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La vita facile, un affresco della New York di oggi

La copertina del libro

Definire La vita facile, ultimo romanzo di Richard Price, un poliziesco, sarebbe come dire che I promessi sposi è una storia d’amore. La definizione, insomma, sarebbe colpevolmente semplicistica. Il libro, edito in Italia da Giano, racconta la storia di un omicidio, delle indagini che seguono, di come sembra andare tutto storto e di come alla fine tutto si chiarirà. Ma non c’è niente di consolatorio nel riuscire ad assicurare il criminale alla giustizia, perché non è semplice, proprio come nella vita vera, separare i buoni dai cattivi, attribuire le responsabilità, ignorare il contesto.
Un degrado urbano e morale, quello della New York che Price descrive, fa da sfondo a tutta la vicenda nella quale si muovono personaggi memorabili, come il poliziotto Matty Clarke, fisico prestante, precocemente invecchiato, “schiaffeggiato dalla vita”, si potrebbe dire. O Eric Cash, unico testimone e a lungo anche unico sospettato dell’omicidio, un uomo che arriva a 35 anni e si rende conto che tutti i suoi grandi sogni non si stanno realizzando, e forse non si realizzeranno mai. Niente tappeto rosso, niente ovazioni da un pubblico entusiasta, solo un lavoro come direttore di sala in un ristorante e un’invidia sempre meno strisciante e sempre più tangibile per chi è riuscito a fare meglio.

I caseggiati che brulicano di ragazzi senza futuro, dove il crimine paga, o almeno ti fa diventare qualcuno, ti guadagna il rispetto dei pari, sono il luogo in cui il delitto è maturato, e il ragazzino che scrive di nascosto le sue rime rap, che descrivono la sua esistenza triste e squallida, la sua rabbia, è lo stesso che ha impugnato la pistola e premuto il grilletto senza sapere bene perché, ma senza pentirsene poi molto. Il tutto avviene nel Lower East side, quartiere un tempo ebraico e ora diventato un miscuglio di paccottiglia globale, senza una personalità precisa, quasi un non luogo. È tutto facile: fallire nella vita, sbagliare le indagini, scaricare la responsabilità sui sottoposti (i superiori di Clarke e dei suoi colleghi agiscono con un cinismo inaudito), perdere un figlio (la storia del padre del ragazzo ucciso e il suo personaggio sono tra i più toccanti), ammazzare uno sconosciuto. Quello che è difficile è rimettere le cose a posto, eppure bisogna provarci. Dalla penna di Price non escono vincitori, solo perdenti che però cercheranno un modo per riscattarsi. E per chi, finito il libro, sente il bisogno di immergersi di nuovo nelle atmosfere create dall’autore, suggeriamo la serie tv The Wire, prodotta dalla HBO (quella di Sex & the City) e le cui due prime stagioni sono andate in onda su Fox, canale via satellite di Sky. Le storie sono ambientate a Baltimora e non a New York, ma il mood è simile e non è un caso che Price abbia collaborato alla sceneggiatura di alcuni episodi. Altre tre serie del telefilm sono in arrivo.

Melissa Plaut: da copywriter a tassista. E ora scrittrice

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/moriza/113204692/]moriza[/url] by Flickr)[/i]

A New York non si fa che parlare di lei dopo che ad agosto è uscita la sua prima fatica letteraria: How I Stopped Worrying About What to Do With My Life and Started Driving a Yellow Cab (come ho smesso di preoccuprami di cosa fare della mia vita e ho cominciato a guidare un taxi) pubblicata dalla Villard. Ma in realtà nella babelica confusione della Grande Mela, erano già in moltissimi a conoscerla. Per il suo blog, che riceve migliaia di visite al giorno ma soprattutto per il suo lavoro. Melissa Plaut, infatti, di mestiere fa la tassista, e donna per giunta, insieme ad altre coraggiose duecento, in un mercato dominato da 40 mila uomini, per lo più indiani e pachistani.

31 anni, soprannome in codice “princess”, Melissa ha un curriculum di tutto rispetto. Una laurea all’University of New Mexico e aveva un lavoro prestigioso come quello di copywriter per una famosa agenzia pubblicitaria di Manhattan. Poi tre anni fa il grande salto, nel senso letterale del termini. Dall’ufficio postmoderno in uno dei grattacieli di New York al caos urbano della metropoli.

“Ho lasciato il mio lavoro” racconta Melissa a Panorama.it “perché volevo vivere in modo avventuroso. E il primo passo è stato diventare tassista”.
È, dunque, di questo nuovo mondo che parla nel suo libro, raccontato in prima persona. Una giungla umana, quella che si siede nel suo taxi, di cui Melissa racconta con ironia e leggerezza, nonostante i rischi. Dalle minacce ai tentativi di furto la coraggiosa taxista è sempre uscita a testa alta, con quell’incoscienza di vita che secondo la più accreditata stampa Usa è poi il fascino della sua scrittura. “Da questa esperienza” racconta “ho imparato che basta essere determinati per fare quello che di desidera, anche di fronte alla paura.”

Divertente la genesi del libro. Tutto è iniziato, infatti, con una fotocamera digitale con cui ha scattato foto della sua nuova vita. Poi è venuto il blog, seguitissimo, infine l’idea del libro. Melissa, comunque continua a fare il suo dovere di tassista. Se si va, per esempio, al 6 settembre nel suo blog lei l’informazione l’ha data: sciopero degli yellow cubs della Grande Mela. Otto milioni di newyorchesi, adesso possono contare su un occhio in più che sorveglia e racconta la loro città. Dal di dentro.

LEGGI ANCHE: La letteratura corre sul taxi

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