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Wikicrazia di Alberto Cottica, il web 2.0 applicato alla pubblica amministrazione

Nella foto: Alberto Cottica

Nella foto: Alberto Cottica

Oggi parliamo di un libro scritto da due persone diverse: la prima è un musicista, ha solcato i palchi di tutta Italia imbracciando la fisarmonica dei primi Modena City Ramblers e continua a girare il mondo con i Fiamma Fumana; la seconda è un economista, è project manager del Dipartimento politiche dello sviluppo del Ministero dello Sviluppo Economico e lotta per una “economia il cui motore principale sia l’intelligenza umana”. Entrambe le persone rispondono al nome di Alberto Cottica, e dalla fusione di queste due anime nascono un concetto e un libro di prossima pubblicazione: Wikicrazia (232 pagine, Navarra Editore).
Continua

Internet, lavagne di pixel, classi virtuali: la scuola diventa digitale

http://www.flickr.com/photos/52636849@N00/204934333/

Non c’è bisogno di essere troppo anziani per considerare il blog o la posta elettronica come utilissimi strumenti. Per lavorare, comunicare o divertirsi. Bisogna invece essere “nativi digitali“, cresciuti a pane e Internet, per considerarli parte integrante del proprio sé e delle proprie relazioni sociali.
I digital native - l’Ocse definisce tali i nati dopo il 1985 - sono abituati a interagire attraverso computer e cellulari, a intrecciare relazioni via web, a far coincidere la propria identità personale con quella digitale. Un approccio radicalmente diverso dai “figli del libro”, da quelle generazioni di genitori e insegnanti cresciuti in un’epoca di “diffusione della produzione industriale di massa, dei mezzi di comunicazione di massa (in primis la televisione, ma anche la radio e il cinema) e da una modalità di relazioni sociali e comunicative” per molti aspetti passive. Almeno in confronto al modello di questi ultimi anni, caratterizzato da “un ruolo sempre più attivo dei consumatori, degli utenti dei media e anche degli studenti e dei formandi rispetto ai decisori: da un modello pochi-molti a un modello tutti-tutti”. In questo processo hanno giocato un ruolo fondamentale i “personal media digitali”.
Su questi presupposti si sviluppa il saggio di Paolo Ferri (La scuola digitale, Bruno Mondadori), che affronta il problema di quale linguaggio comune possa mettere in relazione le generazioni pre e post rivoluzione Internet.
Il libro, molto documentato, si tiene giustamente alla larga dalle facili generalizzazioni in cui spesso inciampano i mass media (il web come fonte di ogni male). E spiega, racconta e accoglie le dimensioni della cooperazione e della condivisione in rete che caratterizzano il cosidetto web 2.0, per provare a capire quale potrebbe essere la scuola di domani. O anche di oggi, se si guarda per esempio all’Islanda o agli Stati Uniti (e solo in casi eccezionali all’Italia).
Da una parte, un’ottica educativa (quella dei “figli di Gutenberg”) lineare e omogenea, che ha un inizio e una fine (il libro) e si basa su un rapporto frontale tra insegnante e studenti. Dall’altra un percorso formativo a rete, un continuum modificabile e modulabile all’infinito: una scuola digitale, appunto, capace di uscire - anche fisicamente - da se stessa. “Internet, Ipod, lavagne digitali e classi virtuali si affiancano e trasformano” le modalità di apprendimento ne ridefiniscono secondo Ferri i tempi e gli spazi. Basti pensare a prestigiose università come quelle di Harvard e Stanford, che permettono ai loro studenti di scaricare i podcast delle lezioni, per ascoltarle in differita e “continuare” la formazione in metropolitana o nella propria stanza.

L’ultima copia del NYT: cambiare o morire, ecco il futuro dei giornali

“Se i giornali fossero dei ristoranti avrebbero sulla porta questo cartello: ‘Entrate, il cibo non è granché ma ne avrete un sacco’. Troppe notizie, focalizzate secondo uno schema vecchio e logoro sulle istituzioni e la politica. Bisogna re-inventarsi o morire”. Si potrebbe riassumere con queste parole di Tim Porter, apprezzato consulente di molti quotidiani americani e fondatore del blog FirstDraft, il senso del libro di Vittorio Sabadin L’ultima copia del New York Times (Donzelli editore). Un testo che si interroga sul “futuro dei giornali di carta” e che racconta come i quotidiani italiani, europei e americani hanno provato a reagire in questi ultimi anni a diversi fattori di crisi: Internet e la free press innazitutto.

Il libro di Sabadin – andato rapidamente esaurito nella sua prima edizione e tornato in libreria lo scorso marzo con dati aggiornati al 2006-2007 – è stato giudicato troppo pessimista da alcuni e salutato come tristemente lungimirante da altri. In ogni caso, si tratta di un testo imprescindibile per chiunque voglia farsi un’idea di come sta cambiando il panorama internazionale dell’informazione. E non si pensi a un libro per addetti ai lavori. Lo stretto rapporto tra informazione (nelle sue diverse forme, inclusa quella del cosidetto citizen journalism), opinione pubblica e democrazia è infatti cosa che riguarda tutti.
Nei giorni in cui il New York Times annuncia che il suo immenso archivio on line d’ora in poi sarà disponibile gratuitamente – il programma di abbonamento in rete fruttava 10 milioni di dollari l’anno, mica noccioline - vale allora la pena ricordare qui alcune informazioni e dati proposti dal libro di Sabadin rimandando altrove per una lettura più analitica del libro.

Da circa vent’anni i giornali perdono copie in quasi tutto il mondo.
Dei cento giornali che vendono attualmente più copie al mondo, settanta sono pubblicati in Asia.
I lettori dell’edizione cartacea del New York Times superano di poco il milione, quelli del sito web sono raddoppiati in pochi mesi e hanno già raggiunto il milione e mezzo.
Negli ultimi 15 anni il numero di persone occupate nei quotidiani americani è sceso del 20% e alcuni giornali europei hanno perso il 50% degli introiti pubblicitari.
Per fronteggiare il calo di vendite, molti editori americani hanno preso a conteggiare le copie in un altro modo. Comprendono tra il venduto anche le copie distribuite sottocosto “a blocco” a compagnie aeree e alberghi. Il principale giornale americano, Usa Today, “vende” in questo modo il 46% della propria tiratura, 960 mila copie su più di due milioni.
L’Asahi Shimbun è un quotidiano giapponese con 12 milioni di copie giornaliere ed è uno dei più venduti del mondo. Ha monitorato il tempo dedicato ogni giorno dai suoi acquirenti alla lettura del giornale: in soli cinque anni, le donne trentenni che sfogliavano l’Asahi per 17 minuti hanno ridotto questo tempo a 12; le ventenni da 9 a 6; i ventenni da 10 a 7. La più grande riduzione, da 20 a 11, ha riguardato i maschi trentenni, considerati la categoria più ricca e produttiva.
Tra il 2000 e il 2005 la distribuzione dei giornali francesi è scesa del 7% e la raccolta pubblicitaria del 13%.
L’obiettivo di tagliare le forme di giornalismo più costose ha portato gli editori americani a ridurre del 12% in circa 6 anni il numero di corrispondenti dall’estero.
Si parla di “paradosso del giornalismo”: cresce il numero di luoghi nei quali si fa e si riceve informazione ma diminuisce la quantità di eventi seguiti e il numero dei giornalisti che lavorano in ogni organizzazione si riduce.
Nel mondo vengono distribuiti ogni giorno quasi 28 milioni di copie di giornali gratuiti, letti da quasi 60 milioni di persone.
Secondo le rilevazioni Audipress del febbraio 2007, il quotidiano “free” Leggo si colloca ormai al terzo posto in Italia dopo la Repubblica e Il Corriere della Sera con oltre due milioni di lettori.

LEGGI ANCHE: Notizie libere per tutti: il New York Times gratis sul web - - Le Monde guarda al Web 2.0: nasce Le Post - Murdoch, l’uomo che fa notizia. Anzi le notizie - Arriva MySpace Tv: così Murdoch prova a battere YouTube - Editoria sociale: quando il cittadino diventa giornalista

Anobii: la passione per i libri si condivide sul web



Leggere sarà pure un’esperienza solitaria, ma da sempre gli appassionati di libri hanno escogitato gli espedienti più vari pur di socializzare questa pratica: bookcrossing, cene letterarie, gruppi di lettura, festival o i sempre validi consigli del vecchio (e ormai mitologico) libraio di fiducia. In fondo, il passaparola tra conoscenti è pur sempre il metodo più efficace per andare a colpo sicuro. Poi è arrivata Amazon e la sua intuizione delle recensioni generate dagli utenti si è rivelata un’arma formidabile per spostare le vendite e orientare le scelte degli acquirenti.

Ora, però, c’è chi prova ad andare ancora più lontano. aNobii è un social network di nuova generazione pensato per mettere in contatto tra loro i lettori con gusti simili e aiutarli a scoprire libri interessanti: sempre di passaparola si tratta, ma in salsa 2.0.
A un livello base, il servizio si presenta come un valido strumento per schedare l’intera biblioteca personale (tipo l’ormai superata Library Thing), gestire liste di desideri, tenere traccia dei prestiti e finanche rivendere o scambiare libri usati. Ma al di là dell’indubbia utilità di un simile sistema di catalogazione, il bello di aNobii sta tutto nelle sue spinte funzionalità sociali. Si può curiosare nelle librerie degli altri membri, creare collezioni tematiche (una delle più grandi è questa degli “imperdibili”), seguire le ultime letture degli amici, prendere parte ai gruppi di discussione più vari, e ovviamente recensire, votare, etichettare e tutto quanto fa web 2.0. Una tendenza, questa di socializzare le passioni, che ormai ha investito anche la musica (si veda l’ottimo Last.fm, cui le case discografiche Emi, Warner Music, Sony BMG e Universal Music hanno deciso di autorizzare la diffusione in streaming del proprio intero catalogo) o il cinema (si veda I heart movies, nuovo tool per condividere la videoteca personale).

Sviluppato a Hong Kong ma dal raggio d’azione globale, aNobii è disponibile anche in versione italiana: a pochi mesi dal lancio si è già aggregata una attiva comunità di bibliofili del Belpaese.
Prima che vi iscriviate, però, un’avvertenza è d’obbligo: come tutti i social-network ben fatti, anche aNobii può dare forte dipendenza e, magari, sottrarre un po’ del tempo che prima si dedicava alla lettura.

P.S. Per chi se lo stesse chiedendo, il nome curioso del servizio deriva Anobium punctatum, l’insetto conosciuto anche come bookworm, il “verme dei libri”, espressione usata nei paesi anglosassoni per indicare chi passa molto tempo sui libri.

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