
Non c’è Premio Strega che si rispetti senza che uno degli scrittori finalisti non polemizzi sull’esito. Un po’ come avviene in tutte le competizioni nessuno è disposto a perdere e anche quest’anno la polemica è servita. Cristina Comencini, finalista con il suo ultimo libro L’illusione del bene (ed. Feltrinelli) ha scritto sul suo blog: “Miei cari, finalmente a casa, lo Strega è finito! L’esperienza mi ha lasciato svuotata. Al di là dei libri, tutti secondo me con molte qualità è incredibile come un premio nato per volontà di un gruppo di scrittori sia diventata una gara tra editori, in cui spesso vince il più forte. Il libro di Giordano racconta molto bene i ragazzi, ma anche il libro di Rea è bello e interessanti sono i romanzi di De Silva e Ravera. Il problema è che la scrittura non mi sembra più in gioco nel premio più prestigioso d’Italia, e questa è una tristezza”.
Forse sul giudizio della scrittrice pesa la delusione di non aver vinto. Per stemperare le polemiche allora si potrebbe ricorrere alla diplomatica ma sincera dichiarazione di Umberto Eco all’annuncio dell’assegnazione del Premio Nobel, lo scorso anno, alla scrittrice Doris Lessing: “Sono felice per lei, ma non sono felice quanto lei”. Quindi è inutile discutere su come avvengono le votazioni e sulle regole della gara perché come è avvenuto in passato, quando a decidere erano solo gli scrittori, e come siamo convinti avverrà anche in futuro, nessuno accetterà la sconfitta.

Paolo Giordano ed Ermanno Rea
Il giovane esordiente Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi ieri notte ha vinto il Premio Strega 2008 ottenendo 163 voti, contro i 118 del secondo classificato, Ermanno Rea con Napoli Ferrovia. Dopo Ennio Flaiano alla prima edizione dello Strega nel 1947, Raffaele La Capria nel ‘61, che vinse per un voto, è la terza volta che il Premio va ad un’opera prima, non contando Alessandro Barbero nel ‘96, quando in gara fu deciso di mettere solo giovani.
Gli altri tre finalisti si sono classificati con molto distacco: al terzo posto Cristina Comencini con L’illusione del bene e 43 voti; al quarto Diego De Silva con Non avevo capito niente e 22 voti; quinta ed ultima Lidia Ravera con Le seduzioni dell’inverno e 20 voti. Il seggio, presieduto da Niccolò Ammaniti vincitore della scorsa edizione, ha anche registrato un’unica scheda bianca.
Giordano, nato a Torino nel 1982, è laureato in fisica teorica ed ha una borsa di dottorato all’università della sua città. Questo romanzo, storia dolorosa di due giovani segnati dalla vita, è già stato un grande successo, con quasi 200mila copie vendute e pare piaccia agli adulti come ai ragazzi.
Durante la serata, resa lunga e noiosa dalle attese e soste per rispettare i tempi televisivi, molti hanno rimpianto Anna Maria Rimoaldi, scomparsa nell’agosto 2007, poco dopo la scorsa edizione del Premio, che gestiva certamente ma cercando di bilanciare in modo equanime i rapporti tra case editrici e il loro alternarsi nei diversi anni. La vittoria di uest’anno, per il Premio, significa anche un momento di ringiovanimento che sicuramente varrà popolarità presso lettori che non erano attratti da questo tipo di manifestazione. Qualcosa sta evidentemente cambiando e, se lo Strega era diventato il più importante premio italiano e una sorta di riconoscimento alla carriera, ora la gara appare più aperta e più legata però a esigenze commerciali.
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Premio Forte Village 2007, quarto posto al Premio Strega e secondo al recente Campiello. Podi e onori per un libricino che si fa fatica a definire romanzo. Mal di Pietre di Milena Agus (edito dalla piccola casa editrice nottetempo) è qualcosa di diverso. È quasi una miniatura. Fosse stato un dipinto probabilmente sarebbe stato un acquerello. Fosse stato musica, forse un assolo d’arpa. Delicato e breve. Poco più di cento pagine pennellate con semplicità e grazia, senza entrare con impeto nell’attenzione del lettore. Senza troppo vigore, suo pregio e difetto.
Si legge in un attimo, e per il lettore-runner di oggi è di certo una buona motivazione per avvicinarsi all’opera seconda della Agus, che in Francia sta scalando la classifica dei libri stranieri più venduti, con quattro ristampe in un mese. “Avec une sensibilité et une liberté de langage étonnantes Milena Agus déroule pour nous l’histoire” scrive di lei l’editrice francese Liana Levi. D’altronde la Agus era già stata notata oltralpe con il suo primo libro Mentre dorme il pescecane (2005), e Mal di pietre è una conferma.
Genovese nata da genitori sardi, Milena Agus vive e insegna italiano e storia a Cagliari. E la Sardegna è lo scenario del suo racconto, con le sue superstizioni e tradizioni. A farne le spese è la protagonista, una donna passionale, troppo “focosa” - e per questo considerata folle - per la mentalità provinciale del Dopoguerra. Una Bovary sarda, l’hanno definita in Francia. Una donna alla ricerca disperata dell’amore, da cui proprio l’amore fugge sempre. Lasciandola privata della “cosa principale”, a combattere con i suoi “mal di pietre”, i calcoli renali, che si identificano con il mal d’amore e con i suoi deliri folli. Il tutto in un valzer di sentimenti e forti scene erotiche, narrato con leggerezza e distacco, e anche con la capacità di far sorridere. Toccando e non toccando il lettore. Sfiorandolo e rischiando a volte di rapirlo, senza farlo. Con una scrittura essenziale e semplice, naïf. Dove “le parole sono come pietre”, hanno detto i giurati del Premio Forte Village.
![La copertina di [i]Mal di pietre[/i] di Milena Agus<br> [i](Foto: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_mal_di_pietre.jpg)

Un certo senso (ed. Marsilio), il tragicomico romanzo d’esordio di Francesco Fagioli, comincia ancora prima di sfogliarlo. Le prime tracce della storia arrivano già dalla cover, che ricorda un plico di documenti: una busta giallina piena di fogli e una frettolosa scritta a pennarello.
Letta la prima pagina, si scopre che quella busta giace sulla scrivania di un Procuratore della Repubblica. Che è un fascicolo messo insieme dai Carabinieri. Che riguarda tale Senso Antonio. E contiene decine e decine di lettere. Tutte dirette all’amministratore del condominio di Via Monte Bianco 22, a Roma. Tutte firmate dal proprietario dell’appartamento n.7, piazza Elba, 16 (Antonio Senso, appunto, artista fallito e disperato). E tutte mai spedite.
“Egregio amministratore, le sarà certamente noto che dall’aprile 2001 si verificò un’occlusione nella colonna di scarico delle acque nere…”. L’insopportabile fetore che invade l’appartamento dà il via a un esilarante sfogo epistolare del protagonista. Ma presto il problema idraulico lascia il posto ad altri temi. E inizia così una sorta di autobiografia comica e rabbiosa, fatta di lettere amare, confidenziali, ossessive. Sono monologhi e bilanci di una vita indirizzati a un interlocutore improbabile ma che è l’unico disponibile nell’assoluta solitudine di Antonio Senso. Le lettere sono piene di dilemmi, ricordi di amori e di dettagliati amplessi che si mischiano ai racconti delle vicissitudini quotidiane, alla meschinità della vita di condominio, tra personaggi involontariamente comici e universali, vicinanze forzate e rancori.
Tutto in un fiume di missive di cui il lettore diventa contemporaneamente destinatario e mittente: ovvero la persona rispettabile e distinta che legge con tenerezza gli sproloqui di uno squinternato e però anche lo squinternato stesso, come lo sarebbe chiunque messo (senza alternative) di fronte alla buona dose di assurdità che è in ogni esistenza.
A tenere vivo l’interesse per tutte le 239 pagine non è soltanto l’umorismo amaro, la scrittura puntigliosa e divertente dell’autore, ma anche quella scrivania di un Procuratore su cui giace il plico all’inzio del romanzo: quell’interesse poliziesco che già dalla prima pagina annuncia cioè una sorpresa finale.
E una sorpresa l’hanno avuta anche iQuindici, il collettivo di lettura della Wu Ming Foundation, che ha selezionato all’unanimità questo romanzo, consigliandolo all’editore Marsilio. Una bella sorpresa che si è sommata poi alla candidatura al premio Strega, per il quale le statistiche del Sole24ore pronosticavano addirittura un posto nella cinquina finale. Ottime referenze, per un romanzo d’esordio che a qualcuno ha fatto venire in mente Kafka e Buzzati. Che a Wu Ming ha fatto dire: “è un romanzo spiazzante e innovativo” e che, come tutte le cose nuove, “può essere amato oppure odiato”.
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