Il dipartimento di Stato americano non condivide le modalità attraverso cui è stato ottenuto il rilascio di Daniele Mastrogiacomo. E bolla come una pessima idea l’ipotesi, avanzata dal segretario dei Ds Piero Fassino, di coinvolgere anche i talebani in un’eventuale conferenza di pace sull’Afghanistan. Lo si è appreso da una fonte della amministrazione americana che ha scelto di rimanere anonima.
Non sembra esserci più traccia della “comprensione” che Massimo D’Alema ha detto di avere trovato nel segretario di Stato Condoleezza Rice, nel bilaterale a cena di lunedì. La preoccupazione di Washington - espressa in un incontro appositamente convocato con i giornalisti - è che l’operazione per liberare Mastrogiacomo - abbia recato tuttavia un danno grave alla missione nella quale sia l’Italia che gli Stati Uniti sono impegnati.
Le concessioni effettuate, ha continuato la fonte , “aumentano il rischio per la Nato, per le truppe afgane e per il popolo afgano”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto la fonte a scanso di equivoci, “non hanno appoggiato e non appoggiano concessioni ai terroristi”.
Leggi anche: trattare o non trattare?
Facciamo la pace coi talebani?
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La liberazione di Mastrogiacomo sul New York Times
- Mercoledì 21 Marzo 2007

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Commenti
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Il 22 Marzo 2007 alle 10:15 paolo 1957 ha scritto:
Siamo solo di fronte ad un esempio dell’ambiguità dell’operare delnostro Governo.
D’Alema è stato sconfessato, per Prodi occorre forse ancora aspettare, ma verrà il momento…
Il 22 Marzo 2007 alle 11:00 » Soldati a rischio in Afghanistan. E governo in bilico al Senato » Panorama.it – Italia » Blog Archive ha scritto:
[...] Martedì 27 marzo il Senato ha all’ordine del giorno il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan. Ed il sì al governo è in bilico. Il sostegno del centrodestra, per non contraddire tutta la propria precedente politica estera, non appare più scontato. Ed anche nella maggioranza cominciano ad affiorare non poche perplessità. I motivi, e le domande che la vicenda pone non solo ai parlamentari, sono due. Primo: hanno torto o ragione americani, inglesi, olandesi, tedeschi, canadesi ed altri governi alleati nel protestare per come è stata condotta la trattativa per il rilascio di Daniele Mastrogiacomo? La liberazione di un gruppo di capi militari talebani costituisce – oltre ad un precedente di principio – un rischio per tutti i militari presenti in zona, compresi i nostri? Seconda domanda: visto il peggioramento della situazione sul campo, vale la pena di rifinanziare la missione italiana così come è, anzi accentuando orgogliosamente la connotazione “pacifista” della nostra presenza come ha ripetuto anche stamani Fausto Bertinotti, oppure la sicurezza dei soldati sarebbe meglio tutelata da un invio di mezzi più pesanti (carri ed elicotteri blindati) e da diverse regole d’ingaggio? Il ferimento due giorni fa di un incursore del Col Moschin ai limiti dell’area sotto il controllo italiano rende l’urgenza della questione sotto il profilo militare. Ma c’è anche un risvolto politico. Il centrodestra può trovarvi l’appiglio per non votare assieme al governo, proponendo una mozione che rifinanzì sì la presenza italiana in Afghanistan, dando però di più ai nostri militari. Sulla stessa linea ci sono esponenti moderati dell’Unione: alcuni radicali, il diessino Umberto Ranieri, Marco Follini. Sarebbero tre-quattro voti che potrebbero mancare al governo, ed andrebbero a sommarsi alle defezioni dall’estrema sinistra: quelle di Franco Turigliatto, Fernando Rossi e Mauro Bulgarelli. L’Unione scenderebbe a 152-153 voti, rispetto ai 158 di cui dispone. E se la Cdl fosse compatta (156 voti) potrebbe passare il rifinanziamento nella versione del centrodestra, con conseguenze catastrofiche per il governo. Che a questo punto dovrebbe incrociare le dita e puntare sul sì dell’Udc (fino a ieri propenso a votare sì, oggi più indeciso), o sui senatori a vita, Ma Francesco Cossiga ha già annunciato il suo no, Sergio Pininfarina e Giulio Andreotti sono incerti. Se tutti gli altri si presentassero in aula al centrosinistra andrebbero quattro voti: un finale decisamente con il brivido. [...]
Il 22 Marzo 2007 alle 17:03 Ecco come il New York Times racconta il caso Mastrogiacomo » Panorama.it – Mondo ha scritto:
[...] Così l’autorevole quotidiano americano introduce il caso di “Daniele Mastrogiacomo, 52 anni, del quotidiano di sinistra La Repubblica”, e le modalità della trattativa che ha “scatenato le immediate critiche di Washington, Londra e altri capitali europee”. E riporta le dichiarazioni di Sean McCormack, portavoce del dipartimento di Stato Usa: “Noi non negoziamo con i terroristi e non consigliamo a nessuno di farlo”. [...]
Il 10 Aprile 2007 alle 12:44 Sequestri: perché Berlusconi dà una mano a Prodi » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Nel momento di massima debolezza, stretto tra l’uccisione per mano dei talebani di AdiJimal Nashkabandi, collega e interprete di Daniele Mastrogiacomo, e le debordanti accuse di Gino Strada per la mancata liberazione di Rahmatullah Hanefi, prigioniero dei servizi segreti afghani, Romano Prodi riceve un aiuto inatteso, almeno per l’opinione pubblica: quello di Silvio Berlusconi, che fischia l’alt alle polemiche politiche da parte del centrodestra, dove qualcuno si era spinto a chiedere l’impeachment del premier. Perché? Un mistero nei misteri? Si può prendere per buona la versione berlusconiana (”Le ragioni umanitarie, il prestigio e il buon nome del Paese vengono prima di tutto”), oppure, contemporaneamente vedere quale scomodo scenario politico, e non solo, questo drammatico strascico del sequestro Mastrogiacomo rischia di aprire non solo per il governo, ma anche per l’opposizione. Prodi, nella vicenda Afghana, rapimento compreso, ha scelto il metodo suggerito dalla sinistra massimalista: delegare tutto, o quasi, a Gino Strada e ad Emergency, che di quella parte è un’icona e un modello. Modello anche politico, se Fausto Bertinotti, dopo il rilascio del reporter di Repubblica al prezzo della liberazione di cinque capi talebani si era detto “orgoglioso di vivere in un Paese che segue comportamenti simili. E se Massimo D’Alema e Piero Fassino avevano ipotizzato di coinvolgere i “talebani buoni” in una conferenza di pace per ora proposta solo dall’Italia. La piega presa dagli avvenimenti minaccia non solo di mandare a gambe all’aria quel modello, ma di far definitivamente franare “la diplomazia alla Gino Strada” alla quale l’Unione sembrava essersi affidata, e che era già finita pesantemente nel mirino degli americani, e poi degli inglesi, dei tedeschi. Ma anche i governi precedenti, quelli di Berlusconi, hanno evidentemente qualche coda di paglia. Si tratta del ruolo del Sismi nella liberazione degli ostaggi, a cominciare da quello di Giuliana Sgrena in Iraq. Se si osservano le immagini dell’arrivo della Sgrena a Ciampino si nota subito chi c’è a spalancarle il portello dell’aereo di Stato: Marco Mancini, numero due del servizio e braccio operativo dell’allora capo, Nicolò Pollari. Certo, una differenza c’è, e sostanziale: il Sismi è una branca dello Stato, Emergency no, anzi agisce spesso in antitesi dello Stato. Ma sia attraverso Emergency sia attraverso il Sismi è evidente che molto l’Italia deve aver dato, ai terroristi iracheni ed ai killer afghani, per ottenere il rilascio dei suoi cittadini. Milioni di dollari allora, rilascio di prigionieri ora. Più gli aspetti ancora oscuri che queste trattative hanno sempre con sé. Come lo stesso Gino Strada ha rivelato, c’è anzi stato un momento nel quale il metodo del centrodestra è andato a braccetto con quello del centrosinistra: per la liberazione di Gabriele Torsello il Sismi avrebbe consegnato due milioni di dollari al mediatore di Emergency, Hanefi. È certo che non conviene né a Prodi, e neppure a Berlusconi, che se ne parli più di tanto. Men che meno in qualche commissione d’inchiesta: qualche altra imbarazzante verità potrebbe venire anche dall’estero, in aggiunta alle accuse già piovute in abbondanza dai governi Nato. [...]
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