
Le Yucca Mountains - Credits: James Marvin Phelps (mandj98)@flickr
In questi giorni di profonda preoccupazione per le conseguenze ambientali del catastrofico incidente alla piattaforma petrolifera nel golfo del Messico, Una montagna, di John D’Agata esce nelle librerie italiane e pone l’accento su un’altra possibile eco-minaccia: lo stoccaggio di migliaia di tonnellate di scorie radioattive nel cuore delle Yucca Mountains, una formazione montuosa a un centinaio di chilometri dalla iperattiva Las Vegas.
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Togliere potere alle lobby che finora hanno dettato la politica di Washington e dare la parola, spingendoli alla collaborazione, ai cittadini. Si potrebbe riassumere così il piano di Obama per rimettere in sesto l’economia descritto dal John R. Talbott, nell’interessante Obamanomics, edito da Egea. Nella grande contrapposizione tra più Stato e più Mercato, Obama sembra scegliere una terza via, in cui il controllo e la regolamentazione governativa devono essere presenti, perché quando mancano, alla lunga, il mercato ha dimostrato di non saper fare da sé, laddove invece è la partecipazione dell’intera comunità ad avere un ruolo chiave.
Certo c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una società come quella americana dove, Talbott ricorda, i massimi dirigenti guadagnano 465 volte più dei loro dipendenti. Dove i ricchi vivono in residenze da più di 1000 mq mentre milioni di americani “rischiano di perdere la casa perché non riescono a pagare il mutuo”. Che fine hanno fatto il concetto di equità e quello di giustizia economica? È proprio intorno a questo fulcro che ruota il libro e - a detta dell’autore che si rivela nel corso nell’esposizione un vero fan del Presidente - anche la politica di Obama. I lobbisti delle grandi aziende fanno pressioni, a botte di donazioni da milioni di dollari, sui congressisti affinché non passino leggi a loro sgradite, Questo non va a favore del cittadino, ma dei grandi potentati che, sotto l’amministrazione Bush si sono rafforzati. La teoria del trickle down, amata dai liberisti, in base alla quale arricchire ulteriormente i ricchi fa scendere a cascata più soldi anche sui poveri, non sembra aver funzionato. La globalizzazione ha fornito ottime opportunità di guadagno alle multinazionali che hanno delocalizzato la produzione, ma questo ha enormemente nuociuto alla forza lavoro americana. È giunta l’ora, spiega l’autore, per una rivoluzione copernicana: rimettere i cittadini al centro del discorso, partire dai loro bisogni e da ciò che loro possono offrire alla società, non dai diritti delle aziende, messi alla stessa stregua di quelli delle persone.
Il libro analizza nei vari capitoli le aree di intervento: il lavoro, la sanità, l’energia, l’ambiente, la previdenza (tema caldissimo visto che l’intera generazione dei baby boomers si avvia alla pensione), la finanza. Ad elementi della politica di Obama, tratti dai suoi discorsi, dai suoi libri e dal programma elettorale, si intrecciano suggerimenti personali dell’autore, e non sempre è facile distinguere gli uni dagli altri. Anche perché il libro è sostanzialmente elogiativo rispetto alle intenzioni del neo-presidente e a tratti addirittura celebrativo: “Solo lui può farcela”, si legge a un certo punto a proposito della necessità di riportare la dignità, l’onestà e la giustizia a Washington.
Nonostante questa evidente partigianeria, il libro merita perché descrive in modo chiaro e dettagliato le ragioni dell’attuale crisi e tutto ciò che possiamo aspettarci da Obama per un suo graduale superamento. Valga come pro-memoria per controllare in futuro se il presidente farà davvero ciò che ha promesso. E se il libro non bastasse si può sempre tener d’occhio l’Obameter, un contatore online di un giornale Usa che si è preso la briga di fare questo monitoraggio al nostro posto.
Da James Baldwin, romanziere afro-americano trapiantato a Parigi, all’Herman Melville della Balena Bianca, da Toni Morrison (Canzone di Salomone) a Gandhi, Abraham Lincoln e la Bibbia: è su questi libri che Barack Obama ha trovato la voce e l’eloquenza che risuonerà domani dai gradini del Campidoglio per il discorso dell’Inauguration Day.
Il New York Times di oggi ha puntato i riflettori sulle letture che hanno formato il presidente eletto, la sua eloquenza e il suo modo di pensare. Obama “ha notato il critico letterario del giornale Michiko Kakutani” legge agli antipodi del suo predecessore George W. Bush che si innamora di autori come un chiodo fisso (celebre la sua passione per il dissidente sovietico Natan Sharansky) e divora volumi in gara con lo stratega Karl Rove: recentemente Rove si è vantato di aver consumato 110 libri nel 2006 contro i 95 di Bush.
Al contrario del Bush “aspiralibri”, Obama legge lentamente, rimuginando e assorbendo idee, “spilluzzicando” concetti che aiutano a esprimere la sua visione del mondo o ad aprire nuove strade di ricerca. Per tutta la vita il 44esimo presidente degli Stati Uniti è tornato ai libri per uscire, da giovane, dalla “bolla” dell’egoismo adolescenziale e, più di recente, dalla “bolla” del potere e della fama. Come racconta lui stesso nell’autobiografia Sogni di Mio Padre, da adolescente Obama ha letto Baldwin, Ralph Ellison, Langston Hughes e W.E.B. Du Bois per venire a patti con la sua identità razziale; più tardi, al college durante una fase ascetica, si è immerso in Nietzsche e Sant’Agostino per capire in che cosa credeva veramente.
Obama da giovane ha scritto poesie e a un certo punto si immaginò romanziere, ha scritto il suo biografo David Mendell.
Per essere un uomo politico, il 44esimo presidente americano legge molta più fiction della media. Dei romanzi che ammira, Taccuino Dorato di Doris Lessing, L’Uomo Invisibile di Ellison, molti si imperniano sul tema della ricerca di una identità, mentre le poesie di Derek Walcott, una cui copia è stata vista recentemente in mano a Obama, esplorano cosa significa essere un “bambino diviso” ai margini tra diverse culture: sradicato forse, ma libero di inventare se stesso.

Sarah Palin
Le elezioni americane di per sé rappresentano sempre un evento politico e mediatico per eccellenza che non coinvolge soltanto gli elettori americani ma cattura l’attenzione del mondo intero sia per l’interesse politico sia per la curiosità di sapere chi guiderà l’ultima grande potenza mondiale.
Quelle del 2008 possiamo affermare senza ombra di smentita che verranno ricordate negli anni a venire come l’evento per eccellenza dal momento che hanno visto la vittoria di Barack Hussein Obama alla Casa Bianca.
Ma per gli elettori a stellestrisce non c’è stata soltanto l’elezione del primo afroamericano come quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America, infatti l’altro elemento non secondario che ha caratterizzato questa campagna elettorale, tra le più accese degli ultimi anni, è stato la presenza di figure femminili di un certo spessore e carattere a cominciare dalla nuova First Lady, Michelle. Per questo motivo l’editore di Washington, Bluewater Productions, ha deciso di realizzare una serie di pubblicazioni a fumetti che raccontino le biografie delle donne che occuperanno la scena politica futura. In molti sono infatti convinti che dopo un presidente di colore sia giunto il momento di avere un presidente donna.
Il primo volume, che uscirà a gennaio 2009, sarà dedicato a Hillary Clinton che dopo essere stata First Lady lei stessa, ha sfidato Obama nelle primarie cedendo solo alla fine e adesso ricoprirà il prestigioso incarico di segretario di stato.
Il secondo volume, uscirà a febbraio e riguarderà Sarah Palin la discussa governatrice dell’Alaska scelta da John McCain come suo vicepresidente e che potrebbe diventare lei stessa candidata per i repubblicani alla Casa Bianca alle prossime presidenziali.
Per concludere, almeno per il momento, ad aprile verrà pubblicato il volume dedicato a Michelle Obama appunto la nuova First Lady che con la sua figura sta già facendo sognare le donne di tutto il mondo. Ormai è certo che il futuro dell’America è donna.
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