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Si chiamano Glokers e sono la nuova faccia della globalizzazione. A quei milioni di lavoratori, cioè, che nelle regioni più disagiate del mondo continuano a venire sfruttati in nome di un mercato planetario è dedicato Glokers di Silvana Cappuccio, Ediesse edizioni. Un viaggio in 60 paesi nei cinque continenti, a metà tra l’antropologico e il geopolitico, per capire origini, sviluppo e funzioni reali dei global workers, con le loro testimonianze, le battaglie per i diritti, i casi di sfruttamento. Tutti sognano un unico orizzonte, “il decent work”, la possibilità, cioè, di poter esercitare il proprio diritto al lavoro tutelati da contratti e condizioni dignitose. Tutto questo a 60 anni esatti della Dichiarazione Fondamentale dei diritti dell’Uomo firmata a Parigi il 10 dicembre 1948. Dal Sud America all’Asia passando per l’Europa, le storie raccontate nel volume rispettano le varie latitudini e i diversi tipi di sfruttamento che li caratterizzano. I casi più duri si annidano in America latina con centinaia di morti ogni anno in Guatemala e Colombia a causa delle lotte sindacali.
Mentre il continente più in evoluzione resta quello asiatico, con in testa il gigante Cina, in cui ad un aumento della produttività ha corrisposto una diminuzione della quota dei salari, dal 53% nel 1998 al 41,4 % nel 2005 e, in alcuni casi, un peggioramento delle condizioni di lavoro. In tutto il continente, poi, continua ad essere una piaga lo sfruttamento dei minori. Benché sia diminuito negli ultimi cinque anni, ci sono ancora circa 122 milioni di bambini asiatici che lavorano. Perché non diventino loro i glokers del futuro bisogna, dunque, muoversi e in fretta.

La prostituzione in Italia negli ultimi anni ha cambiato faccia. È il concetto fondamentale su cui ruota All’aperto e al chiuso, il libro che analizza il fenomeno prostituzione in Italia, a cura di Francesco Carchedi e Vittoria Tola, pubblicato dalle edizioni Ediesse.
E così se a livello planetario le Nazioni Unite stimano in circa 4 milioni le donne e le bambine comprate e vendute ogni anno, nel nostro paese la prostituzione riguarda circa 12 mila donne l’anno. Una cifra che va poi declinata nel quotidiano. E che si traduce spesso in mera lotta per la sopravvivenza e la conquista di un mercato che si fa sempre più difficile. Oltre alle nigeriane, alle europee dell’Est e alle sudamericane sono in crescita le cinesi e le maghrebine. Ma la convivenza non sempre è facile. Anche per questo forse, e anche per la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, l’ultima in termini cronologici, una delle novità è che si stanno abbandonando le strade in favore di luoghi al chiuso: case private, alberghi, appartamenti in condivisione, club dove ci si vende senza pestarsi i piedi. Cresce, dunque, la prostituzione da interno mentre avanza anche un altro fenomeno più subdolo ma non per questo meno pericoloso. Le organizzazioni criminali, infatti, da qualche anno stanno cercando di venire a patti con le loro vittime offrendo loro condizioni di vita migliori. Ma in questa “umanizzazione” dello sfruttamento è inquietante perché offre un finto potere decisionale a quelle che restano comunque le vittime di questo tipo di mercato. Insieme al traffico di armi e di droga, il traffico di esseri umani a sfruttamento sessuale è diventato uno dei principali business illegali del pianeta. Da qui parte poi la parte “construens” del libro. Quella delle proposte e delle alternative utili. Come il progetto Roxanne varato dal Comune di Roma: un programma d’intervento che parte dalla strada grazie ad una rete di unità mobili per arrivare a servizi di segretariato sociale e a piani di reinserimento sociale e lavorativo. La particolarità del progetto è stata quella di aver coinvolto tutti: le vittime come gli operatori sanitari e sociali nonché le forze dell’ordine. Tutti uniti per dare a queste persone un’altra chance.

In Italia il lavoro minorile cresce e a ritmi inquietanti. A scattare la fotografia di questo scenario che mette in crisi le nostre fragili coscienze di adulti arriva (e finalmente, visto che da anni non usciva un volume sull’argomento) Minori al lavoro, il caso dei minori migranti, edizioni Ediesse. È un libro inchiesta firmato da Ires, Cgil e Save the Children dove i numeri dicono più di mille parole.
In assenza di monitoraggi istituzionali completi, i dati forniti dal volume offrono comunque indizi più che sufficienti per definire il fenomeno allarmante. In un quadro generale di circa 600 mila minori lavoratori, 400 mila non hanno ancora compiuto quindici anni. Il che, dietro le cifre, significa che un esercito di bambini, se invisibile o meno questo è uno dei punti della questione, sfila ogni giorno davanti ai nostri occhi distratti come ingranaggio essenziale della macchina produttiva collettiva. Di questi 400 mila, 50 mila sono bambini stranieri tra cui rom e cinesi. Dall’accattonaggio al lavoro con la famiglia e per la famiglia, queste le loro condizioni di vita. In Italia, cioè, non esistono le differenze tipiche dei paesi in via di sviluppo tra child work e child labour, tra il lavoro minorile e lo sfruttamento vero e proprio. Soprattutto al Nord e al Centro, infatti, i bambini tendono a lavorare in famiglia, dove non possono negoziare nulla sulle modalità del proprio impiego. Vengono occupati magari prima di andare a scuola, alle cinque del mattino, oppure dopo le lezioni e fino a tarda sera.
A rendere unica e particolarissima questa inchiesta è stato il contributo di Save the Children. Che si è concentrata in particolare sui minori stranieri che vivono a Roma attraverso un laboratorio di ricerca partecipata. Insomma, a sedici anni dalla dichiarazione Onu sui diritti dell’infanzia, unica convenzione al mondo ratificata da tutti i paesi eccetto Stati Uniti e Somalia, ancora moltissimo resta da fare, tanto più che l’Italia pur avendola ratificata non ha ancora attuato pienamente la Convenzione 182 sulle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile.
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