure puoi scoprire un Mitreo sotterraneo vicino casa, puoi fare un giro a Monti e avere la sensazione di essere finito a Frittole, puoi andare a Villa Ada e trovare un vero e proprio bosco dentro la città. È un set ideale per il mio tipo di storie. Ed è un set che conosco, quindi mi è più facile mitologizzarlo, agguantare la città nella realtà consensuale e spingerla a tradimento nell’immaginario.
Quanto ha inciso il suo interesse per l’esoterismo nella stesura della storia?
Molto, anche se forse più come mood che altro. Per colpa di guru lampadati e tantrismo pret-a-porter, il pensiero magico è oggi frainteso in modo estremo. Me ne frega molto poco della cronaca - non dico che interessarsene sia sbagliato, dico solo che io preferisco fare altro. Se devo scegliere tra usare il mio tempo per farmi un’opinione seria sul programma politico di Berlusconi o farmela sul futuro della nobile casata Stark (chi legge Geroge R.R. Martin capirà), preferisco gli Stark, grazie tante. Mi interessano i miti, le storie, anche più della cosiddetta realtà - che poi altro non è se non il mito dominante, intessuto nella struttura stessa della tua lingua naturale. L’idea che sia “più reale” di altre storie non è solo sbagliata: è un inganno ontologico. Questa visione del mondo come tessuto di storie, che in più di un senso è magica, credo emerga da ogni cosa che scrivo.
Terrore e meraviglia, macabro e fanciullesco vanno d’accordo?
Pochi hanno davvero letto il Peter Pan di James Barrie. È un libro terribile. Peter Pan è egoista, schizoide, violento, i Bambini Perduti per prima cosa tentano di accoppare Wendy. E questa è l’ultima frase: “E così via via avverrà, sempre, finchè i bambini saranno spensierati, innocenti e senza cuore.” Ecco, se non vi mette un brivido, non so cos’altro possa farlo. Nell’immaginario contemporaneo abbiamo fatto ai bambini la stessa cosa che abbiamo fatto alle fate: essendo creature pericolose, li abbiamo ridotti a esserini di polistirolo da rimbambire con dosi massicce di Melevisione. Il punto è che i bambini hanno avuto meno tempo per intessere le loro vite nella storia dominante e quindi sono aperti alle alternative: alla possibilità che la vicina di casa, che quel pagliaccio, che sembra un mostro, be’, sia un mostro. E hanno avuto meno tempo anche per convincersi che l’uomo sia un animale mite ancorchè un po’ sopra le righe. E quindi non hanno paura di affrontare il mostro con tutte le armi che servono - senza le fighettate da pensiero debole che si usano per coprire la paura. Appunto, terrore (mamma mia, è un dèmone!), meraviglia (che splendore - esistono i dèmoni!) e macabro (ok, splendido, ma vogliamo farlo fuori sì o no?) - in un certo senso dobbiamo davvero riscoprire il bambino interiore, come dicono gli psicologi da talk show. Il punto è che non è detto che quello che scopriremo ci piacerà.
Quali sono gli scrittori cui è debitore?
Tantissimi. Il principale credo sia Clive Barker, uno dei più grandi scrittori viventi, anche se in Italia è poco conosciuto e ancor meno letto. Il New York Times lo ha paragonato a Pynchon, ma per quanto mi riguarda Barker vince di parecchie lunghezze: un visionario capace di scombussolare il tuo mondo da cima a fondo. Poi c’è Tolkien, che ho letto e riletto in ogni salsa, e che con Il Signore degli Anelli mi ha fatto pensare, in quinta elementare, ‘io da grande voglio fare lo scrittore’. È un autore immenso, anche se credo di essere molto lontano da lui.
E tanti altri, lo Steinbeck più cazzone (quello di Pian della Tortilla e La Corriera Stravagante), Ann Rice quando scrive di sesso, Stephen King quando delinea personaggi… tendo a studiare molto gli autori che mi piacciono.
Pan ricorda il presupposto di American Gods di Gaiman per cui alcune divinità / enti soprannaturali tornano sulla terra….
Chiarisco subito due cose. La prima è che trovo American Gods un libro stupendo - forse il migliore di Gaiman, che è uno scrittore che seguo fin dai tempi di Sandman. La seconda è che, se American Gods vi è piaciuto, non è detto che vi piaccia Pan: sono libri molto diversi. Gaiman è uno scrittore pulito, che fa meccanismi a orologeria. Io sono più carnevalesco e rumoroso. Lo dico giusto per onestà.
Comunque, credo che il “ritorno dell’Incanto” sia un tema nell’aria, per motivi culturali complessi. Di recente ho letto una trilogia che non conoscevo, inedita in Italia, di Mark Chadbourn, che racconta del ritorno in Inghilterra degli dèi celtici. Il tono e la storia non c’entrano nulla con quelli di Pan, ma la premessa è quasi identica, e ne sono rimasto colpito. Credo che stiamo vivendo la fine di un certo scientismo superstizioso, e che altre forme di pensiero stiano riemergendo - e questo è un bene. Vari alfieri del vecchio ordine, come Richard Dawkins, dimostrano una superficialità desolante nel non capire che il ritorno di un pensiero mitologico (il ritorno degli dèi, se vogliamo) non significa la morte della scienza - significa una nuova polifonia. Se ragioniamo in termini di “credere” e “non credere”, perdiamo uno dei più bei nuclei di Meraviglia del nostro tempo.
Pan è un “fuori collana” per Marsilio, come si è trovato con la casa editrice veneziana (anche alla luce delle esperienze precedenti)?
Benissimo. Sinceramente, non pensavo che sarebbe andata così liscia: avevo in mente un libro molto forte, e temevo che avrei avuto problemi. Loro mi hanno garantito autonomia totale e poi (Meraviglia!) me l’hanno concessa davvero. Pan è un libro strano, per certi versi rischioso, soprattutto in un catalogo come quello Marsilio. Pubblicare il romanzo di una giovane ragazza che parla del suo ombelico sarebbe stata una scelta più ovvia, ma non l’hanno fatta. Insomma, se il libro fa schifo, non potrò dire che è colpa dell’editor (e la cosa mi dà quasi fastidio, è bello avere qualcuno da incolpare). Quanto al passato, so di essere stato fortunato, rispetto a tanti colleghi. Sia con Gargoyle che con Castelvecchi mi sono trovato bene: poi, è fisiologico che le esigenze cambino e alcune strade si allontanino.
Cosa ne pensa del panorama attuale della narrativa italiana?
Domanda imbarazzante, perché se rispondo “ne penso male” dò l’idea di essere presuntuoso, e se rispondo “ne penso bene”, mento. Allora sarò sincero: in linea di massima, la narrativa italiana contemporanea non mi interessa. È un panorama ombelicale, privo di fascino e meraviglia. Non sopporto Montalbano e soci. Gomorra non sono riuscito a finirlo (sono un appassionato del Padrino di Puzo: mito, non cronaca, che per quella ci sono i giornali). Baricco anche, ma l’ho adorato quando si è scagliato contro i suoi critici. Intendiamoci, ci sono varie cose che mi piacciono - Confine di Stato, La Strategia dell’Ariete, tutto Eymerich (con i crescendo e i diminuendo tipici di ogni serie), e tanti altri. Ma non fanno sistema. Io cerco visioni alternative alla realtà consensuale, non necessariamente ‘fantastiche’ in senso stretto, ma particolari - alla John Fante, per dirne uno, o alla John Kennedy Toole. In Italia queste visioni scarseggiano: i nostri scrittori, troppo spesso, si sforzano più di fare libri intelligenti che di fare bei libri.
E dell’esplosione del Fantasy made in Italy, ora che anche Einaudi ha aperto le sue porte al genere?
Penso che dobbiamo stare attentissimi. Il mio professore di cinema all’università una volta mi disse che il problema italiano è che organizziamo l’industria culturale per filoni e non per generi. Il genere è un meccanismo di produzione. Il filone è una cosa che scavi fino a che non la esaurisci. Ecco, io vedo il rischio della ‘filonizzazione’, che è quanto di peggio possa capitare a un genere, perchè lo affossa per sempre o quasi (vedi alla voce Spaghetti Western). Dobbiamo stare molto, molto attenti a evitare il filone. Detto questo, spero invece di far parte di una rivoluzione del genere che parte dall’Italia e dimostri anche all’estero che cosa possiamo fare: con un mio vecchio libro sono arrivato sul mercato spagnolo, ma il mio sogno è raggiungere quello inglese. Un paio d’anni fa parlavo a un editore di alcuni progetti, e mi sentii dire che “il fantasy in Italia non vende, specie se scritto da Italiani”. Io dicevo che era solo questione di tempo. E adoro avere ragione.
Per la prima volta, un’ex bambina soldato racconta in un libro la sua storia: lancinante, quasi incredibile nella sua durezza. Da quando a nove anni venne strappata alla famiglia e internata in uno dei campi di reclutamento dell’”esercito di resistenza” del suo Paese, l’Uganda, a quando nel 1999, grazie all’intervento delle Nazioni Unite, riuscì a scappare riparando in Sudafrica. Durante gli anni nell’esercito le fu dato un nuovo nome, “China”. Le venne messo in braccio un fucile, ordinandole di sparare e uccidere. Nessun sopruso le fu risparmiato, tanto che lei oggi dice “Non so nemmeno più contare quanti uomini abbiano abusato del mio corpo quando avevo quindici anni. Questo è il ricordo più difficile con cui convivere”.
L’incubo durò dieci anni: dopo l’addestramento fu impiegata come guardia del corpo di un alto funzionario del regime di Yoweri Museveni (tuttora presidente dell’Uganda), poi fu trasferita alla polizia militare.
Il libro di memorie di China Keitetsi, Una bambina soldato, che porta l’eloquente sottotitolo “Vittima e carnefice nell’inferno dell’Uganda”, è arrivato da poche settimane nelle librerie italiane, per la casa editrice Marsilio. L’autrice racconta nella prefazione che per lei scriverlo è stato come una liberazione: “Iniziai a scrivere, tra le lacrime, e più andavo avanti più mi sembrava impossibile riuscire a smettere di piangere. Allo stesso tempo, però, vedevo accadere anche qualcosa di diverso: man mano che le parole passavano sul foglio, mi sentivo più leggera, più libera, e avevo bisogno di continuare”. Mettere nero su bianco la sua esperienza non è stato facile: “Mi riusciva difficile immaginare che io, China, io che mi consideravo come un esserino senza alcuna importanza, niente di più che una cartaccia da buttar via senza degnarla di uno sguardo, all’improvviso fossi capace di scrivere un libro”. Ma ci è riuscita: “Scrivevo con l’unico obiettivo di liberarmi dai pesi che continuavano a gravarmi sul cuore”.
China adesso vive tra la Danimarca e il Ruanda, dove ancora abitano i suoi parenti scampati alla guerra civile. Ha scelto di non seppellire il suo passato, di non dimenticare: è voluta anzi diventare l’”avvocato” di quelle centinaia di migliaia di bambini che ancora combattono negli eserciti del Terzo mondo. La sua missione è proprio parlare delle infanzie violate, delle aberrazioni che i bambini soldato sono costretti dai loro aguzzini a commettere e a subire.
China Keitetsi è stata invitata a parlare alle Nazioni Unite, all’Unesco, al Parlamento tedesco. Ha creato un’associazione per aiutare gli ex bambini soldato come lei e oggi è anche ambasciatrice dell’Unicef. Sul suo sito ufficiale l’home page è un inno alla speranza: accanto alla foto del suo viso sorridente c’è la scritta “Il passato è passato… E il futuro è cominciato!”.
China Keitetsi
Autrice del libro “Una bambina soldato” (ed. Marsilio)

Più di mille anni fa, l’imperatore Taizong della dinastia Tang aveva affermato: “L’acqua sostiene la barca; ma l’acqua può anche affondare la barca”. Il viaggio dei giornalisti cinesi Chen Guidi e Wu Chuntao all’interno delle campagne dalla provincia dello Anhui, nell’est del Paese, li ha portati ad un’amara conclusione: in Cina, oggi, è la barca che rischia di affondare l’acqua. Barca ed acqua sono due metafore che simboleggiano, rispettivamente, governo e contadini.
Può la barca affondare l’acqua? (Marsilio) è, secondo il giornalista Federico Rampini che ne firma la prefazione, “un atto di accusa contro il potere politico” scritto da due autori che in tre lunghi anni hanno visitato e condotto interviste in più di 50 città dell’Anhui, scoprendo alcuni dei milioni di casi di umiliazioni, omicidi, torture e sfruttamento cui i contadini sono stati sottoposti, nei soli anni ‘90, dai funzionari pubblici dei rispettivi villaggi.
Pubblicato a fine 2003, il testo è stato tradotto in italiano solo nel 2007. Inizialmente il reportage di Chen Guidi e Wu Chintao godette di un inaspettato successo anche nella Repubblica Popolare Cinese, dove divenne oggetto di dibattiti e talk show sulla condizione contadina nel Paese. Ma solo pochi mesi dopo il libro venne censurato e ritirato dalla distribuzione. Tuttavia, si stima che nel Paese siano state vendute almeno otto milioni di copie-pirata. Gli autori non si sentono degli eroi. Ritengono di aver fatto il loro dovere di giornalisti “dando voce a chi non l’aveva”. E l’amarezza e la tragicità della situazione descritta lasciano anora spazio a una speranza: come “ogniqualvolta un villaggio oppresso è riuscito a ottenere visibilità sui mass media le sue chances di tutela sono migliorate”, ecco che la circolazione di Può la barca affondare l’acqua? potrebbe far sì che, alla fine, la risposta al particolare quesito resti negativa.
Book trailer, il nuovo modo di fare promozione ai libri, con uno spot. In Olanda, ormai da anni, questo genere di video vengono proiettati sulle pareti delle librerie. In Italia, con un po’ di ritardo su Usa e resto d’Europa, questa forma multimediale di spot si sta affermnando lentamente. Soprattutto sul web.
A dare il via a questa pratica anche nel nosro Paese è stata la casa editrice Marsilio. “Abbiamo cominciato a produrli nel 2005″ spiega a Panorama.it il direttore editoriale Jacopo De Michelis “inoltre, pochi mesi prima, il concorso Ciak si legge, indetto dalla rivista di cinema Ciak, aveva invitato giovani filmmaker a realizzare brevi trailer ispirati a libri: si trattava di book trailer in fase embrionale. E poi ci siamo ispirati ad alcune esperienze viste negli Stati Uniti dal ‘94-’95″.
Attraverso quali mezzi diffondente i book trailer?
Youtube è senz’altro il principale. Poi, oltre all’invio di newsletter, a volte sono creati siti ad hoc o partnership. Ad esempio l’anno scorso due video sono stati realizzati in collaborazione con l’Istituto Europeo di Design (IED) di Milano. Comunichiamo le nostre iniziative ai siti con cui siamo in contatto, a siti letterari, a blog sul marketing alternativo. Contiamo molto sull’effetto virale: i contenuti in Rete si autodiffondono.
Pensate di farli passare anche in tv?
Assolutamente sì. Con il digitale terrestre ci potrebbe essere una piccola apertura ai book trailer, se fosse possibile ne saremmo contenti. Sarebbe interessante diffonderli anche nei cinema, nelle postazioni video in aeroporti, stazioni o metropolitante, ma il nostro limite sono i costi.
Tutti i vostri libri diventano book trailer?
No, scegliamo i libri che ci sembrano più adatti, diretti ai giovani, anche per via della diffusione dei trailer sul web, più alla portata di chi è sotto i vent’anni. La scommessa è cercare di conquistare quel pubblico che è portato alla lettura ma non legge molto. La realizzazione di un book trailer però è onerosa, anche se finora abbiamo trovato soluzioni sempre a poche migliaia di euro. Bisogna pertanto trovare una serie di circostanze positive, non ultimo l’interesse dell’autore del libro.
L’autore ha una sua influenza sulla realizzazione?
A volte sì, a volte no. Dipende dai casi. A Simone Sarasso, ad esempio, piace molto il cinema e ha subito gradito l’idea, partecipando attivamente. Ancora non ci sono metodologie consolidate. Per il book trailer del suo Confine di Stato abbiamo cercato di essere semplici ed efficaci, usando immagini documentaristiche. Lo scrittore ha aperto anche un blog, per avere un rapporto diretto con i lettori, ed è interessante leggere come scrive sul web un autore che pubblica per la prima volta un romanzo.
Chi gira i vostri book trailer?
Il primo, Baciami, Giuda, è stato fatto da un gruppo di ragazzi, i Bonsaininja Studio, allora agli esordi della loro attività. Altri li abbiamo realizzati con lo IED. La cosa più lineare sarebbe rivolgerci costantemente a un’agenzia. Ma i costi non ce lo permettono perciò ogni book trailer ha una storia a sé.
Avete verificato riscontri nelle vendite?
È difficile quantificare se con i book trailer sono aumentate o meno le vendite. Non disponiamo degli strumenti per farlo. Di sicuro ci sono molto commenti favorevoli e siamo riconosciuti come i pionieri in Italia. Recentemente sono stato contattato da alcuni studenti che stanno realizzando un tesi di laurea proprio i book trailer: questo è indicativo dell’interesse che suscitano.
Prossimo book trailer che realizzerete?
Abbiamo il progetto, però ancora da sviluppare, di organizzare una specie di concorso: scegliere 5-6 nostri libri e invitare chiunque a trarne book trailer. Selezioneremo il vincitore che sarà usato come video promozionale.
LEGGI: Anche i libri hanno lo spot. Sul web (con i VIDEO)
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