
Gli AUDIO dell’inviato sui video dell’orrore: 1 — 2 — 3
Ore d’ansia per l’interprete (mp3)
Il video più raccapricciante è quello in cui gli uomini del mullah Dadullah decapitano come capretti nove ostaggi afghani sequestrati nel 2006 nell’Helmand. Immagini nitide, splatter, ancora più choccanti di quelle sulla decapitazione in Iraq di Nicholas Berg, di Paul Marshall Johnson, del coreano Kim Sun Il. Ma non sono i soli. Perché tra i quattro video che Panorama.it ha potuto visionare (tutti provenienti dal Media center talebano di Quetta, in Pakistan) ce ne sono anche altri (in vendita libera nelle bancarelle del sud del Paese) che mostrano quanto i leader della guerriglia talebana non abbiano più nulla da imparare dai loro colleghi qaedisti di Baghdad. L’inviato di Panorama, Giovanni Porzio, li ha ottenuti da un ex miliziano di Al Qaeda che si è riciclato come impresario edile a Kabul dopo la vittoria dell’Alleanza del Nord.
Così si fabbrica un attentato
Così si fabbrica un attentato (VIDEO)
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Oggi è l’ultimo giorno. Da domani ai marines sarà vietato tatuarsi. Il motivo del provvedimento è spiegato sul magazine militare Stars and Stripes: “i tatuaggi non sono in linea con i valori tradizionali dell’esercito”. Due le ferree regole da seguire. Niente emblemi sulla pelle che possano risultare offensivi per le popolazioni islamiche con cui si è quotidianamente a contatto in Afghanistan e in Iraq. E niente tattoo di grosse dimensioni, che spuntino fuori dalle maniche di una t-shirt o da un pantaloncino.
Ad ogni regola corrisponde una domanda. 1) Sicuri che siano proprio i tatuaggi a offendere afghani e iracheni? 2) A cosa serve il divieto se i militari vanno in giro vestiti come nella foto qui sotto?
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Due soluzioni per un problema (1975) è il titolo di un cortometraggio di Abbas Kiarostami, uno dei più stimati registi iraniani, già vincitore nel 1997 della Palma d’Oro per il miglior film con Il sapore della ciliegia. Un cortometraggio considerato una sottile metafora sulla narrazione cinematrografica ed ex post, secondo Iranblogosfera.it, sull’ultima crisi internazionale scoppiata in seguito al sequestro di 15 ostaggi inglesi nello Shat el Arab.

Si aggrava la crisi diplomatica anglo-iraniana scoppiata in seguito alla cattura, venerdì 23 marzo, di 15 marinai della Royal Navy. Dopo il primo video nel quale apparivano le scuse di Faye Turner, Thomas Summer, uno degli ostaggi detenuti, si è detto rammaricato - in un video trasmesso dalla tv Alalam - di essere entrato nelle acque territoriali iraniane. Intanto, a Teheran, riferisce il blog americano Absentee Ballott, c’è chi chiede la pena di morte per i marinai britannici.
Guarda il secondo video degli ostaggi (Bbc)

“Quello che la gente non sa, è che cosa esattamente succede qui ogni giorno. Noi vogliamo che il pubblico americano, grazie a un punto di vista senza filtri, possa vedere che cosa fanno le forze di coalizione in Iraq”.
Il generale William Caldwell della Multi-National Force - Iraq mission, e cioè l’esercito americano di stanza a Baghdad, è molto chiaro: l’obiettivo è avvicinare/reclutare i più giovani e parlare all’America profonda. Per questo l’esercito americano il 7 marzo scorso ha deciso di aprire ufficialmente un proprio canale su Youtube, il servizio on line che permette agli utenti di pubblicare e vedere video di ogni tipo. “Aprire un canale” significa registrarsi al servizio e avere così diritto a pubblicare i propri filmati, come per esempio questo, visto da oltre 100 mila persone nel giro di tre settimane:
Battle on Haifa Street
La guerra, si sa, è fatta anche di immagini. E l’Iraq non fa certo eccezione.
Foto e video portano nel salotto di casa il conflitto, sia esso rappresentato con Abu Ghraib o con un bombardamento asettico da videogioco, e contribuiscono al convincimento che le persone se ne fanno. Su Youtube da anni si possono vedere migliaia di filmati sulla guerra irachena, spesso decisamente più crudi di quelli “ufficiali” e in aperto contrasto con le scelte del presidente George W. Bush. Le divisioni che attraversano l’opinione pubblica americana e i politici, ultimo esempio la decisione del Congresso americano che ha stabilito il ritiro dei soldati entro il 2008 nonostante l’opposizione di Bush, si traducono qui in filmati e commenti. In molti casi, i video pubblicati sono stati girati direttamente da singoli soldati, spesso in esplicito appoggio a Iraqi Freedom. Naturalmente, la decisione della Multi-National Force di pubblicare direttamente su Youtube e di aprire una parte del proprio sito ufficiale ai contributi dei soldati non fornisce, come hanno sottolineato anche alcuni giornalisti americani, una prospettiva “senza filtro” e super partes, ma il punto di vista del Pentagono. L’idea di filmati non montati e senza censure è insomma un modo propagandistico di presentare un’operazione comunque significativa vista l’importanza e la popolarità di Youtube. La guerra, d’altra parte, è stata indiretta protagonista anche degli Awards, i migliori video del sito scelti direttamente dagli utenti: quello di Heather Martin, una bambina di 6 anni che canta la sua malinconia per il fratello partito marine, è stato visto da quasi due milioni di persone. La popolarità di Youtube è tale che anche la campagna elettorale per le presidenziali americane si gioca, almeno in parte, a colpi di filmati su Internet (come nel caso Clinton/Barack). Il problema però è che Youtube per definizione non può essere embedded: chiunque ha diritto di mettere on line quello che crede. Saranno poi gli utenti a decretare il successo di un video e, a volte, anche il suo senso. Questo filmato, per esempio, è stato visto da oltre 700 mila persone e commentato da qualche migliaio:
Iraqi Kid Runs For Water

Chi è Juba? Un serial kiler di marines? Un «eroe» della cosiddetta resistenza irachena? Uno sniper, ovvero un cecchino, sunnita? Un’organizzazione armata che si fa beffe del più potente esercito del mondo? C’è chi sostiene che Juba sia, in realtà, solo un marchio di successo. Un simbolo della «resistenza» dietro al quale non si nasconde un leader politico-militare bensì un esercito di pistoleros-emulatori. I quali, armati di fucile ad alta precisione e di telecamera, colpiscono a morte, con un colpo solo, un soldato occupante. Mettendo poi in rete il video dell’esecuzione.
Chiunque si nasconda dietro questo nickname, Juba è diventato un personaggio mitico in Iraq, e nel mondo arabo, imprendibile, senza volto, raffinato. Capace di uccidere decine di soldati e di comunicare in modo più raffinato dei tagliagole zarkawisti.
I video che mette in rete Juba (al quale sono stati ispirati decine di videogame venduti nelle bancherelle arabe) sono semplicissimi nella forma, efficaci sul piano della comunicazione. C’è una telecamera fissa che inquadra una vittima americana, da sola o in gruppo. Appare un mirino. Si sente un colpo, secco. Il marine cade a terra, ferito a morte. I commilitoni si mettono in posizione, spesso nascondendosi dietro a un tank, per rispondere all’assalto. Ma non c’è nessun assalto. Juba se ne va, sa che se sparasse un secondo colpo, il più delle volte, sarebbe catturato e forse ucciso. I marines non sanno nemmeno da che parte è provenuto lo sparo.
Il video di esordio è datato novembre 2005 (qui sopra) e attribuito all’Esercito islamico iracheno, mostra l’esecuzione di decine di soldati americani. Su un altro video clip dello stesso periodo, attribuito sempre a Juba, una voce fuori campo recitava: «Ho nove pallottole e ho un regalo per George Bush: con queste ucciderò nove soldati. Il mio obiettivo è che la gente guardi a cosa andranno incontro gli occupanti. Allah Akhbar». Nove pallottole: nove soldati Usa uccisi. Tutti ripresi, nel momento dell’omicidio, da una telecamera. L’unica certezza è che Juba, sia esso un leader militare o un semplice simbolo-marchio della «resistenza», ha una grande capacità tecnica: può permettersi un colpo solo.
Un secondo video di Juba è apparso ai primi di ottobre, come regalo, si fa per dire, di fine ramadam a Baghdad. Il video contiene un’intervista al presunto leader dei fucilatori iracheni, un momento dell’addestramento per gli aspiranti Juba, e il ritorno dal sedicente capo della divisione dei cecchini da una missione omicida. Scrive 37 su un muro, forse il numero delle vittime. Poi inizia a scrivere un diario, con una voce fuori campo che si rivolge ai nemici della Ummah musulmana e avverte «crociati ed ebrei» di abbandonare il Paese. Si rivolge agli iracheni: «Come potete mangiare, bere, dormire se i nostri fratelli sono incarcerati in prigioni senza nome? Come ci giustificheremo di fronte ai nostri figli nel giorno del giudizio?» Ha poi inizio il macabro rito delle esecuzioni. 634 sarebbero, secondo l’Esercito islamico, le vittime di Juba.
Guarda il video
LINK ESTERNI
Baghdad treasure - Spiegel - Reuters
VIDEOGAME ARABI ISPIRATI A JUBA
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Nuova attrazione per grandi e piccini alla Potsdamer
Platz di Berlino dove sabato inaugura il primo villaggio Lego
indoor (al chiuso). Una mostra di 3500 metri quadrati
presenta modelli di monumenti, animali e personaggi
costruiti con gli elementi colorati della Lego. Tra le
curiosità una giraffa alta sette metri e composta da
30mila pezzi lego e la ricostruzione del palazzo del
Reichstag (parlamento).

“Ci trattano bene, sono amichevoli e ospitali, pieni di riguardo. So che siamo stati arrestati apparentemente in acque iraniane. Se non lo avessimo fatto non sarei qui. Ho scritto una lettera al popolo iraniano per scusarmi della nostra azione”. Così Faye Turney, 26 anni, l’unica donna catturata nell’azione dei pasdaran iraniani venerdì scorso. Ecco il video mostrato ieri dalla tv iraniana Alalam.
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