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Prova del fuoco per Hamas

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  • Tags: Hamas, Ismail-Haniyeh, Palestina, Yasser-Arafat
  • 7 commenti

Le richieste della comunità internazionale affinché Hamas riconosca Israele e rinunci alla lotta armata si fanno ogni giorno più pressanti. I flussi finanziari provenienti dall’Unione europea e diretti all’Autorità Nazionale palestinese, bloccati nel gennaio 2006, continuano a essere congelati. Gaza balla da oltre un anno sull’orlo della guerra civile. Le armi affluiscono quasi senza controllo attraverso il poroso confine con l’Egitto. La geografia delle bande armate palestinesi è in rapido movimento, quasi inafferrabile. Per Hamas, salita al potere nel gennaio 2006 in seguito a elezioni democratiche, si impone l’obbligo di scegliere: «istituzionalizzarsi», accettando le richieste del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu), o condannarsi a una progressiva marginalità politica, ed elettorale. Confermata oggi anche dall’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto nei Territori, curato dal centro studi dell’università palestinese Birzeit, che dà al Fatah al 45% e Hamas al 33%.

In questo contesto, l’accordo siglato l’8 febbraio scorso a La Mecca tra il premier Ismail Haniyeh e il presidente palestinese Abu Mazen apre uno spiraglio verso la formazione di un governo di unità nazionale palestinese che ponga le premesse per la ripresa dei negoziati con Israele. Per ritornare a fare politica, a quasi sette anni dallo scoppio della seconda Intifada, gli eredi di Ahmed Yassin sono chiamati a rinunciare al sogno (speculare a quello di Eretz Israel) di uno Stato palestinese che si estenda dal «fiume  al mare».

Finora nessuno tra i dirigenti di Hamas ha osato tanto. Infrangere il tabù della Palestina storica, «una e indivisibile», è un prezzo che nessuno, tra i leader del movimento guerrigliero, ha voluto (o potuto) pagare. Né il falco Khaled Meshal. Né il premier palestinese Ismail Haniyeh, considerato più moderato e pragmatico. Tantomeno, finché era in vita, il fondatore Yassin, ucciso da un missile israeliano nel marzo 2004 all’uscita da un moschea di Gaza. Quello che chiedevano fino a ieri i dirigenti di Hamas lo potete vedere su questo video, apparso su una nota tv egiziana. Quello che sarà domani lo dirà il corso degli eventi.

Hamas, la genesi.
Kalashnikov e carità

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  • Lunedì 26 Febbraio 2007
Hamas, la genesi »
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Commenti

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Il 12 Marzo 2007 alle 20:05 Panorama.it – Mondo » Blog Archive » Irachizzazione della Palestina? ha scritto:

[...] Bene: tutto si può dire, di Hamas, fuorché che abbia mai strizzato l’occhio, anche nelle fasi più sanguinarie della II Intifada, al qaedismo. Anzi: Hamas, come in generale tutte le organizzazioni palestinesi, ha sempre mantenuto una linea intransigentemente nazionalista. Ha rappresentato, che piaccia o no, un argine alla penetrazione degli uomini di Bin Laden a Gaza e in Cisgiordania, assumendo, dopo l’11 settembre, delle posizioni di condanna delle stragi sunnite in Iraq, della strategia dei rapimenti di giornalisti e cittadini occidentali, dell’attacco indifferenziato a quello che gli jihadisti definiscono cultura crociata. [...]

Il 12 Giugno 2007 alle 18:17 Gaza: l’ala militare di Hamas incendia i Territori » Panorama.it – Mondo ha scritto:

[...] Si spara ovunque, nella Striscia di Gaza. Negli ospedali, nelle sedi della polizia, sulle strade. Palestinesi contro palestinesi in una guerra che è anche di potere, di clan, di milizie, di signori della guerra locali che non rispondono a nessuno se non a se stessi e alla propria base. Appena scaduto l’ultimatum, duecento guerriglieri di Hamas hanno sferrato questo pomeriggio un attacco che non ha precedenti nei Territori occupati. Il bersaglio: la sede dei servizi di sicurezza a Gaza, dove si erano asserragliati circa cinquecento agenti dell’Autorità palestinese legata ad Al Fatah. Ma è solo l’ultimo episodio di un’escalation di violenze che, negli ultimi due giorni, ha lasciato sul terreno circa venti morti e indotto il presidente Abu Mazen (Al Fatah) a far schierare i blindati sulle strade di Gaza City. L’ordine ai suoi uomini non ammette repliche: “Tenete le posizioni”. Con un comunicato di inattesa gravità, Abu Mazen ha puntato anche l’indice contro il gruppo fondamentalista palestinese, evocando lo spettro di un colpo di stato di Hamas per far naufragare gli accordi della Mecca. La situazione in realtà è ancora più intricata. Perché Hamas è ormai una galassia acefala composta da una miriade di boss militari locali che non rispondono più ai leader “nazionali”. Dice a Panorama.it il corrispondente in Italia dell’agenzia ufficiale palestinese Wafa, Jamal Jaballah: “Quanto sta accadendo è chiaro: Hamas è spaccata tra un’ala trattativista e una oltranzista. E i vari leader militari legati alle Brigate Ezzedim Al Qassam, il braccio militare, hanno ormai preso il sopravvento sulla parte politica”. C’è una regia comune alle spalle dei gruppi? Secondo Jamal Jaballah, quelli che hanno scatenato le violenze sono piccole fazioni militari su base locale, che agiscono da sole, spesso senza nessun coordinamento, ma con un obiettivo comune: “Far naufragare il governo di unità nazionale”. Dietro di loro, secondo Al Fatah e il presidente Abu Mazen, ci potrebbero essere ex ministri defenestrati dal governo di unità nazionale ma anche un attore regionale, Teheran, interessato ad allontanare da sé le attenzioni della comunità internazionale. C’è poi un problema che mette in luce Jamal Jaballah: “Non possiamo arrestare i criminali che hanno scatenato le violenze. Tutte le carceri sono state distrutte da Israele durante la seconda Intifada”. [...]

Il 20 Agosto 2007 alle 11:18 Visto dalla stampa araba: Malik, un ministro islamico per Gordon Brown » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] L’articolo aggiunge che “oltre allo Yemen e alla Giordania – i due Paesi arabi sotto la sua diretta supervisione – Malik sta lavorando a progetti di sviluppo in Iraq, Afghanistan e Palestina”. Precisando che “l’Iraq non è un Paese povero e la sfida consiste nel modo in cui spendere i soldi, per aiutare l’Iraq a investire nelle sue infrastrutture”, il sottosegretario ha riconosciuto che a Baghdad la corruzione mette a rischio la ricostruzione e mina la fiducia nelle nuove istituzioni dello Stato. Malik, che aveva assistito come osservatore alle elezioni palestinesi del gennaio 2006, vinte da Hamas, si è detto preoccupato per la situazione a Gaza. A proposito del sostegno dato da Gran Bretagna ed Europa al Presidente Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, per isolare Hamas, ha commentato: “Abu Mazen si è impegnato a lavorare per tutti i palestinesi, e dobbiamo cercare il modo di assicurare che Gaza non sia svantaggiata ulteriormente”. Sul terrorismo di matrice islamica, che ha colpito la Gran Bretagna l’anno scorso e negli ultimi mesi, si è espresso così: “Non c’è dubbio che certe aree della politica estera britannica abbiano provocato rabbia e frustrazione”, ma “la rabbia non giustifica il fatto di torcere un solo capello a un individuo, e il terrorismo non è causato dalla rabbia, ma dall’errata interpretazione dell’Islam”. “Il mio Islam – ha continuato - mi insegna che questi non sono martiri che vanno in Paradiso, e il compito dei musulmani è di esprimersi contro questi crimini, perché costoro non sono amici dell’Islam”. [...]

Il 15 Gennaio 2008 alle 18:41 Strage a Gaza. La rabbia di Abu Mazen » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Dagli ospedali è stato lanciato un appello a donare il sangue, le scorte disponibili non sono sufficienti a coprire le esigenze di una popolazione allo stremo, costretta all’isolamento da quando Hamas ha vinto le elezioni, nel gennaio 2005. Gli scontri più cruenti si sono svolti nel sobborgo di al-Zeitoun, a Gaza città, dove una decina tra carri armati e autoblindo hanno aperto il fuoco sulle case, colpendo anche molti civili. Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen, ha bollato la strage come un “massacro”, una “carneficina contro il popolo palestinese” che, al cospetto di quanto accaduto, non può rimanere in silenzio: “Il mondo lo deve sapere”, ha dichiarto Abu Mazen, “perché massacri del genere non possono certo portare la pace”. Ma ancora più furiosa è la reazione di Hamas che ha subito reagito, lanciando, dopo alcuni mesi di tregua, alcuni missili Qassam in direzione di Sderot al confine. [...]

Il 16 Gennaio 2008 alle 9:23 Strage a Gaza. La rabbia di Abu Mazen » eBlog Network - Magazine ha scritto:

[...] Dagli ospedali è stato lanciato un appello a donare il sangue, le scorte disponibili non sono sufficienti a coprire le esigenze di una popolazione allo stremo, costretta all’isolamento da quando Hamas ha vinto le elezioni, nel gennaio 2005. Gli scontri più cruenti si sono svolti nel sobborgo di al-Zeitoun, a Gaza città, dove una decina tra carri armati e autoblindo hanno aperto il fuoco sulle case, colpendo anche molti civili. Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen, ha bollato la strage come un “massacro”, una “carneficina contro il popolo palestinese” che, al cospetto di quanto accaduto, non può rimanere in silenzio: “Il mondo lo deve sapere”, ha dichiarto Abu Mazen, “perché massacri del genere non possono certo portare la pace”. Ma ancora più furiosa è la reazione di Hamas che ha subito reagito, lanciando, dopo alcuni mesi di tregua, alcuni missili Qassam in direzione di Sderot al confine. [...]

Il 18 Gennaio 2008 alle 18:37 Offensiva su Gaza, a chi giova veramente » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Quella in corso nella Striscia di Gaza ha tutta l’aria di una resa dei conti. Uccisioni mirate, raid aerei e incursioni con decine di vittime, confini sigillati. Una soluzione drastica che Israele starebbe mettendo in atto non soltanto per rispondere ai lanci di razzi da parte di Hamas e Jihad, ma anche per sgombrare il campo da eventuali alternative all’autorità di Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, proprio nel momento in cui è impegnata con quest’ultimo nelle trattative di pace. [...]

Il 19 Gennaio 2008 alle 1:15 Offensiva su Gaza, a chi giova veramente » eBlog Network - Magazine ha scritto:

[...] Quella in corso nella Striscia di Gaza ha tutta l’aria di una resa dei conti. Uccisioni mirate, raid aerei e incursioni con decine di vittime, confini sigillati. Una soluzione drastica che Israele starebbe mettendo in atto non soltanto per rispondere ai lanci di razzi da parte di Hamas e Jihad, ma anche per sgombrare il campo da eventuali alternative all’autorità di Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, proprio nel momento in cui è impegnata con quest’ultimo nelle trattative di pace. [...]

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