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30 anni dopo quell’indimenticabile notte a Mosca, Pietro Mennea ricorda la sua feroce corsa verso il primo scalino del podio olimpico.
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- Mercoledì 28 Aprile 2010
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Olimpiadi

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30 anni dopo quell’indimenticabile notte a Mosca, Pietro Mennea ricorda la sua feroce corsa verso il primo scalino del podio olimpico.
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Soldati nazisti in Germania - Foto d'archivio Ansa
Cosa aveva a che fare lo spirito irenico delle Olimpiadi con la Germania nazista che minacciava la sua furia bellicosa in tutta Europa? All’inizio degli anni Trenta, poco tempo prima dei Giochi che di lì a breve si sarebbero svolti a Berlino, non furono in molti a chiederselo. Anzi, furono davvero pochi. Continua
Riparte il campionato, le Olimpiadi sono già un ricordo in via di sbiadimento. Gli atleti che soffrono, piangono, ridono, le immagini pechinesi di epici eroi in lotta contro i limiti, contro la fatica; sani, puliti e lontani dalla miseria umana dello showbusiness. Eppure sul comodino c’era qualcosa che stonava, che disturbava la diretta televisiva, che smorzava l’ardore della fiamma olimpica. I volti degli atleti acquistavano all’improvviso un’altra espressione. Infelice e artificiale. Sul comodino c’era Acido Lattico (Alberto Gaffi, 158 pagine, 11 euro) di Saverio Fattori.
Una narrazione algida, impietosa che sonda, attraverso lo sguardo del protagonista Claudio Seregni, il lato oscuro dello sport e in particolare dell’atletica leggera. I toni sono quelli del noir psicologico e la tensione è quella del thriller: il risultato è una lama nei tendini, una rasoiata nei tessuti e nel corpo di un Italia senza riscatto morale, incapace di qualsiasi impegno etico, nemmeno in quello che veniva considerato il più pulito, il più sano, il più umile e contemporaneamente nobile degli sport. Lo sguardo cinico, asociale e freddo di Seregni non dà scampo e non risparmia nessuno, nemmeno i dilettanti alle prese con la maratona di New York o i superatleti alle prese con l’Ironman. Panorama.it ha incontrato l’autore, che con Acido Lattico è alla sua terza prova, in copyleft.
Claudio Seregni corre, ma anche Saverio Fattori corre… Come nasce Acido Lattico?
Era inevitabile. Ho due passioni che non mi danno da mangiare ma che definire “Hobby” non farebbe giustizia. Mi occupo di letteratura e pratico atletica e podismo (e scrive , tra l’altro, sul mensile “Correre” n.d.r.). Non a livelli altissimi, sono un middle class in tutte e due queste attività. Sono due “cose” molto pesanti che non danno tregua e lasciano tossine. Per correre a livelli decenti devi farlo praticamente tutti i giorni, in agosto non ti conviene stare fermo un mese, tornare in forma sarebbe troppo complicato. E non c’è un giorno della mia vita che non faccia qualcosa di attinente alla letteratura. Da qualche parte dovevano fondersi, il mio cervello deve averci girato attorno qualche anno prima di posarsi sull’embrione di Acido Lattico, ma poi il gorgo mi ha risucchiato. Non è stato un flusso inarrestabile, un Fuoco Sacro, ma la storia ha preso una forma propria quasi indipendente dalla mia volontà. Oppure era già tutta dentro di me e non ne avevo piena coscienza. “Acido” nasce dall’amore-odio per l’atletica e dall’amore-odio per la letteratura. Io corro a livelli più bassi rispetto a Claudio Seregni, mi sono scelto un alter ego molto più forte. È molto più stronzo, all’inizio della storia è un individuo agghiacciante. Potrebbe essere tra i potenziali olimpici di Pechino. Potrebbe, non è così chiaro. Ho gareggiato da bambino e dai venticinque anni in poi, quindi non sono mai stato una promessa come lui, ho immaginato proprio la parte di carriera che nella realtà mi manca.
In pochi si sono cimentati nella “narrativa sportiva”….
Male, i potenziali lettori di un romanzo che si occupa di queste tematiche sono davvero tanti. I giovani non praticano l’atletica, la crisi di vocazioni è tragica, ma i podisti over-35 che affollano le maratone domenicali sono un numero sterminato, in genere sono persone di cultura media che leggerebbero con interesse un romanzo con le tematiche di Acido. Sto avendo buoni riscontri anche durante le presentazioni. Ovviamente avendo pubblicato per un piccolo editore non troveranno pile di Acido Lattico in libreria, dovranno ordinarlo, dovranno sbattersi e fra qualche mese potranno scaricarlo da internet. In precedenza in Italia solo Mauro Covacich per Einaudi aveva scritto un libro di questo genere, A perdifiato, un romanzo ottimo, molto convincente. Il tema del doping è comunque molto morboso, la trasformazione del corpo, l’illusione della sospensione della performance e conseguente rimozione della vecchiaia e della morte. Nervi scoperti nella nostra società. Poi la maratona di New York ha una valenza di feticcio, secondo me a poco a che fare con l’Atletica Leggera. Molto con le Agenzie Turistiche.
Come si è documentato?
Su internet trovi di tutto, poi avevo un collega culturista che mi parlava del GH, come dell’Elisir della giovinezza. Nel 1989 uscì un testo illuminate di Alessandro Donati e Antonello Sette, Campioni senza valore, con la scusa del caso Ben Johnson parlò molto di certe pratiche in Italia. Acido Lattico accenna al doping di Stato praticato in Italia negli anni Ottanta e ben descritto nel libro sopraccitato, ma senza l’intenzione di farne un report giornalistico o una Crociata Etica. Il mio non è un diario del doping. È fiction pura nella trama in una ragnatela di fatti veri o molto verosimili. Ci sono già stati processi su certi fatti e certi personaggi e buonanotte. Nulla da aggiungere. La pratica dell’autoemotrasfusione mi è sembrata molto “letteraria”, tutto qui. Penso di poter essere alla giusta distanza per cercare una descrizione credibile dei fatti. Né colluso, né inconsapevole. È un testo con una sua complessità, non giustifica il doping, né si fa illusioni. Non possiamo pretendere che lo sport professionistico sia il nostro giardino incontaminato. Vogliamo l’epica dei ciclisti che divorano passi dolomitici, vogliamo eroi sempre più invincibili. Poi ci strozziamo di indignazione e maccheroni davanti ai titoli dei telegiornali massimalisti. In realtà ho pena dei ciclisti dopati, non riesco ad odiarli. A ma basta leggere certi programmi di allenamento per capire che sarebbe molto difficile recuperare certi lavori senza l’aiuto farmacologico.
Perché copyleft?
Perché quando una persona mi dice che ha letto il miei libri precedenti (Alienazioni Padane e Chi ha ucciso i Talk Talk?) dopo averli scaricati, sono sinceramente felice. Non di meno che se li avesse comprati in libreria. Per me la felicità e uguale. E poi io alla rete devo tutto.
Oscar Pistorius durante la prova all’Arena di Milano
Sognare è solo una questione di testa. Realizzare i propri sogni anche. Lo testimonia nella vita e adesso anche a parole Oscar Pistorius, un’esistenza spesa inseguendo un record. Con il suo DreamRunner, in corsa per un sogno scritto a quattro mani con Gianni Merlo e pubblicato da Rizzoli l’atleta racconta adesso se stesso. E la grande magia di cui è stato artefice. Trasformare, cioè, la propria disabilità in una grande opportunità: diventare campione. Una storia la sua ormai risaputa ma sentirla snocciolare attraverso il filtro minuzioso e riflessivo della scrittura direttamente dal diretto interessato è un’altra cosa. Sudafricano, nato con una grave malformazione Pistorius subisce da bambino l’amputazione di entrambe le gambe. Ma si dedica con costanza e passione a molti sport, grazie al supporto di due protesi in fibra di carbonio. “The fastest thing on no legs” diranno di lui a sottolineare gli eccellenti risultati portati a casa nonostante tutto.
Una vita la sua che finisce con l’essere da campioni in tutti i sensi, fino a trasformarsi in una lotta agguerrita e continua contro i pregiudizi. Detentore dei record di velocità nelle gare di 100, 200 e 400 metri Pistorius dopo lunghe battaglie sportive e legali viene prima escluso dalla partecipazione alle Olimpiadi dei normodotati e poi riammesso dal tribunale sportivo. “Tutti abbiamo una disabilità. Magari un problema mentale o fisico-racconta l’atleta nel suo libro-ma possediamo anche milioni di altre abilità, di talenti che ci possono permettere di superare i nostri limiti e le difficoltà”. E il bilancio è presto fatto. Una famiglia alle spalle affettuosissima e di grande carica vitale, una determinazione testarda e ovviamente un talento unico. La ricetta di sé Pistorius la dà fra le righe. Quella più generale dell’esistenza è, invece, il senso di ogni suo capitolo. Utile anche se non si è campioni come lui.
Mentre il Tibet brucia, e bruciano i diritti della popolazione delle montagne più alte del mondo, la Cina corre verso le Olimpiadi dei record che però sono a rischio boicottaggio o comunque a rischio figuraccia in mondovisione.
Ma la stessa Cina è leader assoluta per quello che riguarda la crescita economica. Che schizza di oltre tre volte rispetto a quella Usa e anche 5 rispetto all’Europa, con punte che toccano l’11 per cento del Pil. E se il paese più popoloso del mondo è noto per le grandi città, i grandi agglomerati urbani dove il capitalismo di stato la fa da padrone, esiste pure una Cina lontana. Una Cina profonda e da conquistare. Un vero Far West che corre lungo l’autostrada 312 per circa cinquemila chilometri da Shangai fino al deserto del Gobi, e da lì fino alla vecchia Via della Seta al confine con il Kazakistan. Un viaggio che è stato fatto e raccontato dal corrispondente della radio pubblica Usa (National Public Radio), Rob Gifford. E il cui libro Cina. Viaggio nell’impero del futuro (pubblicato da Neri Pozza, 380 pag, 20 euro) esce ora anche in Italia.
Il percorso di Gifford attraverso le sconfinate province cinesi disegna la nuova frontiera dello sviluppo, in cui tra steppe e deserti ci possono scorgere innumerevoli tecnici e operai che lavorano per espandere la civiltà e il progresso: che innalzano strade, ferrovie, costruiscono tralicci per l’elettricità e ripetitori per i cellulari. Un po’ come succedeva agli americani nell’Ottocento, che varcavano la frontiera del West seguendo la costruzione della ferrovia.
Lungo l’autostrada 312 sorgono decine di grandi città – basti pensare, scrive Gifford nel libro, che in Cina le città con oltre un milione di abitanti sono più di cinquanta – che sono crocevia di flussi migratori che vanno in due direzioni opposte: chi fugge (sono quasi 15 milioni di cinesi l’anno) dalle campagne e dalle sterminate steppe asiatiche e chi, viceversa, va alla conquista del west cinese.
Il viaggio, raccontato dal giornalista americano, si è svolto sugli autobus di linea dove avvengono incontri come quello con una ginecologa che, inviata dallo Stato, fa il giro dei villaggi per obbligare le donne che hanno già dei figli ad abortire. Ma nel lunghissimo viaggio Gifford trova e descrive di tutto: dai venditori porta a porta di prodotti domestici di una multinazionale americana, all’uomo in bicicletta che gira con una bandiera per protestare contro la corruzione cinese, fino ai lavoratori dell’oleodotto che trasporta energia dall’Asia centrale. Per arrivare ai minatori che lavorano per estrarre gli immensi giacimenti di rame, ferro, oro del deserto del Gobi.
La Cina, la superpotenza in pieno boom, pronta per quel grande show che saranno le Olimpiadi di quest’anno, è anche a capo di un impero letterario ed editoriale, secondo soltanto a quello degli Usa per potere d’acquisto, con 200 mila nuovi titoli ogni anno.
Nelle grandi città come Pechino per esempio stanno fiorendo gli shu cheng, le città dei libri, veri e propri centri commerciali ma in cui si trovano soltanto volumi, con 700 persone che vi lavorano e più di 300 mila titoli in esposizione e vendita. Ma non solo. In questa trasformazione totale è decisivo anche un fenomeno parallelo che si sta sviluppando sempre più on line. Il mercato editoriale tradizionale, infatti, è sotto l’attento controllo dello Stato, e le case editrici sono tutte filo-governative. Così, grazie alla Rete, gli scrittori emergenti possono esprimersi più liberamente e aggirando i controlli governativi riescono a diventare scrittori famosi, arrivando a guadagnare come se pubblicassero in modo cartaceo. Tra i siti che hanno maggiore successo c’è Rongshuxia, nato nel 1997 come uno spazio web personale con vocazione letteraria. Oggi ha più di 4 milioni di utenti registrati, 7 milioni di pagine lette al giorno e un archivio di 3 milioni di opere letterarie. L’altro sito diventato celebre nel mondo letterario cinese è quello di Qidian che raccoglie soprattutto un pubblico di lettori tra i 18 e i 30 anni, appassionati di fantasy. Chi legge è anche chi vorrebbe diventare scrittore e passare dall’altra parte della barricata. La Rete dà dunque ai cinesi il diritto di sognare. In molti, infatti, sognano di ripetere il miracolo accaduto a Ning Ken, che dopo venti anni trascorsi a tentare di farsi pubblicare ha trovato infine il successo proprio grazie alla Rete: postando su Internet il suo romanzo La città velata è diventato famosissimo nel giro di in una notte. Le sue opere sono adesso pubblicate regolarmente e Ning ha perfino vinto il Lao She Literary Award, uno tra i più prestigiosi premi letterari cinesi.

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