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Le porte chiuse di Teheran, viaggio nell’oscurità delle carceri iraniane

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/estrelas/422836931/]estrelas e limóns[/url] by Flickr)[/i]

“La benda è legata stretta”. Comincia così Le porte chiuse di Teheran di Zarah Ghahramani (edizioni Sperling & Kupfer), un lungo viaggio dentro l’oscurità letterale e metaforica delle durissime carceri iraniane di Evin, nella zona nord di Teheran.
Dopo la benda, arrivano subito gli altri indizi della prigionia: l’interrogatorio, i carcerieri, il buio senza fine della cella. Troppo per una giovane donna, classe 1981, considerata dai suoi aguzzini una viziata principessina borghese, colpevole in realtà solo di aver palesato la propria dissidenza. Ma senza uccidere o gettare pietre. Semplicemente manifestando in strada insieme ai propri compagni di università e distribuendo volantini politici. Avere vent’anni nell’Iran degli Ayatollah evidentemente non è facile e presto anche per una semplice manifestazione può accadere di ritrovarsi in balia di un mondo brutale e primitivo, l’autentica dimensione interiore di chi in Iran ha abbracciato ossessioni e fanatismi del regime.
Per Zarah, dunque, non c’è posto. Anzi c’è ma è nel buio della prigione, non alla luce del sole come la sua età e il bagliore della sua intelligenza invece meriterebbero. Con lei, sono affossati in cella rispettivamente il desiderio di un futuro migliore e la prospettiva del cambiamento. Il libro è dunque la storia di una prigionia durata 30 giorni che si intreccia con il racconto della vita come era fuori. Prima del carcere.
Nonostante la giovane età, infatti, Zarah ha fatto in tempo a seguire da vicino, seppure ancora bambina, i grandi capovolgimenti della storia politica del suo paese. Dal regno dello Scià Mohammad Reza Pahalvi alla Rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Davanti agli occhi di Zarah sfila la storia e il suo peso. La guerra con l’Iraq di Saddam Hussein nel 1987, nonostante la giovane età della donna, non si limita a rimanere impressa nella sua memoria come un semplice cameo. Ma diventa un capitolo chiave. Nella costruzione della sua psiche oltrechè nel processo distruttivo del suo paese. E il ricordo della guerra per Zarah vuol dire le vedove. Tante, tantissime, completamente avvolte di nero. Perfino nell’anima. E poi raffinerie che esplodono e gli orfani dei bombardamenti. Al dogma del regime, anzi dei regimi che si sono avvicendati con una facilità che ha quasi dell’impressionante, la giovane universitario via via crescendo ha contrapposto l’ ilarità scanzonata del suo sorriso e i primi sentimenti amorosi. Perché come lei stessa afferma in calce ad un capitolo “Gli iraniani si innamorano nello stesso esatto modo di chiunque altro nel mondo”. Oggi Zarah si è rifugiata in Australia dove vive. Ma nella sua mano libera “stringe ancora forte la sua benda.”

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