Leggi tutte le notizie su:
vampiri

Particolare della copertina di “Io credo nei vampiri” di Emilio de’ Rossignoli (Gargoyle Books)
“La prima forza del vampiro” scrive Bram Stoker “sta nel fatto che nessuno crede alla sua esistenza“. Emilio de’ Rossignoli, invece, alla stirpe di Dracula ha sempre creduto, con il coraggio di andare controcorrente e ribellarsi alle mode : “Come ogni argomento trattato senza preparazione, a dritta e a rovescia, per soli fini commerciali” lamenta in Io credo nei vampiri “anche il vampirismo ha raggiunto la sua inflazione“. Continua

“Chi non muore si rivede” è solo un detto banale, caro alle nonne. Ma vi assicuro che nella terra di Dracula, il non-morto per eccellenza, assume tutto un altro sapore. È per questo che, al saluto del mio amico Vittorio, non ho potuto fare a meno di sobbalzare. Dopo dieci anni che non ci vedevamo mi è sembrato più magro e decisamente ringiovanito. Ho provato a buttarla sullo scherzo: “Ti sei sparato un tir di Gerovital?”. Ma l’amico si è limitato ad un sorrisetto immortale. Io e Diego ci siamo rivolti uno sguardo d’intesa, come a dire: si comincia bene.
Vittorio Ballarotti è un artista che non vuole essere definito tale e a un certo punto è scomparso dalla circolazione, ritirandosi “in volontario esilio” (così gli piace dire) a Sighisoara, la città natale di un certo Vlad Tepes in arte Dreacula. Proprio lui: il voivoda valacco (1430-1476), grande impalatore di turchi e non solo, che una leggenda dura a morire, originata dalla sua ferocia sanguinaria, ha associato alla mitologica figura del vampiro. La colpa, o il merito, è del soprannome: Draculea, ereditato dal padre Vlad Dracul, cavaliere dell’ordine del Drago e principe di Romania per volontà dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo.
Bella lezioncina di storia, direte voi. Me la ripasso mentalmente mentre filiamo nella notte verso Sighisoara, Schaessburg per i mercanti sassoni che l’abitavano nel medioevo commerciando con l’impero ottomano. Vittorio e Aurelian Varvara sono venuti a prenderci all’aeroporto di Cluj-Napoca, capitale della Transilvania e grande polo universitario. Il fatto che sia anche la città natale del re ungherese Mattia Corvino, che tenne Vlad Tepes per 12 anni a Budapest in una prigione scavata sotto il Danubio, è decisamente una piccola ironia della Storia.
Finalmente arriviamo. Sighisoara di notte, con la splendida Torre dell’Orologio e il municipio e le altre torri illuminate che si stagliano nel perimetro fortificato della città vecchia, è un colpo d’occhio che non si dimentica. La suite della pensione Vila Franka ha un suo confortevole incanto finto-medievale. Ma tutto questo non è sufficiente a tranquillizzarmi.
Ricordate il Dracula di Bram Stoker? Jonathan Harker arriva al castello transilvano del Conte per vendergli casa a Londra. E fin qui tutto bene: già Voltaire diceva che i veri succhiasangue, ossia capitalisti e banchieri, vivono nelle grandi metropoli. Ma io, stanco dei neovampiri rosè stile Twilight, mi sonno fatto trascinare in un’impresa impossibile: rivendere Dracula, quello vero, a casa sua. La mia fama di vampiromaniaco italiano, propalata da Ballarotti mi ha fruttato un invito al Rotary di Sighisoara per dissertare sul tema: un po’ come parlar di corda in casa dell’impiccato. O cercare di esportare cioccolata e orologi a cucù in Svizzera.
Eppure: “Te la caverai” mi rassicura Vittorio, nell’inquietante bric-a-brac d’oggetti che affastellano i quattro piani della sua casa a filo delle mura di Sighisoara, all’altezza della Torre dei Pellicciai. L’ha tirata su pian piano partendo da due porcilaie e una latrina. Adesso è un museo del tempo perduto che Diego non si stanca di fotografare, dove s’affastellano binocoli e carrozzine, cetre e violini, ampolle faustiane e civette impagliate, mappamondi e maschere demoniache, libri rari e macchine tessili, ritratti di Cecco Beppe e aeroplanini giocattolo.
A vivere in mezzo a tutto quel passato, Ballarotti è diventato profeta: in qualche modo al Rotary riuscirò a cavarmela ciarlando di Stoker, Le Fanu, Varney il vampiro malinconico, ma anche delle origini modenesi di Christopher Lee, il più celebre Dracula dello schermo, discendente per parte di madre dai nobili Carandini.
Il giorno dopo, è già l’ora degli addii, “Salutami la triste e generosa Milano” fa Ballarotti, richiudendo la grata della sua prigione-museo. Mentre Aurelian, gentile come sempre, riaccompagna me e Diego a Cluj, non so ancora che l’associazione Transilvania-Dracula ha deciso di invitarmi al prossimo congresso mondiale sul vampiro, che si terrà a Sighisoara dal 12 al 14 maggio del 2010. Dalla maglietta-ricordo di mio figlio Vlad Tepes sogghigna in silenzio.
LEGGI ANCHE: Appuntamento a Sighisoara (Transilvania), citofonare Dracula
LA GALLERY

L’horror e il gotico italiano sembrano “emergere dalle tenebre” dopo anni passati come cugini minori, come parenti poveri, di altri generi. Snobbati dalla critica, ma non dai lettori, ora vengono legittimati anche dalle case editrici più prestigiose o da quelle più grandi. E poi c’è Gargoyle. l’editore romano indipendente che fin dall’inizio, con tenacia e coraggio, ha puntato tutto su questi generi. Ora che i vampiri impazzano, tutti fanno la corsa ad accaparrarsi questo o quel libro in arrivo da oltreoceano o da oltremanica, eppure, pensandoci bene, il gotico nasce sì dal romanticismo decadente del nord Europa, ma con un’ambientazione tutta italiana con Walpole e Il castello di Otranto. L’autore scrisse nella prefazione che il libro “fu un tentativo di miscelare le due anime della narrativa, l’antico e il moderno. In principio era tutto immaginazione e improbabilità: in seguito, la natura è sempre stata copiata con successo… “.
Allo stesso modo Claudio Vergnani tenta di miscelare l’antico e il contemporaneo, incrociando quotidiano e soprannaturale. Il suo romanzo dal titolo Il 18° Vampiro (Gargoyle, p.p. 544, 14 euro) mette in scena il gotico, con tutti i crismi della narrazione odierna legata alla “probabilità” delle miserie umane, e lo ambienta nella pianura padana: luogo perturbante per eccellenza, con le sue nebbie, i casolari abbandonati, le cisterne arrugginite, i fossati putridi …
Il protagonista, schiacciato dalla vita, sbarca il lunario uccidendo vampiri. Non è un compito difficile - recita la quarta di copertina - ed è sempre meglio che lavorare [...] Un paio di colpi di mazzuolo ed è fatta. Forse non è il mestiere più bello del mondo, ma è facile e socialmente utile. Non occorre coraggio o particolare determinazione. Non serve essere animati dal sacro fuoco della giustizia. Serve solo un po’ di pratica e tanta disperazione.
Panorama.it ha incontrato l’autore.
Vampiri… a Modena?
Ho descritto ciò che ho sotto gli occhi e conosco. Non avrei potuto fare diversamente. Per come la vedevo io, la sfida non era azzeccare una location, ma scrivere un bel romanzo, semplicemente. In quest’ottica, come ci insegna Stephen King, meglio allora descrivere ciò che si conosce bene (di Salgari ce n’è uno solo), per cui sono andato avanti con Modena, che è la mia città, e in alcuni luoghi dell’Appennino, a Bologna, e a Venezia che conosco bene e che amo. Certamente c’era anche il piacere di vedere un po’ di anarchia vampiresca dove di solito trovano spazio solo i soliti triti simboli cittadini: zampone, Ferrari, tortellini, ecc… Perciò, come dicevo, il problema era tutto nel raccontare una storia nuova e interessante, per gli appassionati del genere e non. Il dubbio non era quindi dove ambientarla, ma se la storia sarebbe stata valida e piacevole.
Ne Il 18° vampiro uccidere non morti non è una professione eroica e i signori della notte non sono nobiluomini emaciati e galanti….
No, verrebbe anzi da dire che per certi versi ci troviamo di fronte alla classica lotta tra poveri. Una lotta tanto più atroce e impietosa perché sotterranea, priva di regole, dai risultati comunque tragici, chiunque sia a prevalere. Ammesso che qualcuno prevalga e ci sia qualcosa da vincere. I vampiri non vestono marsine o mantelli e i loro uccisori non brandiscono crocifissi. La loro è una professione oscura dove c’è spazio solo per l’amarezza, il disgusto, la frustrazione e la paura. È la lotta di uomini e donne disperati che fanno ciò che fanno non per convinzione, ma unicamente per necessità e per caso, che spesso si intrecciano. È una lotta senza onore che non risparmia né vincitori né vinti, e che entrambi mette di fronte allo specchio impietoso dell’inutilità dei loro atti. Non c’è gloria, non c’è speranza, non c’è scampo. Che poi alcuni dei personaggi siano anche depressi, demotivati e anche francamente limitati rende il tutto più difficile. Ma anche più divertente. I protagonisti scopriranno qualcosa di loro nell’evolversi degli eventi. Alcune rivelazioni saranno scoraggianti, altre saranno invece inaspettatamente consolatorie. Come in ogni vita, del resto.
Come è approdato all’horror?
Bè, per una considerazione un po’ meschina, devo ammettere. O forse solo infantile. Non facevo che leggere ovunque che il genere horror non era “roba” per scrittori italiani, e che non esistevano romanzi italiani puramente horror degni di essere pubblicati, e così ho pensato che forse si poteva provare a sfatare questo mito molto simile ad una condanna senza appello. Per come la vedo io, il genere è solo un fondale, una struttura portante, indispensabile ma limitata. È quello che riuscirai a inserirvi all’interno che farà la differenza. Sono partito dal presupposto di provare a scrivere un racconto originale e al contempo interessante (che nell’ambito letterario è di per sé l’obiettivo più ambizioso di tutti). Ho usato i “binari” horror per orientarmi da un lato e per sperimentare dall’altro. Lasciando libero spazio ad un’avventura nella quale un lettore non potesse che trovare continuamente (e spero con piacevole stupore) qualcosa di nuovo e non scontato in un contesto, quello della caccia ai vampiri, che nell’ambito della letteratura horror è un vero e proprio “classico”.
C’è spazio per questo genere in Italia?
Non lo so. Dico sul serio. Ma credo che l’esito di questo particolare romanzo ci darà una risposta. Magari parziale e non definitiva ma comunque attendibile.
Come si è trovato con Gargoyle?
Posso rispondere in due parole. Alla casa editrice Gargoyle sono a un tempo gentiluomini (e gentildonne) e solidi professionisti. Due caratteristiche che raramente, a mia esperienza, vanno d’accordo. Non mi chieda come perché non saprei rispondere, ma è un fatto che loro ci riescano. È più soprannaturale questo che trovare dei vampiri a Modena.

(Nella foto: una schermata del sito www.hofreddo.it)
In quella che sembra la nuova epoca d’oro per la narrativa fantastica e con i vampiri che spopolano tra le pagine e sugli schermi, Gianfranco Manfredi, una delle voci più singolari del panorama letterario (ma non solo) italiano, dà alla stampe Ho Freddo (Gargoyle, 552 pp., 16 euro), un romanzo gotico dall’allure decadente, che riporta il tema del non morto verso coordinate crepuscolari, malate e perturbanti in cui storia e speculazione filosofica si aggrovigliano attorno al tema dell’oscurità, che sia quella dell’orrore notturno o quella della ragione, con un ritmo dal sapore avventuroso (qui il booktrailer).
Anno 1796, il Rhode Island registra i primi casi documentati di vampirismo in America. Il secolo della Ragione è alle porte con le sue istanze di libertà e tolleranza, ma una piaga inattesa miete vittime tra le giovani del luogo e rischia di precipitare la regione, di nuovo, nel più cupo oscurantismo. Le tombe vengono aperte, i cadaveri di alcune ragazze decedute per una sconosciuta e contagiosa malattia, vengono violati. Le autorità parlano di esperimenti…
La “peste vampirica” ha varcato davvero l’oceano? O la ferocia contro le donne si è riaccesa come ai tempi della caccia alle streghe? Protagonisti: tra cronaca e avventura, i gemelli Aline e Valcour de Valmont, due giovani libertini europei in terra di puritani, dove nessuno, prima del loro arrivo, ha mai sentito parlare di vampiri. Panorama.it ha incontrando Gianfranco Manfredi.
Come nasce Ho freddo?
Dalla lettura di un opuscolo che riportava alcuni casi di cronaca nel Rhode Island, dalla fine del settecento a quella del secolo successivo. La storia di alcune ragazze considerate vampire e i cui cadaveri vennero profanati dai familiari mi è parsa stimolante per un romanzo che non trattasse dei vampiri romantici in cappa nera, ma delle persone “reali” che vennero davvero straziate post mortem. Com’è stato possibile che dei padri di famiglia timorati di Dio siano giunti al punto di violare i cadaveri delle loro figlie morte? Davvero si trattava solamente di superstizione? Secondo le cronache del tempo il rito avveniva a scopi “curativi”. Di chi e in che senso? Cosa può esserci di curativo nell’estrarre un cuore e bruciarlo? Queste sono le curiosità che mi hanno mosso.
Come si è documentato?
In ogni modo possibile. Libri, documenti, articoli di cronaca dell’epoca, ricerche via Internet e sul posto, cioè sui luoghi reali.
Ho freddo si svolge a cavallo tra un’epoca oscura fatta di superstizione da cui gli abitanti del Rhode Island cercano di prendere le distanze e il secolo dei lumi…
Mi ha sempre appassionato studiare le epoche di passaggio. In questo caso, dal razionalismo della metà settecento all’annuncio delle neo-oscurità di cui l’epoca romantica si è ammantata nel secolo successivo. Nelle età di transito le contraddizioni vengono allo scoperto. In genere i romanzi storici non le considerano affatto, anzi preferiscono concentrarsi su eventi e personaggi famosi, codificati, che il pubblico già conosce avendoli studiati a scuola. Questo risparmia tra l’altro agli scrittori la fatica di inventarsi dei protagonisti importanti, perché Ramses, Napoleone, Alessandro sanno già tutti chi sono. Ma il vero lavoro del romanziere, secondo me, è creare personaggi dal nulla.
In rete si parla di New Italian Epic e lei forse già ai tempi di Magia Rossa (in ristampa in questi giorni sempre per Gargoyle N.d.R.) è stato un precursore, cosa pensa della questione, se l’ha seguita?
Io penso che non tocchi agli scrittori definirsi. Gli scrittori raccontano. Le definizioni spettano ai critici. E per i lettori, al di là dell’orientamento di tipo merceologico che possono offrire i generi (e che equivale a distinguere i fusilli dagli spaghetti), il criterio di definizione di un romanzo dopo la lettura è uno solo: bello o brutto. Il ricorso a formule inglesi è nel caso, tanto enfatico, quanto goffo. Se proprio devo scegliere preferisco la definizione, decisamente più brillante, di Oggetto Narrativo Non Identificato. Mi chiedo però se non costituisca un paradosso qualificare il Genere di un Non-Genere. Non basterebbe dire Romanzo, senza aggettivi? Se invece si vuole definire una corrente, beh questa corrente in realtà non esiste. Da noi gli scrittori come gli sceneggiatori, non sono mai riusciti neppure a creare uno straccio di sindacato, né a dar vita a una sorta di united artists che li rendesse più autonomi da restrizioni di politica editoriale o di mercato, figuriamoci se possono confluire in un “manifesto”. Il tentativo è sicuramente sincero e interessante, ma temo che al di là delle intenzioni si tratti di uno slittamento verso una forma di auto-marketing. Al che, il mio commento è “preferisco scrivere”.
Dopo tanto noir e i primi passi del fantasy all’italiana c’è posto per il gotico? E il gotico può raccontare altro tramite i suoi “cliché”?
Più che un genere chiuso in sé, il gotico individua una dinamica ascensionale: dalla carne allo spirito, dal basso all’alto, dall’orrore al meraviglioso, dal crudamente realistico al visionario. Il gotico si nutre del contrasto e disegna una spirale, dove certi “luoghi” tornano, ma sempre a un livello più elevato. Io lo considero come una forma del romanzo filosofico. Mi affascina nella stessa misura in cui mi infastidiscono i romanzi privi di pensiero. Cioè quelli che trovano sempre posto. A mucchi.
Non è la prima volta che “scrive di vampiri”, sono ancora un buon soggetto? C’è ancora modo di raccontarli oltre i classici e le nuove generazioni post Ann Rice dei “Twilight” vari?
Il vampiro, in quanto morto vivente è un ossimoro, cioè una forma della contraddizione. Come tale rinasce sempre, perché la contraddizione non può morire. Tutti i modi di raccontare i vampiri rivelano qualcosa. Io sono per natura un bastian contrario, dunque se il mainstream riporta in auge il vampiro fascinoso e romantico, io scelgo per istinto quello vero, cioè un malato contagioso, che vive la stessa esclusione di cui soffrono i malati, al punto di non essere più padroni neppure del proprio corpo. Il paradosso più inquietante della nostra epoca è che la proprietà privata delle cose è ormai giudicata unanimemente sacra e inviolabile, mentre si cerca di limitare sempre di più quella del proprio corpo. Dei nostri averi pretendiamo di decidere noi (si fa per dire… in tempo di fallimenti di banche c’è da dubitarne) sul nostro corpo invece sono le istituzioni, religiose, mediche o statuali, che pretendono di decidere. Da questo punto di vista viviamo in piena peste vampirica, e vorrei tanto che fosse solo una metafora, ma non lo è.
(Se non ci fosse già Dampyr) Si occuperebbe di vampiri anche in termini fumettistici?
Troverei molto faticoso scrivere una serie potenzialmente infinita incentrata esclusivamente sui vampiri. A me piace cambiare temi e registri. Scrivo sempre, praticamente tutti i giorni, e non ce la farei proprio a reggere se la mia scrittura diventasse monotematica. Inoltre penso che il fumetto realistico e il cinema essendo legati ad immagini “concrete”, a corpi molto “fisici”, siano più adatti a raccontare gli zombi che i vampiri. I vampiri sono più letterari, sono come sogni o incubi che dissolvono all’alba. La loro materialità rappresentata, in fumetto e in cinema, rischia sempre il ridicolo. I migliori film di zombie, a cominciare dal capolavoro di Romero che ha dato l’avvio al genere, li raccontano con uno stile documentaristico, i vampiri invece richiedono luci, ombre, estrema cura estetica. Tutte cose produttivamente molto difficili da realizzare oggi in cinema e in fumetto. L’ultimo film di vampiri che ho visto è Bram Stoker’s Dracula’s Guest, una porcata inaudita (e proprio per questo spassosa) con il Dracula più grasso mai apparso sullo schermo. La dimostrazione che troppa fisicità distrugge ogni credibilità del vampiro.
La Gargoyle è una casa editrice ultraspecializzata come si trova con loro?
Sono sincero. Non mi sono mai trovato così bene. Paolo de Crescenzo, il creatore di Gargoyle, non è un editore generalista e non sforna libri a raffica, dunque può sceglierli uno per uno e curarli come si deve, nei dettagli. Quando si imbatte in un best seller sicuro, non fa una piega: se gli piace lo pubblica, se no lo evita. Una regola che si dovrebbe seguire di più in editoria. Se un editore smette di essere una persona e diventa un mero marchio apposto su qualunque tipo di libro, con la potenzialità di vendita come unico criterio di scelta, perde identità e non può più rappresentare alcuna garanzia di qualità per i lettori.
L’ho abbiamo già chiesto a Carlo Lucarelli, ora rigiriamo la domanda. Lui ha scritto L’Ottava Vibrazione ambientata nello stesso periodo e con lo stesso scenario della sua miniserie a fumetti per la Bonelli, Volto Nascosto. Sembra quasi che si stia sviluppando un interesse narrativo inedito per il primo periodo coloniale italiano…
Lucarelli e io abbiamo avuto insieme un paio di incontri con i lettori. Entrambi molto interessanti e proficui. Ci hanno dato l’idea d’aver “colpito” con qualcosa di insolito, che i lettori non si aspettavano. E dire che abbiamo scritto due cose diversissime tra loro, anche se incentrate sullo stesso tema. Una maggiore attenzione sul colonialismo italiano era d’obbligo, dal momento in cui il nostro paese si è impegnato su diversi fronti di guerra all’estero. La riflessione sui precedenti storici, che a scuola non ci avevano insegnato (né a lui, né a me) perché di solito il periodo dello Stato Liberale si salta a piè pari, latitava anche sui quotidiani. Si vede che è più da romanzieri il saper cogliere le urgenze nell’aria. Molti ragazzi mi hanno scritto, ringraziandomi perché dopo aver letto il mio fumetto, se non altro erano riusciti a capire chi diavolo fosse e cosa avesse fatto quel tipo il cui monumento occupa il centro della loro piazza di paese o di città. Ora: i monumenti si fanno per onorare e ricordare le persone, ma se a distanza di due o tre generazioni nessuno più sa chi rappresentino, allora la loro funzione diventa solo quella di fare da spartitraffico e da gabinetto per i piccioni.
Ha mai pensato di usare una licenza creative commons, il copylfet, per i suoi lavori?
Francamente, non ho idea di cosa parla, ma se intende (vado a naso) la facoltà di riprodurre e diffondere un testo a scopo sociale e culturale, cioè di libero scambio e condivisione, non di profitto, io vado più in là, nel senso che credo debba essere posto per legge un tetto al diritto editoriale e d’autore. Superata una certa quota di guadagno, indipendentemente da scadenze temporali, un prodotto culturale dovrebbe essere di dominio pubblico, soprattutto quando, nei fatti, il pubblico ne è diventato legittimo proprietario, avendolo strapagato.
Gli ultimi commenti