Un particolare della copertina
Claire Keegan, scrittrice irlandese, è alla sua seconda raccolta di racconti. S’intitola Nei campi azzurri, edito da Neri Pozza, casa editrice sempre attentissima nel selezionare i talenti stranieri e nello svelare al pubblico italiano autentiche chicche. Keegan ci porta per mano in un mondo fatto di disperazione, dolore mai sopito, ricordi di un passato che non ritorna, vite mancate. No, non è chick-lit. Chi si tuffa nell’Irlanda aspra e desolata, verdissima e insopportabilmente provinciale, perbenista e superstiziosa descritta in questi racconti, con i suoi personaggi perdenti o al contrario coraggiosi nonostante tutto, si appresta a fare un viaggio meraviglioso che non dimenticherà tanto facilmente.
Il prete innamorato della sposa, la donna che diventa moglie di un uomo che non ama perché “aveva trent’anni e se diceva di no magari non glielo chiedeva più nessuno”, la ragazza che parte per l’America per liberarsi finalmente dalle molestie del padre: li conosciamo in un momento per loro cruciale, entriamo nelle loro teste e condividiamo per un po’ le loro vite. Comprendiamo a fondo le loro ragioni e ve ne ritroviamo di nostre. Keegan racconta i suoi personaggi con una precisione velata di malinconia, che ce li rende subito cari. Il racconto è una forma letteraria che chiaramente si addice a questa scrittrice; non c’è una frase di troppo, non un’espressione enfatica, il suo stile asciutto lascia brillare i personaggi di luce propria, senza bisogno di tirarli a lucido.
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È appena uscito in Gran Bretagna il nuovo romanzo di Maureen Lindley: The Private Papers of Eastern Jewel, edito da Bloomsbury, e sarà tradotto in Italia, nel corso del 2008, da Neri Pozza.
È il 1914, Eastern Jewel ha otto anni ed è la figlia del principe Su e dell’ultima delle sue concubine, quando qualcosa impressiona a tal punto i suoi occhi di bambina dal mettere improvvisamente fine alla pace gioiosa dell’infanzia e dare inizio a una tumultuosa storia di coraggio e ribellione, la storia di una eroina complicata, che rifiuta di accettare il ruolo docile e servizievole che la società cinese del Ventesimo secolo le impone. Curiosità (anche sessuale) e voglia di avventura conducono la protagonista (ispirata al personaggio realmente esistito di Yoshiko Kawashima) in un lungo viaggio attraverso la Cina fino al Giappone, in un percorso che la porta a un profondo cambiamento interiore e anche fisico, che la rende un personaggio controverso, fatto di luci e ombre. La prima a rimanerne affascinata è stata l’autrice, che Panorama.it spiega com’è nato il romanzo. “Ho notato Eastern Jewel nel film di Bertolucci L’ultimo imperatore” dice Maureen Lindley “mi ha conquistata e ho iniziato a fare ricerche. Gli storici l’hanno dipinta come una donna contraddittoria e non esattamente positiva, ma io desideravo trovare il mondo per raccontare perché e come un personaggio del genere è arrivato a vivere una vita assolutamente inimmaginabile anche per noi, occidentali.
Come hai scovato il carteggio segreto di Yoshiko?
La mia avventura è cominciata dalla Biblioteca Britannica, dove ho trovato soltanto i riferimenti occasionali in libri come Penombra nella città proibita, l’autobiografia dell’insegnante privato della famiglia reale, Reginald Johnston. In queste brevi note si parla di lei senza concederle un briciolo umanità, questo non ha fatto altro che rendere la sfida dello scrivere questo romanzo più interessante: rendere un personaggio intrigante, non positivo, ma affascinante.
Che cosa l’ha conquistato di questo personaggio?
Il suo coraggio, la sua mancanza di autocommiserazione, la sua lealtà a quelli che ama. È emozionante, piena di lati oscuri, ma anche inebrianti per la loro straordinarietà e potenza.
Perché leggere questo libro?
Perché è una storia eccitante, il cui protagonista non è il solito eroe o eroina orientale che oramai conosciamo: non è né una concubina né una geisha ma un personaggio unico. La sua è una storia di manipolazione sessuale e presa di coscienza che si svolge in un tempo che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto, un tempo che tutti noi conosciamo almeno un po’. Eastern Jewel aveva 6 anni quando è affondato il Titanic, ha vissuto la prima e la seconda guerra mondiale ed è stata data in moglie ad un principe mongolo al tempo in cui Lawrence Oliver faceva il suo debutto al Birmingham Repertory. La narrazione è ovviamente impregnata di un’atmosfera orientale, ma credo che Eastern Jewel dovrebbe prendere posto tra quelle famose eroine, di cui adoriamo leggere. Un po’ come Mata Hari, anche lei merita di essere conosciuta da un pubblico più vasto rispetto a quello che noterà le due o tre righe che i testi accademici le hanno riservato fin’ora.

Chi ha apprezzato i romanzi di Daniel Pennac, ma dell’ultimo-
Pennac-sempre-uguale-a-se-stesso non ne può davvero più, è invitato a leggere Romain Gary (La vita davanti a sé, Neri Pozza) che, dei cantori della Francia multietnica, è un po’ il padre nobile. Inventore di quel gergo da banlieu e di immigrazione di secondo pelo che avrebbe fatto scuola, Romain Gary è stato un partigiano, un eroe di guerra e uno scrittore di fama caduto in disgrazia. Negli ultimi anni della sua vita, per superare l’ostracismo della società letteraria parigina, scelse di firmare i suoi romanzi con lo pseudonimo di Emile Ajar. Che dietro Emile Ajar (noto al pubblico parigino come uno dei più promettenti scrittori degli anni 70) ci fosse proprio lui, il vecchio Romain Gary, non lo sapeva quasi nessuno. Fino a quel colpo di pistola con cui si tolse la vita il 3 dicembre 1980. La vita davanti a sé uscì postumo pochi mesi dopo. Con la firma del suo vero autore.
Ambientato nel quartiere parigino di Belleville, questo capolavoro poeticamente antirazzista narra, con commuovente leggerezza, le vicende di un ragazzino arabo, Momò, figlio di nessuno (anzi di una prostituta) e accudito da un’altra prostituta, questa volta ebrea: Madame Rosa. Per Momò le puttane sono “gente che si difende con il proprio culo” e gli incubi “sogni quando invecchiano”. Per il critico letterario Stelio Solinas (Il Giornale) La vita davanti a sé è un “romanzo toccato dalla grazia” e scritto - per dirla con Jerome Garcin - con un linguaggio “chiaro, aereo, energico, come in certe pagine di Hemingway”.

“Se ne sentono talmente tante sulla guerra, che sembrava fosse scoppiata in una nazione lontana e sconosciuta”. Inizia così Memorie di un soldato bambino, il romanzo edito da Neri Pozza, scritto da Ishmael Beah ricordando la sua lunga esperienza di guerra in Sierra Leone. Ishmael Beah aveva tredici anni quando ha perso tutto e si è ritrovato un fucile in mano, reclutato dalle truppe regolari per combattere contro i ribelli, in una guerra tra fratelli iniziata nel 1991 e terminata dieci anni dopo. Ma dov’è la Sierra Leone? In Africa. Giusto, ma l’Africa è grande, e a molti di noi ricchi occidentali sono serviti 100 mila morti e 2 milioni di profughi per scoprire dov’è esattamente questo paese. Il bilancio è stato tragico, come in tutte le guerre, e i racconti dei superstiti sono agghiaccianti, soprattutto se si considera che si tratta di bambini. Bambini che sono allo stesso tempo sopravvissuti ed ex guerriglieri, vittime e carnefici.
Memorie di un soldato bambino parla della fame, dei lunghi cammini da un villaggio all’altro, della dipendenza da droghe, della guerriglia notturna con la stessa semplicità con cui descrive una partita a calcio o la totale assenza di speranza. Gela il sangue di chi legge. “Una delle maggiori fonti di disagio mentale, fisico ed emotivo del mio viaggio era l’impossibilità di capire quando e dove sarebbe finito” racconta l’autore, che dedica questo libro a tutti i figli della Sierra Leone derubati della loro infanzia.
Pensando a questo ragazzo si prova un misto di compassione e ammirazione. Ma Ishmael Beah è vivo, migliaia di altri ragazzi non ce l’hanno fatta, e non solo in Sierra Leone. Nel mondo ci sono ben 29 guerre in corso.
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