Vladimir Putin, l’uomo che durante la campagna elettorale del 1999 promise ai suoi concittadini che avrebbe “stanato i ceceni persino nei cessi”, è un uomo di parola, ma non gode esattamente di buona stampa. In particolare dopo l’omicidio di una serie di giornalisti scomodi, come Anna Politkovskaya, Yuri Shekachikhin, per ultimo Ivan Safronov, l’esperto di questioni missilistiche del giornale di opposizione Kommersant, morto in un misterioso omicidio lunedì 5 marzo.
C’è chi, come Adriano Sofri, considera il presidente russo come un degno erede dell’autocrazia zarista e staliniana. E chi, come Paolo Guzzanti, lo descrive come un feroce leader nazionalista fedele ai dettami appresi quando era in servizio nel Kgb. Non si contano poi gli opinionisti che, di Zar Vladimir, danno l’immagine di un dittatore in salsa democratica pronto a schiacciare minoranze etniche, stampa libera, lobby a lui avverse (come quella capitanata dal tycoon Boris Berezovsky). Come che sia, tra i nemici dell’uomo del Cremlino c’è anche un pezzo del popolo del web, specie americano, tra i più cattivi - è chiaro - quando si tratta di colpire un avversario politico. Guardare per credere. Il video rap di Zar Vladimir - presentato nientemeno che dal kazako Borat - è un inno alla più graffiante satira politica. Perché la rete, è bene ricordarlo, non è mai un’aula di tribunale.
Scrive Bernard Henry Levy: “Hamas non può essere liquidata come un qualsiasi gruppo terroristico”. Non è un infatti blocco monolitico dedito esclusivamente ad attività di guerriglia. E’ una rete che controlla palestre, scuole, finanzia le famiglie dei martiri, gestisce campi di adestramento per la formazione dei kamikaze.
Una piovra del terrore radicata nei campi profughi della società palestinese con profondi legami coi gruppi estremisti in Libano e in Iran, da cui arrivano armi e istruzioni per l’adozione di tecniche di gueriglia sempre più efficaci. Il suo braccio armato, le famigerate Brigate Ezzedine Al Qassam, è composto da cellule di 3-4 persone che si occupano del reclutamento e della selezione dei giovani kamikaze. Solo i più convinti, determinati e preparati, dopo un lungo apprendistato, vengono scelti da un capo-gruppo sul quale grava la responsabilità della scelta di chi, tra i centinaia di giovani pronti a farsi saltare in aria, hanno dimostrato più sangue freddo e “amor di patria”.
La rete scolastica di Hamas costitusce il passaggio obbligato all’educazione dei futuri martiri. E’ infatti negli asili e nelle scuole che avviene la prima opera di indottrinamento ideologico: è lì che si insegna ai bambini il culto della bella morte, della Palestina islamica, dell’odio mortale verso il sionismo.
Storicamente diviso tra la sua anima pragmatica un tempo legata al defunto Yassin, e oggi a Ismail Haniyeh, e una oltranzista fondata dal pediatra Rantisi e oggi legata all’uomo di Damasco Khelad Meshal, il gruppo fondamentalista, con profondi contatti col cosiddetto fronte delle carceri, è tatticamente duttile e non disdegna quando necessario la ritirata strategica, la tregua, in vista di una razionalizzazione delle proprie forze.
Hamas, la genesi
Prova del fuoco per Hamas
Alla fine degli anni 80, i servizi segreti israeliani, sezione politica, erano preoccupati della crescita di popolarità dell’Olp di Yasser Arafat nei Territori. C’erano già le prime avvisaglie dell’intifada delle pietre che di lì a poco avrebbe infiammato la Terrasanta. I dirigenti dello Shin Beth ebraico si mettono in contatto con alcuni dirigenti islamici palestinesi, fino ad allora dediti ad attività di carità finanziate attraverso donazioni di ricchi esuli palestinesi o sauditi. Tra loro, lo sceicco Ahmed Yassin, già paraplegico e cieco ma giudicato innocuo, cui fanno pervenire ingenti finanziamenti con l’obiettivo di togliere il terreno sotto i piedi all’odiata Organizzazione di liberazione della Palestina.
L’idea dei vertici di Tel Aviv era semplice quanto spregiudicata: costruire una rete alternativa a quella di Yasser Arafat, dividere il fronte nemico, aiutare un’associazione della carità islamica che, allora, si occupava più di asili nido, scuole coraniche e ospedali che di resistenza armata. Il calcolo si rivelò suicida: Hamas divenne nel giro di pochi anni la più importante organizzazione terroristica di tutta la Palestina. Fu Hamas che importò anche - a partire dal 1993, anno degli accordi di Oslo - il metodo degli attentati suicidi in Palestina, fino ad allora prerogativa, in Medio Oriente, dei pasdaran iraniani.
La pace Rabin-Arafat divenne il bersaglio degli integralisti. I quali sono riusciti anche, negli anni 90, nel capolavoro politico di spingere Al Fatah, in evidente calo di popolarità, ad adottare, attraverso le Brigate Al Aqsa, il sistema degli attacchi suicidi. Ma il successo di Hamas, negli anni 90, è anche spiegabile grazie alla capacità di radicamento nel tessuto sociale palestinese.
Kalashinikov e carità
Prova del fuoco per Hamas

Le richieste della comunità internazionale affinché Hamas riconosca Israele e rinunci alla lotta armata si fanno ogni giorno più pressanti. I flussi finanziari provenienti dall’Unione europea e diretti all’Autorità Nazionale palestinese, bloccati nel gennaio 2006, continuano a essere congelati. Gaza balla da oltre un anno sull’orlo della guerra civile. Le armi affluiscono quasi senza controllo attraverso il poroso confine con l’Egitto. La geografia delle bande armate palestinesi è in rapido movimento, quasi inafferrabile. Per Hamas, salita al potere nel gennaio 2006 in seguito a elezioni democratiche, si impone l’obbligo di scegliere: «istituzionalizzarsi», accettando le richieste del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu), o condannarsi a una progressiva marginalità politica, ed elettorale. Confermata oggi anche dall’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto nei Territori, curato dal centro studi dell’università palestinese Birzeit, che dà al Fatah al 45% e Hamas al 33%.
In questo contesto, l’accordo siglato l’8 febbraio scorso a La Mecca tra il premier Ismail Haniyeh e il presidente palestinese Abu Mazen apre uno spiraglio verso la formazione di un governo di unità nazionale palestinese che ponga le premesse per la ripresa dei negoziati con Israele. Per ritornare a fare politica, a quasi sette anni dallo scoppio della seconda Intifada, gli eredi di Ahmed Yassin sono chiamati a rinunciare al sogno (speculare a quello di Eretz Israel) di uno Stato palestinese che si estenda dal «fiume al mare».
Finora nessuno tra i dirigenti di Hamas ha osato tanto. Infrangere il tabù della Palestina storica, «una e indivisibile», è un prezzo che nessuno, tra i leader del movimento guerrigliero, ha voluto (o potuto) pagare. Né il falco Khaled Meshal. Né il premier palestinese Ismail Haniyeh, considerato più moderato e pragmatico. Tantomeno, finché era in vita, il fondatore Yassin, ucciso da un missile israeliano nel marzo 2004 all’uscita da un moschea di Gaza. Quello che chiedevano fino a ieri i dirigenti di Hamas lo potete vedere su questo video, apparso su una nota tv egiziana. Quello che sarà domani lo dirà il corso degli eventi.
Hamas, la genesi.
Kalashnikov e carità
La commedia degli equivoci tra il segretario di Stato e il presidente americano in un video satirico su Youtube. Comparse: il Segretario generale del Partito Comunista Cinese, Hú Jintao, e il defunto presidente palestinese Yasser Arafat.
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