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maternità

Particolare della copertina - Credits: Nutrimenti
“Non voglio che vada così. Non ce la faccio ad avere un bambino adesso…”, dice la protagonista che ha davanti a sè un cammino difficile da fare e una maternità che non sa come vivere.
Perché L’amore imperfetto è la storia di una donna lasciata da suo marito in una casa vuota. Quella casa che avevano scelto per il loro futuro. Ma la vita, lo sappiamo, riserva spesso brutte sorprese. Come accade alla vita falciata di Edoardo. Ma che passa, inconsapevole, il testimone di questo amore fallimentare al loro bambino. Gioia, la protagonista e futura madre, parla poco. O forse è rimasta solo senza parole. Trasferisce così il suo amore imperfetto al piccolo Francesco. Con il quale crescerà lungo il cammino della vita. Imparando solo dopo un lungo percorso ad amare e ad essere madre. Un dolore che si riflette nel linguaggio, nelle sospensioni che accompagnano i dialoghi. Continua

(Credits: Ansa/Tedeschi)
Prendete un’intervista di una testata qualsiasi a una attrice, da poco diventata mamma, che vi spiega il suo senso di maternità. Una qualsiasi. Non è difficile prevedere che vi racconterà uno scenario zucchero e miele, dove tutto fila liscio, lei riesce ad associare la vita di puerpera a quella dello star-system, perché “ciò che conta sono innanzitutto i valori”. Continua

Particolare della copertina del libro di Claudia de Lillo
Partiamo dai numeri: cinque milioni di contatti e una media di circa cinquemila visite giornaliere. Cifre considerevoli, che diventano dati da capogiro se paragonati all’universo dei blog italiani. Continua
C’è chi proprio non riesce ad abituarsi, chi cade in depressione e chi invece è continuamente al settimo cielo. Essere madre oggi è un’esperienza a 360 gradi che coinvolge tanto il genitore quanto il figlio in un turbine di emozioni e sentimenti spesso non facili da sbrogliare. Ad individuare un ordine nella matassa ci pensa adesso una mamma di professione, Silvia Colombo che con il suo Confessioni di una mamma pericolosa, Fazi editore, offre la sua esperienza personale condita con molta ironia. Ne viene fuori una pedagogia spericolata, come è la stessa autrice a definirla. Anche perché la Colombo di figli non ne ha avuti uno ma due e tutti e due allo stesso momento visto che il suo parto è stato gemellare. Il libro comincia subito dopo la nascita delle due bambine e racconta senza imbarazzo le mille traversie di una madre che vive in una città grande e difficile come Milano. Le difficoltà iniziali mettono dunque alla prova la Colombo e tutte le potenziali lettrici del suo libro. Le levatacce notturne per la poppata, che in questo caso vanno moltiplicate per due, lo stress di essere aiutate dai nonni, la perdita di privacy e di spazi personali. Poi le bambine crescono e i problemi semplicemente cambiano di forma e nelle sfumature ma uguale resta il coinvolgimento fisico ed emotivo di chi da genitore deve comunque condurre il gioco. Anche perché l’idea di fondo è che la famiglia sia tutto fuorché democratica. Da un lato loro i marmocchi, che diventeranno adolescenti e poi piccoli uomini, dall’altro i genitori, che sono adulti e che diventeranno vecchi. In una dinamica del genere il movimento dare avere è sempre unidirezionale, ci ricorda l’autrice. Ma alla fine tra esercizi di acrobazia quotidiana a spuntarla è una sana gioia di vivere che riesce ad avere la meglio su tutto.

Di Mario Desiati
All’ultima Fiera del libro di Francoforte, nell’autunno scorso, agenti ed editor delle case editrici straniere presenti davanti ai padiglioni italiani si imbattevano nei libri su Luciano Pavarotti (scomparso da poco) e in quelli sulla maternità. Libri che anche oggi, in un dibattito culturale caratterizzato dai temi sulla difesa della vita (basti pensare alla campagna del Foglio di Giuliano Ferrara), non rappresentano soltanto una tendenza editoriale, quanto piuttosto un interesse sempre più diffuso per una discussione, anche critica, sul ruolo materno. Ruolo che si delinea in una tensione tanto insidiosa fra cambiamento e immutabilità che, trent’anni dopo il celebre Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, è arrivato in libreria Ancora dalla parte delle bambine (ancora dalla Feltrinelli) di Loredana Lipperini.
È da questa ricognizione a metà tra il saggio e il pamphlet che si può partire per conoscere e definire il nuovo nell’universo femminile.
Il secondo capitolo dell’indagine di Lipperini si intitola Le madri e inizia con una citazione di Simone de Beauvoir: “Non ci sono madri snaturate perché l’amore materno non ha nulla di naturale”. Lipperini analizza le riviste, le pubblicità, i modelli di consumo, la programmazione televisiva che mettono sempre più al centro una tipologia femminile ben definita. Ideale risultato di una certa visione consumistica della donna sono le Desperate housewives, archetipo e titolo di un telefilm di successo dove le protagoniste sono casalinghe sempre belle e curatissime, ma prive di ambizione culturale e professionale.
Lipperini usa l’inchiesta per dipingere uno scenario nel quale le madri contemporanee diventano il bersaglio più facile di un marketing e di una politica subdolamente discriminante che finisce per penalizzare l’idea stessa di maternità.
Un libro di poco precedente è quello di Concita De Gregorio: Una madre lo sa. Tutti i ritratti dell’amore perfetto (Mondadori). Storie esemplari di madri contemporanee, una sorta di ritratto narrativo di quanto emerge anche nelle pagine di Ancora dalla parte delle bambine.
Non è un caso che tre dei romanzi più apprezzati dalla critica negli ultimi mesi siano Cuore di mamma (Adelphi) di Rosa Matteucci, Se consideri le colpe (Einaudi) di Andrea Bajani (qui l’intervista all’autore) e Lo spazio bianco (Einaudi) di Valeria Parrella. Tre romanzi che pongono al centro dell’ingranaggio narrativo una madre, o meglio un ruolo materno in crisi, segnato dalla realtà contemporanea. Tanto da far dire in proposito a Goffredo Fofi, sulla rivista Lo straniero, che siamo davanti a un evento storico, un “passaggio generazionale”.
Le madri di Bajani e Matteucci sono donne sfasciate dal fallimento e dalla malattia. Il libro di Matteucci tratta uno dei temi più tabù della nostra narrativa, quello della vecchiaia, con i suoi tristi riti di assistenza in una casa di riposo, luogo quasi mai evocato dalla penna dei nostri scrittori. Matteucci affronta la débâcle di una madre diventata vecchia e senza alcuna speranza, se non quella riposta nella pietà filiale. Il tema è rischioso, però qui viene trattato con grazia.
Andrea Bajani invece scava in un’assenza, quella che vive il dilaniato Lorenzo, figlio di un grigio padre, la cui madre Lula è andata in Romania per seguire un nuovo amore e un’attività imprenditoriale che si interromperà con la sua morte. Il romanzo evita le scorciatoie di una semplice elaborazione del lutto materno. Lorenzo va in Romania per seppellire sua madre e il suo viaggio diventa la toccante ricostruzione di un mondo e di una vita disperata attraverso le tracce che Lula ha seminato nella sua vita lontana dal figlio.
Con stile, Bajani riavvolge il nastro della vita di una madre lontana che in più di una circostanza assume tratti ora appena sgradevoli, ora irresistibilmente irrinunciabili.
Diverso il caso del romanzo di Valeria Parrella. Anche qui c’è una mamma che sembra soccombere, ma alla fine ce la fa. La scrittrice sceglie di raccontare la maternità più scomoda, quella di una single, di 42 anni, nella Napoli di oggi. La protagonista Maria partorisce una bambina prematura al sesto mese e destinata allo “spazio bianco”, sospeso fra la vita e la morte, dell’incubatrice. In quello spazio bianco continua la vita di tutti i giorni, ma la maternità si tramuta in un percorso a ostacoli affrontato in solitudine, dove a ogni curva affiora un contrattempo, magari appena snervante, ma inesorabile.
Maria e le altre che come lei hanno i figli in terapia intensiva neonatale sono donne che, oltre al destino insondabile di un bambino partorito prima del tempo, risultano più esposte a ogni piccolo o grande arbitrio quotidiano. Così la vicenda di una madre sola, che lotta per la vita di sua figlia e cerca di non perdere il controllo e il contatto con la vita che si è costruita prima che nascesse Irene, si legge come una parabola esemplare nella quale, a partire da un caso estremo ma comune, viene sondata l’esperienza della maternità.
E anche questo, forse, per Parrella non è altro che un modo molto concreto e veritiero per avvicinarsi ai fragili fondamenti della condizione umana.
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Leggere Rachel Cusk dopo aver avuto un bambino è la miglior terapia per superare la sindrome da “madre snaturata”, che può colpire quando si fa un figlio dopo i 30, e sempre più spesso vicine o oltre i 40, senza essere preparate al cambiamento epocale che questo comporta.
In A life’s work, ancora non tradotto in Italia, l’autrice inglese raccontava la verità nuda e cruda: il neonato è un esserino che piange sempre e che può ridurre la madre, anche quando questa è una brillante scrittrice cui non fanno difetto intraprendenza e autostima, alla povera ombra di se stessa. Bye bye tempo libero, addio spazio per sé, la cura dei figli è un tale fiume in piena che, spiega bene Cusk, anche quando per sbaglio si addormentano per un paio d’ore non si riesce mai ad approfittare di quella finestra di libertà e si finisce per girellare per casa controllando compulsivamente che la creaturina respiri come si deve.
A life’s work era un saggio, onesto, a tratti genuinamente comico, utile, ma la Cusk, assorbito il colpo della propria duplice maternità, è tornata sull’argomento ricorrendo al mezzo espressivo a lei più congeniale: il romanzo. E in Arlington Park, appena pubblicato in Italia da Mondadori, racconta la plumbea esistenza di alcune donne le cui vite si intrecciano, ma più spesso si toccano appena, ognuna chiusa nella propria disperante routine, in un sobborgo di Londra. Il tipo di posto dove quelle che un tempo erano donne lavoratrici, piene di impegni e con una ricca vita sociale, si vanno a seppellire con i figli al seguito, in grandi case dove c’è poco da fare a parte mettere il naso nelle vite dei vicini, preparare pappe, cambiare pannolini e passare qualche ora al centro commerciale, come evento clou della settimana. Un luogo “dove le donne bevevano caffè tutto il giorno e spingevano carrozzine lungo strade grigie e tranquille, e dove gli uomini andavano al lavoro, andavano e non tornavano mai, come se ci fosse una guerra in corso”.

L’assenza dei mariti è il filo conduttore più crudele del romanzo: tornano la sera dall’ufficio e sono degli estranei, per i quali la famiglia è un concetto quasi astratto, e la casa un lindo rifugio dal caos della metropoli, dove non sospettano si nascondano pozze di infelicità. O forse fanno solo finta di non vederle.
Le casalinghe disperate di questo libro sono tutt’altro che monodimensionali e patinate come quelle della tv: la Cusk descrive donne che conosce e in ognuna di loro mette qualcosa di sé. Un libro che bisognerebbe regalare ai neo-papà, perché farglielo leggere è il modo più rapido per dar loro una vaga idea di come si sente chi “resta a casa”.

Milano, zona Fiera - esterno giorno. Rossella Canevari e Virginia Fiume mi hanno dato appuntamento ai giardinetti di Pagano per parlarmi del loro libro Voglio un mondo rosa shokking (edizioni Newton Compton), che proprio in questi giorni sta per tagliare il traguardo delle 30mila copie. Risultato ragguardevole per due esordienti: merito del passaparola, di una trama scanzonata e aderente alla realtà di oggi, del sito che ha funzionato da megafono.
Il libro ha anche un booktrailer:
Rossella arriva all’appuntamento indossando una t-shirt promozionale (”Donne con le tette - le palle lasciamole agli uomini”) che è già tutto un programma.
Il romanzo è ambientato a Milano: le protagoniste Camilla e Sofia, vere e proprie alter-ego delle autrici, sono due sorelle che abitano in zona Fiera. Camilla ha 23 anni e sta per laurearsi; Sofia ne ha 30 e cerca, tra mille peripezie, di farsi strada nel difficile mondo della televisione. Il libro fotografa un momento di passaggio, in cui entrambe si trovano a dover decidere del loro futuro. Le due sorelle sono diverse, ma molto unite: “Malgrado gli stili di vita completamente differenti, anche a causa della grande differenza di età, Camilla e Sofia si vogliono un gran bene: il loro legame è forte”, spiega Rossella.
Il lettore le segue nelle loro vite parallele, raccontate in prima persona, un capitolo per una: Virginia Fiume nei panni di Camilla, Rossella Canevari in quelli di Sofia.
Camilla ha la freschezza spensierata delle “pischelle”: sa però che è iniziato il conto alla rovescia, e che la laurea imminente implicherà anche la necessità di fare scelte importanti. Uno dei luoghi più significativi per lei è via Festa del Perdono, sede dell’università Statale: qui va a colloquio con i professori, incontra gli amici, si fuma qualche canna, qui discute la sua tesi e viene proclamata “dottoressa in Lettere” di fronte, come da tradizione, a tutto il parentado.
Sofia invece deve fare i conti con una vita diurna molto meno divertente: lavora in una piccola tv satellitare, con ben poche possibilità di realizzare il suo sogno di diventare un’autrice tv. Rossella Canevari ha trasferito nel libro la sua esperienza diretta, e racconta: “Le pari opportunità sono ancora un miraggio nel mondo televisivo italiano. E poi è sempre necessaria la spinta, la conoscenza: altrimenti ci si deve rassegnare a venire sfruttati con contratti da fame. La tv è lo specchio della società italiana: una casta, proprio come la politica”.
Come se non bastasse, nel libro Sofia scopre di essere incinta, e questo la mette in crisi: “Il mio personaggio ha l’età anagrafica e biologica per la maternità. Ma ha anche la consapevolezza che, nel mondo in cui sogna di poter lavorare, una donna che fa un figlio esce automaticamente dal giro. E non viene richiamata più: quando e se vorrà ricominciare, dovrà ricominciare dalla gavetta” spiega amara Rossella. Così il percorso di Sofia, nel libro, è una lunga riflessione su cosa vuol dire fare figli oggi in Italia: il personaggio si ritrova a fare la fila nel reparto di Ginecologia dell’ospedale Mangiagalli, per richiedere la procedura di interruzione volontaria di gravidanza.
Le pagine di Camilla, invece, sono meno drammatiche: il lettore la segue nelle sue scorribande notturne, nei suoi approcci più o meno fortunati con l’altro sesso, nelle sue considerazioni sulla realtà che la circonda. Ma Camilla è anche un’idealista, pronta a impegnarsi anche concretamente per le cose in cui crede: ecco perchè a un certo punto si ritrova in corso di Porta Ticinese, in uno “stanzone” che fa da quartier generale alla Lista Civica in vista delle elezioni imminenti.
Oltre a Milano, c’ un’altra città che appare nelle pagine del libro: Vancouver. Da lì arriva la cugina Nunzia, per presenziare alla laurea di Camilla, portandosi dietro coraggiosamente la sua bella fidanzata e scatenando con il suo coming out un prevedibile putiferio familiare. Ed è lì che Camilla decide di trasferirsi: “Abbiamo scelto il Canada perchè è un Paese che entrambe avevamo visitato e amato”, spiega Rossella. “E poi ha una legislazione avanzata in merito ai diritti civili e alle libertà personali” specifica Virginia “che per esempio permette il matrimonio tra omosessuali e il consumo di droghe leggere. Per questo ci è sembrato appropriato che Camilla andasse a viverci”.
Quindi il libro finisce in Canada? Non proprio. Il libro in realtà non finisce: continua nel blog, dove le autrici continuano a scrivere una sorta di diario raccontando le loro vite e costruendo ogni giorno un dibattito con il pubblico. (Ascolta Rossella e Virginia che raccontano quanto è importante la multimedialità del libro e quali progetti hanno in cantiere). Sempre con l’obiettivo di mettere le donne al centro della scena: “donne con le tette, che le palle le lasciano agli uomini”.
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