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La Farnesina: “Abbiamo ragione di ritenere, sulla base degli elementi acquisiti finora, che Mastrogiacomo sia in vita. Proseguono i contatti al fine di verificare con certezza le intenzioni e le aspettative dei sequestratori nella prospettiva dell’auspicabile rilascio”.
Raccontano le vittime dei sequestri che i momenti più pericolosi e drammatici sono due: quello in cui ti sequestrano con i mitra spianati, ti caricano a forza su un auto, e quella in cui ti rilasciano. Lì può succedere di tutto, l’adrenalina è a mille, l’incidente è dietro l’angolo.
Lo sa bene Gabriele Torsello, il fotografo di Peacereporter, rapito nell’ottobre 2006 sul tratto di strada tra Lashkargah e Kandahar. Tenuto prigioniero per ventidue giorni, in catene, costretto a cambiare due volte il covo, senza mai vedere la luce del sole. Sono ancora troppo vicini, quei giorni, perché li voglia ricordare. L’urgenza, ora, è un’altra. Lo dice, calibrando le parole, senza alcuna volontà di protagonismo. Ha imparato l’arte del silenzio in Kashmir, dove ha vissuto per sette anni: “Ora la mia preoccupazione è aiutare Daniele Mastrogiacomo. Davvero preferirei evitare di parlare di quello che passato io. Per aiutarlo è meglio tacere. E’ un momento delicato”.
Lorenzo Cremonesi, storico inviato del Corriere della Sera in alcune delle aree più pericolose del pianeta, è in partenza per Baghdad, al check in, quando gli squilla il telefono. Come tanti altri cronisti è stato vittima di un sequestro, avvenuto nel settembre 2005 a Gaza, ad opera delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa. Un sequestro lampo, dimostrativo, come spesso accade nei Territori occupati: “Sapevo che a Gaza non era mai stato ucciso nessun occidentale. Quando ho capito che ero nelle mani di una fazione dissidente di Fatah, mi sono sentito, a maggior ragione, un sequestrato in casa. Mezz’ora dopo offrivo da bere ai miei rapitori”. Semmai aveva un’altra preoccupazione, comune ad altri che hanno subito la sua stessa sorte: “Rassicurare quelli che ti vogliono bene. A un certo punto non pensi più a te stesso”.
Nessun altro raffronto possibile, davvero, con il caso di Mastrogiacomo. Al quale, in qualche misura, l’inviato del Corsera tira le orecchie: “Ha commesso una grossa imprudenza. Da Kandahar non si esce soli. Ma resto ottimista”. Il perché lo spiega un attimo dopo: “E’ un sequestro politico, ma di fronte a 5 o 10 milioni di euro anche un gruppo ultrapoliticizzato come quello che avrebbe rapito Daniele sceglie di trattare. Anche perché eliminarlo sarebbe controproducente”. Certo, dice, “c’è sempre il rischio che qualcosa vada storto: penso, ad esempio, a una ricognizione nel momento e nel luogo sbagliato che potrebbe far precipitare tutto”.
Altro caso quello di Clementina Cantoni, 33 anni, volontaria di Care International. Stava andando a una lezione di yoga, a Kabul, quando la prelevarono. Era il 26 maggio 2005. Finì nelle mani di un bandito, per 24 giorni. Già noto alla polizia afghana, Timur Shah avanzò inizialmente alcune richieste politiche per alzare la posta. Voleva solo dei soldi. Tanti: più di 5 milioni di euro. Lei, Clementina, ha sempre schivato i riflettori. Si è sempre rifiutata di partecipare al dibattito politico sulla guerra e sulla pace, a differenza delle due Simone e prima dei bodyguard italiani in Iraq. “Ora è in Africa ed è noto che non rilascia interviste”, dice Marco Formigoni, amico ed ex portavoce della famiglia. In questi giorni l’hanno cercata in tanti. Tutti inutilmente.
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- Giovedì 8 Marzo 2007

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Commenti
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Il 10 Marzo 2007 alle 19:14 lulu ha scritto:
sono convinta che lo liberano per una ragione. ucciderlo non gli consentirebbe di incassare i soldi del riscatto e avrebbe il solo effetto di convincere il governo italiano a rimanere in afghanistan.
Il 10 Marzo 2007 alle 19:20 Camelotdestraideale.it » Blog Archive » L’Unione, l’Afghanistan e la storiella dell’oppio ha scritto:
[...] Tracked back to Panorama [...]
Il 12 Marzo 2007 alle 13:33 matuelle ha scritto:
I primi rapimenti, dopo l’ “invasione” militare dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e delle forze alleate, finivano nel sangue quasi immediatamente e le teste mozzate erano il macabro messaggio diffuso al mondo dai talebani quasi pochi istanti dopo la cattura.
Oggi sembra che qualcosa, nella gestione degli ostaggi occidentali, sia cambiato: i pazzi sanguinari hanno lasciato il posto ai negoziatori che hanno capito l’importanza del “do ut des”.
E’ curioso, anche, che questa volta abbia parlato il Mullah Dadullah (che se la situazione non fosse carica di tensione verrebbe quasi da ridere per l’involontaria rima) e che le sue parole abbiano avuto una notevole rilevanza per i talebani.
Il 20 Marzo 2007 alle 19:34 Panorama.it – Italia » Blog Archive » Trattare o non trattare, questo è il dilemma ha scritto:
[...] Sul piano interno, sembra inoltre che lo Stato utilizzi un doppio registro, a seconda che il sequestro avvenga nel nostro Paese o in un contesto internazionale. Ai tempi dei rapimenti in serie in Barbagia , lo Stato approvò un decreto d’urgenza (15/1 n.8 del 1991), successivamente convertito in legge n. 82 15/3 1991, che impose il sequestro dei beni dei familiari dei rapiti. Ne scaturirono polemiche a non finire. E’ possibile che questa legge abbia avuto l’effetto di dare un colpo mortale al business dei sequestri nell’isola (che oggi sono azzerati). Ma è chiaro che oggi, in Afghanistan e anche in Iraq, lo Stato ha scelto una linea diversa, attingendo spesso (secondo molti, tra cui l’inviato Lorenzo Cremonesi) a un fondo speciale e segreto del Sismi, per ottenere la liberazione dei nostri concittadini (da Giuliana Sgrena alle due Simone, dai bodyguard italiani in Iraq a Gabriele Torsello). I tempi cambiano, la ragion di Stato anche. [...]
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