Le donne con il burqa hanno invaso gli scaffali delle librerie statunitensi ed europee. Sono ormai decine i libri scritti da occidentali o da musulmane ormai occidentalizzate e felici di esserlo che cercano di raccontare il loro mondo, da Ayaan Hirsi Ali e dal suo Infedele (Rizzoli) a Azar Nafisi che con il suo Leggere Lolita a Teheran (Adelphi) è stata campione di vendite sia in Europa che negli Stati Uniti. Ma basta dare un’occhiata alle biografie per capire che questo nuovo fenomeno della letteratura ha un rapporto con la geografia davvero bizzarro. Chi scrive infatti, per ragioni politiche o personali non vive più in Oriente. E allora chi, invece è rimasto scrive? E di cosa? Viene così fuori, da un recente indagine del NY Times che moltissimo di quanto prodotto dalle scrittrici musulmane non riesce ad arrivare neanche in superficie. La causa, in genere, è la mancanza di soldi per pagare le traduzioni in inglese, passo necessario per approdare sul mercato internazionale. Di molte di queste penne talentuose e lucidissime tutt’al più è stata tradotta un’opera sola. Peccato davvero perché il fermento letterario c’è ed è fecondo. Prendiamo l’Iran per l’esempio. Alzi la mano chi ha letto almeno un romanzo di Zoya Pirzad o di Moniru Ravanipur, o ancora di Shahrnush Parsipur. Eppure Zoya Pirzad è stata una delle poche scrittrici iraniane a parlare del conflitto, ormai dimenticato, almeno dal punto di vista letterario, tra Iran e Iraq, mentre Moniru Ravanipur ha una biografia da lasciare muti. Autrice di ben otto romanzi è stata processata con l’accusa di propaganda anti-nazionale per aver partecipato alla Conferenza di Berlino del 2000. I suoi libri a più riprese sono stati banditi dagli scaffali delle librerie di Teheran. Quanto a Shahrnush Parsipur, più conosciuta all’estero delle altre sue colleghe già menzionate a causa della sua fuga dall’Iran e per il suo impegno da intellettuale nella lotta contro gli scià, offre nei suoi volumi spaccati ancora sconosciuti della storia del suo paese, a partire dalla colonizzazione russa e inglese dell’Iran. Anche a queste scrittrici, dunque, e al burqa che simbolicamente si sono rifiutate di indossare, dovrebbero essere spalancate le porte dei mercati occidentali. Non solo per loro ma anche per noi e per la nostra comprensione del loro mondo.
- Giovedì 24 Gennaio 2008


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