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Una bambina soldato, vittima e carnefice nell’inferno dell’Uganda

Una bambina soldato

Per la prima volta, un’ex bambina soldato racconta in un libro la sua storia: lancinante, quasi incredibile nella sua durezza. Da quando a nove anni venne strappata alla famiglia e internata in uno dei campi di reclutamento dell’”esercito di resistenza” del suo Paese, l’Uganda, a quando nel 1999, grazie all’intervento delle Nazioni Unite, riuscì a scappare riparando in Sudafrica. Durante gli anni nell’esercito le fu dato un nuovo nome, “China”. Le venne messo in braccio un fucile, ordinandole di sparare e uccidere. Nessun sopruso le fu risparmiato, tanto che lei oggi dice “Non so nemmeno più contare quanti uomini abbiano abusato del mio corpo quando avevo quindici anni. Questo è il ricordo più difficile con cui convivere”.
L’incubo durò dieci anni: dopo l’addestramento fu impiegata come guardia del corpo di un alto funzionario del regime di Yoweri Museveni (tuttora presidente dell’Uganda), poi fu trasferita alla polizia militare.
Il libro di memorie di China Keitetsi, Una bambina soldato, che porta l’eloquente sottotitolo “Vittima e carnefice nell’inferno dell’Uganda”, è arrivato da poche settimane nelle librerie italiane, per la casa editrice Marsilio. L’autrice racconta nella prefazione che per lei scriverlo è stato come una liberazione: “Iniziai a scrivere, tra le lacrime, e più andavo avanti più mi sembrava impossibile riuscire a smettere di piangere. Allo stesso tempo, però, vedevo accadere anche qualcosa di diverso: man mano che le parole passavano sul foglio, mi sentivo più leggera, più libera, e avevo bisogno di continuare”. Mettere nero su bianco la sua esperienza non è stato facile: “Mi riusciva difficile immaginare che io, China, io che mi consideravo come un esserino senza alcuna importanza, niente di più che una cartaccia da buttar via senza degnarla di uno sguardo, all’improvviso fossi capace di scrivere un libro”. Ma ci è riuscita: “Scrivevo con l’unico obiettivo di liberarmi dai pesi che continuavano a gravarmi sul cuore”.
China adesso vive tra la Danimarca e il Ruanda, dove ancora abitano i suoi parenti scampati alla guerra civile. Ha scelto di non seppellire il suo passato, di non dimenticare: è voluta anzi diventare l’”avvocato” di quelle centinaia di migliaia di bambini che ancora combattono negli eserciti del Terzo mondo. La sua missione è proprio parlare delle infanzie violate, delle aberrazioni che i bambini soldato sono costretti dai loro aguzzini a commettere e a subire.
China Keitetsi è stata invitata a parlare alle Nazioni Unite, all’Unesco, al Parlamento tedesco. Ha creato un’associazione per aiutare gli ex bambini soldato come lei e oggi è anche ambasciatrice dell’Unicef. Sul suo sito ufficiale l’home page è un inno alla speranza: accanto alla foto del suo viso sorridente c’è la scritta “Il passato è passato… E il futuro è cominciato!”.

China Keitetsi

L’Italia nascosta che mette al lavoro i bambini

In Italia il lavoro minorile cresce e a ritmi inquietanti. A scattare la fotografia di questo scenario che mette in crisi le nostre fragili coscienze di adulti arriva (e finalmente, visto che da anni non usciva un volume sull’argomento) Minori al lavoro, il caso dei minori migranti, edizioni Ediesse. È un libro inchiesta firmato da Ires, Cgil e Save the Children dove i numeri dicono più di mille parole.

In assenza di monitoraggi istituzionali completi, i dati forniti dal volume offrono comunque indizi più che sufficienti per definire il fenomeno allarmante. In un quadro generale di circa 600 mila minori lavoratori, 400 mila non hanno ancora compiuto quindici anni. Il che, dietro le cifre, significa che un esercito di bambini, se invisibile o meno questo è uno dei punti della questione, sfila ogni giorno davanti ai nostri occhi distratti come ingranaggio essenziale della macchina produttiva collettiva. Di questi 400 mila, 50 mila sono bambini stranieri tra cui rom e cinesi. Dall’accattonaggio al lavoro con la famiglia e per la famiglia, queste le loro condizioni di vita. In Italia, cioè, non esistono le differenze tipiche dei paesi in via di sviluppo tra child work e child labour, tra il lavoro minorile e lo sfruttamento vero e proprio. Soprattutto al Nord e al Centro, infatti, i bambini tendono a lavorare in famiglia, dove non possono negoziare nulla sulle modalità del proprio impiego. Vengono occupati magari prima di andare a scuola, alle cinque del mattino, oppure dopo le lezioni e fino a tarda sera.
A rendere unica e particolarissima questa inchiesta è stato il contributo di Save the Children. Che si è concentrata in particolare sui minori stranieri che vivono a Roma attraverso un laboratorio di ricerca partecipata. Insomma, a sedici anni dalla dichiarazione Onu sui diritti dell’infanzia, unica convenzione al mondo ratificata da tutti i paesi eccetto Stati Uniti e Somalia, ancora moltissimo resta da fare, tanto più che l’Italia pur avendola ratificata non ha ancora attuato pienamente la Convenzione 182 sulle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile.

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