Franco Pagetti, 57 anni, è un veterano del fotogiornalismo di guerra.
Ha lavorato in Afghanistan (dove nel 2001 è stato arrestato dal governo talebano), a Timor Est, nel Kossovo, in Palestina. Per otto mesi all’anno, dagli inizi del 2003, vive e lavora in Iraq, al seguito, embedded, dell’esercito americano. Il giornale cui offre i suoi scatti è Time, il prestigioso settimanale statunitense. È anche l’autore di alcuni scoop che hanno fatto il giro del mondo, come quello con cui qualche mese fa ha mostrato il volto di Iman Hassan, la bambina sopravvissuta alla strage americana di Haditha. Per fare quello scatto si è messo nelle mani dei guerriglieri iracheni, è stato bendato, e, dopo “un viaggio allucinante”, è arrivato in loco. È forse la persona più adatta per spiegarci le trasformazioni della professione di fotoreporter negli ultimi dieci anni.
Come è cambiato il mestiere del fotogiornalista di guerra?
E’ cambiato tutto. Fino a qualche anno fa era più improvvisato, anarchico, potevi anche permetterti di andare in giro a fotografare la gente. Oggi, i contatti con la popolazione sono azzerati, o estremamente difficili. L’Iraq è uno dei posti più pericolosi del mondo per chi fa il mio lavoro, è pieno di bande che prosperano sul business dei sequestri, mica ci sono solo i partigiani della resistenza o i qaedisti. Non è la Palestina dove, fino a qualche tempo fa, i miliziani avevano un rispetto sacro dei fotografi e dei giornalisti. Li chiamavano addirittura in anticipo per un’azione o per una manifestazione…
Contatti azzerati: è una delle caratteristiche delle guerre dove il nemico non porta la divisa…
Certo, poi va detto anche che io sono lì da anni, ho i capelli bianchi e qualche canale indipendente con la gente del posto ce l’ho.
Ma non mi butto senza pensarci, senza aver valutato tutti i pro e i contro come ha fatto Mastrogiacomo…
Come ha fatto Mastrogiacomo?
Si è comportato come un ingenuo: avessero rapito me o un altro giornalista statunitense, i media americani non mi avrebbero certo trasformato in un eroe. Un trafiletto e via. E devo dire che hanno ragione. Troppo sentimentalismo, troppa retorica, in Italia. In America e in Inghilterra la notizia è sacra, invece. E non c’è nessuno, nei grandi giornali, che fa del melodramma quando viene rapito un giornalista: sono i rischi del mestiere
Cosa significa fare il fotoreporter al seguito dell’esercito Usa?
I militari americani conoscono le mie idee politiche, sanno quello che penso. Ma non mi intralciano. Si fidano. Avessi avuto la stessa libertà quando ero con l’esercito italiano in Kossovo… Solo su una cosa però sono rigidissimi: quando muore qualcuno, la foto non si pubblica fino a che non è stata avvertita la famiglia…
Qualcuno, chi? Un soldato americano?
Certo degli iracheni non frega niente a nessuno
Ha ancora senso fare il fotoreporter di guerra nell’era degli apparecchi fotografici di massa?
Pensa ad Abu Ghraib. Le tecnologie hanno radicalmente trasformato il mestiere, tutti possono fare degli scatti, spesso anche interessanti dal punto di vista giornalistico. Noi fotoreporter dobbiamo affrontare una concorrenza a 360 gradi: i colleghi, i soldati, gli operatori umanitari, i guerriglieri. Però va anche detta una cosa: se a fare un video, o una foto, sono i guerriglieri, sono pochi i giornali occidentali disposti a pubblicarle. Non sono ritenute credibili, anche se sono autentiche. Ed ecco che ritorna utile un fotoreporter di un grande giornale come posso essere io: quella stessa foto, se a farla è il Time, viene pubblicata. Altrimenti…
- Venerdì 23 Marzo 2007


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