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Una lucida moneta d’argento, primo apocalittico capitolo della trilogia del Wunderkind

Una lucida moneta d'argento

È una moneta d’argento a sconvolgere l’esistenza di Caius Strauss, gettata nella Senna o sepolta tra i rifiuti torna sempre in mano al ragazzo. La moneta è la chiave per accedere al Dent de Nuit, il quartiere fuori da ogni mappa; un mondo oscuro in cui si annidano personaggi letali, orrori indicibili e luoghi come la libreria Cartaferina, che vende oggetti capaci di realizzare i desideri a prezzo del sangue. In una Parigi sinistra e misteriosa, una rivelazione attende Caius: lui è il Wunderkind, il ragazzo per cui gli abitanti della città nascosta sono disposti a morire e l’uomo dalla faccia di luna, che gli ha dato la moneta, è disposto a uccidere. Tra Neil Gaiman, Terry Gilliam e Clive Barker, Una lucida moneta d’argento, da oggi in libreria (Mondadori, p.p. 390, euro 17), è il primo capitolo della trilogia del Wunderkind,  sorprendente esordio del bolzanino D’Andrea G.L. Panorama.it lo ha incontrato.
Una lucida moneta d’argento esce per Mondadori ragazzi ma in una collana crossover…
Non l’ho scritto come libro per ragazzi e come tale non viene neppure presentato dall’editore, se ci fa caso. Contiene immagini forti, viscerali. L’esperienza mi ha però anche insegnato che non sempre quello che io reputo “duro” o “violento” lo sia anche per gli altri. Sandrone Dazieri ha detto che il Wunderkind è come il Monopoli, dai 14 ai 99. Ognuno poi a seconda dell’età, trova di che divertirsi.
Come è nata la trilogia?
Domanda difficile. Non c’è un momento preciso, è stata più la conseguenza di alcune riflessioni, immagini e personaggi che pian piano sono emersi autonomamente. Come una tela bianca su cui, dal nulla, appaiono dettagli apparentemente slegati fra loro. Poi mi ci è voluto un po’ per capire come incastrare il tutto e quando l’ho fatto mi sono reso conto di aver bisogno di spazi e tempi che un singolo romanzo non mi avrebbe garantito.
Ha già scritto anche gli altri capitoli della saga?
Il secondo volume è già pressoché finito, e in un certo senso anche il terzo e ultimo lo è. Quello che esigo, sia come scrittore sia come lettore, è una coerenza interna: tutto deve tornare, in un modo o in un altro; per questo prima di dare alle stampe il primo, ho lavorato affinché nulla restasse legato al caso anche per il due e il tre. Sono un maniaco del controllo.
Chi è il Wunderkind?
Caius Strauss, il ragazzino in bianco e nero per cui sembra valga la pena uccidere e morire. Ma è anche molto, molto di più. Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso.
Come ha lavorato sull’ambientazione parigina?
Ci sono stato. Ma la Parigi a cui mi riferisco è la Parigi che tutti abbiamo in testa, in un modo o nell’altro. Mi interessa quella Parigi  se vuole un po’ mitica, non quella in cui vive Carla Bruni. Quando  leggo un libro non sono interessato al fatto di sapere se in quella  determinata via ci sia o meno quella boulangerie, mi interessa che l’atmosfera della città mi colpisca. Come scrittore tutto il mio  impegno è proteso nel cercare di creare lo stesso effetto.
Come ha creato il Dent de Nuit?
Non l’ho creato, la parola migliore è “esplorato”. Ci sono finito dentro e ogni volta che mi metto a ragionare sul Wunderkind, ci finisco dentro. È un posto sinistro, lo so, ma mi ci sento a casa.
A quale immaginario, mitologia, epica fa riferimento?
Sarebbe arrogante se rispondessi la mia? In parte lo è, me ne rendo conto. Quello che cerco di fare con il Wunderkind è quello di costruire una mitologia che sia il più possibile aderente alla mia visione del mondo. Adagiarsi su vecchi cliché mi sembra noioso, molto meglio provare ad esplorare nuove strade. Gran parte della sfida della trilogia è questa, ed è riassumibile in quello che diceva Dick: cercare di costruire un universo che non cada in pezzi.
I personaggi spesso prendono una loro strada, sorprendente anche per l’autore…
Forse la farò sorridere, ma chiederei al protagonista di essere più ubbidiente. Non scherzo. Spesso agisce di testa sua, sfugge completamente al mio controllo. Prende decisioni che sorprendono me per primo. Ed è anche il modo con cui ho scoperto pieghe imprevedibili della storia e quindi, se mi rispondesse ”non se ne parla nemmeno”, non mi arrabbierei più di tanto. Sono della scuola di pensiero per cui se la storia non sorprende me non riuscirà a sorprendere neppure il lettore.
Perché scegliere un canone narrativo come il fantasy?
Perché il fantasy è il proseguimento con altri mezzi della metafisica. Permette di sperimentare concetti ed idee cui la filosofia e la religione hanno abdicato. Concetti come vita e morte, tempo e ricordo, ormai possono essere esplorati - esplorati con la pancia e non come astrazione - solo con un certo tipo di narrativa. Inoltre è l’unico genere che mi permette di mettere nero su bianco immagini che altrimenti resterebbero solo nella mia testa e questo per me viene prima di ogni altra cosa.
Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso. Secondo lei potrebbe parlare anche d’altro - penso all’esperimento della collana Verdenero con la Troisi?
L’idea che il fantasy sia un genere fine a se stesso è un’idea molto italiana e smaccatamente provinciale. Non è così. Vuole un esempio? L’unico modo per capire le innovazioni della fisica di inizio Novecento, di capirne le implicazioni con la “pancia” e non come pura astrazione, è quello di leggere i racconti di Lovecraft. La letteratura inizia nel momento esatto in cui la prima scimmia con una scintilla di intelligenza ha visto per la prima volta la notte per ciò che era. E per capirla ha dovuto popolarla di mostri. In altre parole il fantasy (che non è solo nani, elfi e guerrieri in mutande di peluche) è il primo genere mai esistito. E in quanto tale, parla sempre di “altro”. Detto questo, fantasy è solo un’etichetta e io non mi considero tale. Non nell’accezione italiana del termine. Fantasy è l’Odissea, l’Epopea di Gilgamesh, la Bibbia. Racconti straordinari che usano figure straordinarie in contesti straordinari. Libri che parlano sempre di “altro”.
Come definirebbe allora Una lucida moneta d’argento?
Un horror fantasy, un incrocio di molte cose. Un “crossover” come l’hanno definito in quel di Segrate. Credo che la forza del W stia proprio in questa sua ostinata caparbietà nel non voler essere ingabbiato da nessuna parte. Perché se dico fantasy, pensi a Tolkien, se dico horror pensi a King. Ma né Tolkien né King hanno a che fare con il Wunderkind. Gaiman e Barker, di certo, ma come li definirebbe questi due? Insomma, sono un outsider e la cosa mi sta più che bene.
E come è secondo lei il panorama fantasy - fantastico- horrror  italiano?
Ancorato a vecchi modelli e spesso, non sempre, scritto male. Ci sono eccezioni, naturalmente. Personalmente detesto vedere un genere in cui  i limiti sono banditi trasformato in una riserva di cliché. Il fantastico permette una  libertà infinita, ingabbiarlo non è solo sbagliato, è stupido.
Quali sono gli scrittori italiani che apprezza particolarmente?
Pochi in realtà. Valerio Evangelisti, perché trovo la sua critica sociale estremamente intelligente e profonda. Mi piacciono i Kai Zen  perché vogliono raccontare storie d’avventura come nessuno in Italia fa, e cioè divertendosi e divertendo il lettore. E poi Alan Altieri,  feroce e cupo come pochi. La sua trilogia di Magdeburgo è stata una gran lettura. Sincopata da mozzare il fiato. Gli autori italiani, in  genere, hanno due colpe gravissime. La prima è che si accontentano,  non mirano in alto. E poi non riescono a staccarsi dal cliché per cui  se non scrivi di cose “reali”, sei un decerebrato. Il realismo, mi fa orrore. È una falsità bella e buona.
Evangelisti è considerato, l’Autore italiano “fantasy”, a torto o a ragione?
Evangelisti per me non è un autore “fantasy”, ma uno dei pochi scrittori a essere veramente dentro la società e la storia moderna. Mostra la realtà come nessuno scrittore “realista” sa fare. Ne svela i meccanismi perversi e non ha paura di esprimere giudizi, anche pesanti, su quanto di malato esista. Ha creato un personaggio negativo che è la somma di tutte le intolleranze del XX e XXI secolo, Eymerich, che per puro paradosso - e qui forse è l’unica vera nota “fantasy” della sua opera - riesce a farci comprendere l’orrore che spesso il mondo ci propone e, peggio ancora, ci mostra come noi tutti ne siamo gli artefici.
Oltre a Wunderkind, c’è altro in cantiere?
Scrivere una trilogia è una faccenda rischiosa perché c’è sempre in agguato il problema del non riuscire a uscirne più. Mi sono dato una regola, tra un volume e l’altro provare a buttare giù qualcosa di diverso dal Wunderkind. Che il risultato poi sia apprezzabile o meno, è un altro paio di maniche. L’importante è uscire, prendere fiato per poi rituffarmi con maggiore lucidità. In pratica scrivo sempre.
È un appassionato di musica, quello che ascolta influenza la sua scrittura, e cosa ascolta?
Metal, sono un integralista del genere. È l’unica forma di musica moderna viva e priva di limiti, per questo mi piace. È un genere  tutto sommato recente, poco più di vent’anni, ma ha avuto e sta avendo un’evoluzione da lasciare a bocca aperta. Quando scrivo ho sempre un cd come sottofondo, mi aiuta a concentrarmi. Anche se  immagino che a qualcuno possa sembrare quantomeno strano. Nel Wunderkind ci sono moltissime citazioni  di dischi e gruppi che amo, nascoste in alcuni casi, evidenti in altre.
Il sito dedicato al libro a cosa serve? È solo promozionale?
Ho un rapporto difficile con Internet. Ho un sito dedicato alla trilogia da cui si può scaricare il primo capitolo, come assaggio, e leggere qualche notizia: presentazioni, articoli, recensioni. Poi ho un blog, su cui ogni tanto butto giù qualche spunto di riflessione.
Cosa ne pensa del dibattito sul new italian epic?
Penso che si tratti di un tentativo di alcuni autori di autodisciplinarsi, di trovare una propria via per capire dove direzionare la propria scrittura. Immagino sia un lavoro logorante, e sono ben felice di lasciarlo a chi sa farlo meglio di me. E cioè i critici preparati, anche se è un azzardo cercare di “ingabbiare” il presente, si rischia sempre di fare delle figuracce. Meglio aspettare un secolo o due. Alla fine non è importante il nome, ma il cosa. Che è sempre lo stesso da secoli: raccontare una bella storia.
E del Copyleft?
Credo sia stato poco approfondito, come modalità e come potenzialità, sia dalle case editrici che dagli autori che ne fanno uso. È al centro di un bel dibattito, animato e senza troppe barriere  preconcette e pur non facendone parte, devo dire che è un argomento che mi stimola visto che - dopo tutto - si tratta dell’alba di un possibile domani.
Come è stato lavorare con Mondadori da esordiente?
Mondadori è un’enorme macchina da guerra. Un panzer. E come tale bisogna rapportarcisi. Ma ha un cuore gentile. Ho incontrato solo persone splendide, di una professionalità incredibile. Quello che mi  ha stupito, e che spesso chi mi ascolta fa fatica a comprendere, è la  passione con cui tutti, dai redattori ai correttori di bozze ai  disegnatori, lavorano. Persone intelligenti che hanno avuto la  pazienza di insegnarmi molto. Dazieri poi… Come autore si muove in  ambiti diversi dal mio, è vero, ma è una persona che ha una  caratteristica rara: sa entrare nella pelle di uno scrittore e sa come  aiutarlo a trovare al meglio la sua identità. Tutto il suo lavoro è improntato su questa ricerca di singole identità che in qualche modo possano trasmettere qualcosa. Non dice questo non lo puoi fare, dice: sei sicuro che non puoi andare ancora più in là?
C’è qualche casa editrice che le piace particolarmente?
Non seguo il marchio, a dire la verità. Un libro può essere buono o cattivo a prescindere dal fatto che sia pubblicato da una grande o una piccola realtà. Se devo fare un nome le direi Meridiano Zero i cui titoli sono sempre scelti con la massima cura. Di certo non leggo i libri editi da case editrici che chiedono contributi da parte degli autori. Lo trovo  immorale. E credo che faccia parte di quel vizio di cui dicevo  prima: l’accontentarsi.
Un titolo che la ha particolarmente colpita ultimamente?
Ho letteralmente divorato Bad City Blues, di uno scrittore che amo molto che si chiama Tim Willocks. Uno che scrive senza pietà e lo fa  in maniera molto pulita. È una specie di noir, non è un fantasy o un horror, ma certe atmosfere lo sono.

Paolo Roversi: Milano si tinge di giallo. Al ritmo dell’iPod

http://www.flickr.com/photos/walrus2/497919762/
È in libreria il nuovo romanzo di Paolo RoversiNiente Baci alla Francese” (Mursia, pp. 224, 15 euro). Un inizio fulminante in cui il protagonista si ritrova nella metro di Parigi con una pistola puntata in volto e odore di terra nelle narici; uno svolgimento cinetico con due morti eccellenti e Milano e Parigi a fare contemporaneamente da sfondo e da protagoniste. Panorama.it ha incontrato il giallista, già vincitore del Premio Camaiore nel 2007 con La Mano Sinistra del Diavolo.
Dopo la provincia mantovana de “La Mano Sinistra del Diavolo” torni a raccontare il capoluogo lombardo, creando anche un po’ di “maretta glam” a livello mediatico inscenando l’omicidio del primo cittadino meneghino. Come hai trovato la città?
Milano è una città che dà le vertigini. Io ci vivo da otto anni e i ritmi rilassati della Bassa mantovana, cui ero abituato, qui vengono spazzati via in un attimo: ti senti come risucchiato in un vortice. Alla fine, però, se non scappi via, ti ci abitui. È una metropoli che impari a conoscere piano piano prima di apprezzarla a fondo. Se ci vieni da turista hai un’impressione solo superficiale: il Duomo, Brera, i Navigli, le vie della moda… Se la vivi, invece, se la giri in vespa come il protagonista dei miei romanzi, se frequenti certi luoghi non così turistici, che sono poi quelli che ho cercato di descrivere, allora assume un volto più umano. E può diventare il luogo ideale per ambientarci un romanzo. Raccontare le sue tante anime è stato per me molto stimolante: questurini, spacciatori, prostitute d’alto bordo, universitari, giornalisti, portinai… Un mondo intero. Milano è letteraria; con le sue atmosfere e le sue contraddizioni è la metropoli italiana noir per eccellenza. Qui ci trovi tutto e il contrario di tutto. La Grande città violenta di McBain ma, allo stesso tempo, anche il quartiere dove si conoscono tutti e la vita sembra scorrere come in un paese di provincia.
Per quanto riguarda la “maretta glam”, confesso, un po’ me l’aspettavo: difficile che passi inosservato un romanzo in cui si racconta dell’omicidio del sindaco alla Prima della Scala. Agenzie stampa, televisioni e giornali, infatti, si sono sbizzarriti.
I protagonisti dei tuoi libri, Radeschi e “soci”, devono fare i conti con uno scenario sempre più attuale: scioperi dei precari, allarme ambientale ecc. ecc. Il noir e il giallo possono ancora raccontare il presente? Hanno un ruolo sociale?
La realtà e la cronaca sono sempre il punto di partenza per me. Il mio romanzo prende le mosse dall’attualità: il ticket antismog che presto entrerà in vigore qui a Milano. Proprio questo provvedimento si pensa sia il movente dell’omicidio del sindaco. Naturalmente è solo un espediente narrativo per raccontare una Milano diversa, una Milano reale ma allo stesso tempo nuova. Una metropoli più ecologica e dal volto quasi umano, dove un sindaco, Senio Biondi, cerca di affrontare realmente i problemi della cittadinanza senza ricorrere ad inutili palliativi. Questo esempio per dire che il giallo è da sempre, e lo sarà ancora per molto credo, il genere privilegiato per raccontare il presente oltre che una sorta di cartina tornasole per aiutarci a capirlo meglio.
Organizzi il festival letterario NebbiaGialla, una manifestazione dedicata al genere, e gestisci il sito Milanonera. Non pensi però che i generi in questione stiano mostrando un po’ la corda?
Il giallo è stato spesso vituperato ma sempre riscoperto; ci ha regalato autori come Agatha Christie e Giorgio Scerbanenco che, a distanza di tanti anni, resistono e appassionano ancora.
In questo momento, sono d’accordo, nell’editoria italiana c’è una sovraesposizione di giallisti. Penso, e spero, che questa onda si calmi a vantaggio della qualità. Il problema è che molti scrivono romanzi di genere perché va di moda, nell’illusoria convinzione che basti metterci un morto e un poliziotto che indaga per essere dei giallisti. Secondo me è un po’ più complesso di così. Prima di essere giallisti, infatti, si è innanzi tutto scrittori e magari si utilizzano i canoni del giallo per raccontare al meglio una storia. Molti di coloro che si cimentano con il giallo possono davvero affermare di appartenere a questa categoria? La questione è tutta qui. Per quanto mi riguarda sia per il festival NebbiaGialla, che quest’anno si svolgerà dal 1 al 3 febbraio 2008, che per il portale Milanonera, cerco di dare spazio agli autori più meritevoli: conosco e leggo tantissimi bravi scrittori che inseguono la propria voce, la propria originalità anche quando scrivono storie gialle. Non si lasciano trasportare dalla corrente e si sforzano di non cadere nei cliché, negli stereotipi. E proprio per questo, credo, piacciono ai lettori. Perché non barano.
La Milano che racconti è la stessa che in qualche modo raccontavano in maniera diametralmente opposta eppure complementare Scerbanenco e Bianciardi?
Rispetto a loro, penso di avere intrapreso una terza via. Mi sento vicino a Bianciardi che, come me, era milanese d’adozione ma, allo stesso tempo, mi reputo quasi nipote, e sicuramente debitore, di Scerbanenco: un maestro. La prima volta che sono arrivato in stazione centrale avevo in tasca un suo romanzo: mi ha fatto da guida turistica. E ha rappresentato un prezioso insegnamento letterario!
Parlaci della scelta delle playlist musicali dell’iPod di Radeschi che aprono ogni capitolo.
Mi piaceva l’idea di abbinare al mio romanzo una colonna sonora, una musica di sottofondo. Ho così pensato di corredare ogni capitolo con alcune canzoni che descrivessero la scena che si stava per leggere. Ogni brano della mia ideale playlist può essere interpretato in tre modi diversi. Ossia: cinematograficamente, come la colonna sonora più adatta per quella scena (per la Prima della Scala, ad esempio, il sottofondo scelto è la Marcia trionfale dell’Aida); letterariamente, il testo della canzone descrive la scena (quando si ritrova il sindaco morto la canzone scelta è Murder on the dance floor); evocativamente, il titolo della canzone richiama il contenuto della scena (in un capitolo di caos totale la colonna sonora è Bruci la città). La lettura è per sua natura evocazione: quando leggiamo nella nostra testa creiamo un mondo, proiettiamo le situazioni. Le canzoni suggerite sono, secondo me, la colonna sonora adatta per quelle proiezioni.

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