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XY di Sandro Veronesi avrà anche una dimensione web. Ma si può già parlare di letteratura 2.0?

La pagina di accesso del sito di XY - Credits: Fandango

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Avevamo parlato di XY, il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, e della sua insolita campagna virale soltanto un mese fa. Ma a quasi due mesi dalla sua uscita nelle librerie italiane siamo costretti a tornare sull’argomento. In questi giorni la casa editrice Fandango ha annunciato che il florilegio di video e immagini che sta caratterizzando una delle più longeve campagne di lancio nella storia del romanzo italiano, continuerà anche dopo la pubblicazione del romanzo in formato cartaceo.
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Roberto Saviano, Carlo Lucarelli e Wu Ming: gli scrittori ‘fuori posto’ delle scuderie Einaudi

Credits: internaz @ flickr

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Sei fra i migliori narratori italiani contemporanei raccontanto le storie di personaggi alienati, non catalogabili, in una parola: vivi.
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La filosofia di Lost, la frontiera della philosophy fiction

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Intervista con Wu Ming sul New Italian Epic

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Il New Italian Epic è morto. È morto perché recava in sé il suo epitaffio con tanto di date: 1993-2008; ed è giusto che sia così, in un paese in cui non sembra morire (né nascere) mai nulla, in cui il ciclo della vita è arrugginito, inceppato. Il memorandum sullo stato di una parte della narrativa italiana degli ultimi tre lustri, scritto inizialmente da Wu Ming 1 in occasione di una conferenza in Canada, ha portato dopo molti anni il dibattito letterario e la critica fuori dai salotti, dalle accademie e dalle redazioni asfittiche dei giornali. Le diramazioni, gli interventi, le critiche e le polemiche non sono mancate nel corso dell’anno passato, segno che, al di là delle opinioni, su quanto scritto da Roberto Bui, il saggio ha portato aria fresca in un panorama stagnante. Il più grande pregio dello scritto è stato quello di rimanere liquido, di individuare una nebulosa di opere; che si intrecciano, si sfiorano, si muovono su direttrici simili anche se lontane; senza congelarle irrimediabilmente in un genere o in una definizione. Il New Italian Epic è un punto di partenza non un punto di arrivo, la sua decomposizione rende il terreno fertile, le sue caratteristiche non sono regole ma ancoraggi provvisori per un banco di meduse in movimento nei flutti della letteratura italiana. E questo la critica ufficiale non sembra averlo colto.
A mesi di distanza dalla prima apparizione in rete del saggio, Einaudi Stile Libero darà alle stampe a fine mese la versione 3.0, ancora inedita, di New Italian Epic, Letteratura, sguardi obliqui, ritorno al futuro (pagg. 208, € 14,50) ampliata e affiancata da il testo di un intervento londinese di Wu Ming 1 Noi dobbiamo essere i genitori e da un lungo lavoro inedito di Wu Ming 2 intitolato La salvezza di Euridice. Negli stessi giorni arriva in libreria, per le edizioni Il Melangolo, anche il saggio di Gaia De Pascale Wu Ming. Non soltanto una band di scrittori (pagg. 120, € 11).

Abbiamo incontrato Wu Ming 1 e Wu Ming 2.
Come nasce l’idea del saggio sul NIE, da quale esigenza e cosa sarebbe, per chi non lo sa, il NIE in breve?
WM1: Se vado a pescare i ricordi con l’intento di trovare il momento, l’episodio che ha messo in moto tutto questo ambaradàn, in realtà ne trovo diversi, e alcuni sono raccontati dentro il libro, però ce n’è uno che… Insomma, mi è tornato in mente un “Click!” che ho sentito, forte e chiaro nella testa a fine 2006. Avevo appena visto un film, The Prestige di Christopher Nolan, storia della rivalità tra due illusionisti nella Londra di fine Ottocento - inizio Novecento. Mi aveva molto colpito, era un film “storico” e fantascientifico (affine al cosiddetto “steampunk”, il cyberpunk-a-vapore). Era anche un mystery rivoltato su se stesso come un calzino, e una riflessione sulla scienza e la morale, su quanto di noi stessi siamo disposti a perdere per la dedizione a un compito. Aveva una sceneggiatura complessa, a scatole cinesi, ma scatole cinesi assurde, da quadro di Escher: la più piccola sembrava contenere la più grande. Si svolgeva in un passato esplorato in modo sghembo, e parlava del presente con… sottile aggressività, proponendo un’allegoria dei nostri tempi assolutamente non ovvia, sfuggente, che più ci pensavi più si arricchiva e ti stupiva.
WM2: Il primo spunto nasce con la lettura delle recensioni americane di 54. Quasi tutti i commenti collocavano quel nostro romanzo nell’ambito della letteratura postmoderna. Ora, se questo è giusto per alcune sue caratteristiche narrative, l’etichetta è invece molto fuorviante sul piano della sensibilità profonda. Allora abbiamo cominciato a chiederci: in che cosa non siamo più “postmoderni”, pur essendolo, inevitabilmente, per tante altre scelte? Rispondendo, ci siamo poi accorti che certe “differenze” ci accomunavano ad altri autori italiani. E così abbiamo cominciato a indagarle meglio.
E qual è stato il “click” a cui accennavi?
WM1: L’operazione di Nolan mi suonava familiare, e infatti era uno specchio sbattuto in faccia a un’intera generazione di scrittori italiani: “Ecco, guarda!” Mi suonava familiare perché da anni, insieme ai miei compagni di collettivo e a molti altri autori, lavoravo a una poetica molto affine: uso deviante del passato o di non-tempi, sguardi “strani”, noncuranza per le barriere tra i generi, allegoria “mossa”, tentativi di scrivere storie che fossero al tempo stesso sperimentali e popolari, il tutto con una forte tensione etica (la stessa che c’era in quel film). Spesso devi uscire da te stesso, vederti da fuori per capire meglio quel che stai facendo. La visione di un film anglo-americano diverso dal solito ha fatto partire un ruminìo sulla letteratura italiana più recente, o almeno su parte di essa.
Un anno dopo, un viaggio in Canada per un seminario sulla narrativa italiana mi ha dato l’occasione di mettere un po’ di ordine nei pensieri e buttare giù quello che sarebbe diventato il memorandum. Se ho coniato l’espressione inglese New Italian Epic anziché nuova epica italiana, è per mantenere questo sguardo da fuori. Se si sta troppo immersi nella caciara italiota, si fatica a ragionare.
Il memorandum è uno scatto fotografico su un periodo ben preciso, e come tale ormai è già passato…
WM1: La posta in gioco in realtà è il futuro, la nostra voglia e capacità di visualizzarlo e progettarlo. Un’opzione a cui, negli anni del postmoderno, gran parte della letteratura aveva rinunciato in nome dell’eterno presente e del disincanto. Il memorandum descrive gli ultimi quindici anni di produzione letteraria italiana (ripeto: parte di essa) ma al tempo stesso, mentre camminiamo rivolti all’indietro, gettiamo occhiate alle nostre spalle, e cerchiamo di vedere come sarà l’avvenire.
WM2: L’elemento temporale è importante, perché impedisce di trasformare il NIE in una corrente, o peggio, in una scuola. Il NIE, come nebulosa di opere pubblicate tra il 1993 e il 2008, è già finito. D’altra parte, le caratteristiche comuni individuate in quelle opere, torneranno senz’altro in nuovi romanzi, ma la sfida è ad andare oltre il “già visto” e il “già catalogato”.
La versione Einaudi in cosa è diversa da quello pubblicato in rete e scaricato da decine di migliaia di persone (quante)?
Penso che ormai i download siano circa 44.000, ma posso contare solo quelli da wumingfoundation.com, e il testo è presente anche in altri siti. Il libro è il risultato di un lavoro diffuso, comunitario: già la versione “2.0″ del memorandum era arricchita con precisazioni, integrazioni, risposte a critiche e suggerimenti. La “3.0″ è ulteriormente ampliata, ri-montata e divisa in due parti (”New Italian Epic” e “Sentimiento nuevo”). Anche il saggio di Wu Ming 2 su Euridice è l’esito di un lavorìo molto lungo, pure quello nasce da un intervento fuori dall’Italia, per la precisione a Siviglia, ed è stato “provato” in pubblico, come fosse musica, in diversi momenti pubblici, tra cui due incontri con gli studenti dell’Onda, a Bologna e Milano.
Vi aspettavate un dibattito così vivace su una tematica che di solito è solo o quasi per addetti ai lavori?
WM1: Certo che sì. L’alzata di polverone era scontata. Negli ultimi anni certa critica non ha fatto che ripetere: non si muove niente, non c’è niente, fa schifo tutto, la letteratura italiana è morta con Pasolini… All’insaputa di questi pugnettari, si muoveva tutto un mondo, di cui i lettori si erano accorti, e di cui si parlava diffusamente negli altri paesi, mentre qui le pagine culturali dei giornali parlavano del pancreas di Croce conservato in formaldeide.
WM2: Mi aspettavo la reazione “interna” (il coinvolgimento di scrittori, critici, editori, lit-blog), ma molto meno quella dei lettori “comuni”, che invece hanno colto subito l’intreccio tra gli aspetti letterari, epici e politici di tutto il discorso.
Come si completano i discorsi sul NIE, sull’essere genitori e su Euridice? Insomma che c’entrano l’uno con l’altro e perché nello stesso testo?
WM1: I tre testi si sfidano tra loro e al tempo stesso si completano. La continuità tematica e poetica di tutte le pagine sarà evidente a chiunque legga.
WM2: La versione iniziale de La salvezza di Euridice nasce in contemporanea con il memorandum sul NIE. WM1 ed io abbiamo preparato i due testi negli stessi giorni, senza sapere l’uno cosa bollisse nella pentola dell’altro. Inoltre, i contesti dove avremmo presentato le due lecture erano molto differenti e gli spunti di partenza anche. A un certo punto abbiamo condiviso gli appunti e ci siamo resi conto che, per strade parallele e con approcci molto differenti, eravamo arrivati a dire cose molto simili (in particolare rispetto alle caratteristiche peculiari di certa narrativa).
“Il New Italian Epic è una baggianata. È solo autopropaganda.” ha detto Carla Benedetti al quotidiano “Libero”: è indubbiamente un ottimo disclaimer per il lancio del libro… ma le critiche negative si sono limitate a questo o qualcosa di interessante lo avete trovato?
WM1: Sì, si sono limitate a questo e no, non lo abbiamo trovato.

WM2: Ho trovato interessanti alcune critiche “interne”, fatte da chi non nega l’evidenza del NIE, ma prende le distanze da alcuni elementi della nostra analisi. Ad es., Tommaso Pincio quando sostiene che gli “oggetti narrativi non-identificati” sono efficaci e perturbanti solo se non rinunciano a dirsi “romanzi”. Oppure chi ha sottolineato la possibilità di intendere la I di NIE come “International” piuttosto che “Italian”. O ancora, chi ha discusso nel merito il catalogo di opere stilato da WM1.

Razza partigiana: una storia perduta, una storia ritrovata

Partigiani

Che cos’è un italiano? Cosa fa di una persona un italiano? L’appartenenza a una razza? A un luogo, a un retaggio sanguigno? L’idea di patria forse? Oppure è la Storia, quella con la “s” maiuscola?
Qualunque sia la risposta, se mai ci sia una risposta, o se abbia senso cercarla, c’è una vicenda sconosciuta che vale la pena di (ri)scoprire, quella di Giorgio Marincola. Una vicissitudine sottratta, ora, dall’oblio dagli storici Carlo Costa e Lorenzo Teodonio in “Razza Partigiana” (Iacobelli, pp. 176, € 14,90).
La II Guerra Mondiale scoppia quando Giorgio ha 17 anni. Frequenta il liceo, è antifascista, è un meticcio, di pelle scura e nel giro di qualche anno diventerà l’unico partigiano italiano di origine somala decorato alla memoria. Giorgio combatte, per un paese che lo ha considerato “un essere moralmente e fisicamente inferiore, facile vittima di gravi malattie e inclinato ai vizi più riprovevoli”. La scintilla scatta in lui grazie all’incontro con Pilo Albertelli, suo insegnante, trucidato in seguito alle Fosse Ardeatine. Il destino porterà Giorgio a lottare a fianco di molti altri ragazzi come lui, nel nord del paese, in Piemonte, fino alla cattura da parte dei nazifascisti che lo deporteranno nel lager di Bolzano, dal quale uscirà nell’aprile del 1945, in seguito all’Operazione Sunrise, gli accordi per lo smantellamento dei campi stipulati tra l’Office of Strategic Services americano (l’attuale CIA) e i comandi della Wehrmacht e delle SS. Giorgio si rifiuta di partire con la Croce Rossa per la Svizzera e si dirige in Val di Fiemme per raggiungere il convento di Cavalese e incontrare alcuni frati, internati in passato nei lager sudtirolesi per aver collaborato con i partigiani della brigata autonoma “Cesare Battisti” e del “Comitato di Liberazione Nazionale”. Proprio per contattare il CLN fiammazzo, Giorgio e due compagni d’arme lasciano il convento qualche giorno dopo e si inoltrano nel territorio trentino. Il 3 maggio ‘45 raggiungono Molina sotto la neve, imbattendosi prima in un reparto tedesco in procinto di arrendersi e poi in un’autoblinda, che apre il fuoco. Giorgio si salva, l’indomani, in un posto di blocco partigiano, si imbatte in un convoglio di SS che apre nuovamente il fuoco. Gli ordini sono di non rispondere e di limitarsi a disarmare il nemico. Infine il 4 maggio un reggimento intero arriva a Stramentizzo battendo bandiera bianca, anche il gruppo di Marincola si trova da quelle parti; ingannati dalla bandiera, escono allo scoperto per prendere in consegna le armi dei tedeschi e vengono travolti da una pioggia di proiettili che ne fa strage. Quando, catturato a Biella, i fascisti gli chiesero perché un italo-somalo combattesse a fianco degli alleati, Giorgio rispose: «sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi su una carta geografica… La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i Popoli del Mondo. Per questo combatto gli oppressori…»
Che cos’è un italiano dunque? Forse qualche risposta potremmo trovarla in “Razza partigiana”.
Abbiamo chiesto a Wu Ming 2, membro dell’ omonimo collettivo di scrittori, attento da sempre alle tematiche della resistenza un commento sul libro di Costa e Teodonio: «La storia di Giorgio Marincola merita di essere conosciuta per diverse ragioni. Primo, perché è incredibile. Secondo, perché invece è vera. Terzo, perché forse non c’è molta differenza tra l’Italia fascista che considerava Giorgio un mulatto, un essere inferiore e quella repubblicana che considera i profughi somali clandestini, senza diritti (con tutto che la tragedia somala dovrebbe pesare come un macigno sulla nostra coscienza). Quarto, perché restituisce un’immagine della Resistenza tutt’altro che monolitica e compatta, come l’epica vorrebbe. Quinto, perché Carlo Costa e Lorenzo Teodonio l’hanno raccontata con una cura e una dedizione non comuni.»

Grand River, i Wu Ming raccontano l’altra America

Grand River
Non solo Stati Uniti. C’è un’altra America, “padre di un multiculturalismo che brilla e scintilla ma mostra la corda”. È l’America del Quebec, dell’Ontario, della British Columbia. Ed è a questa America che i Wu Ming hanno deciso di dedicare il loro ultimo libro, da poco sbarcato in libreria per l’editore Rizzoli.
Metà cahier di viaggio, metà romanzo polifonico, Grand River, come spiegano gli autori a Panorama.it, “è una prosecuzione di Manituana (uno dei loro libri di maggiore successo, n.d.r.) con altri mezzi e altre scelte stilistiche e narrative, anche perché abbiamo visitato i luoghi in cui i protagonisti di quel romanzo scappano alla fine del racconto. È una specie di sequel ’sghembo’, che percorre una direzione non facilmente prevedibile”.
Perché la scelta di raccontare l’America “che non è Stati Uniti”?
Se si vogliono capire gli Usa, il Canada è forse il punto di osservazione più interessante. È la parte di Nordamerica in cui George Washington non riuscì a esportare la rivoluzione, è la parte di Nordamerica che rimase parte dell’impero britannico. Ed, ancora, è la parte di Nordamerica in cui si rifugiarono i nativi americani che combatterono contro i ribelli e per questo ebbero in dono territori. Territori che abbiamo visitato e di cui abbiamo scritto.
Goethe, Chatwin, Hesse, Moravia e Pasolini. Da sempre, la letteratura di viaggio è un racconto tutto in soggettiva. Eppure la vostra scelta è quella dello pseudonimo. Come è possibile conciliare le due cose?
Noi siamo una band, e usiamo il nome “Wu Ming” come Lennon, McCartney, Harrison e Starr usavano il nome “The Beatles”. Ciò, tuttavia, non ha impedito a Lennon di usare l’io narrante nei testi delle canzoni. Basta pensare al singolo “A Day In The Life”: è quasi tutto scritto dal cantante inglese, che racconta in prima persona sue visioni e riflessioni. Eppure, proprio dentro quella canzone, c’è un inserto di McCartney, che ricorda in prima persona un frammento della sua adolescenza. Con le dovute diversità, anche in “Grand River” c’è l’io narrante di due diversi viaggiatori, che è la sintesi di due esperienze e di due diversi taccuini di appunti. E soprattutto ci sono pochissimi segnali che permettano di capire quando si “slitta” da un io narrante all’altro.
Ogni romanzo è fatto di storie e persone. Ma secondo voi quanto incidono i luoghi nella scrittura?
Le scritture sono tante, innumerevoli, infinite. Per certe operazioni importa calcare fisicamente la scena che si descriverà, per altre no. Gli scrittori di fantascienza guardano Hyde Park o Parco Sempione, e si immaginano interi universi, suddivisi in galassie, a loro volte contenuti in imperi inter-planetari, in cui i pianeti ospitano diverse civiltà. Ma a volte non è così. A volte scrittura e geografia camminano a braccetto. Come in questo caso.

Roma, linea A: tutti giù all’inferno

http://www.flickr.com/photos/daoist56/48286026/

Caldo. Folla. Claustrofobia. Metropolitana. Roma. Mettete insieme tutte queste cose e avrete Tutti giù all’Inferno (Giulio Perrone Editore), antologia di autori e autrici che un giorno preciso di luglio in un anno qualunque hanno deciso di mettersi in viaggio. E hanno preso la metropolitana. Linea A, da Battistini ad Anagnina: “Uomini e donne nel caldo infernale di una metropolitana. Ognuno ha un peccato da espiare, vero o presunto, ognuno il suo senso di colpa. Una fermata per ogni piccola trasgressione, o efferato delitto, alla ricerca di fuga o assoluzione. Un viaggio in 33 canti”, che in realtà diventano poi 34, perché alla fine del percorso c’è un fuori programma. Un “bonus track”, che porta il lettore qualche centinaio di chilometri più a Nord. A Milano.
Questo il percorso ufficiale ovvero quello stampato su carta (e disponibile però anche su internet) che si trova in libreria sottoforma di libro. Poi, c’è il percorso alternativo: e per capire di cosa si tratta, il sito internet di Tutti giù all’Inferno qui bisogna frequentarlo per forza. Il percorso alternativo ospiterà infatti sul web, come spiega la curatrice Monica Mazzitelli, che tra le altre cose coordina il gruppo di lettori volontari iQuindici, “costola lettrice del collettivo Wu Ming“, tutto il materiale ricevuto e che non ha trovato posto nel libro. E quello che ancora verrà, come per esempio i cortometraggi e le pièce teatrali.

Tutti giù all’inferno esce l’8 settembre 2007, in concomitanza con la riapertura del Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale a Roma. Per l’occasione, e per la Notte Bianca, è previsto anche un “reading scenico“.

Francesco Fagioli: il romanzo in un certo senso

Un certo senso (ed. Marsilio), il tragicomico romanzo d’esordio di Francesco Fagioli, comincia ancora prima di sfogliarlo. Le prime tracce della storia arrivano già dalla cover, che ricorda un plico di documenti: una busta giallina piena di fogli e una frettolosa scritta a pennarello.
Letta la prima pagina, si scopre che quella busta giace sulla scrivania di un Procuratore della Repubblica. Che è un fascicolo messo insieme dai Carabinieri. Che riguarda tale Senso Antonio. E contiene decine e decine di lettere. Tutte dirette all’amministratore del condominio di Via Monte Bianco 22, a Roma. Tutte firmate dal proprietario dell’appartamento n.7, piazza Elba, 16 (Antonio Senso, appunto, artista fallito e disperato). E tutte mai spedite.
“Egregio amministratore, le sarà certamente noto che dall’aprile 2001 si verificò un’occlusione nella colonna di scarico delle acque nere…”. L’insopportabile fetore che invade l’appartamento dà il via a un esilarante sfogo epistolare del protagonista. Ma presto il problema idraulico lascia il posto ad altri temi. E inizia così una sorta di autobiografia comica e rabbiosa, fatta di lettere amare, confidenziali, ossessive. Sono monologhi e bilanci di una vita indirizzati a un interlocutore improbabile ma che è l’unico disponibile nell’assoluta solitudine di Antonio Senso. Le lettere sono piene di dilemmi, ricordi di amori e di dettagliati amplessi che si mischiano ai racconti delle vicissitudini quotidiane, alla meschinità della vita di condominio, tra personaggi involontariamente comici e universali, vicinanze forzate e rancori.
Tutto in un fiume di missive di cui il lettore diventa contemporaneamente destinatario e mittente: ovvero la persona rispettabile e distinta che legge con tenerezza gli sproloqui di uno squinternato e però anche lo squinternato stesso, come lo sarebbe chiunque messo (senza alternative) di fronte alla buona dose di assurdità che è in ogni esistenza.
A tenere vivo l’interesse per tutte le 239 pagine non è soltanto l’umorismo amaro, la scrittura puntigliosa e divertente dell’autore, ma anche quella scrivania di un Procuratore su cui giace il plico all’inzio del romanzo: quell’interesse poliziesco che già dalla prima pagina annuncia cioè una sorpresa finale.
E una sorpresa l’hanno avuta anche iQuindici, il collettivo di lettura della Wu Ming Foundation, che ha selezionato all’unanimità questo romanzo, consigliandolo all’editore Marsilio. Una bella sorpresa che si è sommata poi alla candidatura al premio Strega, per il quale le statistiche del Sole24ore pronosticavano addirittura un posto nella cinquina finale. Ottime referenze, per un romanzo d’esordio che a qualcuno ha fatto venire in mente Kafka e Buzzati. Che a Wu Ming ha fatto dire: “è un romanzo spiazzante e innovativo” e che, come tutte le cose nuove, “può essere amato oppure odiato”.

Verdenero, la nuova collana noir che racconta l’ecomafia

nella maggior parte d'Italia i siti per lo stoccaggio sono esauriti.

Il crimine non paga. O meglio, il vecchio crimine paga sempre meno. Droga e racket delle estorsioni sono nulla in confronto al nuovo grande business dell’ecomafia. Così i giallisti e gli scrittori di noir mettono in soffitta il vecchio armamentario tradizionale. E migrano nel territorio ancora poco conosciuto del traffico illegale di rifiuti tossici, delitti ambientali, e tratta degli animali.
A ispirare il nuovo filone letterario è il Rapporto Ecomafia 2007 (leggi l’articolo), con le sue trecento pagine di storie e numeri sulla criminalità ambientale. Da lì, da quei fatti veri e documentati, sono nati i dodici titoli della nuova collana Verdenero delle edizioni Ambiente.

Le firme che hanno accettato di tradurre in narrativa i crudi fatti raccontati nel dossier sono alcune tra le più note del panorama letterario italiano, come Carlo Lucarelli, Eraldo Baldini, Massimo carlotto, Piero Colaprico, Marcello Fois, Giancarlo De Cataldo, Niccolò Ammanniti, Simona Vinci, Wu Ming.
L’obiettivo è per tutti quello di informare dei reati e degli orrori ambientali di cui siamo tutti inconsapevoli vittime. E tutti gli autori devolveranno una parte dei proventi al progetto SalvaItalia di Legambiente.

[i](Credits: Ansa)[/i]

In libreria ci sono già i primi due titoli della collana. Per entrambi il tema è quello che vede gli animali vittime della criminalità: un business stimato dall’Enpa attorno ai 3,1 miliardi di euro. Il primo volume è Bestie, di Sandrone Dazieri, che ambienta tra Milano e le valli bergamasche il racket degli animali esotici. Il secondo è Fotofinish, firmato da Giacomo Cacciatore, Valentina Gebbia e Gery Palazzotto. Che in tre racconti diversi si addentrano nel mondo delle corse clandestine di cavalli.

Leggi anche: Ecomafia 2007, i segreti del business

Kai Zen: il copyleft contagia i libri Mondadori

Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani

Mentre si celebra la giornata internazionale del diritto d’autore, si moltiplicano i libri che lo mettono in discussione, lo adeguano ai tempi, ne rompono gli argini. Come Kai Zen, in libreria con La strategia dell’Ariete, il primo libro Mondadori in copyleft.

Panorama.it ha incontrato questo gruppo di anime diversissime, che partrecipano al fenomeno sempre più diffuso della scrittura collettiva con una nuova formula che ridisegna i confini del diritto d’autore (da Luther Blisset a Wu Ming). Si chiamano Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani. Vivono in città diverse (Bologna, Bolzano, Messina, Sesto San Giovanni-Milano). E comunicano solo via web, dove si sono incrociati nel 2003, partecipando ad un’iniziativa di scrittura a più mani.

Non c’è conflitto tra il copyleft e gli interessi commerciali di una grande casa editrice?
Non c’è nessuna contraddizione. Noi pubblichiamo tutto in copyleft. Questo significa che chiunque può riprodurre, esporre in pubblico, recitare e anche modificare le nostre opere. Le uniche condizioni che chiediamo sono di citare l’autore e non specularci sopra. Insomma, le regole del Creative Commons. Mondadori ha accettato subito l’idea, in modo molto naturale.

Eppure c’è ancora chi ha paura del copyleft…
Per noi il copyleft è questione di rispetto per il lettore e di onestà intellettuale. È un contatto diretto con il nostro pubblico. Ed è una possibilità creativa senza limiti.

In che modo?
Su kaizenlab.it è in corso un nostro progetto di scrittura a più mani. Per quanto riguarda la Strategia dell’Ariete, sul sito dedicato abbiamo aperto le porte ai lettori e ai navigatori che possono agire direttamente sulla storia, sui personaggi, e sugli spin off. L’iniziativa sta avendo un successo enorme. E ogni dieci giorni nasce un nuovo racconto apocrifo che mettiamo online.

C’è un anche un blog di Kai Zen?
C’è un myspace, che contiene anche un blog

Avete blog personali?
No. Il formato blog in realtà non ci è molto congeniale, preferiamo il wiki, e presto inseriremo delle parti in wiki sul sito del libro.


C’è un rapporto tra le dinamiche della rete e la genesi di un’opera corale come kai zen?

Il web ha influito soprattutto sulla struttura de La strategia dell’artiete, che è fortemente ipertestuale. È possibile far nascere da ogni pezzo del romanzo un intero racconto (o perché no, un nuovo romanzo). Si possono far germogliare i semi piantati con il glossario alla fine del libro, aproffondire le ricerche storiche, tracciare mappe, aggiungere suoni e immagini… Per questo abbiamo costruito il romanzo assieme al sito, in modo da lasciare molti punti aperti.

I consigli di Kai Zen per chi vuole cimentarsi con la scrittura di gruppo?
Il nostro metodo è piuttosto semplice. Ognuno di noi parte da una prima stesura individuale. Poi si montano le parti. Si continua con una serie infinita di editing di ognuno su tutto e, se si è ancora amici dopo le discussioni, si taglia, si aggiusta, si riscrive quanto necessario.

E i consigli per chi vuole approfondire il concetto di copyleft?
Ci sono molti siti che se ne occupano. Per esempio il sito Copyleft Italia, il sito di Creative Commons in cui è possibile creare una licenza ad hoc per i propri progetti. E poi c’è il blog di Antonella Beccaria che si occupa di queste tematiche da lungo tempo. E non possiamo dimenticare i15, un gruppo di lettori molto particolare che diffonde e promuove la scrittura in CL. Poi c’è Terra nullis, un atelier di scritture a sorgente libera… Ma ce ne sono molti altri legati anche al software open source e a Linux.

Che cosa significa Kai Zen?
Ha a che fare con un’espressione giapponese che significa “In continuo miglioramento”. Ma non si pensi che siamo vicini a filosofie orientali o misticheggianti. In realtà è anche il nome di una band che fa una musica piuttosto violenta. Ci piaceva la loro musica, il loro nome… e l’abbiamo preso.

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