Archivio del 2007

Chi ha pianificato una vacanza in Kenya farebbe meglio a rinviarla. Lo dice la Farnesina ai viaggiatori italiani, dopo i tumulti per la contestata riconferma di Kibaki alla presidenza. La situazione “rimane tesa e non si può escludere un ulteriore peggioramento, anche grave”, si legge sul sito viaggiaresicuri.it. Chi invece si trova già nel paese africano deve “evitare ogni assembramento, informandosi anche tramite la stampa o i gestori di alberghi e resort sulle manifestazioni programmate. Si raccomanda inoltre di assumere informazioni sull’accessibilità delle vie di comunicazione da e per gli aeroporti, che può variare di momento in momento”. Inoltre, si legge sempre nel sito, ”a seguito degli ultimi sviluppi in Somalia, le autorità keniote continuano a tenere chiusa la frontiera tra le due nazioni, visto che si potrebbe determinare una situazione di maggior rischio di azioni terroristiche, quali attentati e sequestri”. Per queste ragioni la Farnesina suggerisce “di aumentare sensibilmente la soglia di attenzione soprattutto nei luoghi pubblici o in aree molto affollate”.
Insomma, bisogna stare attenti e non sottovalutare la difficile situazione di queste ultime ore, tenendo presente che “si registra nei maggiori centri urbani e nelle località turistiche del Paese (Malindi in particolare e Diani) una recrudescenza della criminalità comune, in alcuni casi con aggressioni anche a mano armata ai danni degli occidentali”. Fondamentale, quindi, non ostentare oggetti di valore e non recarsi in quartieri poveri, cercando di muoversi solo durante il giorno e mai di notte.
Se proprio la partenza non si può rimandare la Farnesina suggerisce di registrare i dati del viaggio che si intende effettuare in Kenya sul sito: www.dovesiamonelmondo.it. Prima del viaggio si consiglia, inoltre, di munirsi di una copertura assicurativa internazionale che preveda, sia la copertura di eventuali spese mediche e ricoveri sul posto, sia il rimpatrio sanitario d’emergenza.
Infine si ricorda che il secondo aeroporto di Nairobi, il ”Wilson Airport”, versa in una situazione preoccupante in quanto i voli provenienti dalla Somalia, con numerosi profughi, non sono soggetti a controlli conformi ai parametri occidentali. Andrebbe, quindi evitato.
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Di Giovanni Porzio
Gli italiani non hanno abbandonato l’Iraq. Dopo il ritiro del contingente da Nassiriya, il sostegno allo sforzo di ricostruzione del paese devastato dalla guerra è proseguito: in forme più discrete, ma in settori essenziali come l’addestramento delle forze armate e il supporto alle amministrazioni locali.
Ufficiali e sottufficiali italiani della Ntm-I, Nato training mission in Iraq, sono impegnati nella formazione del vertice militare iracheno, mentre ai carabinieri è stato assegnato il difficile incarico di addestrare la polizia. Nella provincia di Dhi Qar i tecnici italiani lavorano a numerosi progetti civili. E il governo di Roma ha aperto una linea di credito di 400 milioni di euro, di cui 100 già disponibili per interventi prioritari nell’agricoltura e nell’irrigazione.
“Il ruolo dei nostri carabinieri è di particolare rilievo politico” sottolinea l’ambasciatore a Baghdad Maurizio Melani. “Per battere il terrorismo serve la fiducia della gente e i carabinieri, con la loro esperienza nella lotta alla mafia e al terrorismo, sono uno strumento di eccellenza. La loro competenza nel controllo dei disordini e nelle tecniche di perquisizione è fondamentale ed è ora riconosciuta anche dagli americani”.
Una valutazione condivisa anche da Staffan De Mistura, l’inviato speciale delle Nazioni Unite a Baghdad: “I carabinieri sono gli unici che hanno chiara consapevolezza del rapporto tra politica e popolazione e della gestione del contesto militare”.
Nell’aprile 2003, subito dopo l’ingresso delle colonne blindate della coalizione nella capitale, molti iracheni si diedero al saccheggio. Ministeri, magazzini, palazzi di Saddam Hussein, ospedali, musei, caserme furono assaliti dalla folla inferocita e affamata. I marines, reparti d’assalto avvezzi al combattimento in prima linea, non seppero mantenere l’ordine e reagirono con brutalità: i liberatori in pochi giorni si trasformarono in truppe di occupazione. Un errore che è costato caro e ha insegnato molto.
Ora in tutte le operazioni di peacekeeping l’apporto di nuclei specializzati come i carabinieri è considerato indispensabile, tanto che in ambito Nato si stanno costituendo, a guida italiana, analoghi reparti con la partecipazione della Gendarmérie francese e della Guardia civil spagnola e portoghese.
“Siamo qui su esplicita richiesta del governo iracheno” spiega a Panorama il generale Alessandro Pompegnani, vicecomandante della missione Nato, che coordina le attività dei nostri militari dalla base allestita nell’ex Centro culturale di Saddam, all’interno della Zona verde di Baghdad. “Abbiamo un preciso mandato: istruire i vertici militari iracheni in collaborazione con i locali ministeri dell’Interno e della Difesa, e addestrare la polizia”.
È un’area d’intervento strategica. Nel 2008, con il previsto disimpegno degli Stati Uniti, le responsabilità operative delle forze armate irachene aumenteranno. Ma la loro affidabilità è dubbia. Congedate nel 2003 dal proconsole americano Paul Bremer e poi a fatica ricostituite, sono dominate dagli sciiti e pesantemente infiltrate dai miliziani di Muqtada al-Sadr.
Negli anni scorsi centinaia di soldati e poliziotti iracheni hanno disertato, trafugato armi ed esplosivi, torturato presunti terroristi e alimentato la guerra civile schierandosi con gli insorti. Da quando, in aprile, i ministri fedeli a Muqtada si sono dimessi, nell’esercito e nella polizia molti quadri superiori sadristi sono stati sostituiti. Ma la deriva confessionale e la conflittualità religiosa non sono state cancellate.
“Il nostro obiettivo è creare un nuovo senso dello stato” dice Pompegnani. “Cerchiamo di abbattere le barriere tra sciiti, sunniti, curdi e di trasmettere il senso di appartenenza nazionale”. Dovranno anche facilitare l’integrazione dei volontari sunniti arruolati dal generale David Petraeus, evitando che si trasformino in un’altra incontrollabile milizia armata.
È la sfida dei prossimi mesi, affidata ai 41 ufficiali e sottufficiali dell’Arma che da ottobre sono dislocati a Camp Dublin, il perimetro addestrativo allestito nella base americana Victory, vicino all’aeroporto di Baghdad. Nell’arco di 2 anni i carabinieri formeranno al mantenimento dell’ordine pubblico e alla controinsurrezione otto battaglioni di 450 allievi: il primo corso si è appena concluso.
I militari italiani, molti dei quali hanno conosciuto l’Iraq a Nassiriya, sono motivati da un forte spirito di servizio. “Sono alla quinta missione all’estero: tre nei Balcani, una a Gaza” riferisce con orgoglio il maresciallo Mimmo Sammarco, di Avetrana (Taranto), 35 anni, da 16 nell’Arma. Il loro comandante, colonnello Fabrizio Parrulli, 44 anni, barese, ex allievo della Nunziatella di Napoli, per venire a Baghdad ha lasciato a casa moglie e due figli. “La lontananza pesa” racconta. “Ma il lavoro occupa tutta la giornata. Quando si vivono queste esperienze, quando si vede la gente soffrire e morire, è persino difficile tornare in Italia: molte cose appaiono insignificanti”.
Un altro delicato settore in cui l’Italia è impegnata è quello della salvaguardia del patrimonio storico e culturale. Gli oltre 10 mila siti archeologici sono in uno stato di totale abbandono. Orde di tombaroli continuano a saccheggiare le rovine delle antiche città assire, sumere e babilonesi. Migliaia di reperti vengono contrabbandati in Europa, Stati Uniti, Emirati arabi e Giappone.
Il governo italiano ha messo a disposizione i fondi per riabilitare i musei di Nassiriya, Diwaniyah e Kufa, mentre il Centro ricerche archeologiche e scavi di Torino ha terminato il restauro delle sale assire e islamiche del museo di Baghdad dal quale, nei primi giorni dell’occupazione americana, sparirono 15 mila oggetti, solo in parte recuperati.
Se le condizioni di sicurezza lo consentiranno, nei prossimi mesi almeno un’ala del museo schiuderà le porte ai primi visitatori.
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L’eredità di Benazir Bhutto sarà raccolta dal figlio Bilawal, 19 anni, nominato presidente del Partito del popolo pachistano. Ad aiutarlo, nel ruolo di co-presidente, il padre Asif Ali Zardari. Il figlio della Bhutto ha giurato di vendicare l’omicidio avvenuto a Rawalpindi lottando per la democrazia: “Mia madre ha sempre detto che la democrazia è la miglior vendetta”, ha ricordato Bilawal al termine del comitato esecutivo del partito a Narudero, storica roccaforte della famiglia.
Potrebbero essere rinviate di alcuni mesi le elezioni parlamentari previste per l’otto gennaio: la decisione definitiva dovrebbe essere presa domani. Il nuovo candidato al ruolo di premier sostenuto dalla famiglia Bhutto è Makhdoom Amin Fahim, attuale numero due del Partito del popolo pachistano.
Bilawal Bhutto non sarà presidente a tempo pieno, cosa che invece farà suo padre Asif Ali Zardari, e potrà tornre a Oxford per terminare gli studi. Dopotutto, fino a quando non compirà 25 anni, per la legge pachistana non potrà candidarsi alle elezioni. Ma il Partito del popolo pachistano non poteva non avere un Bhutto come leader, e suo padre è ancora troppo riconducibile agli scandali di corruzione che lo hanno visto accusato e condannato in passato. Da qui la decisione di formare una specie di triumvirato Bilawal-Zardari e Makhdoom Amin Fahim. Per la morte di Benazir è stata invocata giustizia: Zardari ha chiesto un’inchiesta dell’Onu come quella fatta per l’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri.
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Mwai Kibaki è stato rieletto Capo dello Stato del Kenya: ha giurato nei giardini della State House, a poco più di un’ora della proclamazione ufficiale della sua vittoria. Sono duecentomila i voti di differenza con Raila Odinga, lo sconfitto che sembrava a un passo dall’elezione e ora parla di frode. Subito dopo l’annuncio sono esplosi incidenti violenti sia a Kibera, il più grande slum dell’Africa orientale, quasi inurbato in Nairobi, che a Kisumu, nell’ovest della nazione, sul lago Vittoria. Kibera è un feudo storico di Raila Odinga, Kisumu è il cuore dell’area abitata dall’etnia Luo, quella a cui appartiene appunto Odinga. Una notizia flash data con una scritta in sovrimpressione dalla televisione di Stato durante la ripresa cerimonia di giuramento parla inoltre di dieci persone uccise a Kisii, due a Kakamega sempre nell’ovest, ed un morto a Kisumu del Paese, senza aggiungere altro.
Kibaki è diventato il terzo presidente della nazione nel 2002, grazie all’aiuto di Odinga. Durante il suo primo mandato ha evitato conflitti in Kenya e ha favorito lo sviluppo dell’economia. È stato il primo africano a laurearsi con il massimo punteggio alla London School of Economics. Deputato fin dalla prima legislatura (1963), lo è sempre rimasto. Più volte ministro è stato per dieci anni vicepresidente di Daniel arap Moi, dal quale poi si allontanò. Rimase relativamente in disparte fino a quando fu chiamato alla trionfale vittoria della fine del 2002: in quell’anno divenne presidente alla testa della coalizione ‘Arcobaleno’ che pose fine ai 26 anni di ‘regno’ di Moi. Nato nella zona del monte Kenya (il suo entourage è significativamente definito ‘Mount Kenya Mafia’), è di etnia kikuyu, la principale delle circa quaranta del Kenya. Ha una moglie ufficiale e quattro figli. E una seconda moglie con una figlia a tutti nota, ma mai riconosciuta.
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Di Marco De Martino
Tutte le strade portano alla Casa Bianca, anche quelle che passano per la Cina, dove ha appena fatto tappa Michael Bloomberg. Mentre Rudolph Giuliani in New Hampshire lanciava il suo ultimo spot contro l’immigrazione clandestina, il sindaco di New York era a Shanghai a elogiare il contributo dei lavoratori cinesi all’economia globale. E nelle stesse ore in cui, pochi giorni dopo, Hillary Clinton era impegnata nell’ennesima cena di sostegno alla campagna in California, Bloomberg era a Bali a discutere di cambiamenti del clima.
Prima ancora, il sindaco di New York era andato in Messico, Gran Bretagna, Francia. Sempre accanto a lui Kevin Sheekey, il suo consigliere politico, del cui gruppo fanno parte specialisti pronti a inserire il nome del sindaco sulle schede elettorali di 50 stati americani.
I suoi confidenti dicono che, vedendo candidati rissosi e senza grandi qualità, Bloomberg si senta sempre di più l’uomo del destino. Moderato, centrista e pragmatico, lo scorso giugno ha lasciato il Partito repubblicano, nelle cui file era stato eletto sindaco dopo una vita passata a votare democratico. “Bloomberg è convinto che l’America abbia bisogno di uno come lui e le sfide lo affascinano: sarebbe un grande presidente” dice a Panorama Mitchell Moss, docente della New York University, che è stato un consigliere del sindaco.
Bloomberg prenderà una decisione subito dopo il 4 marzo, data del voto nelle primarie del Texas, quando secondo molti si sapranno i nomi dei candidati in corsa. E la discesa in campo dell’imprenditore che per diventare sindaco spese 161 milioni di dollari, e che per la presidenza ha pronto un budget da 1 miliardo, potrebbe essere la maggiore sorpresa in preparazione della più aperta campagna presidenziale americana a memoria d’uomo.
“È come se fossimo in un’atmosfera prerivoluzionaria: chiunque è in vantaggio rischia di essere travolto da elettori arrabbiati, non solo con il presidente ma anche con il Congresso e i propri partiti” spiega a Panorama il politologo James Zogby, la cui agenzia di sondaggi misura il polso all’opinione pubblica americana. “E la lunghezza delle campagne dà tempo alla gente di stufarsi dei candidati”.
Le sorprese fanno parte della politica americana da sempre. Nel 2004, a questo punto delle primarie democratiche, tutti davano per vincitore Howard Dean. E quando vinse John Kerry venne coniato lo slogan: “Fidanzato con Dean, sposato con Kerry”. Ma quest’anno le fidanzate che gli americani sembrano volere mollare sono molte di più.
A rischio è Hillary Clinton, che pure riteneva la sua candidatura inevitabile e che potrebbe perdere tutti e quattro i primi appuntamenti elettorali: in Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina. Lo stesso rischia Giuliani, che teme di non vincere nulla sino all’appuntamento in Florida del 29 gennaio.
Pure i candidati che ora sembrano in ascesa potrebbero rivelarsi l’infatuazione di una stagione. Mike Huckabee, l’ex pastore battista che al ritmo della sua chitarra rock fa campagna tra i repubblicani nel religiosissimo Iowa, sta rivelando i suoi limiti soprattutto in politica estera. Lo stesso si può dire di Mitt Romney, che guida il partito dell’elefante in New Hampshire: oltre alla fede mormona deve scontare i suoi cambiamenti di rotta sull’aborto. O del democratico Barack Obama, che da sempre è gravato dalla sua inesperienza, ed è emerso nei sondaggi solo dopo che Hillary Clinton ha cominciato ad attaccarlo ingiustamente.
“I candidati la cui personalità piace agli elettori hanno seri problemi di inesperienza, quelli che appaiono competenti soffrono di problemi di antipatia” riassume Larry Sabato, professore all’Università della Virginia. Altri parlano apertamente di fattore Sob, che sta per ’son of a bitch’, ovvero figlio di… È una sindrome di cui soffrono in particolare Hillary, che nei sondaggi emerge regolarmente come il candidato più detestato (pensa male di lei il 49 per cento degli americani), e Giuliani, che detiene questo record fra i repubblicani (38 per cento la sua percentuale di negatività).

A Hillary gli elettori imputano freddezza e arroganza: “È ovvio che vincerò” ha detto quando le hanno chiesto se avrebbe sofferto in caso di sconfitta. Giuliani ha problemi anche più grossi: due figli che non gli parlano più, tre matrimoni, una personalità napoleonica e una serie di scandali che non finisce mai. “Ineleggibile” lo ha giudicato Charlie Cook, che compila per il National Journal l’autorevole Cook report.
Ovviamente non è vero: gli americani hanno portato alla Casa Bianca personalità anche più problematiche, per esempio Richard Nixon. Ma piano piano stanno cominciando a cadere le ragioni legate alla sicurezza nazionale che rendono più sopportabili gli antipatici. “Più la guerra in Iraq va meglio, meno si sente la necessità di avere alla Casa Bianca un duro” spiega Sabato.
In effetti tra giugno e novembre la percentuale di americani che citano l’Iraq tra le loro preoccupazioni è scesa secondo un sondaggio del Wall Street Journal di 8 punti percentuali. E tra le principali vittime del successo della strategia di George Bush e David Petraeus a Baghdad ci sono proprio i politici la cui nomination appariva scontata. Giuliani, il quale aveva scommesso che la sua fama di sindaco dell’11 settembre avrebbe fatto dimenticare agli elettori repubblicani le sue posizioni sull’aborto e sui diritti dei gay. E Hillary, che negli anni da senatore aveva metodicamente coltivato l’immagine di falco in politica estera.

A rendere il pronostico elettorale ancora più difficile sono i cambiamenti di opinione di un elettorato sempre meno fedele. Prime a tradire Hillary sono state le donne, che alla sua immagine quasi thatcheriana sembrano ora preferire l’approccio autobiografico di Obama, che non si stanca di ripetere: “So cosa significa essere cresciuto da una donna costretta a tirare da sola la carretta, senza alcun aiuto dal marito”.
Anche gli afroamericani, che pure considerano Bill Clinton il primo presidente “nero” della storia, si stanno riallineando dietro Obama. A convincerli è la sua ascesa in Iowa e New Hampshire tra i bianchi: proprio loro sono i primi a temere che gli Stati Uniti non siano pronti a un presidente nero.
È possibile che Hillary e Giuliani ce la facciano comunque: dopotutto nei sondaggi nazionali (che secondo gli esperti contano poco) i due sono ancora in vantaggio. Ma anche se ciò accadesse, i problemi non sarebbero certo finiti. Soprattutto per Giuliani, il candidato più distante dagli elettori evangelici che hanno minacciato, in caso di una sua nomination, di presentarsi con un terzo partito.
“Non credo che arriveranno a una misura tanto drastica, ma certamente molti non andranno a votare, come hanno già fatto in passato” è la previsione di Michael Lindsay, sociologo della Rice University e autore del saggio sulla crescita degli evangelici La fede nelle stanze del potere.
Secondo Lindsay, anche Romney avrebbe lo stesso problema. “Per loro l’unica sarebbe scegliere al più presto un vicepresidente evangelico come Huckabee. Anche in questo caso però è molto probabile che ci sia una emorragia di voti, anche verso i democratici”.
La nomination di personalità polarizzanti come Hillary e Giuliani renderà più probabile la candidatura di un indipendente. Ci pensa Ralph Nader, che già rovinò la festa di Al Gore nel 2000. E potrebbe essere tentato Lou Dobbs, l’anchorman della Cnn che ha fatto della guerra contro l’immigrazione clandestina la sua bandiera.
Ma soprattutto la nomination di Hillary e Rudy porterebbe Bloomberg a scendere in campo, mentre una sua candidatura sarebbe meno probabile se prevalessero candidati più propensi alla riconciliazione nazionale come Romney e Obama.
Nel 1992 il miliardario Perot prese quasi il 19 per cento dei voti, Michael Bloomberg potrebbe andare ben oltre. «Più l’economia diventa il tema dominante della campagna, più la corsa si apre» spiega il suo amico Mitchell Moss. “Però se il sindaco scenderà in campo sarà solo perché è sicuro di vincere”.

Tempo di bilanci per Romania e Bulgaria, i paesi più giovani d’Europa. Sono entrati nell’Unione solo un anno fa con tante speranze e poche risorse. Molti gli obiettivi non ancora raggiunti, troppe le polemiche nelle quali sono stati coinvolti. Ma cosa è cambiato per gli abitanti? Parecchio e non sempre in meglio.
Innanzitutto c’è un mito da sfatare. Alla vigilia del 2007 il nodo centrale, quello che più preoccupava i fratelli ricchi, era la questione dell’immigrazione. Dal gennaio dell’anno scorso romeni e bulgari hanno cessato di essere extracomunitari, ma non hanno preso d’assalto le frontiere. Durante il 2007 sono arrivati in Italia circa 60 mila romeni, più o meno lo stesso numero del 2006.
L’emigrazione, indubbiamente alta, ha però creato un paradosso nei paesi d’origine dove le imprese hanno difficoltà a trovare lavoratori idonei. La situazione del mercato occupazionale nei nuovi paesi Ue è paradossale. Il tasso di disoccupazione può essere basso come in Romania (5,5%), o alto come in Polonia (15%), ma in molti settori la manodopera scarseggia. La questione si spiega con la quasi totale assenza di formazione, perché per romeni e bulgari non è facile acquisire le specializzazioni professionali che sempre più spesso le aziende richiedono. Per risolvere la questione in Romania è già stato predisposto un piano per sensibilizzare chi è emigrato sulle crescenti opportunità di lavoro in patria con ulteriori incentivi fiscali per le imprese e i lavoratori che intendono rientrare a casa. Anche in questo caso, però, presumibilmente le frontiere non verranno prese d’assalto.
La qualità della vita è migliorata, ma le cenerentole d’Europa continuano ad avere i redditi più bassi dell’Unione. A Sofia un insegnante guadagna 150 euro, mentre una pensione spesso non supera i 50. Il costo della vita però sale vertiginosamente e i prezzi si livellano a quelli degli altri paesi dell’Ue, dove si guadagna molto di più. A Bucarest la politica del governo liberista sta dando i suoi frutti e si spinge sull’acceleratore dei consumi. Fra le più importanti novità c’è l’introduzione della flat tax, l’aliquota unica del 16% sui redditi delle imprese e dei lavoratori che ha reso il paese molto attraente per gli investitori stranieri.
La vera scommessa per la rinascita si gioca nella partita dei fondi Ue. I 30 miliardi di euro, di cui circa dodici destinati all’agricoltura, che arriveranno alla Romania sotto forma di fondi strutturali e di coesione nel periodo 2007-2013 dovrebbero essere utilizzati principalmente per infrastrutture, educazione, sanità e sviluppo locale. In Bulgaria tra il 2007 e il 2009 entreranno 4 miliardi e 300 milioni di euro. Una torta che fa gola, ma che potrebbe perdersi nelle pieghe della corruzione e del malgoverno.
Nonostante i molti problemi, comunque, romeni e bulgari continuano ad essere europeisti. Il 60% della popolazione è convinto di poter avere un futuro migliore nell’Ue, ma l’integrazione è un processo lungo e non indolore. Chi ha deciso di restare deve accettare le contraddizioni tipiche dei paesi in forte mutamento, chi ha deciso di partire deve vedersela con la diffidenza dei paesi ospitanti dove, soprattutto dopo l’omicidio Reggiani, romeno spesso si pensa faccia rima con delinquente.

Il Pakistan ha dato oggi l’ultimo saluto a Benazir Bhutto, mentre monta la violenza in tutto il Paese gettato in una delle peggiori crisi dei suoi sessant’anni di storia.
La leader dell’opposizione e prima donna premier in un Paese musulmano, uccisa ieri in un attentato suicida, è stata inumata nel mausoleo di famiglia, nella provincia meridionale del Sindh, dove la polizia ha avuto l’ordine di sparare a vista contro dimostranti violenti.
Decine di migliaia di persone in lacrime hanno seguito il feretro, coperto dalla bandiera tricolore verde rossa e nera del Partito popolare pachistano (di cui la Bhutto era presidente a vita), che ha impiegato due ore, tanta era la folla, per percorrere i sette chilometri dalla casa di famiglia, a Larkana, al mausoleo di Garhi Khuda Bakhsh dove Benazir è stata sepolta accanto al padre, impiccato da un dittatore militare nel 1979.
L’ordine di sparare a vista nel Sindh è stato dato dopo che un poliziotto è stato ucciso da uomini non identificati a Karachi, la capitale del Sindh le cui strade oggi deserte erano pattugliate da truppe paramilitari. 16.000 unità sono state dispiegate nel Sindh, 10 mila solo a Karachi. Almeno diciannove persone sono morte in disordini nel Sindh e nel Punjab.
E mentre nel Sud era in corso il funerale della Bhutto, nel Nord, nella valle dello Swat un’autobomba ha ucciso sei persone durante un comizio del Partito nazional democratico (Pnd) del presidente Pervez Musharraf.
Un portavoce del ministero dell’Interno ha detto oggi che l’attentato alla Bhutto, rivendicato da al Qaida a un giornale asiatico, è “con molte probabilità” opera della rete terroristica.
Il governo, che ha imposto tre giorni di lutto nazionale, ha confermato la data delle elezioni legislative, l’8 gennaio, ma l’ex primo ministro e leader dell’opposizione Nawaz Sharif ha detto che mantenere il voto condurrà il Paese alla “distruzione”.
La Bhutto, 54 anni, era tornata in Pakistan poco più di due mesi fa, dopo otto anni di esilio volontario. L’attentato è avvenuto ieri a conclusione di un comizio a Rawalpindi. Un kamikaze le ha sparato prima di farsi saltare in aria. Almeno altre venti persone sono state uccise.
La sua morte ha rafforzato i timori di instabilità nel Paese, di 160 milioni di musulmani, dotato di armamenti nucleari. L’attentato è l’ultimo di una serie che ha insaguinato quest’anno il paese.
Il Pakistan dice addio a Benazir Bhutto: il VIDEO SERVIZIO
L’assassinio di Benazir Bhutto e le proteste di piazza: LE FOTO
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Manca la proclamazione ufficiale, ma sembra quasi certo che Raila Odinga, 62 anni, leader dell’opposizione, sarà - salvo colpi di scena che però non possono essere esclusi - il prossimo presidente del Kenya. Il distacco col Capo dello Stato, Mwai Kibaki, è forte e tende a crescere.
Una vittoria molto ampia sembra profilarsi anche nel Parlamento. L’Orange Democratic Mouvement, il partito creato da Odinga dopo la rottura con Kibaki, appare maggioritario. E gli uomini del presidente sono stati falcidiati. Non eletto il vicepresidente Moody Awori, un anziano signore molto amato, così come una decina di ministri, e non secondari, di Kibaki. Neanche il Nobel per la Pace Wangari Mathai, che però era già stata scartata dai principali partiti e si presentava -senza speranze, malgrado il lustro- per partiti minori.
Se questi risultati venissero confermati sarebbe una vera e propria rivoluzione. Mai fino ad oggi in Kenya un presidente uscente era stato sconfitto elettoralmente.
La morte (Yomo Kenyatta), o le norme costituzionali (Daniel Arap Moi) avevano aperto la strada ad un successore, mai il voto. Ma si temono contraccolpi tribali: la sconfitta di Kibaki, se confermata, segnerebbe di fatto un ridimensionamento del potere dei Kikuyo, principale etnia del Kenya, finora detentrice dei poteri chiave del Paese. Un passaggio difficile, ma che si spera indolore.
Le notizie sulle oeprazioni di voto sono per ora contraddittorie. Si è votato ieri, pare in maniera sostanzialmente regolare, come attestano anche gli osservatori internazionali, ma le operazioni di voto hanno subito un netto rallentamento. In molti seggi, se non intere aree, sembra siano state riscontrate, o quantomeno denunciate, gravi irregolarità. Ci sono stati anche alcuni incidenti e la tensione in quelle zone rimane forte, mentre Nairobi appare quasi deserta: la gente è restata a casa, in attesa di eventi. Le irregolarità potrebbero quindi comportare un ritardo nella proclamazione dei risultati.
Il vantaggio di Odinga resta chiaro, ma fonti vicine al presidente in carica Kibaki segnalano che non sono ancora terminati gli scrutini in aree storicamente legate all’attuale capo dello stato, cosa che potrebbe ridurre -se non azzerare- l’attuale sensibile gap a favore del leader dell’opposizione. Resta, però, che in Parlamento il vicepresidente Moody Awori ed una decina di importanti ministri non sono stati rieletti, lasciando il posto a persone legate ad Odinga.
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