È il Tibet, la sua storia antica e misteriosa, il suo presente fatto di sofferenza, il protagonista di Il guardiano del fiore di loto, dello spagnolo Andres Pascual, una storia che, partendo dalla morte di un lama studioso della medicina dei suoi predecessori, si concretizza in lungo viaggio in una cultura per certi versi totalmente sconosciuta, se non a pochi iniziati. Lobsang Singay è un lama che, scampato nel 1967 da bambino alla violenza della Rivoluzione culturale che spazzò anche fisicamente i lama (di oltre seimila monasteri, ne restano oggi una decina) e la loro religione, si è specializzato nella medicina tradizionale e, quando decide di spiegarla al mondo intero, approfittando della platea offertagli da una università di Boston, muore, nella sua camera d’albergo, alla vigilia della conferenza. Apparentemente un infarto, devastante, che non gli lascia scampo. Niente in quella stanza lascia pensare a qualcosa di diverso da uno sfortunato episodio, se non un fazzoletto nero che, un istante prima di morire, lo stesso Lobsang intravede sul pavimento, non riconosce come suo e si interroga, seppure in pochi secondi, su chi mai l’abbia portato. Una striscia di stoffa nera, segnata, agli angoli, da quattro svastiche (un simbolo della tradizione tibetana), ma disegnati all’incontrario.
Una morte che sembra naturale, ma che induce a qualche dubbio che raggiunge Jacobo - un giovane cooperante spagnolo, a New York per lavoro - cui il suocero, Malcolm, inglese residente a New Delhi e amico del lama morto, chiede di occuparsi della salma e del suo trasferimento da Boston a Dharamsala, dove da decenni ha sede il governo tibetano in esilio e il Dalai Lama. Jacobo arriva a New Delhi, la polizia di Boston gli comunica che nel the che Lobsang ha bevuto prima di morire sono state trovate tracce di veleno. E Jacobo si accorge che quella del lama medico è stata una fine che ha segnato solo un punto di una lotta che è insieme politica, religiosa, economica. Combattuto tra la voglia di andare a caccia della verità e il timore di spingersi, nella sua ricerca, troppo in avanti, Jacobo penetra, lentamente, un mondo in cui l’apparente distacco dalle cose terrene è spesso un paravento per mascherare la violenza. E il Tibet, con il suo doloroso carico di incertezze e di speranze, resta lì, diviso tra un passato che niente ha cancellato e un presente in cui la libertà è una illusione spezzata.
(Fonte: ANSA)

Dal Tibet con dolore. Dopo la cronaca degli ultimi scontri ecco la testimonianza di Carlo Buldrini, ex direttore dell’Istituto italiano di cultura di Nuova Delhi con il suo Lontano dal Tibet, storia di una nazione in esilio, pubblicato prima in Gran Bretagna nel 2005, poi in Italia da Lindau.
“Se esiste ancora il Tibet?” racconta a Panorama.it l’autore che in India ha trascorso, a partire dal 1971, trenta anni della sua vita. “Mi posi la domanda nel 1979, quando visitai a Nuova Delhi il campo di profughi tibetani di Majnu ka Tilla. All’epoca non trovai una risposta. Oggi, invece, stiamo assistendo ad un genocidio. Il fatto di definirlo culturale non ne sminuisce la gravità visto che si sta cercando di spazzare via un’intera identità nazionale. Se l’Occidente non farà qualcosa rischiamo davvero che il Tibet smetta di esistere”.
Pagina dopo pagina Buldrini ripercorre con scrupolo da reporter e con l’ampiezza di sguardo tipica di uno scrittore di viaggio gli ultimi quarant’anni di questo paese martoriato dai suoi difficili rapporti con la Cina. Una cronaca fedele dei fatti resa possibile grazie alle preziose testimonianze dei rifugiati in India raccolte personalmente dall’autore negli anni’70.
Il viaggio comincia nel lontano 1959, nove anni dopo l’invasione dall’Esercito di Liberazione Popolare di Mao Zedong, con l’insurrezione della capitale Lhasa. Giorni drammatici che si conclusero con la repressione della rivolta e la fuga della massima autorità religiosa del Buddismo Tibetano, il Dalai Lama, in India, dove avrebbe dato vita al governo tibetano in esilio. “Conosco il Dalai Lama da più di 30 anni da quando portava gli occhiali con la montatura nera e sembrava un giovane studente universitario. Ho seguito da vicino tutto il suo pensiero politico. E nel libro compare una sua intervista, una delle tante che gli ho fatto nel corso degli anni. Una volta fu proprio lui a dirmi che il problema del Tibet non è un problema solo di diritti umani o di sistemi economici diversi” spiega Buldrini “ma di essere una cultura, una nazione completamente separata dalla Cina, con la sua storia, la sua lingua, la sua spiritualità. La Cina vuole il Tibet e se l’è preso ma non vuole i tibetani” continua “E per questo li sta distruggendo. Il mio libro è stato scritto per loro. Perché le nuove generazioni non dimentichino il loro passato e ne facciano tesoro per i problemi che adesso si trovano a fronteggiare”.

Mentre il Tibet brucia, e bruciano i diritti della popolazione delle montagne più alte del mondo, la Cina corre verso le Olimpiadi dei record che però sono a rischio boicottaggio o comunque a rischio figuraccia in mondovisione.
Ma la stessa Cina è leader assoluta per quello che riguarda la crescita economica. Che schizza di oltre tre volte rispetto a quella Usa e anche 5 rispetto all’Europa, con punte che toccano l’11 per cento del Pil. E se il paese più popoloso del mondo è noto per le grandi città, i grandi agglomerati urbani dove il capitalismo di stato la fa da padrone, esiste pure una Cina lontana. Una Cina profonda e da conquistare. Un vero Far West che corre lungo l’autostrada 312 per circa cinquemila chilometri da Shangai fino al deserto del Gobi, e da lì fino alla vecchia Via della Seta al confine con il Kazakistan. Un viaggio che è stato fatto e raccontato dal corrispondente della radio pubblica Usa (National Public Radio), Rob Gifford. E il cui libro Cina. Viaggio nell’impero del futuro (pubblicato da Neri Pozza, 380 pag, 20 euro) esce ora anche in Italia.
Il percorso di Gifford attraverso le sconfinate province cinesi disegna la nuova frontiera dello sviluppo, in cui tra steppe e deserti ci possono scorgere innumerevoli tecnici e operai che lavorano per espandere la civiltà e il progresso: che innalzano strade, ferrovie, costruiscono tralicci per l’elettricità e ripetitori per i cellulari. Un po’ come succedeva agli americani nell’Ottocento, che varcavano la frontiera del West seguendo la costruzione della ferrovia.
Lungo l’autostrada 312 sorgono decine di grandi città – basti pensare, scrive Gifford nel libro, che in Cina le città con oltre un milione di abitanti sono più di cinquanta – che sono crocevia di flussi migratori che vanno in due direzioni opposte: chi fugge (sono quasi 15 milioni di cinesi l’anno) dalle campagne e dalle sterminate steppe asiatiche e chi, viceversa, va alla conquista del west cinese.
Il viaggio, raccontato dal giornalista americano, si è svolto sugli autobus di linea dove avvengono incontri come quello con una ginecologa che, inviata dallo Stato, fa il giro dei villaggi per obbligare le donne che hanno già dei figli ad abortire. Ma nel lunghissimo viaggio Gifford trova e descrive di tutto: dai venditori porta a porta di prodotti domestici di una multinazionale americana, all’uomo in bicicletta che gira con una bandiera per protestare contro la corruzione cinese, fino ai lavoratori dell’oleodotto che trasporta energia dall’Asia centrale. Per arrivare ai minatori che lavorano per estrarre gli immensi giacimenti di rame, ferro, oro del deserto del Gobi.
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