Leggi tutte le notizie su:
sicilia

Corleone, 1962 (Credits: Ansa)
La cucina, il tempo, la famiglia, i soldi, il rapporto (ancestrale e contraddittorio) con la propria terra. Sono queste, all’ingrosso, le istantanee che si annidano sulla testa del siciliano medio. Continua

Venere ed amore con un favo di mele di Cranach, particolare (Ansa)
Non è tanto la storia, ricca di suggestioni e vibrazioni emotive. Non è neppure il contesto o l’ambientazione, che pure ha permesso a tanti narratori di rievocare episodi avvincenti e destini disperati. Continua

(Credits: Ansa)
E’ stata definita una delle regioni a più alta densità letteraria. Nell’immaginario collettivo, la Sicilia è la regione di Luigi Pirandello e Vitaliano Brancati, Leonardo Sciascia e Giuseppe Bonaviri, Giovanni Verga e Gesualdo Bufalino, Nino Martoglio e Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Ma all’ombra di questo panorama letterario, c’è un anche Novecento isolano piuttosto ignoto, soprattutto oltre lo Stretto, eppure meritevole di una sua dignità letteraria. Proviamo a fare i nomi di cinque autori, ormai scomparsi e ingiustamente dimenticati. Continua
Una linea lunga di misfatti e di misteri italiani, dagli eccidi dei Borbone ai Fasci siciliani, dal primo dopoguerra a Portella della Ginestra, da Ciaculli a Viale Lazio, da Falcone e Borsellino fino alla bomba di via dei Georgofili a Firenze. Questo il percorso nel tempo della Mafia rivissuto da Giuseppe Carlo Marino, docente di Storia contemporanea all’Università di Palermo, nel suo volume La Sicilia delle stragi, Newton Compton Editori. Perché la geografia mai come in questo caso è diventato campo di battaglia della storia. La Sicilia, dunque viene rivissuta, nel suo concetto più profondo, quello di isola lontana dalla terraferma, il Continente appunto come ancora molti siciliani definiscono il resto del paese. E in questa isola nel corso degli anni la Mafia si è radicata fino a scuoterne le radici più profonde, assumendo, a seconda delle generazioni, fisionomie completamente diverse. Dall’eccidio di Portella della Ginestra nel 1947 dove si mescolarono banditismo e sindacalismo con personaggi dai risvolti avventurosi come Salvatore Giuliano fino ad arrivare allo stragismo che fece tra le vittime più illustri i magistrati Falcone e Borsellino. Quello che rende La Sicilia delle stragi un contributo interessante alla pur già abbondante letteratura dedicata all’argomento è il fatto di essere un volume polifonico. Giuseppe Carlo Marino ha raccolto testi di studiosi e scrittori, giornalisti, magistrati, testimoni autorevoli e bene informati. Quello che ne viene fuori è un mosaico narrativo in cui i veri eroi sono le vittime della Mafia, i singoli come la popolazione in difesa dei quali ancora tanto resta da fare.
“Se si va per la prima volta in Sicilia è certamente utile portare con sé la tipica guida turistica che descrive i luoghi più celebri, a cominciare da Taormina, da Segesta e dalla valle dei Templi. Ma, se si è curiosi e se si vuole evadere dal solito cliché turisti stico che ha contributo ha creare l’immagine di un’Isola da cartolina turistica, si può fare anche una piccola deviazione, e scoprire così paesaggi di cui si parla poco o punto”.
Parola di Matteo Collura, scrittore e giornalista di punta della generazione cresciuta nel secondo Dopoguerra, nonché autore di Sicilia sconosciuta, da poco ripubblicato per Rizzoli in un’edizione interamente aggiornata e corredata dalle foto di Mino Minnella. Un libro insolito, difficilmente catalogabile, che si distanzia tanto dal baedeker quanto dalla cronaca da Grand Tour che pure fino a metà Novecento è stato genere assai praticato dagli scrittori nostrani.
Iniziamo dal titolo: perché Sicilia sconosciuta?
L’aggettivo le calza in modo più aderente rispetto ad ogni altra regione italiana. L’isola è ignota ai suoi stessi abitanti, che tutto sanno del luogo in cui sono nati e vivono, e poco o niente di altri luoghi, di altre province, anche confinanti. Non è un caso che il siciliano, sempre pronto a partire, è però avvezzo più ai lunghi viaggi che a quelli brevi. Provi a chiedere quanti parenti ed amici ha un palermitano a Catania: scoprirà che ha scarsissimi legami con Catania, ma che molti, palermitani e catanesi, ne hanno con Roma, Milano e con mille altri paesi sparsi in tutto il resto d’Italia.
Un legame in cui non resta indifferente neppure l’elemento che rende la Sicilia isola, e cioè il mare.
Questo è un rapporto assai recente, nato solo nel Dopoguerra. La letteratura isolana, a parte qualche vistosa eccezione, non ha fatto altro che registrare una sorta di indifferenza che l’isolano nutre da secoli nei confronti del mare. Ed infatti sia Agrigento che Palermo, pur essendo città litorali, hanno entrambe voltato le spalle alla costa.
C’è poi la cucina, forse la più ricca e complessa d’Italia…
Per i siciliani il cibo è una festa. La gastronomia isolana è forse il testimone più immediato e tangibile del barocco isolano. In un cannolo o in una cassata quella cifra stilistica è rimasta cristallizzata più che in chiese e cattedrali, contribuendo a rappresentare un’idea di gusto che è innanzitutto estetico e solo in secondo luogo culinario. Un codice unico e difficilmente riscontrabile in altre parti d’Italia, e tuttavia, anch’esso ancora in parte sconosciuto.

Gli anni di piombo raccontati da un giornalista che per anni si è occupato di mafia. Quello che veramente ami di Riccardo Arena, Dario Flaccovio Editore, è un romanzo intinto nella cronaca dove i sentimenti dei singoli si muovono incrociandosi con i sentimenti del loro tempo. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Perché ha scelto il 1977 per ambientare la sua storia? E perché Milano?
Perché era l’anno della giovinezza, mia e del nostro Paese. E poi perché, come recita il titolo di un’ottima, e per questo misconosciuta, trasmissione Rai dedicata proprio al ’77, quello fu “l’anno che non finì mai”. Ho provato io, allora, a immaginarne una conclusione. Milano l’ho scelta perché per me era il centro del mondo e poi perché è la città dei due personaggi esistenti che hanno ispirato la storia.
Alla sua sicilianità che posto ha dato, invece, nel romanzo?
E’ il sole della mia Isola e delle zone in cui ci sono le origini della mia famiglia: Vittoria, il Ragusano, territori in cui sono cresciuto e dove terrò sempre un pezzo del mio cuore.
Quanto le è servita la sua esperienza di cronista giudiziario nella costruzione della trama e dei personaggi? Ci può fare qualche esempio?
E’ servita, anche se scrivere un romanzo è cosa ben diversa dal fare un articolo di cronaca. Ho fatto dei cenni ad aspetti processuali, ho costruito la figura dell’avvocato di Soccorso rosso che però soccorre anche il protagonista-fascista…
Lei affronta nel suo libro lo scontro generazionale (il ’77 in opposizione alla seconda guerra mondiale). Perché? Cosa le interessava?
Volevo cercare di capire il perché di tanti contrasti tra la mia generazione e quella precedente, compreso ovviamente il contrasto tra me e mio padre. Non so se ci sono riuscito. Ognuno rivendicava la propria guerra e le proprie sconfitte e se le è tenute.
La violenza è sempre presente nel suo volume, come aria che si respira, come azioni che coinvolgono i personaggi. Perché? Crede sia una condizione alla quale l’essere umano è condannato? O solo in certi momenti storici?
Ho sempre creduto all’importanza della violenza nella storia e al fatto che i grandi rivolgimenti avvengono soprattutto con l’uso delle armi. Tuttavia questo è un libro fondamentalmente pacifista, sull’assurdità di tutte le guerre: quelle vere, cui partecipa il padre del protagonista, e quella non dichiarata, cui prende parte “il Tunisi”.
Ma il suo libro è anche una storia d’amore, un amore difficile. Anche questo sentimento è forse una metafora? Di cosa?
È la metafora dell’amore impossibile, tra una destra e una sinistra che si sono rivelate sempre, in ultima analisi, ottuse: non hanno capito cioè che la vera rivoluzione è fare qualcosa di unico, di sconvolgente, di veramente grande. Unirsi, ad esempio, buttando via i vecchi arnesi della retorica e di culture-non culture che oggi ci hanno portato al veltrusconismo. Come diceva, quel signore? “Questo di tanta speme oggi mi resta…”.
(Foto: Luigi Nifosi)
Finora era conosciuta come la terra del Commissario Montalbano. Stiamo parlando di quel lembo di Sicilia compreso tra i capolavori barocchi di Scicli e quelli di Modica, nella provincia di Ragusa dove è stata girata l’omonima serie televisiva. Ma la passione per la storia di un primario del posto, Giorgio Cavallo, ha ridato a tutta l’area una prospettiva diversa e antenati illustri al celebre commissario. E così ecco il piccolo miracolo. Anni di ricerche negli archivi locali, la Ausl di Ragusa che si trasforma per l’occasione in editore, il volume che diventa un piccolo caso letterario per la zona. L’Ospedale degli Onesti di Giorgio Cavallo, infatti, è un viaggio di un medico nel tempo, indietro di 7 secoli, alla scoperta dei suoi predecessori, tra delitti e congiure da far impallidire lo stesso Montalbano.
“Modica era una terra di intrighi” racconta a Panorama.it Giorgio Cavallo “del resto fu capitale dell’omonima contea del 1392, uno stato indipendente dentro la Sicilia. Come in ogni grande città di quei tempi, la lotta per il potere era senza esclusione di colpi. Come fu il caso del governatore del Nero, dal 1543 al 1545 inviato dal conte Luigi Henriquez e Cabrera con la precisa istruzione di sindacare l’operato della precedente amministrazione e poi, a sua volta, carcerato per avere compiuto alla perfezione il suo dovere”. E agli intrighi si sommarono le malattie. Dalla peste alla sifilide, tanto che in città un ospedale intero venne trasformato in sifilicomio, chiuso solo nel 1945. “Dalla sifilide qui ci si curava grazie alle cosidette botti a vapori mercuriali inventate da un personaggio locale, Tommaso Campailla. Il paziente veniva inserito in una botte riscaldata grande quanto un cubicolo nella quale si poneva un braciere con il mercurio. Pare funzionasse”.
Insomma, la terra di Montalbano prima ancora dell’arrivo del celebre commissario fu luogo di passioni ma anche di impegno civile in cui il talento del singolo veniva messo al servizio della comunità.
“Come fu con le Principesse Grimaldi” conclude l’autore “che, a cavallo fra il XVIII ed il XIX secolo, ebbero il coraggio di smonacarsi per dedicarsi tutta la vita ad opere di beneficenza, un esempio che ha un valore ancora oggi”.

Da Sellerio a Rizzoli: il19 settembre, Davide Camarrone torna in libreria, ma questa volta per i tipi della casa editrice milanese. Il nuovo libro si intitolerà I diavoli di Melùsa e come il precedente, Lorenza e il commissario (cinque edizioni, 40.000 copie), sarà ambientato in Sicilia.
Il giornalista Rai cambia editore ma non genere: la sua seconda opera sarà sempre un giallo, anche se questa volta avrà a che fare con le morti legate alle attività dei petrolchimici isolani.
Protagonista del romanzo è Giulio, un anziano farmacista che riceve la visita inaspettata di un suo vecchio compagno di studi, Alfredo, ritornato in Sicilia dopo molti anni e ora gravemente malato. Sarà quest’ultimo a convincere l’amico di infanzia ad intraprendere un’estenuante ricerca per scoprire il mistero della scomparsa di un vecchio zio, datata 1949. Quell’allontanamento aveva infatti causato l’arresto del padre, accusato del fratricidio e morto in prigione dopo un attacco cardiaco. A distanza di sessant’anni, Alfredo vorrà vederci chiaro e chiederà aiuto all’amico. Ma la ricerca metterà a repentaglio la stessa esistenza del protagonista.
In esclusiva per i lettori di Panorama.it e per gentile concessione della Rizzoli, pubblichiamo in anteprima il primo capitolo del romanzo (qui in pdf).
S’intitola L’isola senza ponte il nuovo libro dello scrittore siciliano Matteo Collura, che uscirà il 6 settembre per i tipi della casa editrice Longanesi.
“Una raccolta di racconti e saggi sulla Sicilia” spiega l’autore a Panorama.it “che hanno come filo conduttore la sua storia, il suo paesaggio, i suoi scrittori e la sua letteratura”. E proprio alla letteratura sono dedicati, tra gli altri, due saggi che faranno discutere. Nel libro, Collura svela infatti il mistero dell’epitaffio di Leonardo Sciascia, “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. “Lo scrittore di Racalmuto non ha scelto questa frase pensando al suo autore, Villiers de Lisle-Adam” dice Collura “Grazie ad alcune carte ora rese disponibili dagli eredi” continua “si evince che egli la conobbe quando era molto giovane grazie alla lettura di un libro di Leo Longanesi. Dopo averla usata ricorrentemente in appunti e articoli in uno degli ultimi giorni prima di morire decise di darla alla moglie, senza specificarne la paternità”.
Ma è su un altro scrittore, Tomasi di Lampedeusa, che Collura si esprime in netto contrasto con quello che ha sempre sostenuto: “A mio parere, Il Gattopardo è uno dei romanzi italiani più importanti, secondo solo ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Sul suo autore e sulla sua opera ci siamo sbagliati tutti, perfino Leonardo Sciascia”. Il giudizio dello scrittore siciliano sorprende anche perché, oltre che il più noto biografo, Collura era una delle persone più vicine all’autore del Giorno della civetta.

È già un caso letterario. È Terra matta, l’autobiografia postuma del contadino semianalfabeta Vincenzo Rabito pubblicata da Einaudi. La storia, messa insieme nel corso di 80 anni e poi rimasta in un cassetto per altri 15, era contenuta in un manoscritto con un punto e virgola dopo ogni parola. Oltre mille fittissime pagine scritte - o meglio parlate - in un sicilano secco. “Se all’uomo di questa vita non ci incontra aventure non ave niente derraccontare”.
Di “aventure” Rabito ne ha raccolte per una vita intera, cominciata nel 1899 a Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa e proseguita in giro per l’Italia fino alla morte nel 1981. Una vita che attraversa le due guerre, il fascismo, l’emigrazione e la quotidianità in Sicilia, tra brigantaggio, contrabbando e povertà endemica. Tutto il Novecento in una storia cinica, poetica e tragicomica che è venuta alla luce grazie al figlio Giovanni. O meglio “Ciovanni” come lo chiama il padre nel testo: “Ciovanni pazzo che senevoleva antare a cirare litalia, la Spagna, la Francia tutta con lauto stoppe”. Giovanni se ne va fino in Australia. E dopo la morte del padre passa le serate sul manoscritto per renderlo presentabile, per sintetizzarlo senza perderne forza e sfumature. Nel luglio del 1999 decide che il lavoro è terminato. Spedisce una riduzione della biografia all’archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano (che raccoglie migliaia di diari privati). E chiede che l’opera partecipi al premio Pieve- Banca Toscana, indetto ogni anno dall’archivio. La commissione legge il testo, ne rimane folgorata e vuole la versione integrale. Arrivano così a Pieve i sette quaderni originali che affascinano la giuria. La monumentale opera è premiata nel 2000 col massimo riconoscimento. Ma le poche speranze di trovare un editore inducono la commissione a presentare il diario come: “il capolavoro che non leggerete mai”. Invece ora Terra matta è al secondo posto tra i libri più venduti in Sicilia. All’archivio di Pieve arrivano curiosi e studiosi per dare un’occhiata ai sette quaderni originali. E nei blog se ne parla moltissimo ogni giorno.
Leggi qui le prime tre pagine di Terra Matta, il libro di Vincenzo Rabito (in pdf)
Gli ultimi commenti