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Ricette di famiglia di Roberto Barbolini: il romanzo di una provincia che non c’è più

Ricette di famiglia: particolare della copertina

Ricette di famiglia: particolare della copertina

Un taccuino a forma di parallelepipedo, di quindici centimetri per dieci, con poco meno di duecento fogli, alcuni dei quali sparsi. Parte da lì, dal ricettario della madre, Roberto Barbolini per raccontare una cosa che non c’è più. Continua

Altro che Twilight! Sono andato a casa di Dracula, quello vero

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“Chi non muore si rivede” è solo un detto banale, caro alle nonne. Ma vi assicuro che nella terra di Dracula, il non-morto per eccellenza, assume tutto un altro sapore. È per questo che, al saluto del mio amico Vittorio, non ho potuto fare a meno di sobbalzare. Dopo dieci anni che non ci vedevamo mi è sembrato più magro e decisamente ringiovanito. Ho provato a buttarla sullo scherzo: “Ti sei sparato un tir di Gerovital?”. Ma l’amico si è limitato ad un sorrisetto immortale. Io e Diego ci siamo rivolti uno sguardo d’intesa, come a dire: si comincia bene.

Vittorio Ballarotti è un artista che non vuole essere definito tale e a un certo punto è scomparso dalla circolazione, ritirandosi “in volontario esilio” (così gli piace dire) a Sighisoara, la città natale di un certo Vlad Tepes in arte Dreacula. Proprio lui: il voivoda valacco (1430-1476), grande impalatore di turchi e non solo, che una leggenda dura a morire, originata dalla sua ferocia sanguinaria, ha associato alla mitologica figura del vampiro. La colpa, o il merito, è del soprannome: Draculea, ereditato dal padre Vlad Dracul, cavaliere dell’ordine del Drago e principe di Romania per volontà dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo.
Bella lezioncina di storia, direte voi. Me la ripasso mentalmente mentre filiamo nella notte verso Sighisoara, Schaessburg per i mercanti sassoni che l’abitavano nel medioevo commerciando con l’impero ottomano. Vittorio e Aurelian Varvara sono venuti a prenderci all’aeroporto di Cluj-Napoca, capitale della Transilvania e grande polo universitario. Il fatto che sia anche la città natale del re ungherese Mattia Corvino, che tenne Vlad Tepes per 12 anni a Budapest in una prigione scavata sotto il Danubio, è decisamente una piccola ironia della Storia.

Finalmente arriviamo. Sighisoara di notte, con la splendida Torre dell’Orologio e il municipio e le altre torri illuminate che si stagliano nel perimetro fortificato della città vecchia, è un colpo d’occhio che non si dimentica. La suite della pensione Vila Franka ha un suo confortevole incanto finto-medievale. Ma tutto questo non è sufficiente a tranquillizzarmi.

Ricordate il Dracula di Bram Stoker? Jonathan Harker arriva al castello transilvano del Conte per vendergli casa a Londra. E fin qui tutto bene: già Voltaire diceva che i veri succhiasangue, ossia capitalisti e banchieri, vivono nelle grandi metropoli. Ma io, stanco dei neovampiri rosè stile Twilight, mi sonno fatto trascinare in un’impresa impossibile: rivendere Dracula, quello vero, a casa sua. La mia fama di vampiromaniaco italiano, propalata da Ballarotti mi ha fruttato un invito al Rotary di Sighisoara per dissertare sul tema: un po’ come parlar di corda in casa dell’impiccato. O cercare di esportare cioccolata e orologi a cucù in Svizzera.

Eppure: “Te la caverai” mi rassicura Vittorio, nell’inquietante bric-a-brac d’oggetti che affastellano i quattro piani della sua casa a filo delle mura di Sighisoara, all’altezza della Torre dei Pellicciai. L’ha tirata su pian piano partendo da due porcilaie e una latrina. Adesso è un museo del tempo perduto che Diego non si stanca di fotografare, dove s’affastellano binocoli e carrozzine, cetre e violini, ampolle faustiane e civette impagliate, mappamondi e maschere demoniache, libri rari e macchine tessili, ritratti di Cecco Beppe e aeroplanini giocattolo.

A vivere in mezzo a tutto quel passato, Ballarotti è diventato profeta: in qualche modo al Rotary riuscirò a cavarmela ciarlando di Stoker, Le Fanu, Varney il vampiro malinconico, ma anche delle origini modenesi di Christopher Lee, il più celebre Dracula dello schermo, discendente per parte di madre dai nobili Carandini.

Il giorno dopo, è già l’ora degli addii, “Salutami la triste e generosa Milano” fa Ballarotti, richiudendo la grata della sua prigione-museo. Mentre Aurelian, gentile come sempre, riaccompagna me e Diego a Cluj, non so ancora che l’associazione Transilvania-Dracula ha deciso di invitarmi al prossimo congresso mondiale sul vampiro, che si terrà a Sighisoara dal 12 al 14 maggio del 2010. Dalla maglietta-ricordo di mio figlio Vlad Tepes sogghigna in silenzio.

LEGGI ANCHE: Appuntamento a Sighisoara (Transilvania), citofonare Dracula

LA GALLERY

Sinfonia in nero con Beethoven

Donna noir

Di Sergio Altieri
“Italia al nero e non solo” è la nuova proposta editoriale del Giallo Mondadori dedicata agli autori italiani nella nuova collana “Il Giallo Mondadori presenta”. Ai primi di agosto sarà in libreria “Beethoven 27%”, una serie di racconti di Roberto Barbolini che esplorano la galassia della letteratura di massa, dal poliziesco all’horror, al sexy thriller e così via. Ecco la prefazione di Sergio Altieri, direttore editoriale del Giallo Mondadori.

Com’è riuscito uno stravagante urologo latino-americano a entrare in possesso del 27 per cento di una ciocca di capelli di Ludwig van Beethoven? E quale astrusa forza invisibile spinge due rock’n’ roller un po’ coatti ad andarsene in volo ad Amburgo alla ricerca di ciocche simili, appartenenti però a John Lennon e a Paul McCartney?
Qual è il vero significato della sorta di pellegrinaggio sentimentale, ma dalle connotazioni inequivocabilmente macabre, che due sensuali vedove allegre milanesi compiono ogni anno ai cimiteri di Los Angeles, California?
E poi, siamo davvero certi che Arthur Conan Doyle, mitico creatore del più mitico dei detective dell’Inghilterra postvittoriana, non avesse il suo di scheletro nell’armadio della colpa, a causa di un gesto tanto umanitario quanto sballato che costò la maratona olimpica a un ugualmente mitico fornaio italiano?
C’è un mucchio di polvere nel cimitero di San Cataldo, e non si tratta solo della polvere dei defunti, bensì di quelle candide nubi pronte a essere sparate dritte nelle sinapsi attraverso le narici. Un solo problema: per far posto alla cocaina si sfratta un morto più che prono alle passeggiate zombesche.
Le proposte di cui sopra sono il fulcro solamente di alcune delle storie di questa antologia. Una raccolta pressoché unica non nel suo genere ma nei suoi generi. Proposte oltraggiose e irriverenti, caustiche e corrosive, surreali e grottesche. Eppure tutte solidamente ancorate al tessuto connettivo della grande narrativa.
Giornalista e saggista, polemista e umorista ma anche, e prima di qualsiasi altra cosa, inarrivabile iconoclasta, Roberto Barbolini, classe 1951, modenese doc, rovescia l’intera equazione del giallo e dei suoi miti. Violando parametri e regole, distorcendo sfumature e componenti, con le 16 storie di Beethoven 27% Barbolini esplora la variegata quanto infida terra di mezzo che va dall’horror al mystery, dall’investigazione storiografica alla detective story, dal noir metropolitano al sexy thriller. Il risultato è una cavalcata ora divertente ora inquietante ma sempre, invariabilmente, inaspettata di un autore letterario tout-court che non aspetta altro se non di “sporcarsi le mani” con la narrativa “di controKultura” intesa nel senso più lato del termine.
Eppure, qualcosa sta cambiando. C’è sempre più noir “strano” là fuori. E c’è sempre maggiore contaminazione di generi, al punto che sull’argomento si scrivono saggi critici al massimo livello. Dell’uno aspetto e dell’altro Beethoven 27% potrebbe diventare non solo un’antologia che precorre i tempi, ma un autentico cult book.

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